Archivio testo: Inferno Canto 10

Inferno, Canto X (10), parafrasi e commento

INFERNO

CANTO 10

Divina Commedia, Inferno X

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Versi 1 – 3

Ora sen va per un secreto calle,
tra ’l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle.

[vv. 1 – 3] Ora il mio maestro procede attraverso un sentiero (calle) nascosto, tra il muro della città (terra ha il valore di “città”, come di regola nella Commedia) e le tombe infuocate (li martìri: sono le tombe descritte al canto IX), ed io procedo alle sue spalle.

Versi 4 – 6

“O virtù somma, che per li empi giri
mi volvi”, cominciai, “com’a te piace,
parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.

[vv. 4 – 6] Cominciai a dire: “O somma virtù (riferito a Virgilio) che mi fai girare attraverso i gironi malvagi a tuo piacimento, parlami e soddisfa i miei desideri.

Versi 7 – 9

La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? già son levati
tutt’i coperchi, e nessun guardia face”.

[vv. 7 – 9] E’ concesso vedere (potrebbesi veder) coloro che giacciono all’interno dei sepolcri? Tutti i coperchi sono infatti sollevati e nessuno fa la guardia”.

Versi 10 – 12

E quelli a me: “Tutti saran serrati
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno lasciati.

[vv. 10 – 12] E lui a me: “Tutti i coperchi saranno chiusi quando (le anime) torneranno qui da Giosafat, insieme ai corpi che hanno lasciato lassù (vale a dire sulla terra, nel mondo terreno).

>>> Giosafat è la valle presso Gerusalemme che le Scritture indicano come luogo del giudizio universale. Quindi quello che sta dicendo Virgilio è che nel giorno del giudizio universale le anime ora nei sepolcri aperti torneranno nei sepolcri stessi unite ai loro corpi. A quel punto le tombe potranno essere richiuse.

Versi 13 – 15

Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l’anima col corpo morta fanno

[vv. 13 – 15] In questa parte (dell’Inferno) hanno il loro cimitero Epicuro e tutti i suoi seguaci, che ritengono che l’anima muoia insieme al corpo.

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Versi 16 – 18

Però a la dimanda che mi faci
quinc’entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi taci”.

[vv. 16 – 18] Perciò, riguardo alla domanda che mi hai fatto, all’interno di questo cerchio (quinc’entro), sarai presto soddisfatto, così come (sarai soddisfatto) del desiderio che ancora non mi hai espresso”.

Versi 19 – 21

E io: “Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m’ hai non pur mo a ciò disposto”.

[vv. 19 – 21] Ed io: “Mia guida, non tengo il mio cuore celato a te se non allo scopo di parlare meno, e sei tu che mi hai più volte (non pur mo) indotto a fare ciò”.

Versi 22 – 24

“O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.

[vv. 22 – 24] “Oh Toscano che te ne vai ancora vivo per la città del fuoco, parlando in modo così onorevole, acconsenti a soffermarti in questo luogo.

Versi 25 – 27

La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto”.

[vv. 25 – 27] La tua parlata mostra chiaramente che tu sei nativo di quella nobile patria nei confronti della quale io forse fui troppo nocivo”.

Versi 28 – 30

Subitamente questo suono uscìo
d’una de l’arche; però m’accostai,
temendo, un poco più al duca mio.

[vv. 28 – 30] All’improvviso queste parole uscirono da una delle tombe: perciò io, spaventato, mi accostai un po’ di più alla mia guida.

Versi 31 – 33

Ed el mi disse: “Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto:
da la cintola in sù tutto ’l vedrai”.

[vv. 31 – 33] Ed egli mi disse: “Voltati! Che fai? Guarda lì che si è alzato Farinata: potrai vederlo tutto dalla cinta (dalla vita) in su.

>>> Farinata era il soprannome di Manente degli Uberti, il maggior esponente politico fiorentino di parte Ghibellina del ‘200. Il suo nome è in particolar modo legato alla battaglia di Montaperti, con la quale i fuoriusciti Ghibellini, unitisi ai senesi e appoggiati da Manfredi di Svevia, vinsero in modo travolgente le forze guelfe guidate dai fiorentini. Dopo la vittoria, quando nel concilio di Empoli tutti i maggiori esponenti di parte ghibellina furono d’accordo sulla necessità di distruggere Firenze, fu grazie all’opposizione di Farinata che la distruzione non ebbe luogo. Ciò nonostante, negli anni successivi alla sua morte, a Firenze si celebrò nei suoi confronti un processo per eresia, con condanna postuma.

