Archivio testo: Inferno Canto 15

Inferno, Canto XV (15), parafrasi e commento

INFERNO

CANTO 15

Divina Commedia, Inferno XV

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Versi 1 – 3

Ora cen porta l’un de’ duri margini;
e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,
sì che dal foco salva l’acqua e li argini.

[vv. 1 – 3] Ora una delle due sponde ci conduce lontano da lì (ovvero: ora seguiamo una delle due sponde); e dal ruscello risale un vapore che, creando una cortina (aduggiare: fare ombra, fare schermo), protegge dal fuoco sia l’acqua che gli argini.

>>> Dante e Virgilio si trovano nel sabbione infuocato che ricopre il terzo girone del settimo cerchio, e proseguono il cammino sul margine del ruscello, i cui vapori spengono le fiamme.

Versi 4 – 6

Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
temendo ’l fiotto che ’nver lor s’avventa,
fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;

[vv. 4 – 6] Come i Fiamminghi, tra Wissant e Bruges, temendo la marea che si schianta contro di loro, costruiscono dighe (lo schermo) affinché il mare sia costretto a retrocedere,

>>> Il riferimento è agli abitanti delle Fiandre (attuali Belgio e Paesi Bassi), territorio che le città di Wissant e Bruges delimitavano rispettivamente ad Oriente ed ad Occidente. I problemi che derivavano dalla scarsa altezza sul livello del mare di quelle aree erano all’origine della costruzione di dighe molto celebri in Europa che attraversavano il paese da capo a capo, e che qui vengono assunte da Dante quale termine di paragone nella sua similitudine.

Versi 7 – 9

e quali Padoan lungo la Brenta,
per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo senta:

[vv. 7 – 9] oppure come (costruiscono dighe) i Padovani lungo il fiume Brenta, per difendere le loro città e i loro castelli, prima che la Carinzia senta il primo caldo (ovvero: nel periodo a ridosso dell’arrivo della bella stagione in Carinzia),

>>> Per comprendere l’enunciato dantesco occorre sapere che, all’epoca di Dante, parte del territorio della città di Padova si sviluppava lungo la bassa valle del fiume Brenta, un fiume le cui sorgenti si trovavano nell’area subalpina della Val Sugana. La Val Sugana, all’epoca di Dante, ricadeva nel territorio del granducato di Carinzia, un granducato alpino che comprendeva parte del Bolzanese e parte del Trentino. L’arrivo del caldo nel territorio del granducato di Carinzia era sinonimo di rigonfiamento del Brenta, per via del disgelo dei ghiacciai alpini e del naturale riversamento delle acque nel corso del fiume. Quello che Dante vuole dire è dunque che i Padovani costruivano dighe in particolar modo nel periodo immediatamente precedente all’arrivo della bella stagione nel granducato alpino Carinzia, quando il disgelo primaverile nelle aree alpine e sorgive avrebbe provocato il rigonfiamento e l’esondazione del fiume nella parte più bassa del suo corso, con il conseguente allagamento di una parte del territorio Padovano.

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Versi 10 – 12

a tale imagine eran fatti quelli,
tutto che né sì alti né sì grossi,
qual che si fosse, lo maestro felli.

[vv. 10 – 12] allo stesso modo erano fatti quelli (quegli argini) se non per il fatto che l’artefice (maestro), chiunque egli fosse, non li aveva fatti altrettanto alti e grossi.

Versi 13 – 15

Già eravam da la selva rimossi
tanto, ch’i’ non avrei visto dov’era,
perch’io in dietro rivolto mi fossi,

[vv. 13 – 15] Ormai ci eravamo allontanati dal bosco tanto che, se anche io mi fossi voltato indietro, non sarei più riuscito a vedere dove fosse,

Versi 16 – 21

quando incontrammo d’anime una schiera
che venìan lungo l’argine, e ciascuna
ci riguardava come suol da sera
guardare uno altro sotto nuova luna;
e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia
come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.

[vv. 16 – 21] quando incontrammo una schiera di anime che avanzavano lungo l’argine, e ciascuna ci guardava nella maniera in cui si è soliti guardarsi gli uni gli altri quando è sera e c’è la luna nuova (nelle sere di luna nuova la luce è minore: Dante vuole dunque dire che le anime guardano lui e Virgilio aguzzando la vista, come si fa quando la visibilità è limitata) e aguzzavano la vista verso di noi come avrebbe fatto un sarto anziano con la cruna di un ago.

