Archivio testo: Inferno Canto 33

Inferno, Canto XXXIII (33), parafrasi e commento

INFERNO

CANTO 33

Divina Commedia, Inferno XXXIII

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

All’apertura del trentareesimo canto, il racconto riprende da dove è rimasto al termine del Canto XXXII: Dante e Virgilio si trovano nel Cerchio IX, costituito da un grande lago ghiacciato il cui nome è Cocito. Dalla superficie del ghiaccio emergono solo teste chine, appartenenti ai traditori, immersi con tutto il resto nel corpo nel ghiaccio. All’interno di Cocito i peccatori sono distribuiti in quattro zone, sulla base del tipo di tradimento compiuto. Dante ha già visitato i “traditori dei parenti”, puniti nella zona detta Caina, ed ora è giunto nell’Antenora, dove si trovano puniti i “traditori politici”. Nell’Antenora Dante ha incontrato Bocca degli Abati, il traditore di Montaperti, ma poi è stato colpito da una scena raccapricciante: tra le teste emergenti egli ne ha vista una rodere con i denti il cranio del suo vicino. Incuriosito, Dante si è avvicinato e ha chiesto spiegazioni. Il racconto riprende dal momento in cui il dannato solleva la bocca dal cranio che sta rodendo e incomincia a parlare con Dante. Costui, come si scoprirà più avanti, è il signore pisano Ugolino della Gherardesca, e la testa che sta rodendo appartiene all’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, responsabile dell’ingiusta condanna, della reclusione e della morte di Ugolino e di quattro tra i suoi figli e nipoti.

Versi 1 – 3

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.

[vv. 1 – 3] Quel peccatore sollevò la bocca dal pasto disumano (fiero: proprio della belva), pulendola con i capelli della testa che egli aveva macellato nella parte di dietro.

Versi 4 – 6

Poi cominciò: “Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ’l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.

[vv. 4 – 6] Poi cominciò a dire: “Tu vuoi che io rinnovi (nel senso di “vada a rivangare”) il dolore disperato che opprime il mio cuore già al solo pensiero, prima ancora che io ne parli.

Versi 7 – 9

Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlare e lagrimar vedrai insieme.

[vv. 7 – 9] Ma se le mie parole devono essere il seme che frutterà infamia al traditore che io mordo, mi vedrai piangere e parlare insieme (vale a dire: “parlerò, anche se ciò mi farà piangere”, è una formula già usata da Francesca per iniziare il suo discorso).

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Versi 10 – 12

Io non so chi tu se’ né per che modo
venuto se’ qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand’io t’odo.

[vv. 10 – 12] Io non so chi tu sia né in che modo tu sia venuto fin quaggiù; ma di fatto mi sembri un fiorentino a sentirti parlare.

Versi 13 – 15

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.

[vv. 13 – 15] Tu devi sapere che io sono stato il conte Ugolino e costui è l’arcivescovo Ruggeri: ora ti dirò perché io sono per lui un simile vicino (un vicino così molesto, così ferocemente ostile)

>>> Ugolino della Gherardesca, era stato signore di Pisa, fino a quando, nel 1288, fu condannato con la pretestuosa accusa di tradimento ad opera dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini e di altre potenti famiglie ghibelline di Pisa, quali i Gualandi, i Sismondi e i Lanfranchi. Per punizione il conte venne rinchiuso insieme a due suoi figli – Uguccione e Guado – e ai due nipoti – Anselmo e Nino detto il Brigata – nella torre dei Gualandi, e lì l’anziano e i quattro giovinetti furono lasciati morire di fame.

Versi 16 – 18

Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;

[vv. 16 – 18] Che per effetto delle sue malvage macchinazioni, poiché mi fidai di lui, io fui catturato e poi fatto morire, non è necessario raccontarlo.