Versi 34 – 36

Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’avesse l’inferno a gran dispitto.

[vv. 34 – 36] Io avevo già fissato il mio sguardo nel suo, ed egli teneva il petto e la fronte alti, come se tenesse in gran dispregio l’Inferno,

Versi 37 – 39

E l’animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: “Le parole tue sien conte”.

[vv. 37 – 39] E le mani incoraggianti e pronte della mia guida mi spinsero tra le tombe fino ad arrivare a lui, dicendo: “Fa’ che le tue parole siano ben ponderate”.

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Versi 40 – 42

Com’io al piè de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: “Chi fuor li maggior tui?”.

[vv. 40 – 42] Appena io fui ai piedi della sua tomba, egli (Farinata) mi guardò un poco, e poi, quasi sdegnoso, mi domandò: “Chi furono i tuoi antenati?”

Versi 43 – 45

Io ch’era d’ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;
ond’ei levò le ciglia un poco in suso;

[vv. 43 – 45] Io, che ero desideroso di obbedire, non glielo nascosi, ma glielo spiegai completamente; al che lui sollevò un po’ le ciglia;

Versi 46 – 48

poi disse: “Fieramente furo avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fïate li dispersi”.

[vv. 46 – 48] Poi disse: “Essi furono fieri avversari miei e della mia famiglia (miei primi) e della mia fazione, tanto che per due volte li cacciai in esilio”.

Versi 49 – 51

“S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte”,
rispuos’io lui, “l’una e l’altra fïata;
ma i vostri non appreser ben quell’arte”.

[vv. 49 – 51] “Se furono cacciati, essi tornarono da ogni luogo (ossia da dovunque fossero andati)” risposi io a lui “sia la prima volta che la seconda; tuttavia i vostri (ossia gli Uberti) non impararono altrettanto bene quell’arte (l’arte di ritornare dopo un esilio)

>>> I rientri dei familiari cui sta facendo riferimento Dante sono quelli datati rispettivamente al 1251 (anno in cui a permettere il rientro dei guelfi a Firenze furono la morte di Federico II e del suo podestà a Firenze), e al 1266, (dopo la disfatta definitiva della parte ghibellina, a seguito della morte di Manfredi di Svevia a Benevento). La stoccata dantesca a Farinata, sull’arte di ritornare dopo l’esilio fa riferimento invece al fatto che gli Uberti dopo gli esili di massa dei ghibellini, successivi alla disfatta definitiva di Benevento, erano sempre stati esclusi dai condoni fiorentini, per cui nessuno di quella famiglia era più potuto ritornare in patria.

Versi 52 – 54

Allor surse a la vista scoperchiata
un’ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s’era in ginocchie levata.

[vv. 52 – 54] In quel momento dall’apertura scoperchiata della tomba si sollevò un’ombra, che rispetto alla prima (quella di Farinata) arrivava all’altezza del mento: penso che si era alzata sulle ginocchia.

Versi 55 – 57

Dintorno mi guardò, come talento
avesse di veder s’altri era meco;
e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,

[vv. 55 – 57] Guardò intorno a me, come se avesse avuto il desiderio di sapere se c’era qualcun altro insieme a me, e dopo che quella dubbiosa speranza (sospecciar: sperare timidamente) si fu spenta del tutto

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Versi 58 – 60

piangendo disse: “Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è? e perché non è teco?”.

[vv. 58 – 60] disse piangendo: “Se a te è concesso di andare per questo buio (cieco) carcere per via dell’altezza del tuo ingegno, dov’è mio figlio? E perché non è con te?”.

>>> L’ombra che si è sollevata è quella di Cavalcante de’ Cavalcanti, padre dell’illustre poeta Stilnovista Guido Cavalcanti, amico e modello di Dante nella fase poetica giovanile. Al corrente dell’amicizia tra Dante e il figlio, Cavalcante interroga il pellegrino sul perché Guido non partecipi anch’egli al viaggio ultraterreno che ha portato Dante tra i dannati. Dante dà una risposta che sembra confermare la fama di epicureo e di ateo di Guido Cavalcanti: egli dice infatti che il viaggio che sta compiendo non si fonda sulle sue forze, che egli è guidato da Virgilio e condotto verso colei (Beatrice) che Guido ebbe a sdegno. Ricordando che Virgilio è il simbolo della ragione e che Beatrice lo è della Teologia, si capisce che quello che Dante vuole dire è che il suo viaggio è il frutto di un percorso guidato dalla ragione verso la teologia, una meta che Guido disprezzò e alla quale si rifiutò di essere condotto.

