Archivio testo: Inferno Canto 34

Inferno, Canto XXXIV (34), parafrasi e commento

INFERNO

CANTO 34

Divina Commedia, Inferno XXXIV

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

All’apertura del canto trentaquattresimo Dante e Virgilio si trovano nella Giudecca, la quarta ed ultima zona di Cocito (il lago ghiacciato che occupa interamente il nono cerchio dell’Inferno). Nella Giudecca (dal nome di Giuda, poiché vi si trovano puniti coloro che come Giuda hanno tradito i loro benefattori) Dante avanzerà, guidato da Virgilio, attraverso fossili di anime racchiuse nel ghiaccio: il fossile è infatti lo stato miserrimo in cui sono ridotte le anime di coloro che si sono resi colpevoli del più turpe tra i tradimenti, il tradimento dei loro benefattori. Le parole latine pronunciate da Virgilio in apertura di canto riecheggiano il primo verso di un inno di Venanzio Fortunato che ancora oggi viene cantato durante la liturgia del Venerdì Santo. Il vessillo dell’inno è la croce, e il re è Cristo: Dante, aggiungendo il genitivo “inferni” dopo regis, riferisce il verso a Lucifero, il cui vessillo è il suo stesso orribile aspetto.

Versi 1 – 3

“Vexilla regis prodeunt inferni
verso di noi; però dinanzi mira”,
disse ’l maestro mio, “se tu ’l discerni”.

[vv. 1 – 3] “Le insegne del re dell’Inferno (di Lucifero) avanzano verso di noi; perciò guarda davanti a te se lo riesci a vedere”, disse il mio maestro (Virgilio).

Versi 4 – 6

Come quando una grossa nebbia spira,
o quando l’emisperio nostro annotta,
par di lungi un molin che ’l vento gira,

[vv. 4 – 6] Nella stessa maniera in cui si vede apparire di lontano un mulino mosso dal vento, quando si spande una nebbia fitta, o quando sul nostro emisfero cala la notte,

Versi 7 – 9

veder mi parve un tal dificio allotta;
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio, ché non lì era altra grotta.

[vv. 7 – 9] allo stesso modo mi sembrò allora di intravedere una struttura del medesimo genere (dificio: edificio); ma subito, a causa del vento, fui costretto a ripararmi dietro alla mia guida, non essendoci altro riparo (grotta).

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Versi 10 – 12

Già era, e con paura il metto in metro,
là dove l’ombre tutte eran coperte,
e trasparien come festuca in vetro.

[vv. 10 – 12] Ormai mi trovavo, e lo metto in versi pervaso di paura, là dove le anime dannate erano interamente ricoperte (di ghiaccio), e si intravedevano (lett.: trasparivano), così come una pagliuzza (festuca) imprigionata nel vetro.

Versi 13 – 15

Altre sono a giacere; altre stanno erte,
quella col capo e quella con le piante;
altra, com’arco, il volto a’ piè rinverte.

[vv. 13 – 15] Alcune stavano distese; altre stavano dritte, qualcuna con il capo e qualcun altra con i piedi in alto (ossia: alcune in piedi, alcune capovolte); qualcun altra ancora, curvata ad arco, rovesciava il volto indietro fino a toccare i piedi.

Versi 16 – 18

Quando noi fummo fatti tanto avante,
ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
la creatura ch’ebbe il bel sembiante,

[vv. 16 – 18] Quando ci fummo fatti abbastanza avanti che alla mia guida (Virgilio) fu gradito di mostrarmi quella creatura che un tempo era stata di bell’aspetto (ovvero Lucifero, che, prima della dannazione, era il più bello degli angeli di Dio),

Versi 19 – 21

d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,
“Ecco Dite”, dicendo, “ed ecco il loco
ove convien che di fortezza t’armi”.

[vv. 19 – 21] il mio maestro si scansò da davanti a me e mi fece fermare, dicendo: “Ecco Dite ed ecco il luogo nel quale è necessario che tu ti armi di coraggio.”

>>> Dite è il nome del re dell’Averno nella mitologia antica; Virgilio usa sempre questo nome per Lucifero.