Versi 19 – 21

però quel che non puoi avere inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s’e’ m’ ha offeso

[vv. 19 – 21] Però adesso ascolterai ciò che non puoi aver sentito dire, ovvero che morte crudele mi fu riservata, e giudicherai se egli mi abbia fatto del male (o meno, oppure no)

Versi 22 – 24

Breve pertugio dentro da la Muda,
la qual per me ha ’l titol de la fame,
e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,

[vv. 22 – 24] Una piccola feritoia dentro alla torre di Muda (la torre dei Gualandi, a Pisa, nella quale Ugolino fu rinchiuso), che, in seguito alla mia vicenda, porta oggi il soprannome di “torre della fame”, e che tornerà ad essere chiusa di nuovo per (imprigionarvi) altri uomini,

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Versi 25 – 27

m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’io feci ’l mal sonno
che del futuro mi squarciò ’l velame.

[vv. 25 – 27] mi aveva lasciato vedere (mostrato) attraverso la sua apertura già diverse lune (ossia: erano già passati alcuni mesi dalla mia reclusione), quando io feci quel brutto sogno che mi disvelò il futuro

Versi 28 – 30

Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e ’ lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.

[vv. 28 – 30] Costui (riferito a Ruggieri) mi apparve come una guida (maestro) e come un signore (donno: dominus), nell’atto di cacciare un lupo e i suoi cuccioli (che rappresentano Ugolino e i suoi figli), sul quel monte che impedisce ai Pisani di vedere Lucca (il monte S. Giuliano).

Versi 31 – 33

Con cagne magre, studïose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte.

[vv. 31 – 33] Con cagne magre, bramose ed esperte, egli aveva messo davanti a sé i Gualandi con i Sismondi e con i Lanfranchi (ossia le famiglie ghibelline che insieme all’arcivescovo decretarono l’orrenda fine di Ugolino e dei figli).

Versi 34 – 36

In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e ’ figli, e con l’agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.

[vv. 34 – 36] Dopo un breve percorso vidi che sia il padre che i figli (il lupo e i cuccioli) erano stanchi e vidi i loro fianchi venire lacerati dalle zanne aguzze (dei cani da caccia).

Versi 37 – 39

Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco, e dimandar del pane.

[vv. 37 – 39] Quando, prima del mattino, fui di nuovo sveglio, sentii i miei figlioli, che erano insieme a me, piangere nel sonno e chiedere del pane.

40 – 42

Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?

[vv. 40 – 42] Sei ben crudele se non ti rammarichi già al pensiero di ciò che il mio cuore prevedeva; e se non piangi, per cosa sei solito piangere?

Versi 43 – 45

Già eran desti, e l’ora s’appressava
che ’l cibo ne solëa essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;

[vv. 43 – 45] Erano già svegli e si avvicinava l’ora in cui solitamente ci portavano il cibo, ma per via del sogno (che aveva fatto) ciascuno di loro aveva dei dubbi (che il cibo sarebbe arrivato)

Versi 46 – 48

e io senti’ chiavar l’uscio di sotto
a l’orribile torre; ond’io guardai
nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.

[vv. 46 – 48] Allora sentii inchiodare (ovvero serrare con tavole chiodate), di sotto, la porta dell’orribile torre, per cui io guardai negli occhi i miei figlioli, ma non dissi una parola.

Versi 49 – 51

Io non piangëa, sì dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.

[vv. 49 – 51] Io non piangevo, tanto ero impietrito dentro di me, loro invece piangevano; e il mio Anselmuccio disse: “Tu guardi in un modo, oh padre! Che cos’hai fatto?

>>> Anselmo è il più giovane dei due nipoti, figlio del primogenito di Ugolino.

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Versi 52 – 54

Perciò non lagrimai né rispuos’io
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscìo.

[vv. 52 – 54] Perciò io non versai una lacrima e non risposi per tutto quel giorno e la notte successiva, fino a che sul mondo non sorse di nuovo il sole.

Versi 55 – 57

Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,

[vv. 55 – 57] Appena un po’ di luce fu entrata nel doloroso carcere ed io vidi nei volti dei miei quattro figli il mio stesso aspetto

Versi 58 – 60

ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di sùbito levorsi

[vv. 58 – 60] per il dolore presi a mordermi ambedue le mani; e loro, pensando che io lo facessi per la fame (lett. per il desiderio di mangiare), subito si alzarono

Versi 61 – 63

e disser: “Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia”.

