Archivio testo: Inferno Canto 7

Inferno, Canto VII (7), parafrasi e commento

INFERNO

CANTO 7

Divina Commedia, Inferno VII

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Versi 1 – 3

«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,

[vv. 1 – 3] “Oh Satana, oh Satana, ohimè!” cominciò (a dire) Plutone con voce rauca (chioccia: rauca e aspra); e quel nobile saggio (Virgilio), che comprese ogni cosa,

Versi 4 – 6

disse per confortarmi: «Non ti noccia
la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia».

[vv. 4 – 6] disse per confortarmi: “Non permettere che la tua paura ti arrechi danno; poiché, per quanto potere egli (Plutone) possa avere, non ci impedirà certo di scendere per questa rupe”.

>>> Il primo verso, solo apparentemente privo di senso, va interpretato come l’incipit di una invocazione a Satana, dal significato “Oh Satana! Oh Satana! Ohimè!” oppure “Oh Satana! Oh Satana! Mio Signore!”. Infatti “pape”, termine di origine greca, ricorre nell’uso colto medievale come esclamazione di meraviglia (corrispondente all’attuale “Oh!”), mentre “aleppe” costituisce una volgarizzazione dell’ebraico “aleph”, (prima lettera dell’alfabeto ebraico), ricorrente nei testi in lingua ebraica o come esclamazione di dolore (del tipo “Ohimè!”) o con il significato di “principe”, “signore”. A pronunciare l’invocazione è Plutone, il demonio che Dante pone a guardia del quarto cerchio. Sebbene non sia chiaro se questo Plutone sia la trasformazione in demonio del Plutone dio delle ricchezze, figlio di Iasione e Demetra, o del Plutone re degli Inferi, figlio di Saturno e fratello di Giove, la designazione “gran nemico” con cui Dante gli si riferisce alla fine del canto sesto fa propendere per la prima ipotesi (l’identificazione con Plutone dio delle ricchezze) perché nell’ideologia dantesca il peggior nemico dell’umanità è per l’appunto la cupidigia delle ricchezze.

Versi 7 – 9

Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,
e disse: «Taci, maladetto lupo!
consuma dentro te con la tua rabbia.

[vv. 7 – 9] Poi si rivolse a quel volto gonfio (Plutone) e disse: “Taci, maledetto lupo! Roditi dentro con la tua rabbia.

>>> L’apostrofe “maledetto lupo” rivolta a Plutone è significativa ai fini della conferma l’identificazione del demonio con il Plutone dio delle ricchezze, infatti la lupa è già comparsa nell’Inferno (al Canto primo) proprio come simbolo dell’avidità di ricchezze.

Versi 10 – 12

Non è sanza cagion l’andare al cupo:
vuolsi ne l’alto, là dove Michele
fé la vendetta del superbo strupo».

[vv. 10 – 12] Il viaggio (l’andar) verso il profondo (il fondo dell’Inferno) non avviene senza una ragione: si vuole così in alto (in Paradiso), là dove Michele vendicò la superba violenza (strupo= stupro, violenza; l’allusione è alla superba ribellione degli angeli guidati da Lucifero)”.

>>> L’espressione “Vuolsi ne l’alto …” parafrasa identiche espressioni che Virgilio ha già utilizzato per liquidare le figure di Caronte e Minosse, gli altri personaggi del mito trasformati da Dante in demoni infernali.

Versi 13 – 15

Quali dal vento le gonfiate vele
caggiono avvolte poi che l’alber fiacca,
tal cadde a terra la fiera crudele.

[vv. 13 – 15] Così come le vele gonfiate dal vento, cadono ravvolte (intorno all’albero), quando l’albero si spezza (fiacca: cede, si spezza, si rompe), allo stesso modo cadde a terra la belva crudele (Plutone).

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Versi 16 – 18

Così scendemmo ne la quarta lacca
pigliando più de la dolente ripa
che ’l mal de l’universo tutto insacca.

[vv. 16 – 18] Così scendemmo nella quarta fossa (dal lat. laccus = fossa, cisterna), avanzando un tratto in più sul pendio infernale che ingoia (insacca: lett. raccoglie, chiude come in un sacco) il male dell’intero universo.

