Archivio testo: Andreuccio da Perugia

Parafrasi Andreuccio da Perugia

GIOVANNI BOCCACCIO

ANDREUCCIO DA PERUGIA

dal DECAMERON

PARAFRASI NOVELLA

Andreuccio da Perugia, venuto a Napoli a comperar cavalli, in una notte da tre gravi accidenti soprapreso, da tutti scampato con un rubino si torna a casa sua.

Il perugino Andreuccio, recatosi a Napoli con l’intenzione di acquistare dei cavalli, dopo essere incappato in una sola notte in tre diversi accidenti, e riuscito a scampare a ciascuno di essi, e se ne torna a casa con un rubino.

Fu, secondo che io già intesi, in Perugia un giovane il cui nome era Andreuccio di Pietro, cozzone di cavalli; il quale, avendo inteso che a Napoli era buon mercato di cavalli, messisi in borsa cinquecento fiorin d’oro, non essendo mai più fuori di casa stato, con altri mercatanti là se n’andò: dove giunto una domenica sera in sul vespro, dall’oste suo informato la seguente mattina fu in sul Mercato, e molti ne vide e assai ne gli piacquero e di più e più mercato tenne, né di niuno potendosi accordare, per mostrare che per comperar fosse, sì come rozzo e poco cauto più volte in presenza di chi andava e di chi veniva trasse fuori questa sua borsa de’ fiorini che aveva.

Stando a ciò che ho sentito raccontare, a Perugia viveva un giovane commerciante di cavalli, il cui nome era Andreuccio di Pietro. Andreuccio, poiché aveva sentito dire che a Napoli vi era un buon mercato di cavalli, sebbene egli non si fosse mai allontanato prima dalla propria città, si mise cinquecento fiorini d’oro nella borsa, e partì per Napoli insieme ad altri mercanti. Giunto nella città una domenica, verso il tramonto, e ricevute le informazioni necessarie dall’oste presso cui albergava, Andreuccio la mattina seguente si recò al mercato, e qui vide molti cavalli, e parecchi gli piacquero. Così condusse numerosissime trattative, e, poiché non riusciva a concludere neppure un acquisto, per dimostrare di essere seriamente intenzionato a comperare, comportandosi da persona sciocca e poco prudente, esibì più volte la borsa piena di denaro, senza curarsi di chi andava e di chi veniva.

E in questi trattati stando, avendo esso la sua borsa mostrata, avvenne che una giovane ciciliana bellissima, ma disposta per piccol pregio a compiacere a qualunque uomo, senza vederla egli, passò appresso di lui e la sua borsa vide e subito seco disse: – Chi starebbe meglio di me se quegli denari fosser miei? – e passò oltre.

Mentre era impegnato in una di queste trattative, in uno di quei momenti in cui Andreuccio aveva tirato fuori la sua borsa, avvenne che una giovane donna siciliana, bellissima, ma disposta per poco denaro a fare qualsiasi cosa con chiunque, gli passò vicino, senza che egli se ne accorgesse. La giovane donna vide la borsa di Andreuccio e subito considerò fra sé e sé: “Chi starebbe meglio di me, se quei denari fossero miei?”, e continuò a camminare.

Pubblicità

Era con questa giovane una vecchia similmente ciciliana, la quale, come vide Andreuccio, lasciata oltre la giovane andare, affettuosamente corse a abbracciarlo: il che la giovane veggendo, senza dire alcuna cosa, da una delle parti la cominciò a attendere. Andreuccio, alla vecchia rivoltosi e conosciutala, le fece gran festa, e promettendogli essa di venire a lui all’albergo, senza quivi tenere troppo lungo sermone, si partì : e Andreuccio si tornò a mercatare ma niente comperò la mattina.

