Archivio testo: Inferno Canto 19

Inferno, Canto XIX (19), parafrasi e commento

INFERNO

CANTO 19

Divina Commedia, Inferno XIX

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Versi 1 – 5

O Simon mago, o miseri seguaci
che le cose di Dio, che di bontate
deon essere spose, e voi rapaci
per oro e per argento avolterate,

[vv. 1 – 4] Oh Simon mago, oh miserabili seguaci che, avidi, prostituite (avolterate: adulterate, concedete illegittimamente) in cambio di denaro le cose sacre, le quali dovrebbero essere sposate (ovvero dovrebbero essere concesse in via esclusiva) a chi è buono:

>>> L’apostrofe in apertura serve a Dante per introdurre il tema generale del Canto XIX: la dannazione dei “simonìaci”. Il peccato di “simonìa” nel Medioevo include ogni genere di compravendita di beni spirituali, come anche di beni materiali, di proprietà e di cariche ecclesiastiche. Il vocabolo “simonìa” deriva dal nome dell’uomo che per primo, nella tradizione cristiana, osò tentare di comprare qualcosa di sacro: Simone, mago di Samaria, ricordato negli Atti degli Apostoli come colui che cercò di farsi vendere da S. Pietro e S. Giovanni la facoltà di trasmettere lo Spirito Santo con l’imposizione delle mani. Proprio a lui (il simoniaco per antonomasia), e ai suoi seguaci (intendendo con ciò tutti i simoniaci di ogni epoca e luogo), si rivolge Dante nell’apostrofe.

Versi 5 – 6

or convien che per voi suoni la tromba,
però che ne la Terza Bolgia state.

[vv. 5 – 6] è giunta l’ora in cui per voi suoni la tromba, giacché vi trovate nella Terza Bolgia.

>>> Il suono di tromba cui si fa riferimento al v. 5 potrebbe essere quello che, all’epoca di Dante, anticipava la lettura sulle pubbliche piazze delle sentenze dei giudici, oppure lo squillo delle trombe suonate dagli angeli nel giudizio universale; in entrambi i casi il valore complessivo (“è giunta l’ora di pagare per le vostre colpe”) resta invariato.

>>> La Terza Bolgia è il terzo dei livelli nei quali si divide il Cerchio Ottavo. All’interno di questo Cerchio, nel quale vengono puniti tutti i fraudolenti, le anime dannate appaiono suddivise in 10 Bolge, sulla base dello specifico tipo di inganno che hanno commesso: Dante ha già visitato i ruffiani (nella Prima Bolgia) e gli adulatori (nella Seconda Bolgia), ed ora è giunto tra i simoniaci nella Terza Bolgia.

Versi 7 – 9

Già eravamo, a la seguente tomba,
montati de lo scoglio in quella parte
ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba.

[vv. 7 – 9] Infatti ormai, nella nuova Bolgia (seguente tomba: le bolge sono fosse circolari concentriche scavate nell’Ottavo Cerchio, e separate tra loro da argini, di qui la metafora “tombe”), avevamo già raggiunto quella parte del ponte che cade perpendicolarmente (a punto) sopra il centro del fossato (il ponte di cui Dante parla è un ponte roccioso che si sviluppa a cavallo tra argine e argine, nella direzione del diametro dell’Ottavo Cerchio, attraversando così tutte le Bolge).

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Versi 10 – 12

O somma sapienza, quanta è l’arte
che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
e quanto giusto tua virtù comparte!

[vv. 10 – 12] Oh somma sapienza (perifrasi per indicare Dio), quanto è grande la capacità che dimostri in cielo, in terra e nell’Inferno (nel mal mondo), e con quanta giustizia la tua potenza distribuisce i premi e le punizioni! (compartire: assegnare con perfetta proporzione a ciascuno quanto gli è dovuto)

>>> Una seconda apostrofe (dopo quella a Simon mago e ai suoi seguaci che apre il canto), rivolta a Dio, chiamato con uno dei suoi attributi ed esaltato con tono solenne per la saggezza con cui giudica e assegna ricompense e punizioni, introduce il tema del castigo divino e quindi la descrizione del castigo inflitto ai simoniaci.

