Archivio testo: Inferno Canto 2

Inferno, Canto II (2), parafrasi e commento

INFERNO

CANTO 2

Divina Commedia, Inferno II

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO
INTRODUZIONE:

Il Canto Secondo: sulla terra sta calando la sera, e sono trascorse circa dodici ore dal momento in cui Dante, all’uscita della selva, ha visto sorgere il sole; Dante e Virgilio si trovano ancora sul pendio che fiancheggia il colle presso il quale è avvenuto il loro incontro, continuano a camminare, e parlano tra loro. Prima che cominci il racconto dell’episodio cui è dedicato il Canto II, Dante colloca 9 versi a carattere introduttivo, inseriti in una pausa della narrazione. In questi versi Dante annuncia quale sarà la materia della prima cantica e rivolge una invocazione d’aiuto alle Muse, le divinità della poesia. L’enunciazione dell’argomento, unita all’invocazione, forma la protasi dell’Inferno (protasi = premessa tradizionale dei poemi classici). Quando riprende il racconto, Dante confessa a Virgilio di sentirsi spaventato e non degno dell’impresa che lo attende. Virgilio, per rassicurarlo, gli spiega che tre donne del Paradiso – la Madonna, Santa Lucia e Beatrice – hanno voluto il suo viaggio, e così Dante si riconforta.

Torna su
PARAFRASI:
Versi 1 – 9: Protasi all’Inferno

Per i primi nove versi del Canto II il racconto resta fermo. In questi versi Dante introduce la protasi dell’Inferno, formata dall’enunciazione della materia della cantica, e dall’invocazione alle Muse. Il poeta spiega che l’argomento della prima cantica sarà il resoconto del viaggio che egli ha compiuto tra le anime dannate e sofferenti dell’Inferno, e chiede alle Muse, le divinità della poesia, che lo assistano nella composizione.

Versi 1 – 3

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno

[vv. 1 – 3] Il giorno volgeva al termine e il calare della sera (l’aere bruno: “l’imbrunire”) portava quiete e riposo ad ogni essere vivente (letteralmente: “sollevava ciascun essere vivente dalle proprie fatiche”); soltanto io …

Versi 4 – 6

m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra.

[vv. 4 – 6] … mi accingevo a sostenere quella durissima prova (guerra per metafora) – rappresentata dal cammino (attraverso l’Inferno) e dalla compassione (per le sofferenze dei dannati) – che ora la mia memoria si appresta a descrivere fedelmente.

Pubblicità

Versi 7 – 9

O Muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.

[vv. 7 – 9] Oh Muse, oh mio alto ingegno, ora aiutatemi! Oh memoria, che annotasti (ossia: “che fissasti dentro di te”) ciò che io vidi, ora il tuo valore (nobilitate) sarà chiamato a dare prova di sé.

>>> Le Muse sono divinità della religione greca, protettrici delle arti e legate ad Apollo. Dante le invoca in quanto simbolo del furore poetico che dovrà ispirare la poesia della Divina Commedia. La seconda forza che Dante invoca in suo aiuto è l’ingegno, da intendere come l’energia intellettuale che dovrà sostenere il canto di temi così duri e complessi. La terza forza invocata è invece la memoria, importante perché essa dovrà assistere il poeta nel resoconto del viaggio affinché questo risulti veritiero e fedele ai fatti.

Torna su
Versi 10 – 42: Timori di Dante

Conclusa la protasi, comincia il racconto dell’episodio al centro del Canto II; Dante è improvvisamente assalito da un dubbio: prima di lui, solo a due figure è stata concessa la grazia straordinaria di compiere un viaggio nell’aldilà: Enea e S. Paolo, due figure eccezionali, destinate da Dio ad altissime imprese. Viceversa, Dante non comprende quale possa essere la ragione del suo viaggio, e teme che esso sia temerario e irrispettoso dei limiti posti da Dio alla natura umana.

Versi 10 – 12

Io cominciai: “Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s’ell’è possente,
prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.

