Archivio testo: Inferno Canto 26

Inferno, Canto XXVI (26), parafrasi e commento

INFERNO

CANTO 26

Divina Commedia, Inferno XXVI

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Versi 1 – 3

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande
che per mare e per terra batti l’ali,
e per lo ‘nferno tuo nome si spande!

[vv. 1 – 3] Gioisci, oh Firenze, dal momento che sei così grande che ti estendi per mare e per terra e la tua fama si diffonde attraverso l’Inferno intero.

>>> Il canto XXVI si apre con un’amara invettiva contro la città di Firenze, patria di Dante, accusata di aver riempito l’Inferno di suoi cittadini. Il tono è ironico, come mostra l’apostrofe “Godi!” e il riferimento al dominio per terra e per mare, ispirato da una orgogliosa iscrizione che il governo fiorentino aveva fatto porre sul Palazzo del Bargello. Di estrazione mitologico figurativa è invece l’immagine del nome che batte le ali, ispirata dalle rappresentazioni “alate” della dea Fama.

Versi 4 – 6

Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.

[vv. 4 – 6] In mezzo ai ladri ho trovato cinque tuoi cittadini tali che io me ne vergogno, e tu non ne acquisti certo grande onore (orranza: onoranza).

Versi 7 – 9

Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai, di qua da picciol tempo,
di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.

[vv. 7 – 9] Ma se è vero che avvicinandosi il mattino i sogni si fanno veritieri, tu sperimenterai, entro breve tempo, ciò che Prato, e non solo (lett. nonché altri), trama nei tuoi confronti.

Versi 10 – 12

E se già fosse, non saria per tempo.
Così foss’ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com’ più m’attempo.

[vv. 10 – 12] E se fosse già accaduto comunque non sarebbe accaduto in tempo. E succedesse allora! Visto che deve succedere! Perché la cosa mi peserà tanto di più quanto più andrò avanti con gli anni.

>>> La rovina di Firenze, prodotta dalle macchinazioni dei Pratesi e di altri non meglio identificati nemici, viene presentata da Dante come una premonizione mattutina e come tale, secondo la credenza medievale, degna di fiducia. Quanto al significato politico di questi versi, sebbene a Prato, città sottomessa ai fiorentini, nel 1309 si verificò effettivamente un’insurrezione, sembra tuttavia più probabile che il monito di Dante sia generale. Il nome di Prato sembra infatti avere unicamente il valore, generico, di città piccola e sottomessa a Firenze, che alla pari di tutte le altre città piccole e sottomesse a Firenze è diventata insofferente per la perversione della città dominante. Per cui Dante sta dicendo che, data la condotta dei suoi concittadini, la sollevazione generale è ormai inevitabile. I versi successivi vanno invece interpretati come un’invocazione amara pronunciata da un amante sincero della patria, che si augura la sua rovina immediata per non soffrire troppo dopo.

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Versi 13 – 15

Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n’avea fatto iborni a scender pria,
rimontò ’l duca mio e trasse mee;

[vv. 13 – 15] Noi ci allontanammo, e la mia guida risalì e trascinò me attraverso quelle stesse scale che le sporgenze della roccia ci avevano offerto per scendere prima (le scale che avevano portato Dante e Virgilio nella settima bolgia).

Versi 16 – 18

e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia.

[vv. 16 – 18] E proseguendo quel sentiero desolato, tra le schegge e tra gli spuntoni di roccia (lo scoglio), il piede non riusciva ad avanzare senza l’aiuto della mano (con la quale aggrapparsi alle rocce)

Versi 19 – 21

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,

[vv. 19 – 21] A quel punto mi colpì un dolore e soffro di nuovo adesso che indirizzo il ricordo verso ciò che io vidi, e freno il mio ingegno più di quanto io sia solito fare

Versi 22 – 24

perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m’ ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.

[vv. 22 – 24] affinché non corra senza la guida della virtù, in modo che se una buona stella o una cosa ancor maggiore (Dio) mi hanno concesso un bene, io non me lo tolga da me stesso.

>>> Questa considerazione sulla necessità di guidare l’intelletto con la virtù per non finire dannati fa da introduzione all’incontro con Ulisse, emblema dell’uomo che non seppe controllare l’ingegno e si spinse oltre i confini assegnati all’uomo.

