Archivio testo: Inferno Canto 13

Inferno, Canto XIII (13), parafrasi e commento

INFERNO

CANTO 13

Divina Commedia, Inferno XIII

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Versi 1 – 3

Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato.

[vv. 1 – 3] Nesso non era ancora arrivato dall’altra parte, quando noi ci inoltrammo in un bosco che non era attraversato da nessun sentiero.

>>> Il primo verso stabilisce un rapporto di continuità narrativa col canto precedente: Nesso è il centauro che nel Canto XII ha mostrato a Dante e Virgilio i violenti, dannati in un fiume di sangue bollente. “L’altra parte” (“di là” nel testo) è appunto la riva opposta del fiume rispetto a quella dove ora si trovano Dante e Virgilio: Nesso infatti ha appena accompagnato i due pellegrini al di là del fiume e ora si è voltato per tornare indietro. Il canto si apre che il centauro non è ancora arrivato alla sponda da cui era partito.

Versi 4 – 6

Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.

[vv. 4 – 6 ] Non vi erano fronde verdi, ma di colore scuro; non rami dritti, ma nodosi e aggrovigliati; non frutti, ma rovi avvelenati.

Versi 7 – 9

Non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.

[vv. 7 – 9 ] Non dispongono (per vivere) di una sterpaglia aspra e fitta come questa nemmeno le fiere selvatiche nemiche dei luoghi coltivati (che sono) tra Cècina e Corneto (sono i confini della Maremma, considerata uno dei luoghi più selvaggi e inospitali d’Italia).

Versi 10 – 12

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.

[vv. 10 – 12] Qui fanno i loro nidi le luride Arpie, che cacciarono i Troiani dalle Strofadi, con la triste profezia di una sventura futura.

>>> Il riferimento è ad un passo dell’Eneide in cui si narra di come le arpie imbrattano con i loro escrementi le mense dei Troiani, costringendoli a fuggire dalle isole Strofadi. In quest’episodio l’arpia Celeno profetizza ad Enea e ai suoi compagni le sventure in cui incorreranno nel proseguimento del loro viaggio (è questo il “tristo annunzio di futuro” al v. 12).

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Versi 13 – 15

Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.

[vv. 13 – 15 ] Hanno ali larghe, e colli e visi umani, piedi con artigli e il grande ventre pennuto; emettono strani lamenti da sopra gli alberi.

Versi 16 – 18

E ’l buon maestro “Prima che più entre,
sappi che se’ nel secondo girone”,
mi cominciò a dire, “e sarai mentre

[vv. 16 – 18] E il buon maestro mi cominciò a dire: “Prima di addentrarti ulteriormente, sappi che sei nel secondo girone, e vi resterai fino a che

Versi 19 – 21

che tu verrai ne l’orribil sabbione.
Però riguarda ben; sì vederai
cose che torrien fede al mio sermone”.

[vv. 19 – 21 ] non giungerai all’orribile landa di sabbia (sabbione). Perciò guarda bene; vedrai cose che (se le raccontassi) toglierebbero credibilità alle mie parole”.

>>> Il secondo girone del settimo cerchio è costituito da un bosco nel quale vengono puniti i violenti contro se stessi, e dunque in primo luogo i suicidi, le anime dei quali, come si vedrà, sono rinchiuse all’interno delle piante che Dante vede attorno a sé. Il contrappasso è abbastanza evidente: come in vita essi ebbero in spregio il loro corpo, giungendo a liberarsene, ora sono costretti a vivere in un corpo che non è umano, ma solo vegetale.

Versi 22 – 24

Io sentia d’ogne parte trarre guai
e non vedea persona che ’l facesse;
per ch’io tutto smarrito m’arrestai.

[vv. 22 – 24 ] Io sentivo emettere lamenti da ogni direzione e non vedevo nessuno che lo facesse; per cui mi fermai tutto smarrito.

Versi 25 – 27

Cred’ïo ch’ei credette ch’io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi si nascondesse.

