Archivio testo: Inferno Canto 6

Inferno, Canto VI (6), parafrasi e commento

INFERNO

CANTO 6

Divina Commedia, Inferno VI

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

All’apertura del Sesto Canto dell’Inferno, Dante si ridesta dopo essere svenuto per la commozione che il colloquio con Francesca da Rimini ha suscitato in lui. Nel momento in cui rinviene Dante è già nel terzo cerchio, dove vengono puniti i golosi, immersi nel fango e tormentati da una incessante pioggia mista a grandine e a neve. Qui Dante e Virgilio fanno l’incontro di Cerbero, il mostruoso cane a tre teste che si trova a guardia del cerchio, e continuando ad avanzare, si imbattono nell’anima del fiorentino Ciacco, che profetizza a Dante la guerra civile che sconvolgerà Firenze.

Versi 1 – 3

Al tornar de la mente, che si chiuse
dinanzi a la pietà d’i due cognati,
che di trestizia tutto mi confuse,

[vv. 1 – 3] Al tornare della lucidità, che era venuta meno a causa della compassione provata per i due cognati, che mi stordì per la sua intensità, (il canto precedente infatti si è concluso con lo svenimento di Dante sopraffatto dalla compassione procuratagli dal racconto di Francesca sul suo amore per Paolo, fratello di suo marito, e dunque suo cognato)

Versi 4 – 6

novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch’io mi mova
e ch’io mi volga, e come che io guati.

[vv. 4 – 6] mi vedo intorno nuovi tormenti e nuovi tormentati, comunque io mi muova, o mi volga intorno, e dovunque io guardi.

Versi 7 – 9

Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l’è nova.

[vv. 7 – 9] Mi trovo al terzo cerchio, (quello) della pioggia eterna, maledetta, fredda e pesante; la cui intensità (regola) e qualità non cambia mai (mai l’è nova)

Versi 10 – 12

Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l’aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.

[vv. 10 – 12] Attarverso l’aria buia si riversano grandine spessa ed acqua mista a neve; e maleodora la terra, che riceve tutto ciò.

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Versi 13 – 15

Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.

[vv. 13 – 15] Cerbero, belva crudele e deforme (diversa: strana), latra con tre gole alla maniera dei cani, sopra la gente qui sommersa.

Versi 16 – 18

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.

[vv. 16 – 18] Ha gli occhi rossi, la barba unta e scura, il ventre ampio, e le mani dotate di artigli; graffia gli spiriti, li scuoia e li squarta.

>>> Cerbero è un mostro dell’Averno classico, che gli autori antichi rappresentano come un cane a tre teste e con i tre colli avvolti di serpenti. Dante, applicando la stessa tecnica utilizzata con Minosse e Caronte, lo riprende nel ruolo di guardiano infernale, trasformandolo in demonio antropomorfo (come indica la descrizione umanizzata: barba, mani …). La sua collocazione a guardia dei golosi non è tuttavia un’invenzione dantesca, ma si ritova già in altri autori cristiani. Quanto al tormento cui sono sottoposti i dannati in questo cerchio, va rilevato come, anche in questo caso, esso non sfugga alla legge del contrappasso: i dannati sono infatti scuoiati e squartati come il cibo cui furono tanto dediti.

Versi 19 – 21

Urlar li fa la pioggia come cani;
de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.

[vv. 19 – 21] La pioggia li fa urlare (riferito ai dannati) come cani; con un lato del corpo difendono l’altro (lato) dalla pioggia; i miseri peccatori si rivoltano spesso.

Versi 22 – 24

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.

[vv. 22 – 24] Quando Cerbero, il grande verme (metafora biblica per indicare il tormento infernale, che rode in eterno), ci scorse, aprì le sue bocche e ci mostrò le zanne; non c’era membro che mantenesse fermo (la bramosia di Cerbero si esplica nel fremito di ogni singolo membro).

Versi 25 – 27

E ’l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne.

[vv. 25 – 27] E la mia guida allungò le sue mani, prese della terra, e con i pugni pieni la gettò dentro alle gole (canne) bramose.