[vv. 61 – 63] e dissero: “Padre, sarebbe per noi un dolore molto minore se tu mangiassi noi: tu ci vestisti di queste infelici carni e tu spogliacene ora!”.

Versi 64 – 66

Queta’ mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t’apristi?

[vv. 64 – 66] Allora mi placai, per non renderli ancor più addolorati; quel giorno e il successivo restammo tutti in silenzio; ah terra crudele, perché non ti apristi?

Versi 67 – 69

Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.

[vv. 67 – 69] Dopo che fummo arrivati al quarto giorno, Gaddo si gettò steso ai miei piedi, dicendo: “Padre mio, perché non mi aiuti?”

>>> Gaddo è uno dei figli di Ugolino.

Versi 70 – 72

Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi,

[vv. 70 – 72] E a quel punto morì; e, così come tu ora vedi me (ossia con la stessa concretezza e realtà), io vidi cadere uno dopo l’altro gli altri tre (l’altro figlio Uguccione e i due nipoti Anselmo e Nino detto “il Brigata”), tra il quinto e il sesto giorno (di fame); per cui io mi misi,

Versi 73 – 75

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno”.

[vv. 73 – 75] ormai cieco, a brancolare sopra di loro e li chiamai per due giorni, dopo che erano morti. Poi la fame vinse sul dolore” (il verso, volutamente ambiguo non lascia intendere se Ugolino muore di fame o per fame giunge a mangiare i figli prima di morire).

Versi 76 – 78

Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese ’l teschio misero co’ denti,
che furo a l’osso, come d’un can, forti.

[vv. 76 – 78] Dopo aver detto ciò, con gli occhi biechi riazzannò il povero cranio con i denti, che per quell’osso furono duri come quelli di un cane.

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Versi 79 – 81

Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ‘l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,

[vv. 79 – 81] Ahi Pisa! Vergogna dei popoli del bel paese dove risuona la lingua del sì (il volgare italiano), dal momento che i popoli limitrofi tardano a punirti

>>> Inizia qui una violenta invettiva contro Pisa che si estende per 4 terzine. Come di consueto nelle invettive contro le città presenti nella Divina Commedia è la figura dell’apostrofe a fare da attacco.

Versi 82 – 84

muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’elli annieghi in te ogne persona!

[vv. 82 – 84] vengano la Capraia e la Gorgona (due isole del Tirreno situate alla foce dell’Arno), e formino una barriera alla foce dell’Arno, così che quello anneghi ogni tuo abitante!

Versi 85 – 87

Che se ’l conte Ugolino aveva voce
d’aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.

[vv. 85 – 87] Poiché anche se il conte Ugolino aveva fama di averti tradito nella vicenda dei castelli, tu non avresti dovuto mettere ad un simile supplizio i suoi figli.

>>> La vicenda dei castelli, vale a dire la cessione da parte del conte Ugolino di alcuni castelli pisani a Firenze e Lucca in cambio di un accordo politico, è il pretesto con cui il vescovo e i ghibellini pisani incriminarono il conte di tradimento e lo uccisero. Tuttavia non è questa la ragione della sua collocazione nell’Antenora: a determinare la dannazione del conte è infatti il tradimento del giudice Nino Visconti, guelfo amico di Dante, che il conte “vendette” proprio al vescovo Ruggieri.

Versi 88 – 90

Innocenti facea l’età novella,
novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata
e li altri due che ’l canto suso appella

[vv. 88 – 90] L’età giovanile rendeva innocenti, oh nuova Tebe, Uguccione, il Brigata e gli altri due che sono nominati più sopra nel canto (Gaddo e Anselmo).

>>> Uguccione e Gaddo sono i figli del conte, mentre “Anselmuccio” e Nino, detto il Brigata sono i suoi nipoti, figli del suo primogenito Guelfo II. L’allusione a Tebe è particolarmente evocativa, perché Tebe nella letteratura classica è per antonomasia la città dei massimi misfatti.