Versi 13 – 15

Io vidi per le coste e per lo fondo
piena la pietra livida di fóri,
d’un largo tutti e ciascun era tondo.

[vv. 13 – 15] Mi accorsi che lungo le pareti e sul fondo (del fossato) la pietra scura era piena di buchi, tutti della stessa larghezza e circolari.

Versi 16 – 18

Non mi parean men ampi né maggiori
che que’ che son nel mio bel San Giovanni,
fatti per loco d’i battezzatori;

[vv. 16 – 18] Essi non mi sembravano né più stretti, né più larghi di quelli che ci sono nel mio bel battistero di San Giovanni, realizzati come alloggiamenti dei fonti battesimali (battezzatori: pl. di battezzatorio = fonte battesimale);

>>> Il “bel San Giovanni” di questi versi è il battistero di S. Giovanni, a Firenze, che Dante designa come “suo”, con tono affettivo, per senso di appartenenza cittadina; i fori di cui Dante parla erano dei pozzetti stretti e profondi che, all’epoca di Dante, ospitavano i fonti battesimali del battistero fiorentino.

Versi 19 – 21

l’un de li quali, ancor non è molt’anni,
rupp’io per un che dentro v’annegava:
e questo sia suggel ch’ogn’omo sganni.

[vv. 19 – 21] uno dei quali, non molti anni fa, fu rotto proprio da me, per (salvare) un uomo che vi stava soffocando dentro: e questo valga come sigillo di garanzia che impedisca che qualcuno resti ingannato.

>>> “E questo sia suggel ch’ogn’omo sganni”: per qualche motivo a Dante preme precisare quale sia stata la ragione che lo spinse a rompere il pozzetto, quasi a voler mettere a tacere false dicerie. All’espressione va dunque attribuito un valore del tipo: “E’ così che è andata, e nessuno si lasci ingannare se gli viene detto il contrario!” oppure “E’ questa la mia testimonianza, per cui i male informati si ravvedano!”.

Versi 22 – 24

Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
d’un peccator li piedi e de le gambe
infino al grosso, e l’altro dentro stava.

[vv. 22 – 24] In corrispondenza di ciascuno di questi buchi, fuori dall’imboccatura, fuoriuscivano i piedi e le gambe di un peccatore, fino alla coscia, mentre il resto (del corpo) stava all’interno.

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Versi 25 – 27

Le piante erano a tutti accese intrambe;
per che sì forte guizzavan le giunte,
che spezzate averien ritorte e strambe.

[vv. 25 – 27] Tutti quanti (i dannati) avevano ambedue le piante dei piedi in fiamme; per cui le articolazioni delle ginocchia scalciavano (guizzavan: si dimenavano) così violentemente, che avrebbero spezzato funi e corde (le “ritorte” erano funi di vimini, le “strambe” erano corde realizzate con fibre vegetali).

Versi 28 – 30

Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
muoversi pur su per la strema buccia,
tal era lì dai calcagni a le punte.

[vv. 28 – 30] Come la fiamma che arde sugli oggetti cosparsi d’olio è solita spandersi unicamente sulla parte più superficiale (strema buccia: estrema superficie esterna), così facevano anche quelle fiamme, dai talloni alle punte dei piedi.

Versi 31 – 33

«Chi è colui – maestro – che si cruccia
guizzando più che li altri suoi consorti»,
diss’io, «e cui più roggia fiamma succia?».

[vv. 31 – 33] “Chi è quello” oh maestro (rivolto a Virgilio) “che si tormenta dimenandosi più di quanto non facciano gli altri suoi compagni di sorte,” dissi io, “e che viene lambito da una fiamma di un rosso più intenso?”