Versi 61 – 63

E io a lui: “Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”.

[vv. 61 – 63] E io a lui: “Non vengo da solo (ossia grazie alle mie sole forze): colui che aspetta laggiù mi guida attraverso questo luogo (per qui), verso colei che forse il vostro Guido ebbe in spregio”.

Versi 64 – 66

Le sue parole e ’l modo de la pena
m’avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così piena.

[vv. 64 – 66] Le sue parole e il tipo di condanna (l’modo de la pena) mi avevano già svelato il nome di costui, perciò la mia risposta fu così esaustiva.

Versi 67 – 69

Di sùbito drizzato gridò: “Come?
dicesti “elli ebbe”? non viv’elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?”.

[vv. 67 – 69] Sollevatosi in piedi immediatamente gridò: “Come hai detto? Egli ebbe? Non è ancora vivo? La dolce luce del sole non ferisce più i suoi occhi?”.

Versi 70 – 72

Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facëa dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora.

[vv. 70 – 72] Quando si accorse che io avevo qualche indugio prima di rispondere, ripiombò supino e non si affacciò di fuori.

Versi 73 – 75

Ma quell’altro magnanimo, a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa;

[vv. 73 – 75] Ma quell’altro animo grande, per assecondare il desiderio in virtù del quale (a cui posta) mi ero fermato, non cambiò espressione, né girò il collo, né chinò il busto.

Versi 76 – 78

e sé continüando al primo detto,
“S’elli han quell’arte”, disse, “male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto.

[vv. 76 – 78] E continuando il discorso precedente disse: “Se essi hanno imparato male quell’arte (ancora riferito all’arte di rientrare in patria dopo un esilio), la cosa mi tormenta più di questa tomba”.

Versi 79 – 81

Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa.

[vv. 79 – 81] Ma non sarà riaccesa per cinquanta volte la faccia della donna che detiene qui il governo (la donna è Proserpina, regina degli inferi e volto della luna, per cui la perifrasi significa non tornerà la luna cinquanta volte, ovvero, non passeranno cinquanta mesi) prima che tu sappia quanto quell’arte sia gravosa (vale a dire prima che tu impari a tue spese quanto sia difficile l’arte del ritorno dall’esilio).

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Versi 82 – 84

E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?”.

[vv. 82 – 84] E se mai tu possa ritornare nel dolce mondo (il mondo terreno), dimmi: perché quel popolo (i fiorentini) è così ingiusto nei confronti dei miei (familiari) in ogni suo decreto?

Versi 85 – 87

Ond’io a lui: “Lo strazio e ’l grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio”.

[vv. 85 – 87] Per cui io gli risposi: “La strage e il grande scempio che tinse di rosso l’acqua dell’Arbia, fa fare nelle nostre chiese simili preghiere.

>>> Quello che Dante sta dicendo è che in sostanza è la responsabilità di Farinata nella strage di fiorentini che si consumò presso Montaperti (dove scorre l’Arbia), la ragione dell’atteggiamento del governo fiorentino nei confronti della sua famiglia.

Versi 88 – 90

Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
“A ciò non fu’ io sol”, disse, “né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.

[vv. 88 – 90] Dopo aver scosso sospirando il capo disse: “A quella battaglia (A ciò) non partecipai certo da solo, né certo senza ragione mi sarei mosso insieme agli altri.

Versi 91 – 93

Ma fu’ io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto”.

[vv. 91 – 93] Tuttavia fui solo io, nel momento in cui da tutti fu accettato che Firenze fosse distrutta, colui che la difese a spada tratta.

Versi 94 – 96

“Deh, se riposi mai vostra semenza”,
prega’ io lui, “solvetemi quel nodo
che qui ha ’nviluppata mia sentenza.

[vv. 94 – 96] “Deh, possa la vostra stirpe aver pace un giorno” lo pregai “scioglietemi quel dubbio che ha avviluppato il mio ragionamento.

Versi 97 – 99

El par che voi veggiate, se ben odo,
dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo”.

[vv. 97 – 99] Sembra che voi (dannati) vediate in anticipo, se ben comprendo, ciò che il tempo porterà con sé, pur avendo, per il presente, un’altra regola (altro modo: vale a dire, sembra che conosciate il futuro, ma non il presente)”.

Versi 100 – 102

“Noi veggiam, come quei c’ ha mala luce,
le cose”, disse, “che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.

[vv. 100 – 102] “Noi, come colui che ha la vista cattiva (il presbite), vediamo le cose che sono lontano” disse “solo in questo ci concede ancora la sua luce il sommo Signore.