Versi 22 – 24

Com’io divenni allor gelato e fioco,
nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,
però ch’ogne parlar sarebbe poco.

[vv. 22 – 24] Quanto gelai per la paura e rimasi senza forze in quel momento, non chiederlo, lettore, perché non lo racconterò, ogni racconto sarebbe incapace di descriverlo.

>>> Alla vista di Lucifero Dante è tramortito dal terrore: Lucifero è infatti un orrendo demonio dalle dimensioni gigantesche, che emerge con la parte superiore del corpo dal giaccio di Cocito. Egli ha tre facce – simbolo del rovesciamento dei valori della trinità che egli incarna – ed ha ali di pipistrello, battendo le quali produce il vento che rende ghiacciato Cocito. In ognuna delle sue tre bocche stritola un peccatore: Virgilio rivela a Dante che nella bocca centrale è stritolato Giuda Iscariota (traditore di Cristo, il più grande dei benefattori e incarnazione di Dio), mentre nelle bocche laterali si trovano Bruto e Cassio (traditori e assassini di Cesare, loro benefattore e rappresentante dell’Impero, la massima autorità data agli uomini da Dio).

Versi 25 – 27

Io non mori’ e non rimasi vivo;
pensa oggimai per te, s’ hai fior d’ingegno,
qual io divenni, d’uno e d’altro privo.

[vv. 25 – 27] Non morii, ma neppure rimasi vivo; immagina dunque tu, se hai buona immaginazione, come potei diventare, privo sia della vita che della morte.

Versi 28 – 30

Lo ’mperador del doloroso regno
da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia;
e più con un gigante io mi convegno,

[vv. 28 – 30] L’imperatore del regno del dolore (Lucifero), emergeva dalla ghiaccia (dalla superficie ghiacciata di Cocito) dalla metà del petto in su; e mi avvicino di più io alle dimensioni di un gigante,

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Versi 31 – 33

che i giganti non fan con le sue braccia:
vedi oggimai quant’esser dee quel tutto
ch’a così fatta parte si confaccia.

[vv. 31 – 33] di quanto si avvicinino i giganti alle dimensioni delle sue sole braccia: immagina quindi quanto fosse immenso il resto del suo corpo, in proporzione a quegli arti così grandi!

Versi 34 – 36

S’el fu sì bel com’elli è ora brutto,
e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,
ben dee da lui procedere ogne lutto.

[vv. 34 – 36] Se in precedenza egli fu tanto bello quanto è ora mostruoso, e se contro il suo creatore, contro Dio, osò levare lo sguardo (il gesto emblematico della superbia), è ben giusto che da lui proceda ogni male.

Versi 37 – 39

Oh quanto parve a me gran maraviglia
quand’io vidi tre facce a la sua testa!
L’una dinanzi, e quella era vermiglia;

[vv. 37 – 39] E quanto rimasi stupito quando vidi che la sua testa aveva tre facce! Una era davanti, ed era di colore rosso acceso

Versi 40 – 42

l’altr’eran due, che s’aggiugnieno a questa
sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,
e sé giugnieno al loco de la cresta:

[vv. 40 – 42] le altre due facce si aggiungevano alla prima ergendosi dal centro di ciascuna spalla, e si congiungevano tra loro alla loro sommità (nel punto dove gli animali hanno la cresta):

Versi 43 – 45

e la destra parea tra bianca e gialla;
la sinistra a vedere era tal, quali
vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.

[vv. 43 – 45] e quella di destra era di un colore tra il bianco ed il giallo, mentre quella di sinistra era tale a vedersi come quelle di coloro (gli Etiopi), che vengono da dove il Nilo scende a valle.

>>> Le tre facce in una sola testa sono una caratteristica ricorrente delle rappresentazioni medievali di Lucifero: esse rappresentano ovviamente un ribaltamento della Trinità divina. Conformemente, i tre colori sono rappresentativi delle tre passioni contrapposte ai valori della Trinità. Se la Trinità infatti è Potenza, Sapienza e Amore, Lucifero è odio (il rosso acceso), debolezza (il giallo pallido) e ignoranza (il nero, indicante la tenebra dell’intelletto).