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Versi 34 – 36

Ed elli a me: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti
là giù per quella ripa che più giace,
da lui saprai di sé e de’ suoi torti».

[vv. 34 – 36] Ed egli (Virgilio) mi rispose: “Se tu vuoi che io ti conduca laggiù, lungo quel pendio che è un po’ meno scosceso (più giace: che è più pianeggiante), saprai da lui stesso notizie su di sé e sui suoi peccati”.

Versi 37 – 39

E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace:
tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto
dal tuo volere, e sai quel che si tace».

[vv. 37 – 39] E io dissi: “Tutto ciò che è gradito a te, è gradito anche a me: tu sei la mia guida, e sai che non mi allontano da ciò che tu desideri, e conosci anche quello che io taccio”.

Versi 40 – 42

Allor venimmo in su l’argine quarto:
volgemmo e discendemmo a mano stanca
là giù nel fondo foracchiato e arto.

[vv. 40 – 42] Così raggiungemmo il quarto argine (i due poeti attraversano il ponte e raggiungono l’argine che separa la Terza Bolgia dalla quarta): ci girammo, e poi scendemmo verso sinistra (mano stanca o manca: la sinistra, più debole della destra), fino al fondo bucherellato e angusto della Bolgia,

Versi 43 – 45

Lo buon maestro ancor de la sua anca
non mi dipuose, sì mi giunse al rotto
di quel che si piangeva con la zanca.

[vv. 43 – 45] Il buon maestro (Virgilio) non mi rimise a terra finché non mi portò vicino al buco (rotto) in cui stava colui che piangeva con le gambe (vale a dire: colui che poteva esprimere il proprio tormento unicamente scalciando).

>>> In tutti gli spostamenti che si svolgono lungo gli scoscesi pendii tra le Bolge, Dante non viene semplicemente guidato da Virgilio, ma “trasportato” in senso stretto, sulle spalle oppure in braccio: di qui il senso dell’espressione “mi dipuose” = “mi rimise a terra”, altrimenti difficilmente comprensibile. Quanto all’utilizzo dell’espressione “Piangere con la zanca” = “Piangere con le gambe”, essa non è puramente sarcastica come potrebbe apparire, bensì descrive una reale condizione dei simoniaci, ai quali è dato di esprimere le loro emozioni unicamente con il movimento delle gambe, come si vedrà anche più avanti, quando, durante il dialogo tra Dante e papa Niccolò III, sarà proprio girando i piedi e scalciando che il papa esprimerà il proprio disappunto.

Versi 46 – 48

«O qual che se’, che ’l di sù tien di sotto,
anima trista come pal commessa»,
comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto».

[vv. 46 – 48] Io cominciai a dire: “Oh, chiunque tu sia, tu che tieni in basso la parte superiore del tuo corpo (ovvero che ti trovi a testa in giù, capovolto), tu anima sofferente, conficcata come un palo (nel terreno), parlami, se puoi!”

>>> L’anima a cui Dante si sta rivolgendo appartiene a Papa Niccolò III, ovvero Giovanni Gaetano Orsini, pontefice dal 1277 al 1280, passato alla storia per la cattiva condotta e gli atti di nepotismo.

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Versi 49 – 51

Io stava come ’l frate che confessa
lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto,
richiama lui, per che la morte cessa.

[vv. 49 – 51] Io stavo nella stessa posizione del frate, quando confessa un perfido assassino il quale, mentre viene sepolto vivo, richiama indietro il confessore e così ritarda (per altri: “scongiura”) la propria morte.

