Archivio testo: Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira

Analisi e Commento Chi è questa che vèn ch’ogn’om la mira

GUIDO CAVALCANTI

CHI È QUESTA CHE VÈN, CH’OGN’OM LA MIRA

dal CANZONIERE

– PARAFRASI E ANALISI DEL TESTO –

Analisi metrica:

Forma metrica e schema

Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira risponde alla forma metrica del sonetto. Il testo si compone di quattordici versi, tutti endecasillabi, ripartiti in quattro strofe: le prime due di quattro versi (definite “quartine”) e le successive di tre versi (definite “terzine”). La rima è “incrociata” nelle quartine e “invertita” nelle terzine. Lo schema delle rime è: ABBA, ABBA, CDE, EDC.

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Rime

Sia la rima la mira/chiam’ira (vv. 1 e 8), che la rima l’are/parlare (vv. 2 e 3) sono rime ricche, perché in entrambi i casi l’uguaglianza tra i rimanti si estende all’indietro oltre la vocale accentata, comprendendo nel primo caso anche il suono –AM–, e nel secondo anche il suono –L–.

I rimanti âre, pare, salute e vertute, costituiscono una ripresa voluta dei rimanti del sonetto Io voglio del ver la mia donna laudare di Guido Guinizzelli.

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Spiegazione

Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira si inserisce in quel filone della poesia stilnovista che affronta il tema della lode della donna amata. Rispetto alla poesia di lode tradizionale, e in particolare rispetto al massimo termine di riferimento del filone – il sonetto Io voglio del ver la mia donna laudare di Guido Guinizzelli – Cavalcanti introduce una essenziale novità. Egli costruisce la lode su un motivo di derivazione religiosa, e finora assente in poesia amorosa: l’ineffabilità. In ambito religioso, l’ineffabilità è la qualità specifica dell’estasi mistica di non essere descrivibile per mezzo delle parole, né comprensibile con gli strumenti della ragione. In questo sonetto Cavalcanti trasferisce il motivo dell’ineffabilità all’esperienza amorosa, imperniando la sua celebrazione attorno all’idea che i pregi della donna e gli effetti da lei prodotti sono tanto alti da risultare inesprimibili per la parola umana e addirittura inattingibili per le menti dei mortali.

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Prima quartina

Nella prima quartina Cavalcanti immagina di assistere alla scena del passaggio in strada di una donna di straordinaria bellezza e capace di diffondere tutt’intorno effetti eccezionali e miracolosi (bagliori di luce nell’aria, blocco della parola e sospiri in coloro che assistono, ecc.); perciò, rivolgendosi retoricamente a se stesso, il poeta si chiede chi possa mai essere la donna che si trova davanti ai suoi occhi.

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Seconda quartina

Nella seconda quartina Cavalcanti porta in primo piano il motivo dell’ineffabilità: il poeta dapprima mostra l’intenzione di offrire una descrizione dell’intensità dello sguardo della donna, poi però si dichiara costretto a desistere, adducendo come spiegazione che troppo alta, e “indicibile” con le parole, è la potenza di quello sguardo. All’elogio dello sguardo, Cavalcanti accompagna, in chiusura di strofa, la proclamazione dell’ineguagliabile umiltà della donna.

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Prima terzina

Nella prima terzina il poeta insiste sul discorso dell’indicibilità, dichiarando che il fascino che la donna esercita non è inesprimibile a parole; a questa dichiarazione seguono l’attribuzione alla donna di ogni virtù nella sua forma più alta e l’affermazione che ella è l’emblema dell’idea stessa di bellezza.

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Seconda terzina

Nella terzina conclusiva il poeta esplicita in maniera definitiva il suo discorso celebrativo, dichiarando che la perfezione che la donna possiede è tale da non essere conoscibile e concepibile dalle menti umane, se non in maniera parziale ed imperfetta.

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Le parole chiave

La centralità del motivo dell’ineffabilità si riflette nel continuo ricorrere delle parole collegate al campo semantico specifico del concetto, quello del “comprendere/riferire”. Le parole chiave appartenenti a questo campo semantico sono molte, sono presenti in tutte le strofe, e sono in più casi collocate in posizione forte di rima:

parlare
sembra
dical
contare
pare
chiam
contar
mente
salute (intesa come “capacità di comprensione”)
canoscenza


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Il punto di vista collettivo