Versi 91 – 93

Noi passammo oltre, là ’ve la gelata
ruvidamente un’altra gente fascia,
non volta in giù, ma tutta riversata.

[vv. 91 – 93] Noi passammo oltre, lì dove il ghiaccio avvolge ruvido altre anime, che non sono rivolte verso il basso, ma giacciono completamente riverse.

>>> Superata l’Antenora, dove vengono puniti i traditori della patria, Dante e Virgilio entrano nella Tolomea, la terza zona di Cocito, dove, riversi in una coltre di ghiaccio, stanno i traditori degli ospiti. Il gelo impedisce a questi persino di sfogare il loro dolore, perché le lacrime che si ghiacciano sui loro occhi impediscono alle altre lacrime di uscire. Inoltre la loro colpa è così grave che la loro dannazione è immediata, e avviene al compimento del peccato, senza attendere la morte naturale del peccatore.

Versi 94 – 96

Lo pianto stesso lì pianger non lascia,
e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,
si volge in entro a far crescer l’ambascia;

[vv. 94 – 96] Lì il pianto stesso non permette di piangere, e il dolore che trova ostacolo (rintroppo) sugli occhi ritorna verso l’interno facendo crescere l’afflizione (l’ambascia).

Versi 97 – 99

ché le lagrime prime fanno groppo,
e sì come visiere di cristallo,
rïempion sotto ’l ciglio tutto il coppo.

[vv. 97 – 99] Infatti le prime lacrime formano un grumo (groppo), e come delle visiere di cristallo riempiono sotto la palpebra tutta la cavità dell’occhio (il coppo).

Versi 100 – 102

E avvegna che, sì come d’un callo,
per la freddura ciascun sentimento
cessato avesse del mio viso stallo,

[vv. 100 – 102] E malgrado il fatto che, al pari di ciò che sarebbe avvenuto a causa di un callo, per via del freddo ogni capacità di sentire (sentimento: sensibilità) avesse abbandonato (cessato stallo: smettere di stare, lasciare, abbandonare) il mio viso

Versi 103 – 105

già mi parea sentire alquanto vento;
per ch’io: “Maestro mio, questo chi move?
non è qua giù ogne vapore spento?”.

[vv. 103 – 105] Mi sembrava ormai di percepire un po’ di vento, per cui io dissi: “Maestro mio, chi è che muove questo vento? Non è forse spento quaggiù ogni moto dell’aria (vapore)?

>>> Come si scoprirà il vento che Dante avverte è provocato dal battito delle ali di Lucifero, ormai poco distante.

Versi 106 – 108

Ond’elli a me: “Avaccio sarai dove
di ciò ti farà l’occhio la risposta,
veggendo la cagion che ’l fiato piove”.

[vv. 106 – 108] Per cui egli mi rispose: “Ben presto (Avaccio: dal lat. vivacius) sarai dove gli occhi ti daranno la risposta a questa domanda, vedendo la causa che fa scendere dall’alto (piove) il vento”.

Versi 109 – 111

E un de’ tristi de la fredda crosta
gridò a noi: “O anime crudeli
tanto che data v’è l’ultima posta,

[vv. 109 – 111] E uno degli infelici che formavano la crosta ghiacciata gridò verso di noi: “Oh anime crudeli al punto che vi è stata assegnato l’ultimo girone (l’ultima posta),

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Versi 112 – 114

levatemi dal viso i duri veli,
sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,
un poco, pria che ’l pianto si raggeli”.

[vv. 112 – 114] toglietemi dal viso i duri veli cosicché io possa sfogare per un po’il dolore che riempie il mio cuore, prima che le lacrime si ghiaccino nuovamente”.

>>> A pronunciare queste parole è, come si scoprirà, il frate Alberigo dei Manfredi di Faenza.

Versi 115 – 117

Per ch’io a lui: “Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,
dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,
al fondo de la ghiaccia ir mi convegna”.

