Archivio testo: A ciascun'alma presa e gentil core

Parafrasi A ciascun’alma presa e gentil core

DANTE ALIGHIERI

A CIASCUN’ALMA PRESA E GENTIL CORE

– PARAFRASI DEL TESTO –


A ciascun’alma presa e gentil core è il primo inserto in versi all’interno della Vita Nuova di Dante Alighieri. Nella finzione narrativa dell’opera, la stesura del sonetto fa seguito ad un’enigmatica visione che si presenta a Dante nel giorno in cui per la prima volta riceve il saluto di Beatrice. Di questa visione è protagonista Amore, che appare nell’atto di porgere a Beatrice il cuore del poeta, in modo che la fanciulla se ne cibi. Al termine della scena Amore sale al cielo tra le lacrime, portando con sé Beatrice. Incapace di comprendere il significato di ciò che ha visto, Dante consulta gli altri rimatori in volgare, invitandoli a proporre una loro interpretazione della visione. Il sonetto costituisce la formulazione in versi della richiesta di spiegazione.


A ciascun’alma presa, e gentil core,

nel cui cospetto ven lo dir presente,

in ciò che mi rescrivan suo parvente

salute in lor segnor, cioè Amore.

[vv. 1 – 4] Porgo il mio saluto (salute, cui è sottinteso “dico”), nel nome del loro signore, cioè Amore, ad ogni anima da lui catturata (alma presa) e ad ogni cuore nobile (gentil core), sotto lo sguardo (cospetto) dei quali arriva il presente componimento (lo dir), affinché (in ciò che: conginzione di valore finale) mi rispondano secondo la loro opinione.


Già eran quasi che atterzate l’ore

del tempo che onne stella n’è lucente,

quando m’apparve Amor subitamente

cui essenza membrar mi dà orrore.

[vv. 5 – 8] Erano già quasi arrivate alla loro terza parte (atterzate) le ore notturne (lett. le ore del tempo in cui brillano le stelle), quando mi apparve all’improvviso Amore, il cui aspetto (essenza) mi provoca ancora terrore a ricordarlo.

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Allegro mi sembrava Amor tenendo

meo core in mano, e ne le braccia avea

madonna involta in un drappo dormendo.

[vv. 9 – 11] Amore aveva un aspetto lieto mentre teneva in una mano il mio cuore e fra le braccia portava la mia amata (madonna, dal lat. MEA DOMINA, lett. la mia signora), addormentata e avvolta in un drappo.


Poi la svegliava, e d’esto core ardendo

lei paventosa umilmente pascea:

appresso gir lo ne vedea piangendo.

[vv. 12 – 14] Dopo averla svegliata, cibava (pascea) lei, timorosa (paventosa), di quel cuore ardente (ardendo: che ardeva), tenendo un atteggiamento mansueto. Infine lo vedevo andarsene in lacrime.