>>> Il gesto descritto da Dante è lo stesso gesto della Sibilla virgiliana, che nell’Eneide placa la fame di Cerbero gettandogli una focaccia soporifera.

Versi 28 – 30

Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
e si racqueta poi che ’l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna,

[vv. 28 – 30] Come fa il cane che abbaiando manifesta il desiderio di mangiare, e si calma dopo aver addentato il pasto, poiché presta attenzione (intende) e s’affatica (pugna) solo a divorarlo,

Versi 31 – 33

cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.

[vv. 31 – 33] tali e quali divennero quelle facce luride del demonio Cerbero, che stordisce le anime al punto che esse vorrebbero essere sorde.

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Versi 34 – 36

Noi passavam su per l’ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.

[vv. 34 – 36] Noi passavamo sopra le ombre prostrate (adona: domate) dalla pesante pioggia, e poggiavamo i piedi sopra la loro vuota sagoma, che ha l’apparenza della figura umana.

Versi 37 – 39

Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
ch’ella ci vide passarsi davante.

[vv. 37 – 39] Esse giacevano tutte per terra, salvo una, che si alzò a sedere non appena ci vide passarle davanti.

Versi 40 – 42

“O tu che se’ per questo ’nferno tratto”,
mi disse, “riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto”.

[vv. 40 – 42] “O tu che sei condotto attraverso questo Inferno,” mi disse, “riconoscimi, se ci riesci: tu fosti messo al mondo (tu fosti … fatto) prima che io morissi.”

Versi 43 – 45

E io a lui: “L’angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.

[vv. 43 – 45] E io gli risposi: “L’affanno che tu mostri forse ti fa uscire dalla mia memoria (non mi permette di ricordarmi di te), tanto che non mi sembra di averti mai visto.

Versi 46 – 48

Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente”.

[vv. 46 – 48] Ma dimmi chi sei, tu che sei stato collocato in un luogo così doloroso, e che hai avuto in sorte una punizione tale che se pure ce n’è una maggiore, certo non ce n’é nessuna più spiacevole”.

Versi 49 – 51

Ed elli a me: “La tua città, ch’è piena
d’invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.

[vv. 49 – 51] Ed egli mi disse: “La tua città, che è piena di ostilità al punto che il sacco comincia a traboccare, mi tenne con sé nella mia vita serena (vale a dire “abitai nella tua stessa città fintanto che fui in vita).

Versi 52 – 54

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.

[vv. 52 – 54] In città ero noto col nome di Ciacco (lett. Voi concittadini mi chiamaste Ciacco): per la dannosa colpa della gola (dannosa perché porta alla dannazione eterna), come vedi, sono prostrato (mi fiacco) sotto questa pioggia.

>>> Sebbene la parola “ciacco” indichi anche il maiale, un nomignolo non assurdo in questo contesto, tuttavia il tono serio della conversazione fa pensare che Ciacco sia il vero nome – corrispondente al francese Jacques – di questo personaggio, un giullare assai noto nella Firenze del tempo e al quale lo stesso Boccaccio dedica una novella. Il fatto che Dante affidi alla voce di Ciacco la reprimenda nei confronti dello scadimento morale della politica fiorentina, indica la volontà, ispirata dalle Scritture, di affidare il giudizio sui potenti non ad un potente, bensì ad un uomo qualsiasi, ad una voce che si leva dal basso, privilegiata per giunta, dal contatto che per il suo lavoro poteva avere con le nobili famiglie fiorentine.

Versi 55 – 57

E io anima trista non son sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa”. E più non fé parola.

[vv. 55 – 57] E io, anima infelice, non sono qui sola, poiché tutte queste altre stanno qui (condannate) alla stessa pena per la stessa colpa”. E non disse più una parola.

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Versi 58 – 60

Io li rispuosi: “Ciacco, il tuo affanno
mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che verranno

[vv. 58 – 60] Io gli risposi: “Ciacco, il tuo affanno mi addolora tanto che mi induce a piangere; ma dimmi, se lo sai, a quale esito arriveranno

Versi 61 – 63

li cittadin de la città partita;
s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
per che l’ ha tanta discordia assalita”

[vv. 61 – 63] i cittadini della città divisa (riferito ovviamente a Firenze, divisa dalla lotta tra le fazioni); dimmi se in essa c’é almeno qualcuno che sia giusto; e dimmi la ragione per cui tanta discordia l’ha assalita”.