Versi 46 – 48

Sotto ciascuna uscivan due grand’ali,
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid’io mai cotali.

[vv. 46 – 48] Da sotto a ciascuna (faccia) uscivano due grandi ali, proporzionate alla grandezza di quell’uccello: non vidi mai vele di navi (di mar) altrettanto grandi.

Versi 49 – 51

Non avean penne, ma di vispistrello
era lor modo; e quelle svolazzava,
sì che tre venti si movean da ello:

[vv. 49 – 51] Esse non avevano piume, ma erano del tipo di quelle del pipistrello; e Lucifero le agitava, così che da lui si generavano i tre venti:

Versi 52 – 54

quindi Cocito tutto s’aggelava.
Con sei occhi piangëa, e per tre menti
gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.

[vv. 52 – 54] a causa dei quali Cocito era completamente congelato. Egli piangeva con sei occhi, e dai tre menti gocciolavano lacrime e bava insanguinata.

>>> Lucifero conserva ancora dunque gli attributi del serafino (angelo) che fu, ma le sue ali sono tremendamente mutate in ali di pipistrello. Inoltre questo passo svela finalmente quale sia la causa della ghiaccia che avvolge tutte le anime del Cocito: il triplice vento prodotto dal battito d’ali di Lucifero.

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Versi 55 – 57

Da ogne bocca dirompea co’ denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
sì che tre ne facea così dolenti.

[vv. 55 – 57] In ogni bocca stritolava con i denti un peccatore, alla maniera della “maciulla” (particolare tenaglia utilizzata nella lavorazione del lino), di modo che, con questo sistema, ne tormentava tre contemporaneamente.

Versi 58 – 60

A quel dinanzi il mordere era nulla
verso ’l graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta brulla.

[vv. 58 – 60] Per quello (dei tre) che stava davanti i morsi erano nulla in confronto ai graffi ricevuti, che talvolta erano tanto duri da lasciare la sua schiena completamente scuoiata.

Versi 61 – 63

“Quell’anima là sù c’ ha maggior pena”,
disse ’l maestro, “è Giuda Scarïotto,
che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.

[vv. 61 – 63] “Quell’anima là in alto, che subisce la punizione peggiore”, disse il mio maestro (Virgilio), “è Giuda Iscariota, che sta con la testa all’interno (della bocca) ed agita le gambe di fuori.

>>> Giuda Iscariota è l’apostolo che tradì Cristo, nonché colui che dà il nome a quest’ultima profondissima zona dell’Inferno; la sua posizione nella bocca centrale di Lucifero del resto, lo rende secondo, tra i dannati dell’Inferno, al solo Lucifero.

Versi 64 – 66

De li altri due c’ hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;

[vv. 64 – 66] Quanto agli altri due, che invece stanno con la testa penzoloni, quello che pende dalla faccia di color nero è Bruto: guarda come si contorce per il dolore e non dice una parola!

Versi 67 – 69

e l’altro è Cassio, che par sì membruto.
Ma la notte risurge, e oramai
è da partir, ché tutto avem veduto”.

[vv. 67 – 69] l’altro invece, che sembra tanto corpulento, è Cassio. Ma sta tornando la notte, è ormai ora di andare via, poiché abbiamo ormai visto tutto ciò che c’era da vedere”.

>>> Insieme a Giuda, dunque, traditore del più grande dei benefattori, vale a dire Cristo, vengono dannati, Bruto e Cassio, i Cesaricidi, entrambi beneficati e amati da Cesare. Più in generale va rilevato come al fondo dell’Inferno si trovino i traditori delle grandi autorità dantesche, Dio da un lato e l’Impero dall’altro.

>>> La notte che incomincia (sottinteso sulla terra), è la notte del Sabato Santo: sono quindi passate 24 ore dall’inizio del viaggio di Dante e il pellegrino ha ormai visitato per intero l’Inferno. All’ordine di Virgilio, Dante si aggrappa alle spalle della sua guida, e insieme cominciano a scendere lungo il corpo di Lucifero utilizzando i peli del demonio come appigli. Giunti in corrispondenza dell’anca del diavolo Virgilio si capovolta, e comincia a risalire, fino a sbucare in una grotta dalla quale parte un cunicolo. Dante, voltandosi indietro non vede più le acque di Cocito e si accorge che, da dove si trova ora, Lucifero gli appare conficcato nel terreno e a testa in giù.