Versi 103 – 105

Quando s’appressano o son, tutto è vano
nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano.

[vv. 103 – 105] Ma quando (le cose) si avvicinano o sono in atto del tutto vano è il nostro intelletto, e se altri non ce lo riferisce non sappiamo nulla della vostra condizione umana.

Versi 106 – 108

Però comprender puoi che tutta morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta”.

[vv. 106 – 108] Da questo puoi capire che la nostra conoscenza sarà completamente estinta a partire da quel momento in cui sarà chiusa la porta del futuro (il giorno del giudizio universale, dopo il quale non ci sarà più un futuro)”.

Versi 109 – 111

Allor, come di mia colpa compunto,
dissi: “Or direte dunque a quel caduto
che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;

[vv. 109 – 111] Allora, come contrito dal senso di colpa, dissi “Ora direte dunque a quello che è caduto (il padre di Cavalcanti, ricaduto nel sepolcro) che suo figlio è ancora in compagnia dei vivi;

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Versi 112 – 114

e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
fate i saper che ’l fei perché pensava
già ne l’error che m’avete soluto”.

[vv. 112 – 114] E se io sono rimasto muto nel rispondere, fate che lui sappia che l’ho fatto perché stavo già pensando a quel dubbio che ora mi avete risolto”.

Versi 115 – 117

E già ’l maestro mio mi richiamava;
per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con lu’ istava.

[vv. 115 – 117] E poiché ormai il mio maestro mi richiamava, io pregai più in fretta (più avaccio) lo spirito affinché mi dicesse chi era dannato lì con lui.

Versi 118 – 120

Dissemi: “Qui con più di mille giaccio:
qua dentro è ’l secondo Federico
e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio”.

[vv. 118 – 120] Mi disse: “Giaccio qui con più di altri mille: qua dentro c’é il secondo Federico e il Cardinale, e degli altri taccio”

>>> Il secondo Federico è Federico II di Svevia, figlio di Enrico VI e di Costanza d’Altavilla, ammirato da Dante per l’opera di riunificazione dell’impero da lui attuata e per i meriti letterari e mecenatistici (sotto di lui nel ‘200 fiorì la prima scuola letteraria italiana, quella siciliana). La collocazione di Federico nell’Inferno discende dalla condanna per eresia inflittagli dalla Chiesa, istituzione che l’imperatore aveva fortemente osteggiato, dando vita, tra l’altro, al conflitto tra i Ghibellini, suoi sostenitori e i Guelfi, sostenitori del papa.

>>> Il Cardinale è invece Ottaviano degli Ubaldini, vescovo di Bologna dal 1240 al 1244 e poi cardinale. Fu un feroce ghibellino e il suo potere nell’Italia centrale fu tale che fu detto Il Cardinale per antonomasia.

Versi 121 – 123

Indi s’ascose; e io inver’ l’antico
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico.

[vv. 121 – 123] A questo punto mi si nascose e io indirizzai i miei passi verso l’antico poeta (Virgilio), ripensando a quelle parole che mi sembravano ostili (il pensiero è per la profezia di Farinata, preannuncio di un destino avverso).

Versi 124 – 126

Elli si mosse; e poi, così andando,
mi disse: “Perché se’ tu sì smarrito?”.
E io li sodisfeci al suo dimando.

[vv. 124 – 26] Egli si incamminò, e poi, continuando a camminare mi disse: “Perché sei afflitto?” Ed io risposi alla sua domanda.

Versi 127 – 129

“La mente tua conservi quel ch’udito
hai contra te”, mi comandò quel saggio;
“e ora attendi qui”, e drizzò ’l dito:

[vv. 127 – 129] “Che la tua mente conservi ciò che hai sentito dire contro di te” mi comandò quel saggio “ed ora fai bene attenzione (attendi, da attendere: essere intento)” e alzò il dito,

Versi 130 – 132

“quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella il cui bell’occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il vïaggio”.

[vv. 130 – 132] “Quando sarai dinnanzi al dolce raggio emanato da colei i cui begli occhio tutto vedono, conoscerai da lei il proseguimento della tua vita”

Versi 133 – 135

Appresso mosse a man sinistra il piede:
lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
per un sentier ch’a una valle fiede,

[vv. 133 – 135] Poi indirizzò il passo verso sinistra: deviammo dal muro e ci muovemmo verso il centro, attraverso un sentiero che scende in un avvallamento,

Verso 136

che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.

[v. 136] Che faceva arrivare il suo puzzo spiacevole fin lassù.