[vv. 10 – 12] Allora incominciai a dire: “Oh poeta che mi guidi (Dante si rivolge a Virgilio), fa’ attenzione che il mio valore sia all’altezza, prima di indirizzarmi verso questo arduo passaggio;

Versi 13 – 15

Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente.

[vv. 13 – 15] Tu affermi che il genitore di Silvio (ossia: “tu affermi che Enea, il padre di Silvio”), mentre era ancora in vita (corruttibile ancora), si recò nel mondo eterno (ossia: “si recò nell’Oltretomba”), e vi discese con tutto il corpo (sensibilmente).

>>> Il viaggio di Enea nell’Averno è narrato nel libro VI dell’Eneide virgiliana (perciò Dante utilizza le parole “Tu affermi” rivolgendosi a Virgilio). Silvio è il nome del figlio che nasce da Enea e Lavinia, la figlia di Latino re del Lazio.

Versi 16 – 19

Però, se l’avversario d’ogne male
cortese i fu, pensando l’alto effetto
ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale

non pare indegno ad omo d’intelletto;

[vv. 16 – 18] Ora, il fatto che il nemico di ogni atto malvagio (“Dio”) si dimostrò così generoso nei confronti di lui (“di Enea”), appare perfettamente ragionevole (non pare indegno: litote) ad un uomo dotato di intelletto, se si considera la grande conseguenza che doveva derivare da Enea (la “grande conseguenza” è la fondazione di Roma), e (se si considera) inoltre chi era Enea (il chi) e che tipo di uomo era (il quale)

Versi 20 – 21

ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
ne l’empireo ciel per padre eletto:

[vv. 19 – 21] perché Enea era stato designato, nel cielo Empireo (ossia: “nel Paradiso” dove si decidono i destini degli uomini), al ruolo di progenitore della gloriosa Roma e del suo Impero:

Pubblicità

Versi 22 – 24

la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u’ siede il successor del maggior Piero.

[vv. 22 – 24] e Roma e l’Impero, secondo quella che è la verità, erano stati scelti come luoghi sacri destinati ad ospitare il seggio dei successori del grandissimo San Pietro (i successori… sono i Papi, che hanno sede a Roma).

Versi 25 – 27

Per quest’andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto.

[vv. 25 – 27] Grazie alla sua discesa negli Inferi (quest’andata), per la quale tu lo celebri (nell’Eneide), Enea poté ascoltare cose che furono all’origine della sua vittoria e (conseguentemente) della fondazione dell’istituzione pontificia (papale ammanto è una metonimia),

>>> L’idea centrale della concezione storica di Dante è che l’Impero Romano è l’autorità che Dio stesso ha predisposto alla tutela dell’ordine politico sulla Terra. Dunque, per Dante, Dio concesse ad Enea la discesa all’Inferno affinché questa favorisse il compimento del suo importante destino di fondatore di un ordine politico provvidenziale.

Versi 28 – 30

Andovvi poi lo Vas d’elezïone,
per recarne conforto a quella fede
ch’è principio a la via di salvazione.

[vv. 28 – 30] In un secondo momento si recò nell’Aldilà il Vas Electionis (Vas Electionis è il nome con cui veniva chiamato S. Paolo negli Atti degli Apostoli) con lo scopo di riportare da lì un maggior credito per quella fede che è l’unica via per la salvezza (ovvero: “per riportare, dal viaggio nell’aldilà, conferme e rassicurazioni che aiutassero la fede cristiana ad essere creduta e diffondersi”).

>>> La seconda figura di cui Dante ricorda la discesa nel’oltretomba è S. Paolo. Questi, vissuto agli albori della diffusione del cristianesimo nel mondo, aveva votato la propria vita a consolidare in tutti gli uomini la fede cristiana, e Dio gli aveva concesso di vedere l’aldilà proprio affinché egli traesse da questa esperienza gli argomenti necessari alla persuasione degli uomini. Questa considerazione acuisce ulteriormente il senso di indegnità di Dante.

Versi 31 – 33

Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri ’l crede.

[vv. 31 – 33] Ma io, per quale motivo dovrei poter venire qui? Chi mi autorizza? In non sono Enea e non sono San Paolo: né io stesso, né nessun altro può credere che io sia all’altezza di questa impresa.