Versi 70 – 72

Com’a lui piacque, il collo li avvinghiai;
ed el prese di tempo e loco poste,
e quando l’ali fuoro aperte assai,

[vv. 70 – 72] Come volle lui, mi tenni stretto al suo collo; ed egli si mise in attesa (lett.: fece la posta) per cogliere il tempo ed il luogo giusto, e quando le ali si furono sufficientemente aperte,

Versi 73 – 75

appigliò sé a le vellute coste;
di vello in vello giù discese poscia
tra ’l folto pelo e le gelate croste.

[vv. 73 – 75] si aggrappò alle costole pelose (di Lucifero); di ciuffo in ciuffo scese quindi lungo il suo folto pelo, tra le croste di ghiaccio.

Versi 76 – 78

Quando noi fummo là dove la coscia
si volge, a punto in sul grosso de l’anche,
lo duca, con fatica e con angoscia,

[vv. 76 – 78] Quando fummo giunti là dove la coscia si piega, proprio in corrispondenza della sporgenza dell’anca, la mia guida, con grande fatica ed affanno,

Versi 79 – 81

volse la testa ov’elli avea le zanche,
e aggrappossi al pel com’om che sale,
sì che ’n inferno i’ credea tornar anche.

[vv. 79 – 81] si capovolse, mettendo la testa là dove prima aveva le gambe, e si aggrappò al pelo come uno che volesse risalire, tanto che credetti di dover tornare ancora nell’Inferno.

Versi 82 – 84

“Attienti ben, ché per cotali scale”,
disse ’l maestro, ansando com’uom lasso,
“conviensi dipartir da tanto male”.

[vv. 82 – 84] “Tieniti bene aggrappato, perché è con queste scale”, disse il mio maestro, ansimando come un uomo affaticato, “che bisogna andar via da tutto questo male.” (ossia: “è utilizzando come scale i peli di Lucifero che dobbiamo uscire dall’Inferno”).

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Versi 85 – 87

Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso
e puose me in su l’orlo a sedere;
appresso porse a me l’accorto passo

[vv. 85 – 87] Poi sbucò fuori attraverso una voragine della roccia sul bordo della quale mi mise a sedere; quindi mi raggiunse con un cauto balzo (ossia: on un balzo accorto Virgilio si stacca dai peli di Lucifero e raggiunge Dante sul bordo dell’apertura nella roccia).

Versi 88 – 90

Io levai li occhi e credetti vedere
Lucifero com’io l’avea lasciato,
e vidili le gambe in sù tenere;

[vv. 88 – 90] Io alzai lo sguardo, credendo di vedere Lucifero nella stessa posizione in cui l’avevo visto poco prima, e invece lo vidi con le gambe in alto;

Versi 91 – 93

e s’io divenni allora travagliato,
la gente grossa il pensi, che non vede
qual è quel punto ch’io avea passato.

[vv. 91 – 93] e quanto io rimasi scosso per lo sbalordimento, lo sa bene la gente ignorante, che non comprende che punto della terra avevo appena attraversato.

Versi 94 – 96

“Lèvati sù”, disse ’l maestro, “in piede:
la via è lunga e ’l cammino è malvagio,
e già il sole a mezza terza riede”.

[vv. 94 – 96] “Alzati in piedi;” mi disse il mio maestro, “poiché la strada da percorrere è ancora lunga e il cammino è impervio, ed il sole si trova già a metà del tempo di terza (il tempo di terza è l’arco di tempo che va dalle 6 alle 9 del mattino).”

Versi 97 – 99

Non era camminata di palagio
là ’v’eravam, ma natural burella
ch’avea mal suolo e di lume disagio.

[vv. 97 – 99] Non era il corridoio di un palazzo il luogo in cui ci trovavamo, ma un cunicolo naturale (natural burella), che aveva un suolo dissestato ed era scarsamente illuminato.