Versi 19 – 21

Ahi giustizia di Dio! Tante chi stipa
nove travaglie e pene quant’io viddi?
e perché nostra colpa sì ne scipa?

[vv. 19 – 21] Ahi giustizia di Dio! Chi mai avrebbe potuto ammassare tante straordinarie punizioni e pene quante ne vidi io? E perché la nostra colpa (il peccato) ci rovina (scipa: sciupa) così?

Versi 22 – 24

Come fa l’onda là sovra Cariddi,
che si frange con quella in cui s’intoppa,
così convien che qui la gente riddi.

[vv. 22 – 24] Come fanno le onde là sopra Cariddi, che si infrangono contro quelle con cui si scontrano, alla stessa maniera qui (in questo cerchio) le anime (i dannati) devono ballare la ridda (la ridda è un antico ballo che si faceva in circolo).

>>> Cariddi è il vortice marino provocato dall’incontro delle correnti dei mari Ionio e Tirreno nello stretto di Messina. Questo vortice era entrato nel mito greco sotto le sembianze di un mostro marino, che, insieme al gemello Scilla, sul lato opposto dello stretto, risucchiava e distruggeva le imbarcazioni dei naviganti. Dante poteva aver letto della leggenda in Omero, come in Virgilio o in Ovidio o in Lucano. In questo passaggio Dante fa riferimento a Cariddi per dare vigore alla rappresentazione del movimento delle due schiere opposte di dannati che si scontrano sotto i suoi occhi, paragonandolo allo scontro tra le correnti marine che genera il vortice marino.

Versi 25 – 27

Qui vid’i’ gente più ch’altrove troppa,
e d’una parte e d’altra, con grand’urli,
voltando pesi per forza di poppa.

[vv. 25 – 27] Qui vidi anime, in numero maggiore che altrove (che nei cerchi precedenti), che, da una parte e dall’altra, facevano rotolare (voltando), tra grandi urla, dei macigni con la forza del petto.

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Versi 28 – 30

Percoteansi ’ncontro; e poscia pur lì
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».

[vv. 28 – 30] Si scontravano l’uno contro l’altro; e poi, in quel punto (dove si scontravano), ciascuno si rigirava, voltandosi indietro, e gridando: “Perché tieni stretto?” e “Perché sperperi?” (le due schiere si rinfacciano vicendevolmente il peccato: i prodighi chiedono agli avari perché trattengano il denaro, e gli avari chiedono ai prodighi perché lo sperperino)

Versi 31 – 33

Così tornavan per lo cerchio tetro
da ogne mano a l’opposito punto,
gridandosi anche loro ontoso metro;

[vv. 31 – 33] in questo modo giravano per quel cerchio buio, da ciascun lato fino al punto opposto, continuando a gridarsi (anche) la loro ingiuriosa cantilena;

Versi 34 – 36

poi si volgea ciascun quand’era giunto,
per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra
E io, ch’avea lo cor quasi compunto,

[vv. 34 – 36] poi ciascuno, una volta arrivato, ripercorreva la strada all’indietro, attraverso la sua metà del cerchio, fino all’altro punto di scontro. Ed io, che avevo il cuore come trafitto,

Versi 37 – 39

dissi: «Maestro mio, or mi dimostra
che gente è questa, e se tutti fuor cherci
questi chercuti a la sinistra nostra».

[vv. 37 – 39] dissi: “Maestro mio, ora spiegami che gente è questa (ovvero: chi sono costoro), e se questi alla nostra sinistra (ovvero gli avari, mentre i prodighi sono a destra), che hanno la chierica (chercuti: con i capelli tagliati secondo la tonsura, secondo il costume degli eccelsiastici), furono tutti chierici (membri del clero, personaggi ecclesiastici)”.

Versi 40 – 42

Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci
sì de la mente in la vita primaia,
che con misura nullo spendio ferci.

[vv. 40 – 42] Ed egli mi rispose: “Tutti quanti (ovvero sia gli uni che gli altri, gli avari come i prodighi) furono a tal punto ciechi (guerci) nella mente, durante la loro vita terrena, che non fecero mai una sola spesa con senso della misura.

Versi 43 – 45

Assai la voce lor chiaro l’abbaia
quando vegnono a’ due punti del cerchio
dove colpa contraria li dispaia.

