Archivio testo: Inferno Canto 4

Inferno, Canto IV (4), parafrasi e commento

INFERNO

CANTO 4

Divina Commedia, Inferno IV

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Versi 1 – 3

Ruppemi l’alto sonno ne la testa
un greve truono, sì ch’io mi riscossi
come persona ch’è per forza desta;

[vv. 1 – 3] Un tuono dal suono grave interruppe il sonno profondo nella mia testa, cosicché io mi ridestai come una persona che viene risvegliata violentemente

>>> Dante si sta ridestando dallo svenimento che lo ha colpito in chiusura del Canto III, quando, sulle rive dell’Acheronte, il poeta ha perso i sensi a seguito del deflagrare di un uno spaventoso terremoto accompagnato da un improvviso bagliore di colore rosso.

Versi 4 – 6

e l’occhio riposato intorno mossi,
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov’io fossi.

[vv. 4 – 6] e volsi intorno lo sguardo riposato, dopo essermi alzato in piedi, e guardai attentamente, per capire in che luogo fossi.

Versi 7 – 9

Vero è che ’n su la proda mi trovai
de la valle d’abisso dolorosa
che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.

[vv. 7 – 9] Fatto sta che mi ritrovai sul ciglio (proda) della dolorosa voragine infernale, che racchiude in un unico grande boato l’eco di infinite grida di dolore (le grida dei dannati che vi si trovano dentro).

>>> Il luogo in cui Dante si sveglia è la riva dell’Acheronte opposta a quella sulla quale è svenuto nel Canto III. Qui, si apre la voragine infernale. Per capire cosa intenda il poeta per proda (ciglio, orlo) bisogna ricordare che: Dante immagina l’Inferno come un abisso profondo, a forma circolare d’imbuto, che si restringe progressivamente man mano che si va verso il basso fino a raggiungere il centro ella terra, dove si trova conficcato Lucifero. Ora il poeta si trova sul ciglio che si affaccia sulla voragine, l’orlo superiore di questo imbuto. Il sonno sopraggiunto con lo svenimento è stato così profondo che il poeta non si è reso conto di come abbia fatto a superare il fiume (ricordiamo infatti che, per bocca di Virgilio, Dante ha saputo che a nessuna anima che non sia stata dannata è concesso di attraversare l’Acheronte sulla barca di Caronte), e l’espressione “Vero è che…” veicola per l’appunto lo stupore del pellegrino nel ritrovarsi in quel luogo, come a dire: “Non so come accadde, so solo che mi ritrovai …”.

Versi 10 – 12

Oscura e profonda era e nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna cosa.

[vv. 10 – 12] (La voragine) era buia, profonda e fumosa, tanto che, per quanto io tentassi di scrutare a fondo, il mio sguardo (lo viso) non riusciva a scorgervi nulla.

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Versi 13 – 15

«Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,
cominciò il poeta tutto smorto.
«Io sarò primo, e tu sarai secondo».

[vv. 13 – 15] “Scendiamo ora quaggiù nel mondo buio” iniziò a dire il poeta, parecchio impallidito. “Io sarò il primo (a scendere) e tu mi seguirai”.

Versi 16 – 18

E io, che del color mi fui accorto,
dissi: «Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?».

[vv. 16 – 18] E io, che mi ero accorto del colorito (del pallore comparso sul volto di Virgilio) dissi: “Come avanzerò, se (perfino) tu sei intimorito, proprio tu che sei solito infondermi coraggio quando vengo atterrito dalla paura?”

Versi 19 – 21

Ed elli a me: «L’angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti.

[vv. 19 – 21] Ed egli mi rispose: “Il tormento dei dannati che si trovano quaggiù fa apparire sul mio viso quella pietà che tu hai scambiato per timore (tema).

>>> Virgilio nel dirsi non intimorito, bensì impietosito, di fronte al tormento che le anime dannate provano nei gironi infernali, introduce quello che sarà un tema chiave di tutto l’Inferno: il tema della pietà per il dannato.

Versi 22 – 24

Andiam, ché la via lunga ne sospigne».
Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che l’abisso cigne.

[vv. 22 – 24] Ma ora andiamo! Poiché il lungo cammino (che abbiamo davanti) ci costringe a proseguire senza esitare oltre (ci sospigne: ci mette fretta)”. Detto questo, entrò, e fece entrare anche me nel primo cerchio che cinge l’abisso infernale.