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Versi 25 – 30

Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ’l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,
come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’e’ vendemmia e ara:

[vv. 25 – 30] Quante sono le lucciole che il contadino che si riposa sulla collina, vede giù nella vallata, forse nel punto dove lui vendemmia e ara, nella stagione in cui il sole (colui che illumina il mondo) ci tiene meno a lungo nascosta la sua faccia (dunque in estate), quando la mosca cede il campo alla zanzara,

Versi 31 – 33

di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi
tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.

[vv. 31 – 33] di altrettante fiammelle risplendeva interamente l’ottava bolgia , come io vidi non appena fui lì dove ne era visibile (parea: appariva) il fondo.

Versi 34 – 36

E qual colui che si vengiò con li orsi
vide ’l carro d’Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,

[vv. 34 – 36] E come colui che si vendicò con gli orsi (Eliseo), vide il carro di fuoco di Elia al momento della partenza, quando i cavalli, drizzatisi, cominciarono a salire verso la volta del cielo,

Versi 37 – 39

che nol potea sì con li occhi seguire,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:

[vv. 37 – 39] tanto che egli non li riusciva a seguirli con lo sguardo senza che vedesse unicamente una fiamma che saliva al cielo come una nuvoletta

Versi 40 – 42

tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.

[vv. 40 – 42] allo stesso modo ciascuna fiamma si muove nella gola del fosso, e nessuna mostra il furto (vale a dire: nessuna fiamma lascia intravedere ciò che sottrae allo sguardo), ma ciascuna ruba (allo sguardo) un peccatore (in altre parole le fiamme contengono le anime dannate che così non risultano visibili, ovvero vengono sottratte – nella metafora “rubate” – alla vista).

>>> La figura di questa lunga similitudine viene dalla Bibbia e rimanda all’episodio del rapimento in cielo del profeta Elia sotto gli occhi attoniti del discepolo Eliseo. Nel passo in questione Elia sale al cielo in un carro infuocato, per cui Eliseo – come accade a Dante di fronte ai fuochi dell’ottava bolgia – mentre il carro si allontana non riesce a distinguere la persona del profeta, ma vede unicamente il fuoco che sempre più si allontana nel cielo, pur sapendo che dentro quel fuoco c’è Elia.

Versi 43 – 45

Io stava sovra ’l ponte a veder surto,
sì che s’io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz’esser urto.

[vv. 43 – 45] Io stavo in piedi (surto: sorto) sul ponte a guardare, in modo che se non mi fossi aggrappato ad uno spuntone di pietra (ronchione) sarei caduto giù senza essere stato spinto (urto: urtato)

Versi 46 – 48

E ’l duca, che mi vide tanto atteso,
disse: “Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch’elli è inceso”.

[vv. 46 – 48] E la mia guida, che mi vide tanto preso, disse: “Gli spiriti sono all’interno delle fiammelle, ciascuno si avvolge del fuoco da cui viene bruciato”.

Versi 49 – 51

“Maestro mio”, rispuos’io, “per udirti
son io più certo; ma già m’era avviso
che così fosse, e già voleva dirti:

[vv. 49 – 51] “Maestro mio” risposi io “ora che te lo sento dire (per udirti: compl. di mezzo) sono più sicuro, ma già avevo pensato che le cose stessero così, e stavo anzi per chiederti

Versi 52 – 54

chi è ’n quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov’Eteòcle col fratel fu miso?”.

[vv. 52 – 54] chi c’é in quella fiamma che avanza divisa nella parte alta, che sembra che divampi dalla pira (il rogo) dove fu messo Eteocle insieme a suo fratello?”.

>>> Secondo il mito Eteocle e Polinice, fratelli tra loro e figli di Edipo, si odiarono a tal punto che, dopo essersi uccisi l’un l’altro, essendo stati posti sullo stesso rogo, le fiamme che si sollevarono dai loro corpi si divisero, non tollerando di stare unite.