>>> Questa scena, in cui Dante ribalta sarcasticamente i ruoli con papa Niccolò III, assegnando a sé, laico, la parte del giusto confessore, e all’ecclesiastico la parte del delinquente, appare ispirata da quella che era la vera pena che, a Firenze come altrove, veniva inflitta agli assassini di mestiere, i sicari, e vale a dire la “propagginazione”: il condannato veniva messo a testa in giù in una buca che veniva poi riempita fino al soffocamento del suppliziato. Il “lui” richiamato dal sicario (v. 51) è il confessore, che il sicario fa tornare a sé o semplicemente per ritardare il momento dell’esecuzione tergiversando nella confessione (se al verbo cessa si dà il significato di “ritardare”), o, secondo altri, per confessargli il nome del proprio mandante, ottenendo così la grazia in cambio della delazione e scongiurando la propria esecuzione (se al verbo cessare si dà il senso di “impedire”, “porre fine”).

Versi 52 – 54

Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto,
se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto.

[vv. 52 – 54] Ed egli gridò: “Sei già lì, sei già lì, Bonifacio? La profezia si è sbagliata di molti anni.

>>> Per comprendere questi versi bisogna sapere che i dannati di questa Terza Bolgia, i simoniaci, restano conficcati all’imboccatura delle buche, con le gambe all’esterno, solo fino al momento in cui un altro dannato della loro stessa condizione non venga destinato alla loro stessa buca. A quel punto il nuovo dannato occupa la posizione all’imboccatura della buca, restando con le gambe all’esterno, mentre il suo predecessore viene spinto più a fondo nella roccia. Niccolò III, nel sentire una voce che gli si rivolge dall’esterno della buca, non potendo immaginare che a parlare sia il pellegrino Dante, crede che quelle parole siano pronunciate dal simoniaco che è venuto a prendere il suo posto. Niccolò, in quanto defunto, conosce il futuro, e sa che il simoniaco che ha questo destino è papa Bonifacio VIII: per questa ragione cade nell’equivoco e si rivolge a Dante chiamandolo “Bonifazio”. Di qui anche la considerazione al v. 54: “lo scritto” cui Niccolò fa riferimento è per l’appunto la profezia cui egli ha accesso, il futuro che egli può leggere, sulla cui base egli attendeva l’arrivo di Bonifacio per il 1303 (l’anno della morte reale di Bonifacio VIII) e non, con 3 anni di anticipo, nel 1300 (l’anno del viaggio ultraterreno di Dante).

Versi 55 – 57

Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio
per lo qual non temesti tòrre a ’nganno
la bella donna, e poi di farne strazio?».

[vv. 55 – 57] Ti sei saziato così presto di quegli averi, per amore dei quali non hai esitato a prendere con l’inganno la bella donna (la Chiesa) e poi a farne scempio?”

Versi 58 – 60

Tal mi fec’io, quai son color che stanno,
per non intender ciò ch’è lor risposto,
quasi scornati, e risponder non sanno.

[vv. 58 – 60] Io rimasi come coloro che, poiché non comprendono ciò che è stato loro risposto, si bloccano interdetti, e non sanno che cosa ribattere.

>>> Nella finzione letteraria lo stupore e l’interdizione di Dante si giustificano col fatto che egli non è riuscito a capire l’identità dell’anima che gli sta parlando, né ha capito chi sia il Bonifazio con cui quell’anima crede di parlare. Con questo stratagemma l’autore crea la “suspance” che gli è necessaria per introdurre la profezia della condanna di uno dei personaggi che maggiormente disprezza, papa Bonifacio VIII, bersaglio polemico costante di tutto il poema.

Versi 61 – 63

Allor Virgilio disse: «Dilli tosto:
“Non son colui, non son colui che credi»
e io rispuosi come a me fu imposto.

[vv. 61 – 63] Allora Virgilio mi disse: “Digli subito: ‘No sono io, non sono io l’uomo che credi’, e io risposi come mi era stato ordinato.

Versi 64 – 66

Per che lo spirto tutti storse i piedi;
poi, sospirando e con voce di pianto,
mi disse: «Dunque che a me richiedi?

[vv. 64 – 66] A quel punto l’anima girò completamente i piedi (per il disappunto); poi, sospirando e con il tono di chi sta piangendo, mi disse: “Dunque, che cosa mi stai chiedendo?