>>> Il “primo cerchio” di cui si parla è il Limbo, che Dante, concordemente con la tradizione teologica, pone nella parte più alta dell’inferno. Limbus, infatti, significa in latino “orlo, lembo”. I teologi insegnavano che per l’appunto nell’orlo superiore dell’Inferno, detto Limbo, trovavano “sistemazione” due generi di anime di per sé innocenti, che tuttavia, non essendo state battezzate, non potevano essere considerate tra i beati: gli ebrei giusti e i fanciulli. Per ebrei giusti si intendevano patriarchi, profeti e in generale di tutti gli ebrei che, pur essendo vissuti prima della venuta di Cristo, avevano creduto nel Signore. Questi però, erano stati portati via dal Limbo già da un millennio, perché dottrina voleva che Cristo, all’indomani della morte sulla croce, fosse disceso nell’Inferno e li avesse condotti con sé in Paradiso. Pertanto, stando alle teorie teologiche dell’epoca di Dante, nel Limbo restavano tutti i bambini defunti prima di essere battezzati. Il Limbo Dantesco si adegua a queste teorie e, del Limbo teologico, mantiene anche i caratteri tradizionali di luogo dove non c’è reale tormento, in cui la dannazione consiste fondamentalmente nella cosiddetta “pena del danno”: vale a dire la mancanza della visione di Dio. Tuttavia Dante opera una grande “personalizzazione” del Limbo tradizionale, piegandolo ad una sua speciale esigenza ideologica, quella di dare una collocazione che non sia “vero inferno” ad una speciale categoria di non battezzati: i grandi e i sapienti pagani, ed in genere tutti gli uomini giusti i quali, essendo nati prima dell’avvento di Cristo, o in terre di altre religioni, non potevano essere collocati tra i beati del Paradiso: così il Limbo diventa qui, per la prima volta, la sede delle anime di illustri antichi: Virgilio, anzitutto, ma anche di Omero, Orazio, Ovidio, Lucano, Elettra, Ettore, Enea, Cesare e di infedeli di fama: Averroè, Avicenna, Saladino.

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Versi 25 – 27

Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri,
che l’aura etterna facevan tremare;

[vv. 25 – 27] In questo luogo, stando a quello che si poteva supporre dal solo ascoltare (perché la vista è impedita, come detto, dalle tenebre) , non c’era altro tipo di lamento all’infuori dei sospiri che facevano tremare l’aria eterna.

>>> L’assenza di pianti e lamenti è un dato significativo: come già detto il Limbo dantesco mantiene i caratteri tradizionali di luogo in cui non c’è beatitudine, ma neppure c’è tormento (da cui l’assenza di dolore e quindi di grida). Nel Limbo la dannazione consiste nella cosiddetta “pena del danno”: la mancanza della visione di Dio, che, frustrando il più grande desiderio proprio di ogni anima, quello di vedere Dio, fa sospirare di rimpianto queste anime.

Versi 28 – 30

ciò avvenia di duol sanza martìri
ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
d’infanti e di femmine e di viri.

[vv. 28 – 30] Ciò accadeva a causa di una sofferenza (duol) non derivante da pene fisiche, provata tuttavia da molte numerose schiere di anime comprendenti bambini, donne e uomini.

>>> Il riferimento alle “femmine” e ai “viri”, ovvero alla presenza nel Limbo di donne e uomini adulti, oltre agli infanti, è una prima spia del personale arricchimento dantesco del Limbo con figure di adulti pagani.

Versi 31 – 33

Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,

[vv. 31 – 33] Il buon maestro mi disse: “Non mi domandi che genere di anime siano queste che vedi? Desidero che tu sappia, prima di procedere oltre,

Versi 34 – 36

ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch’è porta de la fede che tu credi;

[vv. 34 – 36] che queste anime non commisero peccati e che anzi, esse potrebbero addirittura aver conseguito dei meriti (in vita), ma ciò non basta (per permetter loro di entrare in Paradiso), per la ragione che esse non furono battezzate, prerequisito essenziale (lett. l’ingresso) della fede in cui tu credi;

>>> Qui viene sintetizzata la dottrina del Limbo: il merito, che l’uomo acquista col ben operare, da solo non è sufficiente a raggiungere Dio: per raggiungere Dio è indispensabile che il merito sia unito a quella grazia che il cristiano ottiene con il battesimo, il primo dei sacramenti, la porta d’accesso alla fede cristiana. Senza battesimo non c’è Paradiso.