Versi 22 – 24

Così adocchiato da cotal famiglia,
fui conosciuto da un, che mi prese
per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».

[vv. 22 – 24] Mentre venivo osservato a quella maniera da quel gruppo di anime (cotal famiglia), fui riconosciuto da un tale, che mi prese per l’orlo della veste e gridò: “Che meraviglia!”

>>> Il personaggio da cui Dante viene riconosciuto, come sarà più chiaro nei versi successivi, sta camminando sul sabbione, mentre Dante, come è stato già detto, cammina sull’argine, trovandosi così più in alto del suo interlocutore, per questa ragione l’anima dannata allungando il braccio può afferrare il lembo inferiore della veste di Dante.

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Versi 25 – 27

E io, quando ’l suo braccio a me distese,
ficcai li occhi per lo cotto aspetto,
sì che ’l viso abbrusciato non difese

[vv. 25 – 27] Ed io, quando egli allungò il braccio verso di me, fissai lo sguardo sul suo volto bruciato, con tale attenzione che le bruciature sul volto non impedirono

Versi 28 – 30

la conoscenza sua al mio ’ntelletto;
e chinando la mano a la sua faccia,
rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».

[vv. 28 – 30] che il mio intelletto lo riconoscesse; e accarezzandolo in volto, risposi: “Voi siete qui, ser Brunetto?”

>>> Brunetto Latini è l’autore fiorentino che Dante considera il proprio maestro. Visse tra il 1220 e il 1294, fu notaio, uomo politico, poeta e retore. Dopo la disfatta guelfa di Montaperti (1260) evitò la repressione ghibellina fuggendo in Francia, per tornare a Firenze soltanto all’indomani della sconfitta di Manfredi a Benevento (1266). In Francia scrisse in lingua francese la sua opera più significativa il Tresor, a carattere enciclopedico. In volgare italiano scrisse il Tesoretto, riduzione del Tresor in distici di settenari volgari, il Favolello e la Rettorica, volgarizzamento di una parte del De Inventione di Cicerone.

Versi 31 – 33

E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia
se Brunetto Latino un poco teco
ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia».

[vv. 31 – 33] Ed egli: “O figliolo mio, non sia per te un dispiacere se Brunetto Latini torna un po’ indietro con te, e lascia proseguire la fila (delle anime)”.

Versi 34 – 36

I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco;
e se volete che con voi m’asseggia,
faròl, se piace a costui che vo seco».

[vv. 34 – 36] Io gli dissi: “Ve ne prego il più che posso; e se volete che mi sieda con voi, lo farò, se colui insieme al quale cammino (Virgilio) me lo consente”.

Versi 37 – 39

«O figliuol», disse, «qual di questa greggia
s’arresta punto, giace poi cent’anni
sanz’arrostarsi quando ’l foco il feggia.

[vv. 37 – 39] “O figliolo” disse, “chiunque di questa schiera si fermi anche solo per un solo istante, è costretto a giacere per cent’anni senza potersi fare schermo con le mani (arrostarsi: agitare le mani per farsi schermo dal fuoco) mentre il fuoco lo tormenta.

Versi 40 – 42

Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;
e poi rigiugnerò la mia masnada,
che va piangendo i suoi etterni danni».

[vv. 40 – 42] Per cui tu continua a camminare: io ti camminerò accanto da quaggiù (a’ panni: come già detto Brunetto, stando sul sabbione, arriva con la testa al lembo della veste di Dante) ; e alla fine mi ricongiungerò al mio gruppo (di anime), che va piangendo le sue pene eterne”.

Versi 43 – 45

I’ non osava scender de la strada
per andar par di lui; ma ’l capo chino
tenea com’uom che reverente vada.

[vv. 43 – 45] Io non osavo scendere dalla mia strada sull’argine per camminare allo stesso livello al quale camminava lui; ma tenevo il capo chino, come chi cammina mostrando reverenza.

Versi 46 – 48

El cominciò: «Qual fortuna o destino
anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?
e chi è questi che mostra ’l cammino?».