>>> Mentre attraversano la “natural burella”, la caverna naturale che li condurrà sulla spiaggia del Purgatorio, stupito da quanto ha appena visto, Dante interroga Virgilio per ricevere spiegazioni. Virgilio lo informa del fatto che loro hanno appena superato il centro della terra e si trovano ora nell’emisfero australe, quello opposto all’emisfero abitato (detto boreale). La domanda diventa così occasione per tracciare una breve storia del cosmo: nelle parole di Virgilio Lucifero cadde sulla terra dal lato dell’emisfero australe, dove un tempo si trovavano le terre emerse. Al suo arrivo la terra si ritrasse, inabissandosi sul versante australe (che divenne così emisfero delle acque), ed emergendo dal lato opposto (nell’emisfero boreale, dove si creò la “secca” destinata ad ospitare gli uomini). Per le stesse ragioni la terra che si trovava nel punto dove andò a conficcarsi Lucifero si allargò (formando la “natural burella” in cui avviene ala conversazione), e il vuoto creatosi così al centro della terra determinò in superficie l’emergere della montagna dell’Eden.

Versi 100 – 102

“Prima ch’io de l’abisso mi divella,
maestro mio”, diss’io quando fui dritto,
“a trarmi d’erro un poco mi favella:

[vv. 100 – 102] “Prima che io mi allontani dall’abisso, oh mio maestro,” dissi dopo essermi alzato, “parlami un poco per togliermi i dubbi:

Versi 103 – 105

ov’è la ghiaccia? e questi com’è fitto
sì sottosopra? e come, in sì poc’ora,
da sera a mane ha fatto il sol tragitto?”.

[vv. 103 – 105] dov’è finita la ghiaccia? E costui (Lucifero), come mai è conficcato (nel terreno) così, sottosopra? E come ha fatto, in così poco tempo, il sole a passare dalla sera al mattino?”

Versi 106 – 108

Ed elli a me: “Tu imagini ancora
d’esser di là dal centro, ov’io mi presi
al pel del vermo reo che ’l mondo fóra.

[vv. 106 – 108] E Virgilio mi rispose: “Tu credi ancora di trovarti al di là dal centro (il centro della terra), dove io mi aggrappai al pelo del verme malefico che perfora il mondo (Lucifero, che, scaraventato via dai cieli, ha perforato la terra fino a conficcarvisi nel centro).

Versi 109 – 111

Di là fosti cotanto quant’io scesi;
quand’io mi volsi, tu passasti ’l punto
al qual si traggon d’ogne parte i pesi.

[vv. 109 – 111] Tu sei stato di là (dal centro della terra) per tutto il tempo che io mi sono mosso verso il basso; poi, quando mi sono capovolto, allora tu hai oltrepassato il punto verso il quale vengono attirati tutti i pesi (il centro di gravità della terra).

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Versi 112 – 114

E se’ or sotto l’emisperio giunto
ch’è contraposto a quel che la gran secca
coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto

[vv. 112 – 114] Ed ora sei arrivato sotto l’emisfero che si contrappone a quello ricoperto dalla grande secca e sotto la cui sommità fu ucciso,

Versi 115 – 117

fu l’uom che nacque e visse sanza pecca;
tu haï i piedi in su picciola spera
che l’altra faccia fa de la Giudecca.

[vv. 115 – 117] l’uomo che nacque e visse senza macchiarsi di peccati; tu poggi ora i piedi su quel piccolo piano circolare che costituisce l’altra faccia della Giudecca.

>>> L’emisfero in cui si trova ora Dante è dunque l’emisfero australe, sul lato opposto della terra rispetto all’emisfero boreale, quello ricoperto dalla “grande secca”, vale a dire l’insieme delle terre emerse che ospitano l’uomo. Esattamente al di sotto dello zenith dell’emisfero abitato (è questo il “colmo” di cui parla Dante) si trova Gerusalemme, che è il luogo dove fu ucciso Cristo, colui che nacque e visse senza peccato. Stando alle parole di Virgilio infine, Dante si trova sul lato opposto della Giudecca, che è la quarta ed ultima zona di Cocito, la zona nella quale viene dannato Giuda, traditore del più grande dei benefattori, Cristo.