Versi 34 – 36

Per che, se del venire io m’abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono”.

[vv. 34 – 36] Ragion per cui, se io acconsento a venire qui (nell’Inferno), ho paura che il mio viaggio risulti temerario. Tu (ossia: “Tu, oh Virgilio”) sei un uomo sapiente, e hai senz’altro compreso più di quanto io non sia riuscito a spiegare.

Versi 37 – 39

E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle,

[vv. 37 – 39] E come colui che non desidera più qualcosa che in precedenza desiderava, e, per il sopraggiungere di nuovi pensieri, muta il proprio proposito al punto da abbandonare completamente ciò che aveva appena incominciato,

Versi 40 – 42

tal mi fec’ïo ’n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la ’mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta.

[vv. 40 – 42] allo stesso modo mi comportai io mentre ero su quel pendio buio, poiché, a forza di pensarci, rovinai l’impresa che ero stato così pronto ad intraprendere.

>>> Similitudine, come di consueto distribuita su due terzine: la prima terzina reca la figura (E qual è quei…), e la seconda reca il figurato (tal mi fec’io…). Dal paragone con l’uomo volubile, che cambia idea e abbandona quanto ha iniziato, Dante descrive in che modo il dubbio assillante sia giunto ad annullare completamente lo slancio con cui egli aveva inizialmente abbracciato l’idea del viaggio oltremondano (alla fine del Canto I dell’Inferno).

Torna su
Versi 43 – 142: Spiegazione di Virgilio

Inizia qui il racconto che dovrà fugare ogni dubbio a Dante: Virgilio racconta di aver ricevuto, mentre si trovava nel Limbo, una visita di Beatrice, e riferisce le parole con le quali la fanciulla lo ha pregato di recarsi in soccorso di Dante, bloccato dalle tre fiere, sulla via della salvezza. In questo modo Dante apprende che egli non si sta muovendo da solo. All’origine del suo “andare” c’è una volontà divina, la volontà della Vergine Maria. E’ stata infatti la Vergine che, mossa dalla pietà per la sua anima, ha mobilitato Santa Lucia e Beatrice perché egli fosse soccorso. Tre donne benedette del cielo, tra cui la Vergine Maria, vogliono questo viaggio ultraterreno, che perciò non è temerario, né irrispettoso dei limiti posti da Dio all’essere umano.

Versi 43 – 45

“S’i’ ho ben la parola tua intesa”,
rispuose del magnanimo quell’ombra,
“l’anima tua è da viltade offesa;

[vv. 43 – 45] “Se ho capito bene quello che hai detto”, rispose l’ombra di quel grande uomo (ossia: “rispose l’ombra di Virgilio”), “il tuo animo è colpito dalla pusillanimità,

Versi 46 – 48

la qual molte fïate l’omo ingombra
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ombra.

[vv. 46 – 48] la quale (pusillanimità), molto spesso, ostacola a tal punto l’uomo, dal farlo desistere dalle imprese onorevoli, come fa l’impressione di qualcosa che di fatto non c’è (falso veder) quando spaventa un animale.

>>> Il paragone con l’animale che crede di vedere qualcosa sul suo cammino, e per timore si rifiuta di avanzare, descrive perfettamente l’idea dantesca di “viltade”. Nella concezione di Dante la viltade (ossia la “pusillanimità”) è quella scarsa considerazione di sé che, persuadendo l’uomo dell’esistenza di ostacoli che in realtà non esistono, gli impedisce di compiere le grandi imprese. Il valore opposto alla viltade è la magnanimità.

Versi 49 – 51

Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi
nel primo punto che di te mi dolve.

[vv. 49 – 51] Affinché tu ti possa liberare da questa paura, ti racconterò perché sono venuto (ossia “perché io sono venuto in tuo soccorso”, sulla piaggia al Canto I) e ciò che ho sentito dire (ossia: “ciò che mi è stato detto”) nel momento in cui per la prima volta ho provato dolore per te (ossia: “nel momento in per la prima volta ho sentito parlare di te e ho appreso della tua compassionevole condizione”).