[vv. 43 – 45] La loro voce lo grida (l’abbaia) abbastanza chiaramente, quando giungono ai due punti del cerchio in cui l’opposta colpa (l’avarizia degli uni e la prodigalità eccessiva degli altri) li fa dividere in due gruppi.

Versi 46 – 48

Questi fuor cherci, che non han coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo soperchio».

[vv. 46 – 48] Questi che non hanno i capelli sulla sommità del capo (vale a dire che hanno la chierica, o tonsura), furono chierici, ma anche papi e cardinali, nei quali l’avarizia esercita il suo eccesso (soperchio: eccesso, dismisura)”.

Versi 49 – 51

E io: «Maestro, tra questi cotali
dovre’ io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti mali».

[vv. 49 – 51] Io dissi: “Maestro, tra coloro che appartengono a questa categoria (gli ecclesiastici avidi), io dovrei senz’altro riconoscere alcuni che si macchiarono ampiamente di codesti peccati”.

Versi 52 – 54

Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:
la sconoscente vita che i fé sozzi
ad ogne conoscenza or li fa bruni.

[vv. 52 – 54] Egli mi rispose: “Accogli (aduni) nella tua mente un pensiero vano: la loro vita dissennata (sconoscente), che li rese peccatori (sozzi in quanto macchiati dal peccato), li rende ora oscuri (bruni) ad ogni identificazione.

>>> E’ questo il tragico contrappasso degli avari e dei prodighi: nel loro vivere dissennato e privo di misura (chi per un eccesso, chi per l’altro) Dante scorge la rinuncia all’utilizzo della ragione e quindi lo spezzarsi del nesso fondamentale che lega ragione – identità umana (poiché nell’ideologia dantesca è proprio l’uso della ragione che rende l’uomo tale): per questa ragione ad avidi e prodighi verrà negata in eterno un’identità riconoscibile.

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Versi 55 – 57

In etterno verranno a li due cozzi:
questi resurgeranno del sepulcro
col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.

[vv. 55 – 57] Essi si urteranno per l’eternità in quei due punti di scontro; gli uni risorgeranno dalla tomba col pugno chiuso, gli altri con i capelli tagliati.

>>> Il pugno chiuso simboleggia l’atto di tenersi stretto ciò che è proprio, i capelli tagliati indicano proverbialmente l’aver dato via tutto ciò che si possedeva.

Versi 58 – 60

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci appulcro.

[vv. 58 – 60] Il dare eccessivo (la prodigalità) e l’eccessivo trattenere (l’avarizia), hanno tolto loro il mondo bello (il Paradiso: pulcro dal lat. pulcher = bello) e li hanno messi in questa zuffa; per descrivere come sia fatta, non ci spreco altre parole (appulcro: neologismo dantesco = utilizzare parole per abbellire).

Versi 61 – 63

Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
d’i ben che son commessi a la fortuna,
per che l’umana gente si rabbuffa;

[vv. 61 – 63] Ora puoi vedere, figliolo, la breve beffa (buffa) dei beni affidati (commessi) alla fortuna, per i quali l’umanità si accapiglia (rabbuffa)

Versi 64 – 66

ché tutto l’oro ch’è sotto la luna
e che già fu, di quest’anime stanche
non poterebbe farne posare una».

[vv. 64 – 66] perché tutto l’oro che c’è sulla terra, insieme a tutto quello che vi fu in passato, non potrebbe far cessare la pena neppure a una sola di queste anime spossate dal loro tormento”.

Versi 67 – 69

«Maestro mio», diss’io, «or mi dì anche:
questa fortuna di che tu mi tocche,
che è ch’i ben del mond’a sì tra branche?»

[vv. 67 – 69] “Maestro mio,” dissi io, “dimmi ancora: questa fortuna alla quale tu hai appena fatto allusione (di che tu mi tocche), che cos’è, visto che essa tiene così tra i suoi artigli le ricchezze del mondo?”

Versi 70 – 72

E quelli a me: «Oh creature sciocche,
quanta ignoranza è quella che v’offende!
Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.

[vv. 70 – 72] Ed egli mi rispose: “Oh creature sciocche, quanto è grande l’ignoranza che vi impedisce di comprendere! Voglio che tu ascolti (ne’mbocche: lett. riceva, assorba, assimili) bene il mio pensiero riguardo a questo argomento.

