Archivio testo: Ghino di Tacco

Ghino di Tacco in italiano moderno

GIOVANNI BOCCACCIO

GHINO DI TACCO

dal DECAMERON

VERSIONE IN ITALIANO MODERNO

RUBRICA DELLA NOVELLA: Ghino di Tacco cattura l’abate di Clignì, lo guarisce dal mal di stomaco e quindi lo libera; l’abate, una volta tornato nella Curia papale di Roma, mette pace tra Ghino e il papa Bonifacio VIII, e fa in modo che Ghino sia nominato frate dell’Ordine degli Spedalieri.

La generosità manifestata dal re Alfonso nei confronti del cavaliere fiorentino, era stata molto elogiata da tutti; a questo punto il re della giornata, al quale la novella narrata era molto piaciuta, dette ordine a Elissa di andare avanti con il racconto delle novelle. Ed Elissa incominciò subito a raccontare. “O donne soavi, il fatto che Alfonso sia stato un re generoso e che abbia dato prova di generosità verso l’uomo che lo aveva servito, non si può certo dire che non siano cose grandi e degne di lode; tuttavia, cosa direste voi, se vi raccontassi la vicenda di un ecclesiastico che manifestò generosità nei confronti di una persona tale che, se anche egli l’avesse trattata da nemica, nessuno avrebbe potuto biasimarlo?”.

Probabilmente direste che nel caso del re si è trattato di valore, mentre nel caso dell’ecclesiastico si è trattato di un miracolo, perché gli ecclesiastici sono tutti estremamente avidi, più di quanto non lo siano le donne, e sono nemici giurati di ogni forma di generosità; inoltre, sebbene ciascun uomo, per sua stessa natura, desideri vendicarsi delle offese ricevute, gli ecclesiastici, come è facile verificare, malgrado predichino la tolleranza e raccomandino in modo particolare il perdono delle offese ricevute, si abbandonano alla vendetta con più foga degli altri uomini. Invece, dalla novella che racconterò, potrete venire a sapere fino a che punto sia stato generoso un ecclesiastico. Ghino di Tacco, uomo molto conosciuto per via della sua ferocia e delle sue ruberie, dopo essere stato cacciato da Siena, ed essersi inimicato i conti di Santafiora, fece ribellare Radicofani alla Chiesa di Roma. E nel periodo durante il quale si stabilì lì a Radicofani, prese l’abitudine di far rapinare dai suoi uomini chiunque si trovasse a passare nei paraggi del borgo. Ora, mentre Bonifacio VIII era papa a Roma, si recò alla corte papale l’abate di Clignì, ritenuto uno dei prelati più ricchi che ci siano al mondo; a Roma, l’abate si ammalò allo stomaco, e i medici gli consigliarono di andare a curarsi alle terme di Siena, dove lo avrebbero senz’altro guarito. Così, ottenuto il permesso dal papa, senza curarsi di ciò che si raccontava riguardo a Ghino, l’abate si mise in viaggio verso Siena, portando con sé un lungo seguito di bagagli, di some, di cavalli e di servitori.

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Ghino di Tacco, non appena venne a sapere dell’arrivo dell’abate, tese le sue reti, e con un’imboscata bloccò in una gola stretta l’abate insieme a tutti i suoi servitori e i suoi beni, senza lasciarsi sfuggire neppure un mozzo di stalla; fatto questo, Ghino inviò all’abate il più colto tra i propri uomini, opportunamente accompagnato, e costui, con molto garbo, disse all’abate che Ghino avrebbe gradito che egli si fosse recato ad alloggiare presso di lui, nel castello. Quando l’abate ascoltò questa proposta, in preda alla collera, rispose che egli non ne voleva sapere, dal momento che egli non aveva niente a che fare con Ghino, quindi disse che egli sarebbe andato avanti per la sua strada per vedere chi avrebbe osato impedirglielo.

L’ambasciatore rispose garbatamente all’abate: “Messere, voi siete arrivato in un luogo dove, fatta eccezione per la potenza di Dio, non c’è nulla di cui abbiamo paura, e dove ogni singolo uomo è già stato scomunicato con una scomunica o con un interdetto papale; perciò, per il vostro bene, vi consiglio di fare quello che Ghino vi dice di fare”. Mentre queste parole venivano pronunciate, il luogo era già stato completamente circondato dagli uomini di Ghino; per cui l’abate, vedendosi accerchiato insieme a tutti i suoi, pur mantenendo un contegno sprezzante nei confronti dell’ambasciatore, nondimeno imboccò la via che portava al castello, e dietro di lui si mosse tutto il suo seguito con i suoi bagagli.