Versi 67 – 69

Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,
che tu abbi però la ripa corsa,
sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;

[vv. 67 – 69] Se sapere chi io sia, ti interessa al punto che hai attraversato il pendio per questa ragione, sappi che io ho vestito il manto papale (il gran manto);

Versi 70 – 72

e veramente fui figliuol de l’orsa,
cupido sì per avanzar li orsatti,
che sù l’avere e qui me misi in borsa.

[vv. 70 – 72] e sono stato un figlio dell’Orsa (della famiglia Orsini) di nome e di fatto (veramente), avido a tal punto, allo scopo di favorire i miei cuccioli (li orsatti: i miei cuccioli di orso, ovvero “i miei discendenti”), che così come nella vita terrena (sù) ho messo nel sacco i denari, allo stesso modo qui (nell’Inferno), ho messo nel sacco me stesso.

>>> La designazione di “figlio dell’orsa”, con cui Niccolò III si presenta, è designazione ricorrente nei documenti dell’epoca, per indicare gli appartenenti alla famiglia “Orsini”, detti appunto “filii Ursae”. La successiva precisazione “veramente”, gioca con la considerazione che si aveva dell’orso durante il Medioevo, epoca in cui l’animale veniva considerato esempio emblematico di ingordigia e di geloso attaccamento alla prole. Il v. 72 spiega infine quale sia il contrappasso dei simoniaci: come nella vita terrena misero empiamente nella loro borsa il denaro frutto della vendita di beni spirituali, ora essi vengono infilati in una buca, metafora della borsa per la quale si dannarono l’anima.

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Versi 73 – 75

Di sotto al capo mio son li altri tratti
che precedetter me simoneggiando,
per le fessure de la pietra piatti.

[vv. 73 – 75] Al di sotto della mia testa si trovano conficcati gli altri che mi hanno preceduto nel peccato di simonia (simoneggiando), schiacciati tra le fessure della roccia.

>>> Come già detto i simoniaci al momento della dannazione occupano l’imboccatura della buca alla quale sono assegnati, stando con i piedi all’esterno, ma con l’arrivo di nuovi dannati, che prendono la loro posizione all’imbocco del foro nella roccia, essi vengono spinti via via più in basso e ricacciati sempre più a fondo nella roccia, ammucchiandosi e schiacciandosi gli uni contro gli altri.

Versi 76 – 78

Là giù cascherò io altresì quando
verrà colui ch’i’ credea che tu fossi
allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando.

[vv. 76 – 78] Laggiù scivolerò anche io il giorno che arriverà colui per il quale ti avevo scambiato (lett.: colui che io credevo che tu fossi, ovvero Bonifacio VIII), quando, senza attendere, ti ho rivolto quella domanda (la domanda è quella alla terzina vv. 55 – 57: ti sei saziato così presto …?)

Versi 79 – 81

Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi
e ch’i’ son stato così sottosopra,
ch’el non starà piantato coi piè rossi:

[vv. 79 – 81] Tuttavia, già adesso, il tempo che io ho trascorso con i piedi bruciati (dal fuoco) e così capovolto, è più lungo di quello che egli (Bonifacio VIII) trascorrerà conficcato con i piedi arrossati:

Versi 82 – 84

ché dopo lui verrà di più laida opra
di ver’ ponente, un pastor sanza legge,
tal che convien che lui e me ricuopra.

[vv. 82 – 84] perché dopo di lui arriverà da Occidente un pastore senza legge (si tratta di Clemente V) capace di azioni anche più abominevoli, destinato a spingere giù per la roccia sia lui, che me.

