Archivio testo: Novella Guido Cavalcanti

Guido Cavalcanti in italiano moderno

GIOVANNI BOCCACCIO

GUIDO CAVALCANTI

dal DECAMERON

VERSIONE IN ITALIANO MODERNO

RUBRICA DELLA NOVELLA: Guido Cavalcanti con una battuta di spirito rivolge un’elegante offesa ad alcuni cavalieri fiorentini che lo avevano circondato.

Dunque, dovete sapere che nei tempi passati, nella nostra città, vigevano usanze molto pittoresche e degne di lode, nessuna delle quali è sopravvissuta fino ad oggi, merito dell’avidità, che nella nostra città è cresciuta insieme alla ricchezza, e ha fatto scomparire tutte le migliori abitudini.

Tra queste usanze c’era anche quella che gli uomini delle diverse contrade si ritrovassero in determinati punti della città per formare brigate di un certo numero di membri, alle quali erano ammesse soltanto persone in condizione di sostenere le spese che la partecipazione avrebbe comportato. A turno, tutti i membri della brigata, uno dopo l’altro, offrivano il pranzo al resto della compagnia, ciascuno nel giorno in cui gli spettava; ed in questi banchetti venivano onorati sia i nobili di altre città, quando ne capitavano, sia i nobili fiorentini; inoltre, almeno una volta all’anno, i membri della brigata si vestivano tutti allo stesso modo, e nelle principali ricorrenze dell’anno essi sfilavano a cavallo tutti insieme per la città e talvolta si esibivano in tornei cavallereschi, e ciò avveniva in modo particolare in occasione delle feste più importanti, o quando la lieta notizia di qualche vittoria o di altro giungeva in città.

Tra le brigate della città c’era anche quella di messer Betto Brunelleschi, alla quale, messer Betto e i suoi compagni, si erano ingegnati in ogni modo per far partecipare anche Guido, il figlio di messer Cavalcante de’ Cavalcanti, e non senza ragione: infatti, oltre al fatto che egli era uno dei migliori logici che ci fossero al mondo, ed un ottimo filosofo naturale (delle quali cose alla brigata importava poco), egli era un uomo dalla perfetta educazione, elegantissimo, e un buon conversatore, ed era sempre riuscito a fare meglio di qualunque altro uomo tutte le cose che si era messo in testa di fare e tutte le cose tipiche di un uomo nobile; oltre a ciò, egli era ricchissimo, e, se riteneva in cuor suo che qualcuno lo meritasse, egli sapeva fargli onore più di quanto si potesse richiedere.

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Tuttavia messer Betto non era mai riuscito ad avere Guido nella sua brigata, ed egli e i suoi compagni erano persuasi che ciò avvenisse perché Guido, sempre immerso nelle sue riflessioni filosofiche, aveva finito con l’estraniarsi totalmente dal resto degli uomini; e dal momento che Guido condivideva buona parte delle idee degli epicurei, si diceva, tra la gente del popolo, che le sue riflessioni erano interamente rivolte a cercare una prova della non esistenza di Dio.

Ora un giorno avvenne che Guido, partito da Orto San Michele, era giunto attraverso il Corso degli Adimari fino al Battistero di San Giovanni, sua meta abituale; intorno a San Giovanni c’erano i grandi sarcofaghi di marmo che oggi sono nella chiesa di Santa Reparata, e molti altri; e mentre Guido si trovava tra il colonnato di porfido, quei sarcofaghi e l’entrata del Battistero, che era chiusa, si trovarono a passare per la piazza di Santa Reparata messer Betto e i suoi compagni di brigata, tutti a cavallo; quando costoro videro Guido tra quelle tombe dissero: “Andiamo ad infastidirlo!”. E, spronati i loro cavalli, prima che Guido se ne accorgesse, essi gli furono tutti addosso, come in una carica fatta per divertimento, e gli cominciarono a dire: “Guido, tu ti rifiuti di entrare a far parte della nostra brigata, ma se anche riuscissi a dimostrare che Dio non esiste, che te ne verrebbe?”.

Guido, vedendosi circondato, rispose a costoro: “Signori, in casa vostra avete il diritto di dirmi tutto ciò che volete” e appoggiata la mano sopra uno dei sarcofaghi più grandi, essendo lui agilissimo, spiccò un salto e fu dall’altra parte; quindi, liberatosi dall’accerchiamento, se ne andò.

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Quelli della brigata rimasero tutti a guardarsi l’uno con l’altro, e cominciarono a dire che egli era matto, e che quello che aveva risposto non aveva alcun senso, dal momento che il luogo dove si trovavano non era loro più di quanto non fosse di tutti gli altri cittadini di Firenze, compreso Guido.

Rivolto a costoro messer Betto disse: “I mentecatti siete voi, se non lo avete capito: egli, con eleganza e in poche parole, ci ha detto la peggior offesa che ci potesse dire, dal momento che, se vi guardate intorno e riflettete, questi sarcofaghi sono dimore di uomini morti, perché dentro di essi si pongono e si conservano i defunti: sono queste tombe che egli ha indicato come nostre case, volendo dirci che noi, e tutti gli altri uomini sciocchi e ignoranti, a paragone di lui e degli altri uomini eruditi, siamo peggio che morti: perciò, stando qui, siamo a casa nostra”.

A quel punto tutti compresero ciò che Guido aveva voluto dire e si vergognarono, e non lo infastidirono mai più, e da quel giorno in avanti cominciarono a considerare messer Betto un cavaliere acuto e intelligente.