Versi 37 – 39

e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo.

[vv. 37 – 39] Potrebbe anche darsi che siano anime vissute prima del Cristianesimo, e non abbiano adorato Dio nel modo giusto (furono cioè devote alle divinità pagane): io stesso faccio parte di questa schiera.

>>> Gli abitanti del Limbo dantesco sono pertanto oltre ai tradizionali fanciulli innocenti, i giusti non battezzati dell’era cristiana e i giusti non ebrei dell’era precristiana, ovvero tutti gli uomini giusti esclusi dalla fede in Cristo per cause meramente geografiche o cronologiche.

Versi 40 – 42

Per tai difetti, non per altro rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi,
che sanza speme vivemo in disio».

[vv. 40 – 42] Per tali mancanze, non a causa di altri peccati, siamo dannati, e soffriamo soltanto di questo: del fatto che viviamo nel desiderio perenne (di vedere Dio) senza la speranza di poterlo appagare.

Versi 43 – 45

Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.

[vv. 43 – 45] In cuor mio provai un’immensa sofferenza, quando udii queste parole, poiché seppi che gente di grande valore era sospesa in quella condizione intermedia (limbo: qui col significato etimologico di “ciglio”, “orlo” e quindi, per metafora: sul quel ciglio, su quella linea di confine tra dannazione e beatitudine).

Versi 46 – 48

«Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,
comincia’ io per voler esser certo
di quella fede che vince ogne errore:

[vv. 46 – 48] “Dimmi, mio maestro, dimmi, oh signore” dissi, per aver conferma di ciò che affermava quella fede (la fede cristiana) che sconfigge ogni falsa credenza:

>>> Dante sta per chiedere una conferma esplicita della teoria teologica che affermava la discesa di Cristo nell’Inferno. Secondo la teologia, infatti, all’indomani della sua morte sulla croce, il Redentore era disceso nella voragine infernale per liberare dal Limbo tutti i patriarchi, i profeti e gli uomini giusti ebrei, i quali, pur avendo vissuto nella fede, non erano potuti salire in Paradiso una volta morti perché, non essendo Cristo ancora sceso sulla terra, non erano ancora stati liberati dal peccato originale.

Versi 49 – 51

«uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?».
E quei che ’ntese il mio parlar coverto,

[vv. 49 – 51] “Uscì mai da qui (da questa condizione, dal Limbo) qualche anima, o per proprio merito, o per merito altrui, che poi sia salita al Paradiso?” Ed egli (Virgilio), che comprese il senso implicito delle mie parole

>>> Il parlare di Dante è “coverto” ovvero “non esplicito” perché per Dante è regola, nel corso dell’Inferno, non nominare mai Cristo con il suo nome e riferirsi a lui sempre per allusioni.

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52 – 54

rispuose: «Io era nuovo in questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria coronato.

[vv. 52 – 54] rispose: “Io mi trovavo qui da poco tempo, quando vidi giungere fin qui un potente (Cristo), incoronato con il simbolo della vittoria (la croce, simbolo della vittoria sul male).

>>> Cristo muore sulla croce nell’anno 33 d.C., e discende agli Inferi per liberare profeti e patriarchi ebrei all’indomani della morte. A questa data (il 33 d.C.) Virgilio, che è morto nell’anno 19 a.C. si trova nel Limbo da 53 anni, pochi rispetto agli oltre mille che separano quel momento dal colloquio con Dante.

Versi 55 – 57

Trasseci l’ombra del primo parente,
d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
di Moisè legista e ubidente;

[vv. 55 – 57] Egli portò via di qui l’anima del primo genitore (Adamo), di suo figlio Abele e quella di Noè, di Mosè legislatore e servitore di Dio,

>>> Mosè è detto “legislatore” perché fu proprio da lui che il popolo d’Israele ricevette le leggi di Dio, ma anche “ubidiente” perché obbediente a Dio, servo del Signore.

Versi 58 – 60

Abraàm patriarca e Davìd re,
Israèl con lo padre e co’ suoi nati
e con Rachele, per cui tanto fé;

[vv. 58 – 60] il patriarca Abramo e il re Davide. Israele (ovvero Giacobbe, cui fu dato il nome Israel = “campione di Dio”, dopo che sostenne la lotta notturna con l’Angelo) insieme al padre (Isacco) e i suoi figli, e con la moglie Rachele, per (sposare) la quale faticò molto (Giacobbe infatti, per poter avere in moglie Rachele dové servire Laban, padre di Rachele, per 14 anni)

Versi 61 – 63

e altri molti, e feceli beati.
E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran salvati».

