Archivio testo: Meravigliosamente

Analisi e Commento Meravigliosamente

GIACOMO DA LENTINI

MERAVIGLIOSAMENTE

dal CANZONIERE

– ANALISI E COMMENTO –

Analisi metrica:

Forma metrica e schema

Meravigliosamente è una canzone di sette strofe, l’ultima delle quali svolge funzione di congedo. Ciascuna strofa è formata da nove versi tutti settenari, rimati secondo lo schema abc abc ddc.

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Rime

All’interno della canzone compaiono:

1. Tre rime siciliane:

ora – pintura – figura, vv. 3 – 6 – 9
ascoso – incluso – amoroso, vv. 30 – 33 – 36
avete – ascondete – vedite, v. 48 – 51 – 54

2. Due rime derivative:

meravigliosamente – mente, ai vv. 1 e 4
devante – inante, ai vv. 24 e 26

3. Una rima equivoca:

passo (verbo) – passo (sostantivo), ai vv. 37 e 40

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Coblas cap finidas

Nel testo figurano due connessioni interstrofiche realizzate per mezzo di richiami lessicali, conformi alla tecnica delle coblas cap finidas. Infatti:

– tra la I e la II si trova la ripresa:

core ... porto/core ... porti;

– tra la IV e la V si trova la ripresa:

pass’e non guardo/guardo ... passo.

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Contenuto

Il testo descrive la condizione dell’innamorato timido che non manifesta alla donna amata i propri sentimenti, cosicché questi trapelano solo attraverso pochi segni esteriori: sguardi furtivi, sospiri, lacrime.

> Prima strofa

Nella prima strofa il poeta proclama il proprio completo coinvolgimento in un’esperienza amorosa totalizzante, che lo porta a pensare incessantemente alla donna amata, come se la portasse “dipinta” nel suo cuore.

> Seconda strofa

Nella seconda strofa il poeta confessa la propria timidezza e dichiara che un enorme divario intercorre tra ciò che egli prova nel proprio animo e ciò che manifesta esteriormente.

> Terza strofa

Nella terza strofa il poeta afferma di aver cercato di colmare il proprio bisogno inappagato d’amore con uno struggente palliativo: spiega infatti di aver prodotto una raffigurazione pittorica dell’amata, e di contemplare quella in mancanza di lei, alla stessa maniera del fedele che surroga con l’icona l’assenza fisica del dio in cui crede.

> Quarta strofa

Nella quarta strofa il poeta descrive l’ardore che lo consuma ogni volta che egli tenta di resistere all’impulso di guardare l’amata nelle occasioni di incontro. Torna così in primo piano il tema del contrasto tra l’esperienza interiore dell’amore e la sua manifestazione esteriore.

> Quinta strofa

Nella quinta strofa, correlata alla precedente, il poeta illustra i diversi sconvolgimenti emotivi ai quali egli va incontro nei casi in cui ceda all’impulso di guardare la donna, ma si sforzi poi di resistere alla tentazione di guardarla una seconda volta.

> Sesta strofa

Nella sesta strofa il poeta fa presenti i propri meriti, ricordando all’amata di aver celebrato le sue lodi in innumerevoli poesie; quindi ribadisce la completa sincerità del proprio sentimento amoroso.

> Congedo

Nell’ultima strofa, avente funzione di congedo, il poeta si rivolge direttamente alla canzone e la invita a raggiungere l’amata, assolvendo al compito di farla innamorare. All’interno del congedo l’autore indica il proprio nome, seguendo una consuetudine dei trovatori.

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Figure retoriche di ripetizione

Le figure di ripetizione (iterazioni lessicali, poliptoti, figure etimologiche) sono il principale strumento cui l’autore ricorre per sottolineare e mettere in evidenza le immagini e i concetti fondamentali del testo. Esse sono numerose e assolvono alla funzione di mettere in rilievo idee, immagini, relazioni tra parti del componimento e aspetti della condizione in cui si trova l’autore.

Poliptoto ascoso/ascondete

Ai versi 17 (pur vi guardo ascoso) e 51 (voi pur v’ascondete) il poeta riferisce dapprima a se stesso, e successivamente all’amata, un medesimo comportamento: l’ascondersi (ossia il “nascondersi”), e sottolinea questa simmetria con il poliptoto del verbo (ascoso – ascondete). Attraverso questo espediente retorico l’autore mette in evidenza il carattere “paradossale” della situazione per cui egli e l’amata assumono una condotta identica per ragioni diametralmente opposte, infatti l’uno si nasconde per timidezza, l’altra per negarsi.