Pubblicità

Versi 52 – 54

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.

[vv. 52 – 54] Io mi trovavo tra coloro che stanno sospesi (ossia: “io mi trovavo tra le anime del Limbo, sospese in uno stadio intermedio tra anime salvate e anime dannate”) e sono stato chiamato da una donna beata e tanto bella nell’aspetto, che io non le ho chiesto altro che d’impartirmi ordini.

>>> “Coloro che stanno sospesi” sono le anime che la volontà divina destina al Limbo, il primo cerchio dell’Inferno, dove si trovano i virtuosi non battezzati (o perché morti prima di ricevere il sacramento o perché vissuti presso popoli di altre religioni).

Versi 55 – 57

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella:

[vv. 55 – 57] I suoi occhi risplendevano più di quanto faccia una stella, ed ella ha cominciato a dirmi, con dolcezza e semplicità, e con voce di angelo, nel suo parlare:

>>> La descrizione di Beatrice fatta da Virgilio è carica di accenti stilnovisti (tali sono il motivo degli occhi splendenti, il paragone con la stella – che ricorre identico in celebri liriche di Cavalcanti e Guinizzelli – le qualità della soavità e della chiarezza del parlare, il riferimento all’angelo). Questi richiami svolgono una precisa funzione, quella trait d’union tra la Vita Nuova, l’opera-monumento della poesia stilnovista di Dante, incentrata sul canto dell’amore per Beatrice, e questo passo, il primo in cui la figura della fanciulla si riaffaccia dopo la conclusione di quella stagione lirica.

Versi 58 – 60

“O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto ’l mondo lontana,

[vv. 58 – 60] (Parla Beatrice:) “Oh nobile anima che provieni da Mantova (ossia: “Oh tu, Virgilio, nativo di Andes, presso Mantova), la cui fama perdura ancora nel mondo terreno, e durerà tanto a lungo nel tempo (lontana) quanto durerà il mondo stesso (Virgilio era, all’epoca di Dante, l’autore pagano più conosciuto e letto).

>>> Il discorso di Beatrice si apre con una topica “captatio benevolentiae” ovvero una parte fissa dell’orazione, a carattere introduttivo, avente la specifica funzione di guadagnarsi il favore dell’interlocutore.

Versi 61 – 63

l’amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt’è per paura;

[vv. 61 – 63] Colui che mi ha amato sinceramente e non in maniera interessata (ossia: “Dante Alighieri, che mi mi ha amato sinceramente e mi dedicato versi celebrativi ispirati da un amore del tutto disinteressato”), in questo momento si trova su un pendio deserto, a tal punto bloccato nel suo cammino, che, a causa della paura, egli sta retrocedendo,

>>> L’allusione all’amore disinteressato non è casuale, né generica, ma costituisce un voluto riferimento allo “stilo de la loda”, quella maniera poetica fondata sulla celebrazione del tutto disinteressata dell’amata, che Dante considera il punto più alto toccato dalla sua poesia giovanile, e l’autentica novità che egli ha introdotto nel panorama stilnovista italiano con la stesura della Vita Nuova.

>>> La “diserta piaggia” è ovviamente il pendio sul quale Dante si è trovato bloccato dalle tre fiere – la lonza, il leone e, in particolare, dalla lupa – prima di essere soccorso da Virgilio, nel Canto I dell’Inferno.

Versi 64 – 66

e temo che non sia già sì smarrito,
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.

[vv. 64 – 66] ed io, stando a ciò che ho sentito dire al suo riguardo nel cielo (v. 66), ho paura di essermi attivata in ritardo per soccorrerlo (v.65), a tal punto egli è già perduto (v.64).

>>> “Temo che non” per dire “temo che” è un uso derivato dalla lingua latina, nella quale, in particolari casi, i verbi indicanti timore vengono costruiti con la negazione.

Versi 67 – 69

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ ha mestieri al suo campare,
l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.

[vv. 67 – 69] Ora vai, e con il tuo eloquente linguaggio, e con ciò che è necessario (ciò c’ha mestieri) soccorrilo in modo che egli si salvi (al suo campare: lett. “per la sua sopravvivenza”), affinché io trovi conforto.