Una volta smontato da cavallo, l’abate venne messo ad alloggiare, come richiesto da Ghino, in una piccola camera del palazzo, molto buia e disagevole, mentre tutti gli altri uomini del seguito, a seconda del loro ruolo, furono comodamente sistemati nel castello, e i cavalli e tutti i bagagli furono messi al sicuro senza toccare niente. A questo punto Ghino si recò dall’abate e gli disse: “Messere, Ghino, del quale voi siete ospite, mi ha mandato a pregarvi di fargli sapere dove eravate diretto e per quale motivo”.

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L’abate, che essendo un uomo saggio, aveva messo da parte la sua altezzosità, gli spiegò dov’era diretto e perché. Ghino, quando ebbe ascoltato la sua risposta, se ne andò, e decise di curarlo senza portarlo alle terme; quindi dette ordine di fare in modo che un gran focolare ardesse costantemente nella piccola camera dell’abate e che la stanza fosse sempre sorvegliata, e non tornò da lui prima dell’indomani mattina, quando gli portò, avvolte in una tovaglietta bianchissima, due fette di pane abbrustolito e un gran bicchiere di vernaccia di Corniglia, di proprietà dell’abate stesso; quindi gli disse queste parole: “Messere, quando Ghino era più giovane, ha studiato medicina, e dice che all’epoca, egli ha imparato che per guarire dal mal di stomaco nessuna cura è migliore di quella che vi preparerà lui stesso, e queste cose che io vi ho portato sono l’inizio di quella cura; quindi prendetele e state sereno”. L’abate che aveva più fame che voglia di chiacchierare, sebbene con un certo sdegno, mangiò il pane e bevve la vernaccia, e poi disse molte cose arroganti, domandò molte cose, dette molti consigli, e in particolare chiese di poter incontrare Ghino. Ghino ad una parte di queste cose non fece caso e alle altre rispose con grande cortesia, dichiarando che, non appena “Ghino” avesse potuto, gli avrebbe fatto visita volentieri; detto questo, si congedò dall’abate e non tornò da lui prima del giorno successivo, con la stessa quantità di pane abbrustolito e di vernaccia; Ghino impose al prelato questa dieta fino a quando non si accorse che l’abate aveva mangiato alcune fave secche che egli di proposito aveva portato nella sua stanza e lasciato lì senza farsi vedere. A quel punto gli chiese, sempre da parte di “Ghino”, come andasse con lo stomaco, e l’abate rispose: “Io ho l’impressione che starei bene, se non fossi suo prigioniero; a parte questo non c’è nulla che io voglia tanto quanto vorrei mangiare, a tal punto mi hanno guarito bene, le medicine che Ghino mi ha dato”. Così Ghino fece preparare per il prelato una stanza con tutte le cose che facevano parte del suo bagaglio e con la sua servitù, e dopo aver fatto allestire un ricco banchetto, al quale, oltre agli uomini del castello, voleva che fosse presente tutto il seguito dell’abate, si recò da lui la mattina seguente e gli disse: “Messere, dal momento che vi sentite bene, è arrivato il momento di uscire dall’infermeria”. E, preso l’abate per mano, lo condusse nella camera che era stata preparata per lui, e, dopo averlo lasciato lì con i suoi servitori, andò ad occuparsi del banchetto, in modo che fosse sontuoso.