[vv. 25 – 27 ] Credo che egli credette che io credessi che tutte quelle voci, in mezzo a quei rami (tra quei bronchi), uscissero da gente che si nascondesse a causa nostra.

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Versi 28 – 30

Però disse ’l maestro: “Se tu tronchi
qualche fraschetta d’una d’este piante,
li pensier c’ hai si faran tutti monchi”.

[vv. 28 – 30 ] Perciò disse il maestro: “Se tu spezzi qualche ramoscello (fraschetta) di una di queste piante, i pensieri che stai facendo si interromperanno tutti (si faran monchi: non avranno seguito)”.

Versi 31 – 33

Allor porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”.

[vv. 31 – 33] Allora allungai un poco la mano, e colsi un ramoscello da un grande cespuglio; e il suo tronco gridò: “Perchè mi spezzi?”

Versi 34 – 36

Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: “Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?

[vv. 34 – 36 ] Divenuto poi scuro di sangue, riprese a dire: “Perche mi strappi? Non hai tu nessuno spirito di pietà?

Versi 37 – 39

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb’esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi”.

[vv. 37 – 39 ] Eravamo uomini e ora siamo stati trasformati in sterpi: la tua mano avrebbe dovuto essere ben più pietosa, anche se fossimo state anime di serpenti”.

Versi 40 – 42

Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’ capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via,

[vv. 40 – 42] Come un ramo verde, quando viene bruciato ad una estremità, dall’altra emette gocce di linfa (geme) e produce un suono acuto (cigola) per l’evaporazione,

Versi 43 – 45

sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme.

[vv. 43 – 45 ] Allo stesso modo dal ramo spezzato uscivano insieme parole e sangue; per cui io lasciai cadere la cima del ramo, e mi fermai come chi raggela di paura.

Versi 46 – 48

“S’elli avesse potuto creder prima”,
rispuose ’l savio mio, “anima lesa,
ciò c’ ha veduto pur con la mia rima,

[vv. 46 – 48] “Se egli avesse potuto credere già da prima,” rispose il mio saggio, “oh anima offesa, ciò che ha visto soltanto attraverso la mia poesia,

Versi 49 – 51

non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.

[vv. 49 – 51] non avrebbe allungato la mano contro di te; ma il fatto che la cosa non fosse credibile mi ha spinto ad indurlo ad una azione (ovra, opera) che rincresce a me per primo.

>>> All’origine di tutta l’invenzione dei rami che piangono e sanguinano c’è l’episodio virgiliano di Polidoro: Enea, giunto nella terra di Polinestore, strappa delle fronde per coprire l’area dell’altare appena eretto; da esse vede colare sangue nero e sente la voce del giovane principe Polidoro che gli racconta la sua tragica fine. Enea apprende che le fronde altro non sono che il risultato della metamorofsi delle lance con cui il giovane è stato trafitto: il cadavere giace lì sotto, ma non perfettamente sepolto, sicché l’anima non è entrata nell’Ade. Enea si affretta a tumulare degnamente Polidoro e riparte, lasciando per sempre quel luogo maledetto. Questi fatti, narrati nel libro terzo dell’Eneide, sono la “rima” cui Virgilio fa riferimento al v. 48.

Versi 52 – 54

Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece
d’alcun’ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece”.

[vv. 52 – 54 ] Ma digli chi sei stato, in modo che invece di porgerti semplicemente le sue scuse, egli possa rinnovare la tua fama su nel mondo, dove gli è consentito (lece: lat. licet) tornare”.

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Versi 55 – 57

E ’l tronco: “Sì col dolce dir m’adeschi,
ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
perch’ïo un poco a ragionar m’inveschi.

[vv. 55 – 57] E il tronco disse: “A tal punto mi alletti con parole così dolci, che non posso tacere, e non vi dispiaccia il fatto che io mi metta un po’ a raccontare.