Versi 64 – 66

E quelli a me: “Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione.

[vv. 64 – 66] Ed egli mi rispose : “Dopo una lunga disputa (tencione: tenzone), giungeranno al sangue, e il partito venuto dalla campagna (la parte selvaggia: indica la famiglia dei Cerchi, opposta alla fazione urbana rappresentata dai Donati ) caccerà l’altro con grave danno.

>>> Ciacco sta facendo riferimento alle lotte che sconvolsero Firenze ai tempi di Dante. Dopo la vittoria dei Guelfi sui Ghibellini, il partito vincitore si divise in due gruppi contrapposti tra loro: da un lato c’erano i Bianchi, guidati dalla famiglia dei Cerchi, proveniente dalla campagna della Val di Sieve, e rappresentati dal ceto mercantile e industriale, dall’altro c’erano i Neri, guidati dalla famiglia fiorentina dei Donati e rappresentati dai proprietari terrieri. La cacciata dei Neri di cui parla Ciacco risale al giugno del 1301 e rimanda all’esilio da Firenze di tutti i Neri che seguì ai fatti della congiura di Santa Trinita.

Versi 67 – 69

Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l’altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia.

[vv. 67 – 69] In seguito dovrà accadere che questa fazione decada entro l’arco di tre anni (intra tre soli: entro tre rivoluzioni del sole), e che l’altra prevalga grazie all’appoggio di uno che finora è rimasto neutrale (tal che testé piaggia: lett. che si è mantenuto equidistante).

>>> Alla cacciata dei Neri, successiva ai fatti di Santa Trinita, fa seguito un periodo di egemonia dei Bianchi che si conclude nel 1302, quando i Neri, con l’appoggio di Bonifacio VIII, prendono il sopravvento in Firenze ed esiliano tutti i Bianchi. Bonifacio infatti, fino ad allora equidistante – è lui il tal che testé piaggia – nel 1301 chiama a Firenze Carlo di Valois, apparentemente come pacere, in realtà con lo scopo di dare manforte ai Neri. Il piano di Bonifacio ha successo e, nel 1302, i Neri sconfiggono definitivamente i Bianchi e danno avvio agli esilii di massa nei quali viene coinvolto anche Dante.

Versi 70 – 72

Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l’altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n’aonti.

[vv. 70 – 72] (Questa fazione, i Neri) Terrà a lungo la testa alta soggiogando l’altra fazione sotto gravi pesi, per quanto essa se ne lamenti, o se ne indigni.

Versi 73 – 75

Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c’ hanno i cuori accesi”.

[vv. 73 – 75] Di uomini giusti ve ne sono due, e non sono ascoltati a Firenze (vi); superbia, invidia e avarizia sono le tre scintille che hanno acceso i cuori”.

Versi 76 – 78

Qui puose fine al lagrimabil suono.
E io a lui: “Ancor vo’ che mi ’nsegni
e che di più parlar mi facci dono.

[vv. 76 – 78] Qui terminò il suo discorso lacrimevole (tale da provocare il pianto). E io gli dissi: “Voglio che tu mi insegni ancora dell’altro e che mi conceda di parlare ancora un poco.

Versi 79 – 81

Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,

[vv. 79 – 81] Farinata e il Tegghiaio, che furono tanto insigni, Iacopo Rusticucci, Arrigo e il Mosca e tutti gli altri che misero le loro intelligenze al servizio del ben fare,

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Versi 82 – 84

dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
ché gran disio mi stringe di savere
se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca”.

[vv. 82 – 84] dimmi dove sono, e fa’ in modo che io conosca la loro condizione; poichè ho gran desiderio di sapere se il cielo dà loro la sua dolcezza o se l’inferno li tormenta con la sua amarezza.