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Iterazione non guardo/s’eo guardo

Ai versi 35 e 37 l’autore introduce l’iterazione del verbo guardare (quando pass’e non guardo/s’eo guardo quando passo). Questa iterazione non è causale, ma svolge la funzione di far risaltare la “simmetria” compositiva che sussiste tra le strofe 4 e 5, nelle quali l’autore descrive gli effetti di due comportamenti “complementari” tra loro:

– Nella strofa 4 il poeta descrive ciò che gli accade nei casi in cui egli, incontrando l’amata, si sforza di resistere all’impulso di guardarla (v. 35: quando pass’e non guardo). Gli effetti di questo comportamento sono i peggiori e vengono descritti nei termini di un fuoco intensissimo.

– Nella strofa 5 il poeta descrive ciò che gli capita invece nei casi in cui egli cede all’istinto di guardare la donna, ma poi si sforza di resistere all’impulso di guardarla ripetutamente (v. 37: S’eo guardo quando passo). Questo secondo comportamento comporta sconvolgimenti più blandi, rappresentati dalla necessità di sospirare e da un momentaneo smarrimento determinato dalla visione della bellezza della donna.

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Poliptoto del verbo parere

Nella seconda strofa, l’autore introduce un vistoso poliptoto, nel quale la ripetizione del verbo si accompagna alla variazione dei suoi significati:

VERSO 10: par col senso di sembrare;
VERSO 11: parete col senso di apparire, aver l’aspetto;
VERSO 12: pare col senso di trasparire;
VERSO 13: par col senso di sembrare;

L’insistenza sul verbo parere ha lo scopo di sottolineare l’idea stessa di “rappresentazione”, “apparenza esteriore”, centrale nel discorso del contrasto tra esperienza interiore dell’amore e rappresentazione esteriore dello stesso.

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Poliptoto del verbo ardere

Ai versi 28, 32 e 34 si trova il poliptoto del verbo ardere (m’arde – allora arde – eo ardo), che ha lo scopo di sottolineare l’immagine letteraria del “fuoco d’amore”, con la quale l’autore suggerisce l’idea del logoramento sentimentale a cui è sottoposto.

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Figure etimologiche

Nel testo compaiono due significative figure etimologiche:

1. pingepintura (vv. 5 e 6): sottolinea l’idea della donna dipinta nel cuore, e viene richiamata ripetutamente anche nei versi successivi (v. 11: pinta – v. 20: dipinsi una pintura);

2. ancosciare – ancoscio (vv. 42 e 43): sottolinea l’idea dello smarrimento che la visione della bellezza della donna produce nell’animo del poeta innamorato.

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Similitudini

Nel testo compaiono tre similitudini:

VERSO 4: com’om che pone mente... così facc’eo ...
VERSO 25: come quello che crede...
VERSO 29: com’om che ten lo foco... similmente eo ...

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Il motivo religioso

All’interno del testo l’autore istituisce un’analogia tra il comportamento dell’innamorato (che sfoga nella contemplazione della raffigurazione pittorica della donna il proprio bisogno inappagato d’amore) e il comportamento dell’uomo di fede (costretto a credere “per fede” non potendo vedere con i propri occhi l’oggetto della sua fede). L’introduzione di questo paragone a sfondo religioso ha ovviamente scopi iperbolici: serve cioè all’autore per elevare l’amore sullo stesso piano della devozione religiosa, e la donna, sullo stesso piano delle creature divine.

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L’amore come fenomeno interiore

La lettura di Meravigliosamente prova che Giacomo da Lentini intende l’amore principalmente come un’esperienza psicologico-sentimentale, e dunque come un fenomeno interiore, che ha nell’esteriorità una dimensione tutto sommato secondaria.

L’autore descrive infatti l’amore come un insieme di eventi che si svolgono e si risolvono quasi interamente “dentro” l’animo dell’amante, avendo all’esterno solo poche, marginali manifestazioni (sguardi furtivi, sospiri, lacrime).

In alcuni passaggi il testo sembra addirittura suggerire la possibilità, per il poeta, di vivere in pienezza il suo sentimento anche in assenza della donna, supplendo a questa mancanza con la rappresentazione mentale e pittorica di lei.

Viceversa l’autore svolge un’accuratissima illustrazione degli aspetti “interiori” dell’amore, come:

– il pensiero assillante dell’amata (mi tene ogn’ora, ‘nfra lo core meo porto la tua figura);

– il tormento (come mi par forte);

– il desiderio che brucia e consuma (al cor m’arde una doglia), l’angoscia (ancosciare, ancoscio);

– il senso di disorientamento e smarrimento (a pena mi conoscio);

– la tendenza ai comportamenti diversi e contraddittori (pass’e non guardo, s’eo guardo non mi giro, ecc. strofe 4 e 5).