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Versi 55 – 57

Rispuose a me: “Là dentro si martira
Ulisse e Dïomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l’ira;

[vv. 55 – 57] Mi rispose: “Lì dentro subisce il martirio Ulisse insieme a Diomede, e così essi procedono insieme nel castigo, come insieme andarono contro l’ira di Dio

>>> Ulisse e Diomede sono due eroi Greci in qualche modo complementari nella letteratura Omerica e nella tradizione successiva: rappresentando l’uno l’eccellenza nell’ingegno e l’altro l’eccellenza nel coraggio, vengono ritratti dagli autori per lo più in coppia, e il successo delle imprese cui prendono parte è tacitamente legato alla loro sinergia.

Versi 58 – 60

e dentro da la lor fiamma si geme
l’agguato del caval che fé la porta
onde uscì de’ Romani il gentil seme.

[vv. 58 – 60] e all’interno della loro fiamma si sconta (geme: lett. si piange) il tranello del cavallo che aprì quella breccia dalla quale uscì la nobile semenza dei Romani (Enea)

>>> Il riferimento è alla trovata del cavallo di Troia, con la quale i Greci, dopo dieci anni di assedio, riescono a penetrare in Troia, sterminare nottetempo i Troiani e dare alle fiamme la celebre città. Nell’Iliade Omerica dunque il cavallo apre quel varco nella città inespugnabile, dal quale metaforicamente, uscirà Enea, il quale, scampato al massacro, si metterà in viaggio, e, compiute quelle imprese – narrate nell’Eneide virgiliana – che lo porteranno sulle coste del Lazio, darà origine alla stirpe di Romolo.

Versi 61 – 63

Piangevisi entro l’arte per che, morta,
Deïdamìa ancor si duol d’Achille,
e del Palladio pena vi si porta”.

[vv. 61 – 63] Dentro vi si sconta anche il trucco per il quale Deidamia anche da morta, rimpiange Achille, e vi si sconta l’episodio del Palladio.

>>> Il trucco per il quale Deidamia si duole è quello messo in atto da Ulisse e Diomede per condurre Achille alla guerra di Troia. Sapendo che il proprio figlio avrebbe trovato a Troia la morte, Teti, madre di Achille, aveva nascosto il giovane eroe a Sciro, vestendolo di abiti femminili e mescolandolo alle fanciulle della reggia. Deidamia, figlia del re di Sciro era tuttavia stata sedotta da Achille e se ne era innamorata. Quando Ulisse con l’astuzia riuscì a individuare il giovane e a sottrarlo da Sciro per condurlo a Troia, Deidamia restò abbandonata. Il Palladio è invece il nome della statua di Pallade che Ulisse e Diomede riuscirono con l’astuzia a trafugare dalla rocca di Troia, compiendo così un atto sacrilego ed empio.

Versi 64 – 66

“S’ei posson dentro da quelle faville
parlar”, diss’io, “maestro, assai ten priego
e ripriego, che ’l priego vaglia mille

[vv. 64 – 66] “Se loro da dentro quelle fiammelle possono parlare “dissi io “maestro, ti prego e riprego assai, così che la supplica valga per mille,

Versi 67 – 69

che non mi facci de l’attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver’ lei mi piego!”.

[vv. 67 – 69] che tu non mi neghi di aspettare finché la fiamma a due punte giunga fino qui. Guarda come per la smania mi piego verso di lei!”

Versi 70 – 72

Ed elli a me: “La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l’accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.

[vv. 70 – 72] Ed egli mi disse: “La tua richiesta è degna di molta lode, e perciò io la accolgo; ma fa’ sì che la tua lingua non ti induca in errore (ti sostegna)

Versi 73 – 75

Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto”.

[vv. 73 – 75] Lascia parlare me, che ho compreso ciò che tu desideri: perché loro sarebbero sdegnosi delle tue parole, perché sono (eroi) greci.

>>> Verosimilmente l’avvertimento virgiliano deve esser letto come una professione di modestia di Dante autore, che, di fronte alla mole dei personaggi che sta per incontrare – Ulisse e Diomede – ha pudore di inscenare un dialogo diretto, e preferisce per l’opzione del dialogo “tra grandi”: Virgilio da un lato e gli eroi Omerici dall’altro.