Versi 118 – 120

Qui è da man, quando di là è sera;
e questi, che ne fé scala col pelo,
fitto è ancora sì come prim’era.

[vv. 118 – 120] Qui è mattino (da man) quando di là è invece sera; e costui, che con il suo pelo ci ha fatto da scala (Lucifero), è ancora conficcato come in principio (ossia: nella posizione in cui cadde dal cielo originariamente).

Versi 121 – 123

Da questa parte cadde giù dal cielo;
e la terra, che pria di qua si sporse,
per paura di lui fé del mar velo,

[vv. 121 – 123] Cadde giù dal cielo da questa parte della terra (ossia dalla parte dell’emisfero australe); e le terre, che all’origine emergevano da questo lato del mondo (ossia dal lato dell’emisfero australe), per paura di lui si fecero schermo con il mare (si ritrassero, inabissandosi)

Versi 124 – 126

e venne a l’emisperio nostro; e forse
per fuggir lui lasciò qui loco vòto,
quella ch’appar di qua, e sù ricorse”.

[vv. 124 – 126] e arrivarono nel nostro emisfero (nell’emisfero boreale, dove formarono le terre emerse abitate dagli uomini); e forse, per evitare lui (Lucifero), la terra lasciò uno spazio vuoto, quello che puoi vedere qui (la caverna detta “natural burella” in cui si svolge la conversazione) e si spostò dall’altro lato (formando la montagna dell’Eden)”.

>>> Terminato il discorso di Virgilio, la parola ritorna a Dante che descrive gli ultimi atti della sua permanenza nel mondo sotterraneo: i due pellegrini riprendono il loro viaggio, che continua attraverso uno strettissimo cunicolo naturale, scavato per erosione dalle acque di un ruscello (il Letè) che scorre giù dalla montagna dell’Eden. Percorrendo fino in fondo questo cunicolo Dante e Virgilio riemergono in superficie, dove si ripresenta finalmente ai loro occhi la vista del cielo stellato.

Versi 127 – 129

Luogo è là giù da Belzebù remoto
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista, ma per suono è noto

[vv. 127 – 129] C’è un luogo laggiù, che è lontano da Belzebù (altro nome per Lucifero) tanto quanto è lunga la sua stessa tomba (ossia: c’è un luogo ai confini della natural burella), che non è individuabile con la vista (per via dell’oscurità), bensì dal rumore

Versi 130 – 132

d’un ruscelletto che quivi discende
per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
col corso ch’elli avvolge, e poco pende.

[vv. 130 – 132] prodotto dallo scorrere di un piccolo ruscello, che vi giunge attraverso un buco in un sasso che esso stesso ha scavato (roso) con il proprio corso avvolgente (a spirale) ed un poco in pendenza.

>>> Il ruscello di cui parla Dante in questo passaggio parrebbe essere il Letè, un fiume che scende dalla montagna dell’Eden. Nel Purgatorio si vedrà come in questo fiume vengano immerse le anime prima del loro passaggio in Paradiso, perché perdano ogni memoria del peccato.

Versi 133 – 135

Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d’alcun riposo,

[vv. 133 – 135] La mia guida ed io entrammo in quel cunicolo nascosto, per poter ritornare nel modo illuminato dal sole (il “chiaro mondo”); e senza prenderci il riguardo di riposarci un po’,

Versi 136 -138

salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.

[vv. 136 – 138] iniziammo a risalire, egli per primo ed io dietro, fino a che io non riuscii ad intravedere, attraverso un pertugio rotondo (la fine del cunicolo), qualcuna di quelle cose meravigliose che il cielo offre alla vista (gli astri).

Verso 139

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

[v. 139] E da qui (dal pertugio rotondo) uscimmo a rivedere le stelle.

>>> Con la parola “stelle”, segno della realtà divina, terminano tutte e tre le cantiche della Commedia, cosicché questa parola si delinea come parola chiave del testo, con la quale Dante indica al lettore quale sia la vera meta dell’uomo.