Versi 73 – 75

Colui lo cui saver tutto trascende,
fece li cieli e diè lor chi conduce
sì ch’ogne parte ad ogne parte splende,

[vv. 73 – 75] Colui (si intende Dio) il cui sapere va al di là di ogni cosa creata, creò i cieli e assegnò loro chi li muovesse (si intende le intelligenze angeliche, o intelligenze motrici, che con la loro luce muovono e governano i cieli), per questa ragione ogni coro angelico irradia la propria luce su un cielo,

Versi 76 – 78

distribuendo igualmente la luce.
Similemente a li splendor mondani
ordinò general ministra e duce

[vv. 76 – 78] e la luce divina si distribuisce uniformemente nell’universo. Allo stesso modo, per i beni terreni (Dio) stabilì una intelligenza che li distribuisse e li governasse (la Fortuna),

Versi 79 – 81

che permutasse a tempo li ben vani
di gente in gente e d’uno in altro sangue,
oltre la difension d’i senni umani;

[vv. 79 – 81] e che, al tempo opportuno, spostasse i beni terreni (li ben vani) da un popolo all’altro (di gente in gente) e da una famiglia all’altra (d’uno in altro sangue), al di là di ogni opposizione umana;

>>> Ecco dunque come Dante concilia nella propria ideologia fede, libero arbitrio e azione della sorte: la fortuna, per volere dello stesso Dio, agisce indipendentemente dalle volontà degli uomini, che non possono mutare o impedire le sue azioni, né prevederle in alcun modo.

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Versi 82 – 84

Per ch’una gente impera e l’altra langue,
seguendo lo giudicio di costei,
che è occulto come in erba l’angue.

[vv. 82 – 84] Per cui un popolo comanda e un altro decade (langue), secondo il giudizio di costei, che è nascosto come il serpente nell’erba (l’angue: dal latino anguis, serpente).

Versi 85 – 87

Vostro saver non ha contasto a lei:
questa provede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri dèi.

[vv. 85 – 87] Il vostro sapere non può contrastarla (non può opporre resistenza alla Fortuna): essa osserva, valuta ed esercita il proprio potere (persegue suo regno) come le altre intelligenze (le intelligenze angeliche) esercitano il loro.

Versi 88 – 90

Le sue permutazion non hanno triegue;
necessità la fa esser veloce;
sì spesso vien chi vicenda consegue.

[vv. 88 – 90] I suoi cambiamenti (i mutamenti che provoca nelle sorti degli uomini) sono incessanti (non hanno triegue: non hanno tregua): la necessità (si intende l’obbligo di eseguire il volere di Dio) la fa essere veloce; perciò avviene frequentemente (spesso vien) che qualcuno (chi) subisca un cambiamento di condizione.

Versi 91 – 93

Quest’è colei ch’è tanto posta in croce
pur da color che le dovrien dar lode,
dandole biasmo a torto e mala voce;

[vv. 91 – 93] Così è fatta colei che è tanto maledetta (si intende ingiuriata dagli uomini) persino da coloro che dovrebbero lodarla (si intende per i beni da essa ricevuti) e che invece le procurano biasimo e, a torto, cattiva fama;

Versi 94 – 96

ma ella s’è beata e ciò non ode:
con l’altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si gode.

[vv. 94 – 96] ma essa se ne sta beata e non ascolta ciò (non ascolta le ingiurie degli uomini): insieme alle altre intelligenze celesti (l’altre prime creature), gira lieta la sua sfera ed è felice.

Versi 97 – 99

Or discendiamo omai a maggior pieta;
già ogne stella cade che saliva
quand’io mi mossi, e ’l troppo star si vieta».

[vv. 97 – 99] “Però scendiamo ora verso un’angoscia maggiore (ovvero passiamo al cerchio successivo, in cui le pene dei dannati sono più dure)! Ormai ogni stella che stava sorgendo quando io mi allontanai dal Limbo (mi mossi) sta ora tramontando, e non ci è concesso di fermarci ulteriormente!”