[vv. 61 – 63] E (portò via) molte altre anime, e le rese beate. E voglio che tu sappia che, prima di loro, nessuna anima era mai stata salvata”.

>>> La teoria teologica della discesa agli Inferi di Cristo è perciò perfettamente confermata da Virgilio.

Versi 64 – 66

Non lasciavam l’andar perch’ei dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi.

[vv. 64 – 66] Non smettevamo di camminare, sebbene egli andasse avanti a parlare, ma continuavamo ad attraversare il bosco, quel bosco, intendo, fitto di anime (l’affollamento delle anime nel Limbo è suggerito attraverso questa immagine del bosco fitto di alberi).

Versi 67 – 69

Non era lunga ancor la nostra via
di qua dal sonno, quand’io vidi un foco
ch’emisperio di tenebre vincia.

[vv. 67 – 69] Non avevamo fatto molta strada dal luogo in cui mi ero risvegliato dal sonno (l’orlo della voragine infernale), quando vidi una fiamma che rompeva (vincia: vinceva) le tenebre formando un emisfero luminoso.

Versi 70 – 72

Di lungi n’eravamo ancora un poco,
ma non sì ch’io non discernessi in parte
ch’orrevol gente possedea quel loco.

[vv. 70 – 72] Eravamo ancora un po’ distanti da essa (dalla sorgente di luce), ma non al punto che io non riuscissi a distinguere almeno parzialmente che gente degna d’onore, si trovasse in quel luogo.

Versi 73 – 75

«O tu ch’onori scienzia e arte,
questi chi son c’hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?».

[vv. 73 – 75] “Tu che onori la scienza e l’arte (rivolto a Virgilio, possessore di sapienza filosofica – scienza – e di tecnica letteraria – arte – ), chi sono costoro, che godono di un simile onore, che li differenzia dalle altre anime?”

Versi 76 – 78

E quelli a me: «L’onrata nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazia acquista in ciel che sì li avanza».

[vv. 76 – 78] Ed egli mi rispose: “La loro fama onorevole, che ancora risuona sulla terra (ne la tua vita), ottiene in cielo uno speciale favore che li privilegia in questa maniera”.

>>> Le anime di illustre fama di cui discutono Dante e Virgilio sono, come si vedrà, gli spiriti di quattro grandi autori della classicità greca e latina e vale a dire Omero, Orazio, Ovidio e Lucano. Il Limbo dantesco prevede, in maniera del tutto originale, senza riscontro nella teologia, uno speciale trattamento per gli “spiriti magni”, ovvero le anime appartenute ai grandi del passato, avallando perciò l’ipotesi di una gradazione della pena all’interno dello stesso Limbo, relazionata ai meriti acquisiti in vita.

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Versi 79 – 81

Intanto voce fu per me udita:
«Onorate l’altissimo poeta:
l’ombra sua torna, ch’era dipartita».

[vv. 79 – 81] Nel frattempo fu udita da me una voce: “Onorate l’altissimo poeta: la sua ombra, che si era allontanata, torna da noi”.

>>> Le parole, pronunciate da uno dei quattro spiriti, si riferiscono ovviamente a Virgilio, e suggeriscono che anche l’autore dell’Eneide facesse parte del gruppo degli “spirti magni”, prima che la necessità di soccorrere Dante, smarritosi oltre la selva, determinasse il suo allontanamento dal Limbo.

Versi 82 – 84

Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand’ombre a noi venire:
sembianz’avevan né trista né lieta.

[vv. 82 – 84] Quando questa voce si fu fermata e tacque, vidi quattro grandi ombre venire verso di noi: avevano un aspetto né triste né lieto.

>>> L’aspetto né triste, né lieto degli “spirti magni” simboleggia e sottolinea la speciale natura del Limbo, luogo senza beatitudine e senza tormento.

Versi 85 – 87

Lo buon maestro cominciò a dire:
«Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire:

[vv. 85 – 87] Il buon maestro (Virgilio) cominciò a dire: “”Guarda quello con la spada in mano, che avanza davanti agli altri tre come fosse il loro signore:

Versi 88 – 90

quelli è Omero poeta sovrano;
l’altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.