[vv. 46 – 48] Egli cominciò: “Quale caso o quale destino ti conduce (mena) quaggiù prima della fine della tua vita (lett.: prima del tuo ultimo giorno)? E chi è costui che ti indica il cammino?”.

Versi 49 – 51

«Là sù di sopra, in la vita serena»,
rispuos’io lui, «mi smarri’ in una valle,
avanti che l’età mia fosse piena.

[vv. 49 – 51] “Lassù nel mondo, nella vita serena,” io gli risposi, “mi smarrii in una valle (la selva del peccato di cui al canto I), prima che la mia vita fosse giunta alla pienezza (nel mezzo del cammin…: al trentacinquesimo anno d’età).

Versi 52 – 54

Pur ier mattina le volsi le spalle:
questi m’apparve, tornand’io in quella,
e reducemi a ca’ per questo calle».

[vv. 52 – 54] Soltanto ieri mattina me la lasciai alle spalle (mi lasciai alle spalle la valle): egli (Virgilio) mi apparve proprio mentre io stavo per tornarvi (ovvero: stavo per ricadere nel peccato) ed ora egli mi guida verso casa (ca’: la casa per eccellenza, il Paradiso) attraverso questo percorso (il viaggio catartico attraverso i tre mondi)”.

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Versi 55 – 57

Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,
non puoi fallire a glorioso porto,
se ben m’accorsi ne la vita bella;

[vv. 55 – 57] Ed egli mi disse: “Se segui il tuo destino (tua stella: propriamente “la tua costellazione”, ovvero i gemelli che si credeva favorissero l’espressione di doti intellettuali), non mancherai di giungere ad un glorioso porto (immagine della gloria letteraria), a meno che, da vivo, io non mi sia completamente sbagliato su di te,

>>> A Brunetto, in quanto maestro, è affidata la prima profezia del glorioso destino letterario di Dante; una seconda profezia dello stesso tenore sarà pronunciata dall’antenato Cacciaguida nel diciassettesimo canto del Paradiso.

Versi 58 – 60

e s’io non fossi sì per tempo morto,
veggendo il cielo a te così benigno,
dato t’avrei a l’opera conforto.

[vv. 58 – 60] e se io non fossi morto così presto (Brunetto muore nel 1294, all’epoca Dante sta chiudendo la fase giovanile della sua produzione e lavora sull’opera “La Vita Nuova”), vedendo il cielo tanto benigno nei tuoi confronti, ti avrei dato aiuto nella tua opera.

Versi 61 – 63

Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno,

[vv. 61 – 63] Ma quell’ingrato e malvagio popolo che, “anticamente”, discese da Fiesole, e ancora conserva bene tratti montanari e rustici,

Versi 64 – 66

ti si farà, per tuo ben far, nimico:
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico.

[vv. 64 – 66] ti si farà nemico proprio per via del tuo ben operare; ed è giusto così, perché non si addice ad un fico dolce di fruttificare tra i sorbi aspri e amari.

>>> Comincia qui l’invettiva contro i fiorentini, cittadinanza malevola e invidiosa, cui Brunetto contrappone l’eroica integrità dell’uomo talentuoso Dante. Il riferimento a Fiesole si giustifica col fatto che un’antica leggenda voleva che Firenze fosse stata fondata dai Romani all’indomani della distruzione di Fiesole, città che aveva osato allearsi con i Catilinari. A popolare originariamente Firenze sarebbero stati, secondo questa leggenda, pochi coloni provenienti da Roma e i Fiesolani rimasti senza una città. Nel discorso di Brunetto la leggenda diventa spiegazione mitica ed etnica della superiorità di Dante, discendente dei nobili Romani, sul resto dei suoi concittadini, discendenti dai Fiesolani rozzi e traditori della Repubblica.

Versi 67 – 69

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gent’è avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu ti forbi.

[vv. 67 – 69] Nel mondo è opinione comune che siano orbi; è gente avara, invidiosa e superba: tu fa’ in modo di non lasciarti contaminare dai loro costumi.

Versi 70 – 72

La tua fortuna tanto onor ti serba,
che l’una parte e l’altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal becco l’erba.

[vv. 70 – 72] La tua sorte ha in serbo per te tanto onore, che entrambi i partiti fiorentini vorranno divorarti (vorranno cioè sfogare su di te la loro frustrazione) , ma (quel giorno) l’erba sarà lontana dal capro (ovvero tu sarai ben lontano da Firenze)!