>>> Nei versi 76 – 84 Dante mette in bocca a Niccolò III la profezia della dannazione di due personaggi che il poeta tiene particolarmente a condannare per le loro malefatte: papa Bonifacio VIII e papa Clemente V.
– Bonifacio VIII, vero nome Benedetto Caetani, divenne pontefice nell’anno 1294 e lo restò fino all’anno 1303. Fu un papa simoniaco e corrotto, e si rese responsabile di quella cacciata dei bianchi da Firenze che determinò, tra l’altro, l’esilio di Dante; nell’opera dantesca è un bersaglio polemico costante.
– Clemente V, vero nome Bertrand de Got, originario della Guascogna e già arcivescovo di Bordeaux (perciò è detto “proveniente da Occidente”), divenne papa nel 1305 lo restò fino al 1314. Si rese colpevole di atti di simonia e di corruzione, inoltre osteggiò segretamente l’impresa di Enrico VII in Italia e fu l’artefice di quel trasferimento, vergognoso agli occhi Dante, della sede papale ad Avignone.
Per quanto invece concerne la scansione temporale (ai vv. 79 – 84) essa corrisponde a realtà: Niccolò III muore nell’anno 1280, per cui, al momento dell’incontro con Dante, che avviene, secondo la finzione letteraria, nel 1300, ha già trascorso 23 anni all’imboccatura della buca. Bonifacio VIII invece muore nel 1303 e resta solo 11 anni all’imboccatura della buca, perché Clemente V, il papa destinato a prendere il suo posto nella buca, muore nel 1314, ricacciando più a fondo nella roccia sia Bonifacio VIII che Niccolò III.

Versi 85 – 87

Novo Iasón sarà, di cui si legge
ne’ Maccabei; e come a quel fu molle
suo re, così fia lui chi Francia regge».

[vv. 85 – 87] Sarà come il Giasone di cui si legge nel libro dei Maccabei; e, come nei confronti di quello fu debole il suo re, così nei confronti di costui (del pastor senza legge, ovvero Clemente V) sarà debole il sovrano che governa la Francia (Filippo il Bello)”.

>>> Nel secondo libro dei Maccabei, Giasone compra dal re Antioco IV Epifane il titolo di sommo sacerdote in cambio di 440 talenti d’argento. L’analogia con la vicenda di Clemente V, si giustifica col fatto che anche Bertrand de Got, nella corsa al pontificato, aveva “comprato” l’appoggio del re di Francia, Filippo il Bello, promettendogli in cambio tutte le decime del regno per un periodo di cinque anni. Da cui anche la similarità dei due re: come Antioco IV Epifane era stato sensibile alle lusinghe del denaro di Giasone, allo stesso modo lo era stato Filippo il Bello col denaro di Clemente V.

Versi 88 – 90

Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,
ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:
«Deh, or mi dì : quanto tesoro volle

[vv. 88 – 90] Non so se a questo punto io fui troppo sfacciato (folle: ardito, temerario, sfacciato), poiché gli risposi in questo tono (inizia qui una lunga invettiva di Dante contro i papi simoniaci): “Dimmi un po’: quanto denaro pretese

Versi 91 – 93

Nostro Segnore in prima da san Pietro
ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?
Certo non chiese se non “Viemmi retro”.

[vv. 91 – 93] Nostro Signore da San Pietro prima di affidargli le chiavi (del regno dei cieli)? Certo egli non disse null’altro che non fosse: “Seguimi!”.

Versi 94 – 96

Né Pier né li altri tolsero a Matia
oro od argento, quando fu sortito
al loco che perdé l’anima ria.

[vv. 94 – 96] E neanche Pietro, né gli altri (apostoli) richiesero oro o argento da Mattia, quando costui fu sorteggiato per prendere il posto lasciato dall’anima malvagia (Giuda).

>>> L’episodio è narrato negli Atti degli Apostoli: gli Apostoli, sotto la guida di S. Pietro, stabiliscono con un sorteggio colui che dovrà prendere il posto di Giuda, morto suicida (l’anima malvagia), e il sorteggio dà come esito il nome di Mattia.