Un aspetto centrale del discorso sviluppato da Cavalcanti è che la donna non trascende soltanto la sua personale capacità espressiva, ma, ad un livello più generale, si rivela inconoscibile e inattingibile per il complesso delle menti umane. Per sottolineare l’idea dell’universalità dell’esperienza della donna come creatura miracolosa e inconoscibile, Cavalcanti insiste molto sugli elementi del discorso che suggeriscono un sentimento collettivo, comune a tutti gli uomini, e quindi:

1. Gli aggettivi indefiniti:

ogn’om
null’omo
ciascun
ogn’altra
ogni gentil

2. I verbi impersonali:

si poria
si pose

3. Le prime persone plurali:

la mente nostra
si pose in noi
n’avian canoscenza

 

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Le negazioni

L’autore sottolinea a loro volta i temi dell’impossibilità, dell’incapacità e dell’insufficienza, strettamente connessi al motivo dell’ineffabilità. Questa sottolineatura avviene per mezzo di una forte insistenza sulle negazioni:

null’omo
i’ nol savria contare
Non si poria contar
Non fu sì alta
non si pose

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Il lessico astratto

A corredo del motivo dell’ineffabilità, Cavalcanti mette in risalto il tema, strettamente connesso, della trascendenza (secondo l’idea che la donna trascende le capacità dell’intelletto umano, cioè va al di là di esse, poiché si colloca su un piano più alto, astratto e ideale). Per dare rilievo a questo tema Cavalcanti:

1. Ricorre per tutta la poesia a sostantivi astratti, che contribuiscono a creare un’atmosfera rarefatta, nella quale il dato sensibile tende a sfumare: “umiltà”, “beltate”, “chiaritate”, “ira”, il provenzalismo “piagenza”, e ancora “virtute”, “salute”, “canoscenza”.

2. In due punti presenta la donna come l’incarnazione sensibile di un’idea, suggerendo così l’immagine di una perfezione che non è di questo mondo: nella seconda quartina assimila la donna all’umiltà e nella prima terzina la indica come emblema della beltate.

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Gli effetti dell’apparizione

All’interno del sonetto, Cavalcanti non parla della donna come fattore di elevazione morale, ma insiste sugli effetti “trascendenti” di lei, ossia su quegli effetti che fanno di lei qualcosa di diverso e di “impari” rispetto al resto degli esseri umani: ella si presenta tra bagliori luminosi, ossia in un alone di luce che richiama quello dei santi e delle figure sacre, avanza in compagnia del dio Amore in persona, a vederla gli uomini restano annichiliti (ammutoliscono, sospirano), non sono in grado, con le loro parole, di esprimere cosa hanno visto e addirittura la loro mente non riesce a comprendere compiutamente la natura della donna.

Attribuendo alla donna il potere “terribile” di annichilire e sovrastare con la sua presenza gli esseri umani che entrano in relazione con lei, ossia lo stesso potere di annichilimento che la letteratura religiosa medievale riferiva abitualmente a Dio, Cavalcanti realizza l’obiettivo di “superare” la celebrazione fatta da Guinizzelli col sonetto Io voglio del ver e fornire ai poeti successivi un nuovo modello di poesia celebrativa.

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Figure retoriche:

Le personificazioni

All’interno del sonetto Cavalcanti presenta per due volte l’amore in forma personificata, allo scopo di rafforzarne la rappresentazione come forza concreta e operante nell’animo dell’innamorato, e come dio potentissimo di fronte al quale l’amante non può far altro che assoggettarsi. Al contempo, la personificazione conferisce solennità al discorso poetico e, introducendo immagini di fantasia, contribuisce a creare l’atmosfera di rarefazione e irrealtà caratteristica del testo.

I versi nei quali compaiono le personificazioni di Amore sono:

– il verso 3: e mena seco Amor…

– il verso 6: dical Amor …

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Tutte le figure:

VERSO 1: Interrogativa retorica > Chi è questa che vèn?

VERSO 3: Personificazione > mena seco Amor.

VERSI 3 – 4: Iperbato + Enjambement > parlare / null’omo pote.

VERSI 3 – 4: Chiasmo >

parlare (verbo) null’omo (soggetto) pote

ma ciascun (soggetto) sospira (verbo)

VERSI 1 – 4: Doppia antitesi: ogn’omnull’omociascun.

VERSO 5: Esclamazione > O Deo, che sembra …

VERSO 6: Personificazione > dical’ Amor.

VERSI 6 – 7: Antitesi > Umiltà – ira.

VERSO 10: Metafora > a lei s’inchin’ ogni gentil …

VERSO 11: Metafora > e la beltate per sua dea …

VERSI 9 – 13 – 14: Parallelismo > Non si poria contar… – Non fu si alta … – e non si pose…