Versi 58 – 60

Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi,

[vv. 58 – 60] Io sono colui che tenne entrambe le chiavi del cuore di Federico, e che le girai, chiudendo ed aprendo, con tanta dolcezza,

Versi 61 – 63

che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi;
fede portai al glorïoso offizio,
tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.

[vv. 61 – 63 ] che allontanai dalla sua confidenza (secreto) quasi ogni altra persona; fui tanto fedele al mio glorioso incarico, che per esso perdei il sonno e infine la vita (i polsi: il luogo in cui pulsa la vita).

>>> A parlare è Pier delle Vigne, il grande cancelliere e consigliere di Federico II di Svevia, autore tra l’altro di alcune liriche ascritte alla scuola poetica siciliana. L’immagine delle due chiavi, che sono quelle che rispettivamente aprono e chiudono il cuore dell’imperatore, rende bene l’idea della totale e a tutti nota fiducia nutrita da Federico nei confronti del suo consigliere. Questa grande confidenza che lega i due uomini è tuttavia all’origine della brutta fine di Pier delle Vigne: il suo legame privilegiato con l’imperatore attira su di lui le antipatie degli altri membri della corte, che per vendicarsi lo discreditano agli occhi del sovrano; il cancelliere, non potendo tollerare il disonore, sceglie per dignità di darsi la morte, e per questo finisce dannato tra i suicidi.

Versi 64 – 66

La meretrice che mai da l’ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,

[vv. 64 – 66] La meretrice (l’invidia), che non distolse mai dal palazzo imperiale (ospizio di Cesare) lo sguardo venale, rovina di tutti e vizio delle corti,

Versi 67 – 69

infiammò contra me li animi tutti;
e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.

[vv. 67 – 69] infiammò contro di me tutti gli animi; e quelli, infiammati ( i cortigiani, accesi d’invidia), accesero d’ira l’imperatore (Augusto), tanto che i miei lieti onori si convertirono in tristi sventure.

Versi 70 – 72

L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.

[vv. 70 – 72] Il mio animo, credendo con gusto sprezzante, di evitare il disprezzo dandosi la morte (suicidandosi), mi rese ingiusto contro me stesso, che ero giusto.

Versi 73 – 75

Per le nove radici d’esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d’onor sì degno.

[vv. 73 – 75] Vi giuro sulle recenti radici di questo albero che non ho mai tradito la mia fedeltà al mio signore, che fu tanto degno d’onore.

Versi 76 – 78

E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che ’nvidia le diede”.

[vv. 76 – 78] E se qualcuno di voi ritorna nel mondo terreno, risollevi il ricordo che si ha di me, che è ancora prostrato a causa del colpo che l’invidia gli ha inferto”.

Versi 79 – 81

Un poco attese, e poi “Da ch’el si tace”,
disse ’l poeta a me, “non perder l’ora;
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace”.

[vv. 79 – 81 ] Dopo aver atteso un poco il poeta (Virgilio) mi disse: “Poichè tace, non perdere l’occasione (l’ora); ma parla e ponigli una domanda, se vuoi ascoltare dell’altro”.

Versi 82 – 84

Ond’ïo a lui: “Domandal tu ancora
di quel che credi ch’a me satisfaccia;
ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora”.

[vv. 82 – 84] Per cui io gli dissi: “Interrogalo nuovamente tu, su quello che credi che esaudisca il mio desiderio; io non potrei farlo, tanta compassione mi opprime il cuore”.

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Versi 85 – 87

Perciò ricominciò: “Se l’om ti faccia
liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia

[vv. 85 – 87 ] Allora ricominciò: “Possa esserti fatto generosamente ciò che le tue parole supplicano, spirito incarcerato, ma tu abbi la cortesia (ti piaccia)

Versi 88 – 90

di dirne come l’anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s’alcuna mai di tai membra si spiega”.

[vv. 88 – 90] di continuare a parlarci di come l’anima resta legata a questi sterpi nodosi (nocchi); e dicci, se puoi, se qualcuna (qualche anima) si libera mai da tali membra”.