Versi 76 – 78

Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:

[vv. 76 – 78] Quando la fiamma fu giunta nel punto che al mio maestro parve più opportuno (tempo e loco), io lo sentii parlare in questa maniera:

Versi 79 – 81

“O voi che siete due dentro ad un foco,
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o poco

[vv. 79 – 81] “O voi che siete in due dentro un’unica fiamma, se io durante la mia vita mi guadagnai dei meriti presso di voi, se io mi guadagnai meriti piccoli oppure grandi

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Versi 82 – 84

quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi”.

[vv. 82 – 84] quando, durante la mia vita (nel mondo) scrissi i versi solenni (dell’Eneide), fermatevi! E che uno di voi dica dove, per sua scelta (per lui), se ne andò a morire, smarrito per sempre”.

Versi 85 – 87

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;

[vv. 85 – 87] La punta più alta della fiamma antica cominciò ad ondeggiare mormorando, alla maniera di una fiamma che il vento agita,

Versi 88 – 90

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: “Quando

[vv. 88 – 90] quindi, muovendo la cima da un lato e dall’altro, come fosse una lingua che parlasse, cominciò ad emettere voce e disse: Quando

Versi 91 – 93

mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,

[vv. 91 – 93] andai via dalla dimora di Circe, che mi trattenne per più di un anno lì presso Gaeta, prima ancora che Enea le desse questo nome,

Versi 94 – 96

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,

[vv. 94 – 96] né la dolcezza di un figlio (Telemaco), né la devozione verso un vecchio padre (il vecchio Laerte), né quell’amore dovuto che doveva rendere felice Penelope,

Versi 97 – 99

vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;

[vv. 97 – 99] riuscirono a vincere dentro di me l’ardore che mi spingeva a conoscere il mondo, i vizi umani e le virtù;

>>> Circe è la maga che, innamoratasi di Ulisse quando questi approdò sulle coste del promontorio del Circeo, lo trattenne con sé per circa un anno, trasformando i suoi compagni in maiali. Gaeta è la città della Campania che per volere di Enea prese il nome della nutrice che lo aveva allevato, la quale in quella città aveva trovato la morte. La collocazione delle due figure – Ulisse ed Enea – l’una accanto all’altra non è casuale, Dante vuole far riflettere sull’infinita distanza tra gli approdi finali cui giungono i due eroi: Ulisse, guidato dalla mera sete di conoscenza, in nome della quale viola anche i legami affettivi, è destinato a smarrirsi; il pio Enea, guidato dalla devozione verso la famiglia e verso gli dei è invece colui che raggiungerà la meta. La parola chiave in questi versi è dunque “ardore”, la forza incontenibile che spinge Ulisse a conoscere, una forza che la devozione non riesce a frenare e che porta l’eroe ad “osare” sempre di più, fino a giungere alla propria rovina.

Versi 100 – 102

ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.

[vv. 100 – 102] perciò mi misi in mare aperto, soltanto con una nave e con quella piccola compagnia dalla quale non fui abbandonato (quei pochi compagni di navigazione che accettarono di seguire Ulisse nella nuova aventura).

Versi 103 – 105

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.

[vv. 103 – 105] Vidi entrambe le coste (le sponde settentrionale e meridionale del Mediterraneo) fino alla Spagna, al Marocco, all’isola dei Sardi e a quelle altre isole bagnate da quel mare (le Baleari)

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Versi 106 – 108

Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi

[vv. 106 – 108] Io e i miei compagni eravamo stanchi e anziani quando giungemmo a quello stretto (stretta foce: Gibilterra) dove Ercole pose i suoi segnali di avvertimento,

Versi 109 – 111

acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.

[vv. 109 – 111] allo scopo di dissuadere gli uomini dal procedere oltre; sul lato destro mi lasciai alle spalle Siviglia, dall’altro lato già mi ero lasciato alle spalle Ceuta

>>> Lo stretto Gaditanum, oggi “di Gibilterra”, era l’estremo confine del mondo conosciuto, una barriera da non superare dati gli enormi rischi che una navigazione nell’Atlantico poteva comportare per le navi dell’epoca. Su queste basi, nel mito, lo stretto era diventato la sede immaginaria delle colonne di Ercole (corrispondenti alle due montagne ai lati dello stretto stesso, quella di Calpe, in Europa e quella di Abila in Africa), segnali della natura assolutamente “speciale” del luogo, punto di accesso all’ignoto. Ed è di fronte a questo luogo, accesso verso tutto ciò che è sconosciuto, che Ulisse arringa i suoi compagni.