[vv. 88 – 90] quello è Omero, il sovrano dei poeti; l’altro che viene dietro è il poeta satirico Orazio; Ovidio è il terzo, e l’ultimo è Lucano.

>>> La rappresentazione di Omero con la spada tra le mani deriva dall’iconografia medievale di Omero, improntata alla sua reputazione di poeta delle armi (in quanto cantore della guerra di Troia). La posizione di superiorità implicitamente riconosciuta ad Omero dalla sua collocazione davanti agli altri tre poeti, restituisce quell’immagine di Omero “poeta sovrano” che Dante apprendeva da una lunga, compatta ed univoca tradizione letteraria (da Cicerone, da Orazio, da Aristotele). L’epiteto “satiro” riferito ad Orazio, poeta noto e caro a Dante, si giustifica con il fatto che Orazio era stato l’autore, tra l’altro, di celebri “Satirae”. Ovidio (con le Metamorfosi) e Lucano (con la Pharsalia) erano invece i classici latini più noti durante il Medioevo, conosciuti da Dante ed emblematici, in generale, della grandezza letteraria passata.

Versi 91 – 93

Però che ciascun meco si convene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno bene».

[vv. 91 – 93] Poiché ciascuno di loro ha in comune con me il titolo (il titolo di poeta), menzionato da quella voce che ha parlato da sola (vale a dire: poiché anche loro sono tutti poeti come me), mi rendono onore, ed in questo fanno bene”.

Versi 94 – 96

Così vid’i’ adunar la bella scola
di quel segnor de l’altissimo canto
che sovra li altri com’aquila vola.

[vv. 94 – 96] Così vidi radunarsi la bella cerchia dei seguaci (scola) del maestro di quello stile elevato (Omero, massimo esponente dello stile epico), che vola sopra gli altri (stili) come un’aquila.

Versi 97 – 99

Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e ’l mio maestro sorrise di tanto;

[vv. 97 – 99] Dopo che ebbero conversato un po’ tra loro, si volsero verso di me con un cenno di saluto, e la mia guida (Virgilio) sorrise per questo gesto (per l’onore fatto a Dante da quel gruppo di autori),

Versi 100 – 102

e più d’onore ancora assai mi fenno,
ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.

[vv. 100 – 102] e poi mi fecero un onore ancor più grande (del saluto), poiché mi accolsero nella loro cerchia, cosicché io fui il sesto in quel gruppo di sapienti tanto validi.

Versi 103 – 105

Così andammo infino a la lumera,
parlando cose che ’l tacere è bello,
sì com’era ’l parlar colà dov’era.

[vv. 103 – 105] Così avanzammo fino alla luce (quella emanata dalla “fiamma che rompeva le tenebre formando un emisfero luminoso”, menzionata al v. 68), parlando di cose che è opportuno passare sotto silenzio ora, tanto quanto fu bello parlarne allora.

Versi 106 – 108

Venimmo al piè d’un nobile castello,
sette volte cerchiato d’alte mura,
difeso intorno d’un bel fiumicello.

[vv. 106 – 108] Giungemmo ai piedi di un nobile castello, circondato da sette cerchia di alte mura, e difeso tutt’intorno da un bel fiumicello.

>>> Questo luogo distinto, sede degli “spirti magni”, che Dante costruisce mescolando tratti derivati dalla tradizione classica dei Campi Elisi e tratti del locus amoenus medievale (il giardino, il verziere, ecc.), costituisce un altro elemento del tutto originale del Limbo dantesco, ignoto alla tradizione teologica. Il valore simbolico di questo castello non è del tutto chiaro: senz’altro il numero delle mura (7) come quello delle porte (7) suggerisce corrispondenze con le arti liberali (le discipline del Trivio e del Quadrivio) oppure con le sette branche della filosofia (Fisica, Metafisica, Etica, Politica, Economia, Matematica, Dialettica), o ancora con le virtù morali e intellettuali dell’essere umano (Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza e poi Intelligenza, Scienza e Sapienza), non è tuttavia semplice accordare la preferenza ad una teoria scartando le altre. Meno complicato stabilire il significato del fiume, che presenta chiaramente il valore simbolico di barriera, di difficoltà, di ostacolo che l’essere umano deve superare per il raggiungimento della condizione di “spirto magno”, ipotesi confermata dal fatto che il fiume venga attraversato con estrema facilità dai 4 autori classici che sono con Dante.

Versi 109 – 111

Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura.