Versi 91 – 93

Allor soffiò il tronco forte, e poi
si convertì quel vento in cotal voce:
“Brievemente sarà risposto a voi.

[vv. 91 – 93 ] Allora il tronco soffiò forte, e poi quel vento si tramutò in una voce che diceva: “Vi sarà risposto in breve.

Versi 94 – 96

Quando si parte l’anima feroce
dal corpo ond’ella stessa s’è disvelta,
Minòs la manda a la settima foce.

[vv. 94 – 96] Quando l’anima crudele si separa dal corpo dal quale essa stessa si è strappata, Minosse la manda alla settima porta.

Versi 97 – 99

Cade in la selva, e non l’è parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.

[vv. 97 – 99] Cade nella selva, e non le è assegnato un luogo preciso; ma dove la sorte (come fosse una balestra) la scaglia, là germoglia con la stessa facilità del seme di spelta (pianta infestante).

Versi 100 – 102

Surge in vermena e in pianta silvestra:
l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra.

[vv. 100 – 102 ] Cresce come uno stelo, e poi come pianta selvatica: le Arpie, nutrendosi delle sue foglie, producono insieme dolore (per le ferite) e varco al manifestarsi del dolore stesso (al dolor fenestra).

Versi 103 – 105

Come l’altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch’alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.

[vv. 103 – 105] Come le altre anime, anche noi verremo per riprendere i nostri corpi (nel giorno del giudizio), ma non perché possiamo rivestirci di essi – perché non è giusto che uno abbia indietro ciò che si è tolto da sé

Versi 106 – 108

Qui le strascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l’ombra sua molesta”.

[vv. 106 – 108 ] li trascineremo qui, e i nostri corpi saranno impiccati nel triste bosco, ciascuno all’albero (pruno) germogliato dalla propria anima (ombra) infesta (molesta in quanto lo uccise)”.

Versi 109 – 111

Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch’altro ne volesse dire,
quando noi fummo d’un romor sorpresi,

[vv. 109 – 111] Noi eravamo ancora attenti al tronco, credendo che ci volesse dire dell’altro, quando fummo sorpresi da un rumore,

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Versi 112 – 114

similemente a colui che venire
sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
ch’ode le bestie, e le frasche stormire.

[vv. 112 – 114] come accade a colui (il cacciatore) che sente arrivare al luogo dove è appostato (a la sua posta) il cinghiale, e dietro tutta la turba dei cani e dei battitori (la caccia) e sente il calpestio delle bestie e il fruscio delle frasche (da loro smosse).

Versi 115 – 117

Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogne rosta.

[vv. 115 – 117 ] Ed ecco che comparvero due (uomini) dal lato sinistro, nudi e graffiati, che scappavano così velocemente che rompevano ogni ramo (rosta: frasche) della selva.

Versi 118 – 120

Quel dinanzi: “Or accorri, accorri, morte!”.
E l’altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: “Lano, sì non furo accorte

[vv. 118 – 120] Quello davanti gridava: “Vieni, morte, vieni!” e l’altro, a cui sembrava di esser troppo lento, gridava: “Lano, non furono così abili

Versi 121 – 123

le gambe tue a le giostre dal Toppo!”.
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d’un cespuglio fece un groppo.

[vv. 121 – 123 ] le tue gambe agli scontri (le giostre) presso il Toppo!” E dato che forse gli veniva meno (fallìa) il fiato, fece un solo nodo di sè e di un cespuglio (gettandocisi dentro).

>>> I due personaggi sono nell’ordine:
– Lano di Ricolfo Maconi, giovane senese ricchissimo che dilapidò tutte le sue sostanze e che, per non affrontare la povertà in cui si era ridotto, si procurò la morte lanciandosi deliberatamente tra i nemici nella battaglia del Toppo, tra senesi e aretini.
– Iacopo da Santo Andrea, padovano, celebre per diversi episodi di prodigalità sfrenata.
I due sono due scialacquatori, colpevoli della violenza furiosa contro i propri beni fino alla completa distruzione di essi, e puniti in questo girone con la trasformazione in prede di una caccia sfrenata – anticipata dalla similitudine ai vv. 112 -114 – che vede nel ruolo di cacciatori due segugi infernali, cani-diavolo che costituiscono un soggetto ricorrente dell’immaginario medievale.