>>> Farinata è Farinata degli Uberti, grande capo Ghibellino, che Dante incontrerà nel canto X dell’Inferno dannato tra gli eretici. Tegghiaio è Tegghiaio Aldobrandi, capo guelfo che a lungo si adoperò per la pace, come risulta da diversi documenti, tuttavia collocato tra i sodomiti nel canto XVI. Iacopo Rusticucci, è un altro insigne capo guelfo, anche lui tra i sodomiti del canto XVI. Arrigo è un personaggio di identità incerta e privo di riscontri nel poema. Mosca è Mosca dei Lamberti, esponente ghibellino che Dante incontrerà tra i seminatori di discordia, per aver consigliato l’uccisione del Buondelmonti.

Versi 85 – 87

E quelli: “Ei son tra l’anime più nere;
diverse colpe giù li grava al fondo:
se tanto scendi, là i potrai vedere.

[vv. 85 – 87] Ed egli disse: “Sono tra le anime più nere; diverse colpe li tengono nel fondo dell’inferno col loro peso: se scenderai abbastanza, li potrai vedere laggiù.

Versi 88 – 90

Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
più non ti dico e più non ti rispondo”.

[vv. 88 – 90] Ma quando tu sarai tornato nel dolce mondo, ti prego di ricordarmi alla memoria degli altri (cioè dei vivi): non ti dico altro, e non ti risponderò più”.

Versi 91 – 93

Li diritti occhi torse allora in biechi;
guardommi un poco e poi chinò la testa:
cadde con essa a par de li altri ciechi.

[vv. 91 – 93] Torse allora gli occhi diritti in storti (lo sguardo umano tenuto durante la conversazione diventa sguardo bestiale di dannato); mi guardò un attimo e poi chinò la testa: cadde infine con essa, steso a terra come tutti gli altri ciechi (ciechi perché privati della visione di Dio).

94 – 96

E ’l duca disse a me: “Più non si desta
di qua dal suon de l’angelica tromba,
quando verrà la nimica podesta:

[vv. 94 – 96] E la mia guida mi disse: “Non si sveglierà più prima del suono della tromba angelica (la tromba che annuncia il giudizio universale), quando giungerà la potenza a noi nemica (la potenza di Cristo giudicante):

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Versi 97 – 99

ciascun rivederà la trista tomba,
ripiglierà sua carne e sua figura,
udirà quel ch’in etterno rimbomba”.

[vv. 97 – 99] ciascuno allora tornerà a vedere la sua triste tomba, riprenderà la sua carne e il suo aspetto, e udirà quelle parole che echeggiano, con voce di tuono, per l’eternità”.

Versi 100 – 102

Sì trapassammo per sozza mistura
de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la vita futura;

[vv. 100 – 102] Così passammo attraverso quella lurida mistura di ombre e pioggia, a passi lenti, trattando brevemente (un poco) l’argomento della vita futura (la vita dopo il giudizio universale)

Versi 103 – 105

per ch’io dissi: “Maestro, esti tormenti
crescerann’ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran sì cocenti?”.

[vv. 103 – 105] e io dissi: “Maestro, questi tormenti cresceranno dopo il giudizio universale, o saranno minori, o rimarranno così terribili?

Versi 106 – 108

Ed elli a me: “Ritorna a tua scïenza,
che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
più senta il bene, e così la doglienza.

[vv. 106 – 108]

Versi 109 – 111

Tutto che questa gente maladetta
in vera perfezion già mai non vada,
di là più che di qua essere aspetta”.

[vv. 109 – 111] Sebbene (Tutto che) i dannati (gente maledetta) non giungano mai alla vera perfezione, essi tuttavia si attendono di essere, dopo il giudizio (di là) esseri più pieni e perfetti (più esser) di quanto non siano ora (di qua)”.

Versi 112 – 114

Noi aggirammo a tondo quella strada,
parlando più assai ch’i’ non ridico;
venimmo al punto dove si digrada:

[vv. 112 – 114] Girammo lungo la circonferenza del cerchio parlando molto più di quanto io non possa riferire, e giungemmo al punto dove si scende di un grado:

Verso 115

quivi trovammo Pluto, il gran nemico.

[v. 115] qui trovammo Plutone, il grande nemico.

>>> Plutone, il dio greco delle ricchezze, emblema dell’avidità, è dunque il gran nemico, perché l’avidità in Dante, come nelle Scritture è la radice di ogni male.