[vv. 115 – 117] Per cui io gli risposi: “Se vuoi che io venga in tuo soccorso dimmi chi sei e se io non ti libero possa io dover andare in fondo al ghiaccio”.

Versi 118 – 120

Rispuose adunque: “I’ son frate Alberigo;
i’ son quel da le frutta del mal orto,
che qui riprendo dattero per figo”.

[vv. 118 – 120] Rispose perciò: “Io sono frate Alberigo; io sono quello dell’orto che produsse i frutti malvagi, e qui ricevo pan per focaccia (lett. datteri in cambio di fichi)

>>> Alberigo dei Manfredi, era un frate godente e uno dei massimi capi dei guelfi di Faenza. Per gelosie di signoria fece assassinare due suoi parenti dopo averli invitati a pranzo nella sua villa. L’omicidio si consumò in concomitanza della portata della frutta, perciò Dante parla di frutti malvagi.

Versi 121 – 123

“Oh”, diss’io lui, “or se’ tu ancor morto?”.
Ed elli a me: “Come ’l mio corpo stea
nel mondo sù, nulla scïenza porto.

[vv. 121 – 123] “Oh”, dissi io a lui “Dunque tu sei già morto?”. Ed egli mi rispose: “Di come il mio corpo stia lassù nel mondo non ho nessuna notizia,

Versi 124 – 126

Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
che spesse volte l’anima ci cade
innanzi ch’Atropòs mossa le dea.

[vv. 124 – 126] La Tolomea ha infatti questa prerogativa, che molto spesso l’anima vi cade dentro prima che Atropo le dia il via.

>>> Viene qui svelato il nome della terza zona di Cocito: “Tolomea” dal nome di Tolomeo, biblico governatore di Gerico, resosi responsabile dell’omicidio a tradimento del suocero Simone Maccabeo, e dei suoi figli Matafia e Giuda, dopo averli attirati in casa sua con il pretesto di un banchetto.

>>> Atropo nella mitologia classica è una delle tre Parche o Moire, le tre tessitrici che decidevano i destini e la durata delle vite degli uomini: Cloto, filava le trame della vita, Lachesi svolgeva sul fuso il destino dell’uomo, Atropo infine, era la Parca addetta al taglio del filo della vita che determinava il momento della morte. Alberigo sta dicendo dunque che l’anima del traditore degli ospiti cade nella Tolomea prima della morte naturale.

Versi 127 – 129

E perché tu più volontier mi rade
le ’nvetrïate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che l’anima trade

[vv. 127 – 129] E affinché tu mi gratti più volentieri le lacrime vetrificate dal volto, sappi che, appena l’anima tradisce

Versi 130 – 132

come fec’ïo, il corpo suo l’è tolto
da un demonio, che poscia il governa
mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto

[vv. 130 – 132] nella maniera in cui tradii io, il suo corpo le è strappato da un demonio, che poi lo governa fin quando il tempo della sua vita non sia trascorso tutto.

Versi 133 – 135

Ella ruina in sì fatta cisterna;
e forse pare ancor lo corpo suso
de l’ombra che di qua dietro mi verna.

[vv. 133 – 135] Ella (l’anima) precipita in questa cisterna. Probabilmente lassù (nel mondo terreno) si vede ancora il corpo dell’anima che patisce il gelo (lett. sverna) qui dietro a me.

Versi 136 -138

Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
elli è ser Branca Doria, e son più anni
poscia passati ch’el fu sì racchiuso”.

[vv. 136 – 138] Lo devi sapere, se tu arrivi soltanto adesso quaggiù: egli è ser Branca Doria, e sono già passati parecchi anni da quando è stato rinchiuso in questo modo.