Versi 97 – 99

Però ti sta, ché tu se’ ben punito;
e guarda ben la mal tolta moneta
ch’esser ti fece contra Carlo ardito.

[vv. 97 – 99] Perciò resta lì dove sei, perché vieni punito meritatamente; e custodisci bene il denaro indebitamente raccolto, che ti rese coraggioso contro Carlo (Carlo d’Angiò).

>>> Niccolò III durante tutto il periodo del pontificato fu decisamente ostile a Carlo d’Angiò, re di Sicilia, al quale tolse sia il titolo di senatore, sia la carica di vicario imperiale in Toscana. Dante in questo passo accusa Niccolò di poggiare la baldanza contro l’imperatore sulle ricchezze che aveva accumulato con i suoi atti di simonia.

Versi 100 – 102

E se non fosse ch’ancor lo mi vieta
la reverenza delle somme chiavi
che tu tenesti ne la vita lieta,

[vv. 100 – 102] e se non fosse che anche ora (qui nell’Inferno) me lo impedisce il rispetto per quelle sacre chiavi (le chiavi del soglio pontificio) che tu detenesti durante la tua vita terrena (la vita lieta: la vita prima della dannazione),

Versi 103 – 105

io userei parole ancor più gravi;
ché la vostra avarizia il mondo attrista,
calcando i buoni e sollevando i pravi.

[vv. 103 – 105] io ricorrerei a parole anche più offensive; perché la vostra avidità danneggia l’intera umanità, calpestando i buoni e innalzando i malvagi.

Versi 106 – 108

Di voi pastor s’accorse il Vangelista,
quando colei che siede sopra l’acque
puttaneggiar coi regi a lui fu vista;

[vv. 106 – 108] L’Evangelista ebbe notizia della futura venuta di pontefici come voi, quando vide colei che siede sopra le acque (la meretrice dell’Apocalisse di S. Giovanni, nella quale i medievali vedevano un’allegoria della Chiesa corrotta) puttaneggiare con i re (ovvero, allegoricamente, vendersi ai re);

>>> Per comprendere il senso della terzina occorre conoscere un passo dell’Apocalisse di S. Giovanni in cui l’Evangelista, profetizzando, viene invitato da un angelo a vedere la dannazione di una “grande meretrice che siede sulle acque, e con la quale fornicarono i re della terra” e l’Evangelista vede “una donna seduta su una bestia con sette teste e dieci corna”. Nell’interpretazione antica, patristica, la grande meretrice prefigurava la Roma pagana, con sette colli e dieci re. Nell’interpretazione Medievale, e in particolare degli ambienti del francescanesimo spirituale, ai quali Dante si allinea, la grande meretrice è la Chiesa corrotta, e la fornicazione con i re è figura dell’asservimento dei papi agli interessi dei re (in particolare del re di Francia).

Versi 109 – 111

quella che con le sette teste nacque,
e da le diece corna ebbe argomento,
fin che virtute al suo marito piacque.

[vv. 109 – 111] Quella (riferito alla meretrice) che nacque con sette teste e trasse forza dalle dieci corna, fintanto che il suo sposo osservò la virtù.

>>> Nelle parole di Dante le sette teste e le dieci corna non sono più della bestia su cui siede la donna (come nella passo biblico originale), ma della donna stessa. Inoltre, intendendo qui la donna non come Roma, ma come Chiesa, gli attributi non possono più significare i sette colli e i dieci re di Roma, ma dovranno essere intesi rispettivamente come i sette doni dello Spirito Santo, dai quali, secondo la dottrina, nasce la Chiesa, e i dieci comandamenti, che, nelle parole di Dante, hanno rappresentato un pilastro della Chiesa fino al momento in cui i papi non hanno smesso di osservare la virtù e si sono dati al peccato.

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Versi 112 – 114

Fatto v’avete Dio d’oro e d’argento;
e che altro è da voi a l’idolatre,
se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?