>>> Poiché, rispetto ad un determinato meridiano le stelle impiegano 12 ore a salire e 12 ore a scendere fino a tramontare del tutto, l’espressione virgiliana indica che sono passate 12 ore dal momento in cui il poeta si è messo in viaggio dal Limbo per andare a soccorrere Dante, smarrito sulla piaggia oltre la selva.

Versi 100 – 102

Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
sovr’una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei deriva.

[vv. 100 – 102] Così tagliammo (si intende attraversammo) attraverso il cerchio, fino a raggiungere la riva opposta, nei pressi di una fonte che ribolle e si riversa in un fossato che prende inizio dalla fonte stessa.

Versi 103 – 105

L’acqua era buia assai più che persa;
e noi, in compagnia de l’onde bige,
intrammo giù per una via diversa.

[vv. 103 – 105] L’acqua non era di color perso (si diceva “perso” il colore misto di nero e purpureo), quanto piuttosto di colore scuro e noi, insieme alle onde torbide (bige), scendemmo attraverso una via accidentata (diversa: malagevole, scoscesa, accidentata).

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Versi 106 – 108

In la palude va c’ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand’è disceso
al piè de le maligne piagge grige.

[vv. 106 – 108] Questo triste ruscello, dopo essere disceso ai piedi dei tetri dirupi infernali (il pendio che separa il IV cerchio dal V) va a finire nella palude che ha nome Stige.

>>> La palude Stigia è la palude che circonda la città di Dite, e si trova già in Virgilio, al canto VI dell’Eneide. Il nome Stige ha propriamente il significato di “tristezza”, da cui l’aggettivo “triste” che Dante riferisce al ruscello che alimenta Stige. Nella palude Dante vedrà la dannazione degli iracondi, immersi nella palude e impegnati in una furibonda lotta tra loro, e gli accidiosi, completamente sommersi dal fango, il cui unico segno visibile in superficie è il ribollire dell’acqua, per effetto dei sospiri che essi emettono in profondità.

Versi 109 – 111

E io, che di mirare stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.

[vv. 109 – 111] E io, che ero tutto intento a guardare, vidi persone conficcate nel fango in quel pantano (gli iracondi), tutte nude, con il volto irato.

Versi 112 – 114

Queste si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co’ denti a brano a brano.

[vv. 112 – 114] Esse si percuotevano non soltanto con le mani, ma con la testa e con il petto e con i piedi, lacerandosi a brandelli con i denti.

>>> In questa furibonda cieca lotta consiste il contrappasso di chi in vita si lasciò vincere dalla collera.

Versi 115 – 117

Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
l’anime di color cui vinse l’ira;
e anche vo’ che tu per certo credi

[vv. 115 – 117] Il buon maestro (Virgilio) disse: “Figliolo, quelle che vedi sono le anime di coloro che (cui) l’ira vinse (che in vita si lasciarono sopraffare dall’ira), in più, mi devi credere sulla parola,

Versi 118 – 120

che sotto l’acqua è gente che sospira,
e fanno pullular quest’acqua al summo,
come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.

[vv. 118 – 120] sotto l’acqua ci sono altri dannati (gli accidiosi) che sospirano, e fanno gorgogliare quest’acqua in superficie (al summo), come ti dice il tuo sguardo dovunque esso si volga.

Versi 121 – 123

Fitti nel limo, dicon: “Tristi fummo
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidioso fummo:

[vv. 121 – 123] Conficcàti nel fango dicono: “Fummo tristi nell’aria dolce che è rallegrata dal sole, portando dentro (di noi) un fumo (si intende un ottenebramento) accidioso:

Versi 124 – 126

or ci attristiam ne la belletta negra”.
Quest’inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra».

[vv. 124 – 126] ora ci rattristiamo nella fanghiglia nera (belletta negra)”. Questo inno (si intende queste parole, questa cantilena) lo gorgogliano in gola, poiché non lo possono dire con parole complete”.

Versi 127 – 129

Così girammo de la lorda pozza
grand’arco tra la ripa secca e ’l mèzzo,
con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.

[vv. 127 – 129] Così percorremmo un grande arco della sporca palude, tra la riva asciutta e il pantano centrale, con lo sguardo rivolto a quelli (i dannati) che si ingozzavano di fango.

Verso 130

Venimmo al piè d’una torre al da sezzo

[v. 130] Alla fine (al da sezzo) giungemmo ai piedi di una torre.