Versi 73 – 75

Faccian le bestie fiesolane strame
di lor medesme, e non tocchin la pianta,
s’alcuna surge ancora in lor letame,

[vv. 73 – 75] Che le bestie fiesolane (ovvero i fiorentini, discesi dai rozzi fiesolani) si mangino pure tra loro, e, qualora in mezzo al loro letame possa ancora sorgerne una, non tocchino la pianta,

Versi 76 – 78

in cui riviva la sementa santa
di que’ Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia tanta».

[vv. 76 – 78] nella quale rivive la sacra stirpe di quei Romani che rimasero (nella città) anche dopo che fu creato il nido di tanta malvagità (dopo la fondazione della moderna Firenze)”.

Versi 79 – 81

«Se fosse tutto pieno il mio dimando»,
rispuos’io lui, «voi non sareste ancora
de l’umana natura posto in bando;

[vv. 79 – 81] “Se il mio desiderio (dimando) fosse completamente esaudito (pieno)”, gli risposi, “voi non sareste stato ancora esiliato dalla natura umana (ovvero: voi sareste ancora tra i vivi);

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Versi 82 – 84

ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora

[vv. 82 – 84] poiché nella mia mente è rimasta impressa, e ora mi riempie di dolore, la dolce e cara immagine paterna di voi, quando, nel mondo terreno, ogni volta che se ne presentasse occasione,

Versi 85 – 87

m’insegnavate come l’uom s’etterna:
e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo
convien che ne la mia lingua si scerna.

[vv. 85 – 87] mi insegnavate in che modo l’uomo potesse riuscire a vivere in eterno (guadagnando la gloria letteraria) e, finché vivrò, è giusto che appaia chiaramente (si scerna) nelle mie parole quanto ciò sia stato importante per me,

Versi 88 – 90

Ciò che narrate di mio corso scrivo,
e serbolo a chiosar con altro testo
a donna che saprà, s’a lei arrivo.

[vv. 88 – 90] lo annoterò (nel libro della mia memoria) ciò che state dicendo in merito alla mia vita, e lo conserverò, in modo che, dal confronto con un altro testo, ciò possa essere commentato da una donna che saprà farlo se giungerò fino a lei.

>>> Il riferimento di Dante, tutto costruito sulla metafora dell’attività esegetica, dalla cui sfera semantica provengono le scelte lessicali (narrate, scrivo, chiosar, testo), indirizza il lettore verso Beatrice (la “donna che saprà”), alla quale l’autore sembra aver intenzione di chiedere spiegazione sia di questa profezia, sia di quella già pronunciata da Farinata (“l’altro testo” della metafora). La chiosa però, sarà poi fatta in realtà non da Beatrice, bensì da Cacciaguida, che, in Paradiso XVII riprenderà anche l’immagine (…queste sono chiose di quel che ti fu detto).

Versi 91 – 93

Tanto vogl’io che vi sia manifesto,
pur che mia coscienza non mi garra,
che a la Fortuna, come vuol, son presto.

[vv. 91 – 93] Però voglio che una cosa vi sia chiara, purché la mia coscienza non mi rimproveri: io sono pronto al volere della sorte, qualunque esso sia.

Versi 94 – 96

Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e ’l villan la sua marra».

[vv. 94 – 96] Questa profezia non è nuova alle mie orecchie: perciò che la sorte giri pure la sua ruota, come più le piaccia, e il contadino giri pure il suo arnese.”

Versi 97 – 99

Lo mio maestro allora in su la gota
destra si volse in dietro, e riguardommi;
poi disse: «Bene ascolta chi la nota».

[vv. 97 – 99] Il mio maestro (Virgilio) allora voltò il viso all’indietro, verso destra, e mi guardò; poi disse: “Ascolta veramente solo colui che prende nota di ciò che sente”.

Versi 100 – 102

Né per tanto di men parlando vommi
con ser Brunetto, e dimando chi sono
li suoi compagni più noti e più sommi.

[vv. 100 – 102] Ma non per questo smetto di parlare con ser Brunetto, e gli domando chi siano i suoi compagni più famosi e più importanti.

Versi 103 – 105

Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono;
de li altri fia laudabile tacerci,
ché ’l tempo sarìa corto a tanto suono.