>>> Branca Doria apparteneva alla famiglia genovese dei Doria. L’episodio che determina la sua presenza in Tolomea avviene in Sardegna, dove Branca Doria, per impossessarsi della regione del Logudoro, di cui era signore il suocero Michele Zanche (v. 144), invitò quest’ultimo ad un banchetto e poi lo fece trucidare con tutto il suo seguito. Nell’architettare il piano fu aiutato da un parente, il “prossimano” al v. 146, che per alcuni è il cognato, per altri il nipote. La dannazione di Branca è così immediata, come si vedrà nelle terzine successive, che la sua anima arriva in Tolomea prima ancora che quella dell’assassinato Michele Zanche raggiunga la Quinta Bolgia, dove Dante lo ha visto dannato tra i barattieri.

Versi 139 -141

“Io credo”, diss’io lui, “che tu m’inganni;
ché Branca Doria non morì unquanche,
e mangia e bee e dorme e veste panni”.

[vv. 139 – 141] “Io credo” dissi io a lui “che tu ti prenda gioco di me; perché Branca Doria non è assolutamente morto, e mangia e beve e dorme e veste i panni di uomo.

Versi 142 – 144

“Nel fosso sù”, diss’el, “de’ Malebranche,
là dove bolle la tenace pece,
non era ancora giunto Michel Zanche,

[vv. 142 – 144] “Nel fosso di sopra” disse quello “delle Malebranche, lì dove ribolle la pece vischiosa, non era ancor giunto Michel Zanche

Versi 145 – 147

che questi lasciò il diavolo in sua vece
nel corpo suo, ed un suo prossimano
che ’l tradimento insieme con lui fece.

[vv. 145 – 147] quando questi (Branca Doria) lasciò un demone al proprio posto nel suo corpo, e così pure (accadde a) un suo parente che commise il tradimento insieme a lui.

>>> Il “fosso sù de’ Malebranche”, cui frate Alberico fa riferimento, è il fossato che costituisce la Quinta Bolgia del Cerchio VIII. In questa Bolgia, in un lago di pece bollente, stanno immersi i barattieri, ovvero coloro che in vita hanno preteso compensi per compiti che avrebbero dovuto svolgere senza compenso. La Bolgia viene chiamata “dei Malebranche” perché è presieduta da alcuni demoni dalle mani artigliate, detti Malebranche, i quali, guidati dal loro capo Malacoda, svolgono la funzione di gettare i peccatori nella pece, percuoterli affinché si immergano totalmente, sorvegliare che non ne escano. Michele Zanche, vicario disonesto, che, inviato in Sardegna da Re Enzo, ne usurpò di fatto il governo, viene ricordato da Dante tra i barattieri al Canto XXII dell’Inferno, al v. 88.

Versi 148 – 150

Ma distendi oggimai in qua la mano;
aprimi li occhi”. E io non gliel’apersi;
e cortesia fu lui esser villano.

[vv. 148 – 150] Ma allunga finalmente verso di qua la mano, e aprimi gli occhi”. Ed io non glieli aprii, ed essere villano nei suoi confronti fu una buona azione.

>>> La disumanità di Dante nei confronti di questi peccatori, che non trova riscontro nei pietosi atteggiamenti mostrati dal pellegrino verso altri dannati incontrati in precedenza, deve essere spiegata con la natura speciale di Cocito, luogo nel cuore dell’Inferno, dove non può esistere pietà, né nessun altro sentimento umano.

Versi 151 – 153

Ahi Genovesi, uomini diversi
d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
perché non siete voi del mondo spersi?

[vv. 151 – 153] Ah Genovesi, uomini estranei ad ogni buon costume e pieni di ogni difetto, perché mai non venite scacciati dal mondo?

>>> Anche questa storia, come quella di Ugolino si chiude con un’invettiva, questa volta contro la Genova di Branca Doria.

Versi 154 – 156

Ché col peggiore spirto di Romagna
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito già si bagna,

[vv. 154 – 156] Perché insieme all’animo più scellerato di tutta la Romagna (frate Alberigo, di Faenza, in Romagna), trovai uno di voi talmente malvagio, che per la sua condotta, sta già a bagno con l’anima dentro al Cocito,

Verso 157

e in corpo par vivo ancor di sopra.

[v. 157] pur sembrando ancora vivo dentro al suo corpo lassù sulla terra (Branca Doria, dei Doria di Genova).