[vv. 112 – 114] Avete fatto dell’oro e dell’argento il vostro nuovo Dio! Quale differenza passa dunque, tra voi e gli idolatri (gli adoratori del vitello d’oro nell’Antico Testamento), se non che essi adorano un solo dio (il vitello appunto), e voi ne adorate cento (ovvero molti, tanti quante sono le monete)?

>>> Tutta la terzina riecheggia il passo biblico degli idolatri, gli adoratori del vitello d’oro, ovvero gli israeliti che, durante l’assenza di Mosè, chiamato da Dio sul Sinai, credendo che non sarebbe tornato, fusero i loro gioielli d’oro per forgiare una statua aurea raffigurante un vitello e presero ad adorarla. A questi Dante paragona i papi simoniaci, dediti all’adorazione del loro dio fatto di oro e di argento, e per di più, molteplice, come lo sono le monete.

Versi 115 – 117

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!».

[vv. 115 – 117] Ahi, Costantino! Quanto male generò, non la tua conversione, ma quella donazione che pretese da te colui che fu il primo papa a diventare ricco!”

>>> L’esclamazione, nella forma di apostrofe a Costantino, chiude l’invettiva dantesca contro Niccolò III e tutti i simoniaci, richiamando quello che Dante ritiene l’origine di tutti i mali della Chiesa: la donazione di Costantino. Infatti, secondo quanto si credeva all’epoca di Dante, il primo nucleo del potere temporale della Chiesa, era nato nel momento in cui l’imperatore Costantino, dopo essere stato guarito dalla lebbra da papa Silvestro, si era convertito al Cristianesimo e aveva donato alla Chiesa la città di Roma. Di tale donazione esisteva anche un documento, la cui falsità fu dimostrata solo in epoca umanistica (1440) dall’erudito Lorenzo Valla. Per Dante l’origine della corruzione della Chiesa risiede esattamente in quella donazione, che rese ricca e dotò di un potere la Chiesa di papa Silvestro, dapprima povera e priva di un territorio su cui esercitare un’autorità temporale.

Versi 118 – 120

E mentr’io li cantava cotai note,
o ira o coscienza che ’l mordesse,
forte spingava con ambo le piote.

[vv. 118 – 120] E mentre gli dicevo queste cose in maniera schietta e diretta (li cantava: gliele cantavo), punto dalla collera o dal rimorso di coscienza, egli scalciava violentemente con ambedue le piante ei piedi.

Versi 121 – 123

I’ credo ben ch’al mio duca piacesse,
con sì contenta labbia sempre attese
lo suon de le parole vere espresse.

[vv. 121 – 123] Credo che alla mia guida (Virgilio) fece piacere, a giudicare dal volto appagato col quale ascoltò quelle parole schiette che avevo detto.

Versi 124 – 126

Però con ambo le braccia mi prese;
e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,
rimontò per la via onde discese.

[vv. 124 – 126] Perciò mi cinse con entrambe le braccia; e dopo avermi sollevato all’altezza del suo petto (vale a dire “dopo che mi ebbe preso in braccio”), risalì per la via da cui era sceso.

Versi 127 – 129

Né si stancò d’avermi a sé distretto,
sì m’en portò sovra ’l colmo de l’arco
che dal quarto al quinto argine è tragetto

[vv. 127 – 129] E non si stancò di tenermi così stretto a sé, ma mi portò fin sulla sommità del ponte che permette il passaggio dal quarto al quinto argine.

Versi 130 – 132

Quivi soavemente spuose il carco,
soave per lo scoglio sconcio ed erto
che sarebbe a le capre duro varco.

[vv. 130 – 132] Qui (Virgilio) mise dolcemente a terra quel peso, per lui agevole (da trasportare) pur attraverso un pendio così ripido e malagevole, che sarebbe stato un difficile passaggio (persino) per delle capre.

Verso 133

Indi un altro vallon mi fu scoperto

[v. 133] Da questo punto un altro vallone si scoprì ai miei occhi.