Versi 124 – 126

Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch’uscisser di catena.

[vv. 124 – 126] Dietro a loro la selva era piena di cagne nere, affamate e in corsa, come cani da caccia liberati dalla catena.

Versi 127 – 129

In quel che s’appiattò miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.

[vv. 127 – 129] Affondarono i denti in quello che s’era nascosto, e lo lacerarono smembrandolo a brandelli; poi si portarono via quelle membra dolenti.

Versi 130 – 132

Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea
per le rotture sanguinenti in vano.

[vv. 130 – 132 ] Allora la mia guida mi prese per mano, e mi portò al cespuglio che piangeva attraverso le ferite che sanguinavano invano (perché non erano servite alla salvezza di Jacopo)

Versi 133 – 135

“O Iacopo”, dicea, “da Santo Andrea,
che t’è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?”.

[vv. 133 – 135] “O Iacopo di Sant’Andrea,” diceva, “a che t’è servito farti riparo di me? Che colpa ne ho io della tua vita colpevole?”

Versi 136 -138

Quando ’l maestro fu sovr’esso fermo,
disse: “Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso sermo?”.

[vv. 136 -138] Quando il maestro si fermò presso di lui, disse: “Chi fosti (in vita), tu che attraverso le tante punte (dei tuoi rami spezzati) soffi insieme al sangue queste parole dolorose (sermo: sermone, discorso)?”

Versi 139 -141

Ed elli a noi: “O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c’ ha le mie fronde sì da me disgiunte,

[vv. 139 -141] Ed egli ci rispose: “O anime, che siete giunte a vedere il turpe strazio che mi ha strappato in questa maniera le mie fronde,

Versi 142 – 144

raccoglietele al piè del tristo cesto.
I’ fui de la città che nel Batista
mutò ’l primo padrone; ond’ei per questo

[vv. 142 – 144] raccoglietele ai piedi dell’infelice cespuglio (cesto: cespite). Io fui di quella città che cambiò il suo primo protettore (il dio Marte) con San Giovanni Battista (cioè Firenze) ragion per cui

Versi 145 – 147

sempre con l’arte sua la farà trista;
e se non fosse che ’n sul passo d’Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,

[vv. 145 – 147] lui (Marte) la tormenterà per sempre con la sua arte (cioè con la guerra); e se non fosse che presso il ponte sull’Arno rimane ancora qualche sua immagine (una statua equestre di epoca gotica che i fiorentini ritenevano essere una statua di Marte tolta dal tempio del dio),

Versi 148 – 150

que’ cittadin che poi la rifondarno
sovra ’l cener che d’Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno.

[vv. 148 -150] quei cittadini che la rifondarono sulle ceneri rimaste dopo il passaggio di Attila (in realtà per Firenze era passato Totila, non Attila), l’avrebbero ricostruita inutilmente (lett. avrebbero lavorato invano: perché il dio l’avrebbe interamente distrutta di nuovo).

Verso 151

Io fei gibetto a me de le mie case”.

[v. 151 ] Io feci della mia casa la mia forca (vale a dire mi impiccai in casa)”.

>>> Riguardo all’identità dell’anonimo suicida sono stati avanzati i nomi di Lotto degli Agli e di Rocco de’ Mozzi. In realtà coloro che all’epoca di Dante si impiccarono nella propria casa a Firenze sono moltissimi cosicché risulta impossibile fare ipotesi sicure. Appare anzi lecito pensare che l’intento di Dante in questo passo sia proprio quello di sottolineare l’incidenza abnorme dei suicidi nella sua città, e che la scelta di lasciare anonimo il personaggio sia una scelta funzionale proprio a questo scopo.