[vv. 109 – 111] Superammo il fiume come se fosse asciutto (cioè con estrema facilità); passai attraverso sette porte insieme a questi uomini sapienti; infine giungemmo ad un prato di erba fresca.

Versi 112 – 114

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne’ lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.

[vv. 112 – 114] Vi si trovavano persone dagli sguardi lenti e solenni, di grande autorevolezza nell’aspetto: parlavano poco, con voci soavi.

Versi 115 – 117

Traemmoci così da l’un de’ canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti.

[vv. 115 – 117] Ci dirigemmo, da uno degli angoli (canti), in un luogo scoperto, luminoso ed alto dal quale si potevano vedere tutti.

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Versi 118 – 120

Colà diritto, sovra ’l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m’essalto.

[vv. 118 – 120] Là di fronte, sul terreno verdissimo, come smaltato, mi furono mostrati i grandi spiriti, per aver visto i quali io mi emoziono ancora oggi:

Versi 121 – 123

I’ vidi Eletra con molti compagni,
tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni.

[vv. 121 – 123] Vidi Elettra con molti compagni, tra i quali riconobbi Ettore ed Enea, e Cesare, armato e con gli occhi fieri e minacciosi.

>> Elettra è la madre di Dardano, e dunque la progenitrice della stirpe Troiana, i molti compagni sono per l’appunto i Troiani, tra i quali Dante riconosce il grande eroe dell’Iliade, Ettore, ed Enea, l’eroe virgiliano che, profugo da Troia, dette origine in Lazio alla stirpe dalla quale nacquero Romolo e Remo. Alla figura di Enea, l’eroe con cui si apre la storia provvidenziale di Roma, Dante accosta e collega la figura che apre la storia imperiale della città: Gaio Giulio Cesare, immortalato in armi, a significare la sua natura di grande condottiero, e con gli occhi minacciosi, conformemente alla descrizione che ne dà il biografo Svetonio nella biografia.

Versi 124 – 126

Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l’altra parte, vidi ’l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea.

[vv. 124 – 126] Vidi Camilla e Pantasilea: dall’altra parte vidi il re Latino, seduto insieme a sua figlia Lavinia.

>>> Camilla e Pantasilea sono due eroine virgiliane: Camilla è la celebre vergine guerriera dell’Eneide, figlia del re dei Volsci, morta combattendo contro i Troiani. Pantasilea, figlia del dio Marte, è la regina delle Amazzoni morta sotto Troia per mano di Achille; l’accostamento delle due figure si giustifica probabilmente per i comuni tratti di donna guerriera che trova la propria fine sul campo di battaglia. Latino è il re del Lazio che i Troiani trovano al loro arrivo nella regione, e Lavinia è sua figlia, destinata a diventare la moglie di Enea e la progenitrice dei Romani.

Versi 127 – 129

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia;
e solo, in parte, vidi ’l Saladino.

[vv. 127 – 129] Vidi quel Bruto che cacciò Tarquinio, Lucrezia, Giulia, Marzia, e Cornelia; e solo, in disparte, vidi il Saladino.

>>> Il “Bruto che cacciò Tarquinio” è Lucio Giunio Bruto, responsabile della cacciata dell’ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo, e della transizione della città dalla monarchia alla repubblica, della quale fu anche primo console (N.B.: da distinguere nettamente dal Bruto uccisore di Cesare, che Dante colloca tra i grandi traditori nella Giudecca, nel profondo dell’Inferno). Seguono le matrone virtuose di Roma: Lucrezia, moglie di Collatino, che si dette la morte dopo essere stata violentata da Sesto Tarquinio; Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo; Marzia, moglie di Catone l’Uticense; Cornelia, madre dei Gracchi e rinomato esempio di virtù femminile. Quanto a Saladino, il sultano d’Egitto vissuto nel XII secolo, rimasto celebre nell’Occidente cristiano quale esempio di valore guerriero e virtù morale, egli viene accolto da Dante nel Limbo pur essendo propriamente un “infedele”, il che conferma l’assoluta originalità del Limbo dantesco. Il suo isolamento è dettato da ragioni di ordine letterario, e sintomatico della sua intrinseca diversità dalle figure della classicità greca e romana citate in precedenza.

Versi 130 – 132

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ’l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.

[vv. 130 – 132] Dopo che ebbi un poco alzato lo sguardo, vidi il maestro di tutti i sapienti (color che sanno), seduto al centro di una schiera di filosofi.