[vv. 103 – 105] Ed egli mi risponde: “Alcuni è bene conoscerli, degli altri sarà meglio tacere, poiché non basterebbe il tempo per un discorso (suono) tanto lungo.

Versi 106 – 108

In somma sappi che tutti fur cherci
e litterati grandi e di gran fama,
d’un peccato medesmo al mondo lerci.

[vv. 106 – 108] Per farla breve, sappi che tutti loro furono uomini di chiesa o intellettuali, di grande statura e di illustre fama, e che in vita si macchiarono tutti di un medesimo peccato.

>>> I sodomiti sono raccolti per categorie: in questa zona Dante incontra uomini di chiesa e intellettuali (con il termine “litterati” all’epoca di Dante si intendevano gli intellettuali in generale, e vale a dire sia gli uomini di lettere che gli uomini di scienza), nella successiva incontrerà i politici.

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Versi 109 – 111

Priscian sen va con quella turba grama,
e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,
s’avessi avuto di tal tigna brama,

[vv. 109 – 111] Prisciano va insieme a quella triste folla (turba grama), e anche Francesco d’Accorso; e, nel caso io avessi avuto desiderio di vedere una cosa tanto rivoltante (la tigna era una malattia della pelle, celebre per suscitare repulsione),

Versi 112 – 114

colui potei che dal servo de’ servi
fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
dove lasciò li mal protesi nervi.

[vv. 112 – 114] ebbi l’opportunità di vedere qui colui che fu trasferito dal servo dei servi (cioè dal Papa) dall’Arno al Bacchiglione (cioè da Firenze a Vicenza) dove distese i nervi malamente tesi (dove morì).

>>> Prisciano da Cesarea fu un grammatico latino della tarda antichità (VI sec. dopo Cristo) autore del testo di grammatica latina più utilizzato nelle scuole durante tutto il Medioevo. La sua presenza tra i sodomiti non sembra giustificata da notizie storiche sulla vita, per cui si preferisce pensare che il grammatico rappresenti più che altro simbolicamente la figura del pedagogo sodomita. Francesco d’Accorso fu un famoso maestro di diritto della scuola giuridica bolognese, che insegnò tra l’altro anche ad Oxford. Il terzo personaggio non è un intellettuale come i primi due, bensì un uomo di chiesa, e precisamente il vescovo di Firenze Andrea dei Mozzi, che papa Bonifacio VIII (il servo dei servi al v. 112) trasferì da Firenze (la città dell’Arno) a Vicenza (la città bagnata dal fiume Bacchiglione). Il personaggio restò celebre nella Firenze dell’epoca di Brunetto e Dante per la disonestà e la perversione della condotta.

Versi 115 – 117

Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone
più lungo esser non può, però ch’i’ veggio
là surger nuovo fummo del sabbione.

[vv. 115 – 117] Ti direi altre cose, ma né il passeggiare, né il parlare possono protrarsi oltre, dal momento che laggiù vedo alzarsi nuovo fumo dal sabbione (il fumo segnala l’arrivo imminente di una nuova schiera di dannati).

Versi 118 – 120

Gente vien con la quale esser non deggio.
Sieti raccomandato il mio Tesoro
nel qual io vivo ancora, e più non cheggio».

[vv. 118 – 120] Arriva gente con la quale non devo mischiarmi. Ti raccomando il mio “Tresor”, nel quale io continuo a vivere, altro non ti chiedo”.

>>> Il Tresor, redatto in lingua d’oil e a carattere enciclopedico, è l’opera principale di Brunetto Latini, quella a cui l’autore affidava il ricordo di sé tra i posteri.

Versi 121 – 123

Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro

[vv. 121 – 123] Poi si voltò e (corse così velocemente che) sembrò uno di quelli che a Verona corrono attraverso la campagna la gara per il drappo verde; e tra quelli sembrò

Verso 124

quelli che vince, non colui che perde.

[v. 124] colui che vince, non colui che perde.

>>> A Verona, in occasione della prima domenica della Quaresima, si correva una corsa a piedi, cui prendevano parte concorrenti seminudi, e il cui vincitore riceveva come premio un drappo di colore verde. Dante, che a Verona soggiornò lungamente durante l’esilio dové vedere in prima persona questa corsa, il cui ricordo riaffiora in questo passaggio della Commedia.