Versi 70 – 72

I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.

[vv. 70 – 72] Io, che ti sto chiedendo di andare, sono Beatrice, e provengo da un luogo nel quale desidero ritornare (il Paradiso): è stato l’amore a farmi venire da te e a farmi parlare.

>>> Da notare come venga volutamente lasciato nell’incertezza se l’amore che ha spinto Beatrice a recarsi da Virgilio, sia un amore umano (l’amore di una donna per un uomo) o divino (la virtù di carità).

Versi 73 – 75

Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui”.
Tacette allora, e poi comincia’ io:

[vv. 73 – 75] Quando mi troverò davanti al mio Dio, io tesserò ripetutamente le tue lodi di fronte a Lui”. Poi tacque ed io incominciai a dire:

Versi 76 – 78

“O donna di virtù sola per cui
l’umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c’ ha minor li cerchi sui,

[vv. 76 – 78] (Comincia il discorso con cui Virgilio risponde a Beatrice:) “Oh, regina della virtù, quell’unica qualità che permette al genere umano di sollevarsi verso Dio, trascendendo i confini della Terra (lett.: “quell’unica qualità grazie alla quale la specie umana trascende ogni cosa contenuta entro quel cielo i cui cerchi sono i più piccoli di tutti”; il cielo menzionato è il cielo della Luna),

>>> Il cosmo dantesco è formato da 9 cieli, l’uno dentro l’altro, come 9 sfere concentriche, al centro dei quali sta la Terra. Il cielo della Luna è il primo e più piccolo di questi cieli, quello direttamente a contatto con la Terra. Dunque dicendo “ogni cosa contenuta entro il cielo della Luna” Dante intende dire “ogni cosa che c’è sulla Terra”, “ogni cosa terrena”.

Versi 79 – 81

tanto m’aggrada il tuo comandamento,
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.

[vv. 79 – 81] a tal punto è a me gradito un tuo ordine, che l’obbedirvi mi apparirebbe tardivo anche nel caso in cui stessi già obbedendo; non hai bisogno d’altro che di espormi ciò che desideri.

Pubblicità

Versi 82 – 84

Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.

[vv. 82 – 84] Ma (prima) svelami la ragione per la quale non hai timore di scendere quaggiù, in questo centro (l’Inferno, al centro della terra), da quel luogo spazioso nel quale desideri ardentemente di tornare (la perifrasi indica il Paradiso)”.

>>> Virgilio chiama l’Inferno “centro” perché nel cosmo dantesco l’Inferno è al centro della Terra. “Ampio loco” è invece chiamato l’Empireo, il più esterno e dunque il più ampio, dei 9 cieli che circondano a Terra. Proprio nell’Empireo ha sede il Paradiso.

Versi 85 – 87

“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente”, mi rispuose,
“perch’i’ non temo di venir qua entro.

[vv. 85 – 87] “Poiché il tuo è un interesse così profondo, ti spiegherò brevemente” mi rispose (Beatrice) “la ragione per cui io non temo di venire qui dentro (nell’Inferno)”

Versi 88 – 90

Temer si dee di sole quelle cose
c’ hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose.

[vv. 88 – 90] Devono essere temute unicamente quelle cose che hanno il potere di fare del male, mentre non devono essere temute tutte le altre, perché non sono tali da far paura.

Versi 91 – 93

I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale.

[vv. 91 – 93] Io sono stata resa da Dio, per sua grazia, tale che la misera condizione vostra (vostra: “di tutti voi dannati”) non può toccarmi, né mi può attaccare la fiamma del fuoco infernale (esto ‘ncendio)

>>> Le parole di Beatrice, calcate sulle affermazioni riferite ai “giusti” nel Libro della Sapienza della Bibbia cristiana, hanno lo scopo di restituire l’immagine dell’intramontabile serenità di un mondo – il Paradiso – infinitamente lontano rispetto a quello dei dannati.

Versi 94 – 96

Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo ‘mpedimento ov’io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange.