>>> Il maestro di tutti i filosofi è Aristotele, una figura che aveva segnato in maniera profondissima la cultura filosofica dell’epoca di Dante e di Dante in particolare, tanto da essere considerato il supremo maestro della filosofia.

Versi 133 – 135

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid’io Socrate e Platone,
che ’nnanzi a li altri più presso li stanno;

[vv. 133 – 135] Tutti guardano a lui, tutti gli fanno onore: vidi lì Socrate e Platone, che gli stavano più vicino, davanti agli altri.

>>> Socrate e Platone rappresentano agli occhi di Dante i fondatori della filosofia morale, di qui la loro collocazione privilegiata, in posizione intermedia tra il maestro e gli altri pur illustri filosofi.

Versi 136 -138

Democrito, che ’l mondo a caso pone,
Diogenés, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone;

[vv. 136 – 138] Democrito, che sostiene che il mondo sia stato fatto secondo il caso, Diogene, Anassagora e Talete, Empedocle, Eraclito e Zenone;

>>> Democrito, filosofo presocratico, assertore dell’atomismo, proponeva una teoria meccanicista della creazione del mondo, la cui estraneità ad ogni forma di finalismo appariva ai medievali molto vicina ad un’idea di casualità, da cui la postilla dantesca. Tutti gli altri filosofi – Diogene il Cinico, Anassagora di Clazomene, Talete di Mileto, Empedocle di Agrigento, Eraclito di Efeso, Zenone di Elea – sono pensatori di epoca presocratica, assertori di teorie di filosofia fisica, metafisica e morale.

Versi 139 -141

e vidi il buono accoglitor del quale,
Diascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulio e Lino e Seneca morale;

[vv. 139 – 141] e vidi il valente classificatore delle qualità delle erbe, Dioscoride, e vidi Orfeo, Tullio e Lino e il moralista Seneca;

>>> Discoride, medico e naturalista della Cilicia, visse nel I sec. d.C. e passò alla storia per un’opera sulle qualità medicinali delle piante, che gli valse universalmente quella considerazione che Dante sintetizza con la dicitura “valido classificatore delle qualità”. Orfeo è poeta mitico, il cui canto risultava così soave da muovere le pietre e ammansire le bestie feroci. Tullio è ovviamente Marco Tullio Cicerone. Lino è, come Orfeo, un poeta mitico. Seneca morale è Lucio Anneo Seneca, illustre autore di filosofia morale, precettore e vittima dell’imperatore Nerone.

Versi 142 – 144

Euclide geomètra e Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galieno,
Averoìs, che ’l gran comento feo.

[vv. 142 – 144] Il grande maestro della geometria Euclide e Tolomeo, Ippocrate e Avicenna e Galeno, Averroè che scrisse il grande commento.

>>> Euclide è il celebre matematico alessandrino, ritenuto il fondatore della Geometria (da cui l’epiteto di Geometra). Tolomeo è il celebre astronomo e geografo, padre della teoria geocentrica dell’universo che resterà in auge fino all’arrivo di Keplero, Galileo e Copernico. Ippocrate è il medico per eccellenza dell’antichità greca. Avicenna è un medico e filosofo arabo che ebbe notevolissima influenza sulla Scolastica del XIII secolo. Galeno fu un illustre medico e filosofo greco di Pergamo. Averroè il filosofo arabo più noto nel Medioevo occidentale, fu commentatore di Aristotele ed esercitò una enorme influenza sulla futura filosofia occidentale.

Versi 145 – 147

io non posso ritrar di tutti a pieno,
però che sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno.

[vv. 145 – 147] Non posso riferire di tutti in modo esaustivo, perché a tal punto la lunghezza della materia del poema (la quantità di cose da raccontare) mi mette fretta, che spesso sono costretto a tacere alcuni dei fatti accaduti (per sintetizzare).

Versi 148 – 150

La sesta compagnia in due si scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l’aura che trema.

[vv. 148 – 150] Il gruppo dei sei (Dante, Virgilio e i quattro poeti Omero, Orazio, Ovidio e Lucano) si divide in due: la mia saggia guida (Virgilio) mi conduce per un’altra via, fuori dalla tranquillità (del castello), nell’aria che trema (per i sospiri di coloro che si trovano nel Limbo).

Verso 151

E vegno in parte ove non è che luca.

[v. 151] E giungo in un luogo dove non c’è niente che emani luce.