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L’abate si svagò un po’ insieme ai suoi, e raccontò loro in quali condizioni egli avesse dovuto vivere negli ultimi giorni, mentre tutti gli altri gli rispondevano che loro erano stati trattati in maniera straordinaria da Ghino. Poi, quando fu l’ora di mangiare, all’abate e a tutti gli altri convitati, furono serviti cibi prelibati e buoni vini, in maniera accurata; tuttavia Ghino fece in modo che neppure in questa occasione l’abate potesse scoprire la sua vera identità. Quindi, dopo che l’abate ebbe trascorso in questa maniera alcuni giorni, Ghino fece radunare in una stanza tutti i suoi bagagli, e in un cortile che aveva di sotto, fece riunire tutti i cavalli dell’abate, fino al ronzino più insignificante; poi Ghino si recò dall’abate e gli chiese come si sentisse, e se ritenesse di essere abbastanza forte da affrontare il viaggio a cavallo. L’abate gli rispose di sentirsi sufficientemente forte e perfettamente guarito nello stomaco, e di star bene, se non per il fatto di essere prigioniero di Ghino. Allora Ghino condusse l’abate nella stanza in cui si trovavano i suoi bagagli e tutta la sua servitù, e dopo averlo fatto affacciare ad una finestra dalla quale egli poteva vedere tutti i suoi cavalli, gli disse: “Messer abate, è giusto che voi sappiate che, a condurre Ghino di Tacco ad essere una ladro di strada e un nemico della Curia di Roma, non è stata la sua malvagità d’animo, ma il fatto che egli sia stato un uomo nobile cacciato dalla sua terra, l’essersi ritrovato povero e con nemici molto potenti, e la necessità di difendere la propria vita e il proprio onore. E Ghino di Tacco sono io. Ma dal momento che voi mi sembrate un uomo rispettabile, dopo avervi guarito dal mal di stomaco come ho fatto, non vi tratterò come farei con uno qualsiasi, al quale, se finisse nelle mie mani come ci siete voi adesso, prenderei delle sue cose tutto ciò che vorrei: io voglio che siate voi a decidere, viste le condizioni in cui mi trovo, quanto darmi di ciò che possedete. Le vostre cose sono tutte qui davanti a voi, e da questa finestra potete vedere i vostri cavalli che si trovano nel cortile, quindi potete riprendervi tutto ciò che è qui, o solo una parte di esso, a seconda di come volete, e da questo momento in avanti sarete voi a decidere se restare o se ripartire”.

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L’abate rimase molto meravigliato dal fatto che, dalla bocca di un ladro di strada, potessero uscire parole tanto generose: ed essendo rimasto piacevolmente colpito da Ghino, l’abate mise immediatamente da parte la collera e lo sdegno, ed anzi li trasformò in benevolenza; e diventando un amico sincero di Ghino, corse ad abbracciarlo dicendogli: “Io giuro su Dio che, per guadagnarmi l’amicizia di uomo della nobiltà d’animo che adesso io ritengo tu possieda, sarei disposto a subire un’offesa molto maggiore di quella che ho avuto l’impressione che tu mi facessi fino a questo momento. Sia maledetta la sorte, che ti costringe e vivere di un mestiere così ignobile”. E dopo aver detto queste parole, l’abate fece prendere tra i suoi moltissimi bagagli, pochissime cose indispensabili, e lo stesso fece con i suoi cavalli, e se ne tornò a Roma, lasciando a Ghino tutto il resto. Papa Bonifacio VIII era venuto a sapere della cattura dell’abate: e sebbene la cosa gli fosse dispiaciuta parecchio, quando lo rivide gli domandò se le terme gli avessero fatto bene (nel senso: “pur essendo stato preoccupato, appena lo rivide gli fece una battuta”). Al papa l’abate rispose sorridendo: Santo Padre, io, senza arrivare fino alle terme, ho trovato un valido medico, che mi ha completamente guarito”, e gli raccontò come fossero andate le cose. Allora il papa rise, e l’abate, continuando il suo discorso, spinto dal suo animo generoso, chiese una grazia.

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Il papa, non immaginando cosa l’abate avrebbe chiesto, si offrì senza porre condizioni, di fare qualsiasi cosa egli avesse domandato; allora l’abate cominciò a dire: “Santo Padre, ciò che io vi voglio chiedere è che voi concediate il vostro perdono a Ghino di Tacco, perché, tra gli uomini coraggiosi e di valore che io ho incontrato nel corso della mia vita, egli è senz’altro uno dei migliori, ed il male che egli compie per vivere, io lo considero assai più una colpa della sorte che una colpa sua. Perciò se voi cambiate la sua sorte, concedendogli qualcosa con cui egli possa vivere come si conviene ad un uomo della sua nobile condizione, io non ho dubbio alcuno che egli, nel giro di breve tempo, appaia anche a voi ciò che a me già appare (ossia “un uomo nobile”).

Il papa, ascoltando queste parole, da uomo magnanimo e amante degli uomini di valore quale egli era, disse che avrebbe fatto volentieri ciò che l’abate chiedeva, a patto che Ghino fosse veramente d’animo nobile come l’abate sosteneva, per cui invitò l’abate a farlo venire a Roma senza paura.

Così Ghino arrivò nella Curia con la garanzia del papa, come l’abate aveva richiesto. E non passò molto tempo da quando si trovò davanti al papa, prima che costui lo giudicasse valoroso; e così il papa, dopo essere tornato in pace con Ghino, ed averlo fatto nominare cavaliere dell’Ordine degli Spedalieri, gli concesse la carica di priore di un grande territorio di quelli degli Spedalieri; e Ghino governò quel territorio da amico e servitore della Chiesa e dell’abate di Clignì, fino al giorno della sua morte.