[vv. 94 – 96] Nel Paradiso c’è una nobile donna (la Vergine) che si duole per via di questo impedimento che io ti invio a rimuovere (l’impedimento sono le tre fiere che bloccano Dante sulla via verso la salvezza), al punto che lassù (ossia: “nel Paradiso”) quella donna (la Vergine) giunge ad infrangere una ferrea regola di Dio.

>>> L’identificazione della “Donna gentil” con la Vergine Maria è certa e trova d’accordo tutti i commentatori, del resto solo la Vergine può infrangere un decreto di Dio.

Versi 97 – 99

Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando -.

[vv. 97 – 99] Costei (la Vergine) ha chiamato a sé Santa Lucia, e le ha detto: “Ora il tuo fedele ha bisogno di te, ed è a te che io lo raccomando”

>>> Santa Lucia è una martire del IV sec. d.C., venerata come protettrice della vista, vissuta nella città siciliana di Siracusa e uccisa sotto la persecuzione messa in atto dall’imperatore Diocleziano. Nell’allegoria del Poema è figura della grazia illuminate, che soccorre gli uomini aprendo i loro occhi. Il peso che viene dato alla figura di S. Lucia nella Commedia dantesca è determinato sia da ragioni di carattere biografico, sia da ragioni puramente letterarie. Sul piano biografico bisogna sapere che Dante aveva una particolare devozione per questa Santa, come suggeriscono le parole che la Vergine rivolge a Lucia nei versi successivi, e come risulta anche dalla testimonianza del figlio di Dante, Jacopo; sul piano letterario la fama di protettrice della vista e lo stesso nome “Lucia”, si adattavano perfettamente al ruolo che la Santa era chiamata a svolgere nell’allegoria della Commedia, ossia di figura della grazia illuminante.

Versi 100 – 102

Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele.

[vv. 100 – 102] Santa Lucia, nemica di ogni crudeltà (crudele è neutro sostantivato), si è messa in moto, ed ha raggiunto il luogo in cui io mi trovavo, seduta al fianco dell’antica Rachele.

>>> Rachele è una figura biblica, figlia di Labano e moglie di Giacobbe; gli interpreti della Bibbia la consideravano figura della vita contemplativa. Beatrice, in quanto scienza delle cose divine, è collocata significativamente vicino alla vita contemplativa (rappresentata da Rachele).

Versi 103 – 105

Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera?

[vv. 103 – 105] (Santa Lucia) Ha detto: “Oh Beatrice, autentico vanto di Dio, perché non soccorri l’uomo che ti ha amato al punto che, in forza di quell’amore per te, è riuscito ad emergere dalla schiera del volgo?”.

>>> L’amore che Dante ha nutrito per Beatrice, sia intendendo questa come donna, sia come figura della scienza delle cose divine, è la forza che ha spinto il poeta dapprima al percorso di ingentilimento stilnovista, e poi al percorso di perfezionamento intellettuale, filosofico-morale e teologico, che lo ha fatto emergere sul volgo.

Versi 106 – 108

Non odi tu la pieta del suo pianto,
non vedi tu la morte che ’l combatte
su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? -.

[vv. 106 – 108] Non senti il suo compassionevole pianto? Non riesci a vedere come la morte lo aggredisca (ossia: “non vedi come egli lotti contro il peccato per scongiurare la morte della sua anima”), tra flutti (fiumana) ben più terribili di quelli del mare (ove’l mar non ha vanto: lett. “tra flutti che il mare non può vantarsi di superare con le proprie onde”)?

>>> L’immagine descrive la lotta che Dante sta affrontando sulla “piaggia” per guadagnarsi la via del colle, e dunque allegoricamente, lo sforzo del Dante peccatore, che non riesce a lasciarsi definitivamente alle spalle il peccato e si trova in balìa di una burrasca, quella delle passioni, più potente di una burrasca marina.

Versi 109 – 111

Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com’io, dopo cotai parole fatte,

[vv. 109 – 111] Nel mondo non è mai vissuto nessuno tanto veloce nel fare un proprio interesse o nel rifuggire un proprio danno, quanto sono stata veloce io, dopo che sono state pronunciate queste parole,

Versi 112 – 114

venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch’onora te e quei ch’udito l’ hanno”.