Versi 112 – 114

“O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

[vv. 112 – 114] “Fratelli” dissi ” che attraverso centomila pericoli siete giunti al confine occidentale del mondo, a questa nostra tanto breve veglia

Versi 115 – 117

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

[vv. 115 – 117] dei sensi che ancora resta (metafora per indicare la porzione di vita che ancora resta da vivere all’anziana ciurma di Ulisse), non vogliate negare la conoscenza di ciò che sta dietro al tramonto (di retro al sol), del mondo disabitato (il confine occidentale del mondo era di conseguenza l’occidente fisico di allora).

Versi 118 – 120

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.

[vv. 118 – 120] Riflettete sulla vostra natura: non veniste al mondo per vivere come bestie, ma per perseguire la virtù e la conoscenza”.

>>> Questi ultimi versi, appassionati e intensissimi, sono quelli decisivi dell’orazione di Ulisse, nonché un epitaffio del suo pensiero, enunciato con tale efficacia da Dante autore che non possiamo non leggervi una comunione di pensiero tra chi scrive e il personaggio che parla. In questa condivisione di principi, anche nella consapevolezza del peccato (atteggiamento peraltro già riscontrato nell’incontro con Francesca), si legge una delle vette di umanità della Commedia.

Versi 121 – 123

Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;

[vv. 121 – 123] Con questa piccola orazione io resi i miei compagni così desiderosi di procedere, che a stento poi sarei riuscito a trattenerli;

Versi 124 – 126

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.

[vv. 124 – 126] e, dopo aver indirizzato la nostra poppa (la poppa è il retro della nave) verso oriente, facemmo dei nostri remi delle ali per il nostro folle volo, guadagnando sempre più terreno verso sud-ovest,

Versi 127 – 129

Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.

[vv. 127 – 129] Ormai durante la notte potevo vedere tutte le stelle dell’altro emisfero, e il nostro emisfero era così basso che non sorgeva mai al di sopra dell’orizzonte costituito dal mare (superato l’equatore Ulisse vede l’altra metà del cielo, mentre la vista del cielo visibile dall’emisfero abitato gli è preclusa dall’orizzonte).

Versi 130 – 132

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo

[vv. 130 – 132] La luce sulla faccia bassa della luna (quella rivolta alla terra) si era accesa per cinque volte e spenta altrettante da quando eravamo entrati nell’arduo cammino (perifrasi per indicare il compimento di cinque mesi di navigazione attraverso l’emisfero australe)

Versi 133 – 135

quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.

[vv. 133 – 135] quando mi comparì davanti una montagna, scura per via della distanza, e mi si mostrò tanto alta quanto non ne avevo mai vista nessun’altra (è la montagna del Purgatorio, che per Dante è situata agli antipodi di Gerusalemme e si innalza fino al Paradiso).

Versi 136 -138

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.

[vv. 136 – 138] Noi ci rallegrammo, ma presto la gioia si trasformò in pianto, perché da quella terra mai vista (nova) arrivò un turbine e colpì il lato anteriore della nave.

Versi 139 -141

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,

[vv. 139 – 141] La fece girare per tre volte insieme alle onde, e alla quarta le sollevò la poppa verso l’alto e le mandò a fondo la prua, come volle qualcuno (Dio),

Verso 142

infin che ’l mar fu sovra noi richiuso”.

[v. 142] finché il mare non si richiuse sopra le nostre teste.

>>> La chiusura del canto, dopo la lunga preparazione con la descrizione del viaggio di Ulisse, arriva repentina, quasi ad indicare la vanità di tanto cercare, che si risolve in niente se non è sostenuto dalla fede. Emblematico, in tal senso l’ultimo verso, con la descrizione del mare infinito che si richiude sulle teste degli uomini, dei quali non resta nessuna traccia.