[vv. 112 – 114] nel venire fin quaggiù dal mio seggio di beata (ossia: “dal mio posto in Paradiso”), riponendo fiducia nella tua eloquenza (parlare onestoche onora te e coloro che l’hanno ascoltata”.

Pubblicità

Versi 115 – 117

Poscia che m’ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più presto.

[vv. 115 – 117] Dopo avermi detto ciò, piangendo ella ha voltato i suoi occhi splendenti, col qual gesto (ossia: “e con il gesto di piangere e cercare di celare le lacrime sugli occhi”) mi ha indotto ad essere ancor più rapido nel venire a soccorrerti”.

Versi 118 – 120

E venni a te così com’ella volse:
d’inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse.

[vv. 118 – 120] Ed io sono venuto da te, così come ella (Beatrice) ha voluto: e ti ho trascinato via da davanti quella belva (la lupa, simbolo dell’avidità incontrata al Canto I dell’Inferno), che ti stava impedendo la via breve verso il bel monte (il colle alle cui spalle Dante ha visto il sole: figura della via in salita verso la salvezza).

Versi 121 – 123

Dunque: che è perché, perché restai,
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza non hai,

[vv. 121 – 123] Perciò: che cosa succede? Perché ti sei fermato? Perché permetti che tanta viltà alberghi nel tuo cuore? Come possono mancarti coraggio e prodezza,

Versi 124 – 126

poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e ’l mio parlar tanto ben ti promette?”.

[vv. 124 – 126] se tre donne benedette, e di tale valore (tai: tali), si danno premura per te nella corte del cielo (nel Paradiso), e le mie parole ti assicurano un esito del tutto felice?

>>> Dante non sta dunque passando il segno, non sta andando oltre il lecito senza tener conto di limiti e divieti, il suo viaggio nell’aldilà non è superbo, temerario, irrispettoso dei limiti posti da Dio alla natura umana, ma è la grande impresa che il cielo lo chiama ad affrontare, l’impresa del conseguimento della propria salvezza per mezzo della conoscenza guidata dalla fede.

Versi 127 – 129

Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo,

[vv. 127 – 129] Come i fiorellini, piegati e chiusi dal gelo della notte, appena il sole li illumina con la chiara luce dell’alba (li imbianca), ritornano diritti sul proprio stelo e si dischiudono completamente,

Versi 130 – 132

tal mi fec’io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca:

[vv. 130 – 132] così anch’io (ripresi vigore), pur nella mia debole forza, e tanto fiducioso coraggio pervase il mio cuore, che io comincia a dire, come un uomo valoroso:

>>> Nuova similitudine, distribuita, come di regola, su due terzine, delle quali la prima reca la figura (Quali fioretti…) e la seconda reca il figurato (Tal mi fec’io). Ricorrendo al paragone con i “fioretti”, i fiori delicati, che al mattino recuperano vigore dopo essere stati prostrati dal freddo notturno, Dante descrive il rinnovato entusiasmo con cui egli è tornato a pensare al viaggio ultraterreno.

Versi 133 – 135

“Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse!

[vv. 133 – 135] “Oh come si è dimostrata compassionevole colei che è venuta in mio soccorso (Beatrice)! E come ti sei dimostrato nobile tu che hai obbedito prontamente alle parole sincere che ella ti ha detto.

Versi 136 -138

Tu m’ hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto.

[vv. 136 – 138] Tu, con le tue parole, hai a tal punto reso il mio cuore desideroso di seguirti, che io sono ritornato al mio proposito iniziale,

Versi 139 -141

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro”.
Così li dissi; e poi che mosso fue,

[vv. 139 – 141] Avanza pure, dunque, perché ora la nostra volontà è la medesima: oh mia guida, oh mio condottiero, oh mio maestro”. Questo io dissi a lui, e, quando riprese a camminare,

Verso 142

intrai per lo cammino alto e silvestro.

[v. 142] feci il mio ingresso nel cammino profondo e disagevole.