Insieme a questa giovane donna c’era una vecchia, anche lei siciliana, la quale, appena vide Andreuccio, lasciando che la giovane donna proseguisse da sola, corse affettuosamente ad abbracciarlo. La giovane donna, vedendo questa scena, si tirò in disparte senza dire una sola parola, e rimase in attesa della vecchia. Andreuccio, dopo che ebbe posato lo sguardo sulla vecchia e l’ebbe riconosciuta, le fece una calorosa accoglienza. L’anziana gli promise che sarebbe andata a trovarlo all’albergo, e subito si allontanò, senza trattenersi a conversare lì nel mercato; Andreuccio invece tornò a contrattare cavalli, ma senza acquistare nulla per tutta la mattinata.

La giovane, che prima la borsa d’Andreuccio e poi la contezza della sua vecchia con lui aveva veduta, per tentare se modo alcuno trovar potesse a dovere aver quelli denari, o tutti o parte, cautamente incominciò a domandare chi colui fosse o donde e che quivi facesse e come il conoscesse. La quale ogni cosa così particularmente de’ fatti d’Andreuccio le disse come avrebbe per poco detto egli stesso, sì come colei che lungamente in Cicilia col padre di lui e poi a Perugia dimorata era, e similmente le contò dove tornasse e perché venuto fosse.

La giovane donna, che aveva notato dapprima la borsa di Andreuccio e poi la familiarità della vecchia con lui, allo scopo di escogitare qualche piano per impossessarsi di quei fiorini – di tutti o di una parte di essi – cominciò cautamente a domandare all’anziana chi fosse Andreuccio, da dove venisse, che cosa ci facesse a Napoli e come mai lei lo conoscesse. La vecchia le descrisse la vita di Andreuccio tanto dettagliatamente quanto avrebbe potuto fare egli stesso, dato che aveva abitato per lungo tempo col padre di lui, prima in Sicilia e poi a Perugia. Così la informò sulla città da cui Andreuccio proveniva e sulle ragioni del suo viaggio a Napoli.

La giovane, pienamente informata e del parentado di lui e de’ nomi, al suo appetito fornire con una sottil malizia, sopra questo fondò la sua intenzione, e a casa tornatasi, mise la vecchia in faccenda per tutto il giorno acciò che a Andreuccio non potesse tornare; e presa una sua fanticella, la quale essa assai bene a così fatti servigi aveva ammaestrata, in sul vespro la mandò all’albergo dove Andreuccio tornava.

La giovane donna, venuta a conoscenza di un gran numero informazioni e di nomi, riguardanti i parenti di Andreuccio, decise di fondare su queste informazioni il suo piano per impadronirsi dei denari, e ordì con malizia un inganno. Tornata a casa, fece in modo che la vecchia restasse impegnata in alcune faccende per tutto il giorno, impedendole così di incontrare nuovamente Andreuccio. Poi, chiamata una sua servitrice, che aveva molto ben addestrata ad incarichi di questo genere, la mandò, all’imbrunire, all’albergo dove Andreuccio doveva tornare.

Pubblicità

La qual, quivi venuta, per ventura lui medesimo e solo trovò in su la porta e di lui stesso il domandò. Alla quale dicendole egli che era desso, essa, tiratolo da parte, disse:

– Messere, una gentil donna di questa terra, quando vi piacesse, vi parleria volentieri. –

Il quale ve vedendola, tutto postosi mente e parendogli essere un bel fante della persona, s’avvisò questa donna dover di lui essere innamorata, quasi altro bel giovane che egli non si trovasse allora in Napoli, e prestamente rispose che era apparecchiato e domandolla dove e quando questa donna parlargli volesse. A cui la fanticella rispose:

– Messere, quando di venir vi piaccia, ella v’attende in casa sua. –

Andreuccio presto, senza alcuna cosa dir nell’albergo, disse:

– Or via mettiti avanti, io ti verrò appresso. –

La servitrice, giunta sul posto, per caso incontrò Andreuccio da solo sulla porta, e chiese di lui a lui stesso. Quando egli le ebbe detto di essere la persona che lei stava cercando, la servitrice lo tirò in disparte dicendogli: “Signore, una gentildonna di questa città, se lo desiderate, avrebbe piacere di fare la vostra conoscenza”. Andreuccio, guardatosi da capo a piedi, e trovatosi un giovane di bell’aspetto, si convinse che questa donna doveva essersi innamorata di lui, come se a quell’epoca, in tutta Napoli, non si trovasse un altro bel ragazzo. Quindi rispose subito di essere pronto ad incontrare la donna, e chiese dove e quando ella volesse parlargli. Al che la servitrice rispose: “Signore, quando vi piacerà venire, ella vi attenderà a casa sua”. Andreuccio, senza neppure avvertire il suo l’albergo, disse rapido: “Fammi strada, verrò dietro di te”.

Laonde la fanticella a casa di costei il condusse, la quale dimorava in una contrada chiamata Malpertugio, la quale quanto sia onesta contrada il nome medesimo il dimostra. Ma esso, niente di ciò sappiendo né suspicando, credendosi in uno onestissimo luogo andare e a una cara donna, liberamente, andata la fanticella avanti, se n’entrò nella sua casa; e salendo su per le scale, avendo la fanticella già sua donna chiamata e detto – Ecco Andreuccio, – la vide in capo della scala farsi a aspettarlo.

Da lì la servitrice lo condusse a casa della donna, che abitava in una contrada chiamata “Malpertugio”, il cui nome, da solo, basta a far capire quanto fosse ben frequentata. Ma egli, non potendo sapere, né sospettare nulla di tutto ciò, e credendo di recarsi in un luogo per bene e in casa di una nobile dama, entrò tranquillamente, preceduto dalla servitrice, nella casa della donna. E mentre saliva per le scale, poiché la servitrice aveva già chiamato la sua padrona e le aveva detto “Ecco Andreuccio”, vide la donna affacciarsi in cima alla scalinata ed attenderlo.

Ella era ancora assai giovane, di persona grande e con bellissimo viso, vestita e ornata assai orrevolemente; alla quale come Andreuccio fu presso, essa incontrogli da tre gradi discese con le braccia aperte, e avvinghiatogli il collo alquanto stette senza alcuna cosa dire, quasi da soperchia tenerezza impedita; poi lagrimando gli basciò la fronte e con voce alquanto rotta disse:

– O Andreuccio mio, tu sii il ben venuto! –

Esso, maravigliandosi di così tenere carezze, tutto stupefatto rispose:

– Madonna, voi siate la ben trovata! –

La donna era ancora molto giovane, di bella corporatura, con un viso bellissimo, ed era vestita ed imbellettata elegantemente. Costei, appena Andreuccio le fu vicino, scese tre gradini, gli si fece incontro e, abbracciandolo, restò a lungo in silenzio, come se fosse sopraffatta da un’emozione troppo forte. Poi, piangendo, baciò la fronte di Andreuccio, e con voce commossa, esclamò: “O Andreuccio mio, qui tu sei il benvenuto!”. Egli, meravigliandosi di quei modi così affettuosi, rispose: “Signora, voi siete la ben trovata”.

Pubblicità

Ella appresso, per la man presolo, suso nella sua sala il menò e di quella, senza alcuna cosa parlare, con lui nella sua camera se n’entrò, la quale di rose, di fiori d’aranci e d’altri odori tutta oliva, là dove egli un bellissimo letto incortinato e molte robe su per le stanghe, secondo il costume di là, e altri assai belli e ricchi arnesi vide; per le quali cose, sì come nuovo, fermamente credette lei dovesse essere non men che gran donna. E postisi a sedere insieme sopra una cassa che appiè del suo letto era, così gli cominciò a parlare:

La donna, presolo per mano, lo condusse su nella sua sala e da lì, in silenzio, entrò insieme a lui in una camera che profumava di rose, di fiori d’arancio e di altre essenze. Andreuccio notò un bellissimo letto a baldacchino, molti oggetti di lusso sulle mensole, secondo il costume locale, e numerosi altri oggetti belli e preziosi. E vedendo queste cose, essendo egli inesperto di Napoli, si convinse che la donna doveva sicuramente essere una gran dama. Dopo che entrambi si furono seduti sopra una cassa ai piedi del letto, lei iniziò a parlargli così:

– Andreuccio, io sono molto certa che tu ti maravigli e delle carezze le quali io ti fo e delle mie lagrime, sì come colui che non mi conosci e per avventura mai ricordar non m’udisti. Ma tu udirai tosto cosa la quale più ti farà forse maravigliare, sì come è che io sia tua sorella; e dicoti che, poi che Idio m’ha fatta tanta grazia che io anzi la mia morte ho veduto alcuno de’ miei fratelli, come che io disideri di vedervi tutti, io non morrò a quella ora che io consolata non muoia. E se tu forse questo mai più non udisti, io tel vo’dire. Pietro, mio padre e tuo, come io credo che tu abbi potuto sapere, dimorò lungamente in Palermo, e per la sua bontà e piacevolezza vi fu e è ancora da quegli che il conobbero amato assai. Ma tra gli altri che molto l’amarono, mia madre, che gentil donna fu e allora era vedova, fu quella che più l’amò, tanto che, posta giù la paura del padre e de’ fratelli e il suo onore, in tal guisa con lui si dimestico’, che io ne nacqui e sonne qual tu mi vedi.

“Andreuccio, io sono convinta che tu ti meravigli della mia accoglienza e delle mie lacrime, dato che non mi conosci e non hai mai sentito parlare di me. Adesso ascolterai una storia che, suscitando il tuo stupore, ti metterà al corrente del fatto che io sono tua sorella. Ti confesso che dal momento che Dio mi ha concesso la grazia di vedere, prima della mia morte, qualcuno dei miei fratelli, io morirò contenta, in qualsiasi momento ciò accada. Se tu non hai mai sentito parlare di questa vicenda, te la racconterò. Pietro, padre sia mio che tuo, come ben sai, visse a Palermo, dove, per la sua bontà e la sua gentilezza, fu molto apprezzato da chi lo conobbe, e lo è tutt’ora. Tra coloro che lo apprezzarono, mia madre, una gentildonna che all’epoca era vedova, fu quella a cui egli piacque più che a chiunque altro, al punto che, vinto il timore per il padre e per i fratelli, e messa da parte la preoccupazione per la propria reputazione, avviò con lui una relazione; e così, da quella relazione, nacqui io, che ora sono qui, come tu mi vedi.

Poi, sopravenuta cagione a Pietro di partirsi di Palermo e tornare in Perugia, me con la mia madre piccola fanciulla lasciò, né mai, per quello che io sentissi, più né di me né di lei si ricordò: di che io, se mio padre stato non fosse, forte il riprenderei avendo riguardo alla ingratitudine di lui verso mia madre mostrata (lasciamo stare allo amore che a me come a sua figliola non nata d’una fante né di vil femina dovea portare), la quale le sue cose e sé parimente, senza sapere altrimenti chi egli si fosse, da fedelissimo amor mossa rimise nelle sue mani.

Successivamente, quando Pietro dovette lasciare Palermo e tornare a Perugia, abbandonò me, ancora piccola, con mia madre, e non si ricordò più, per quanto io ne sappia, né di me, né di lei. Se non si trattasse di mio padre, io lo biasimerei aspramente per 1’ingratitudine mostrata nei confronti di mia madre (per non parlare dell’amore che avrebbe dovuto nutrire nei miei riguardi, in quanto figlia sua, e nata né da una serva, né da una donna di malaffare), la quale, spinta da un amore assolutamente devoto, gli aveva affidato i suoi averi e se stessa, senza neppure sapere chi egli fosse veramente.

Pubblicità

Ma che è? Le cose mal fatte e di gran tempo passate sono troppo più agevoli a riprendere che a emendare: la cosa andò pur così. Egli mi lasciò piccola fanciulla in Palermo, dove, cresciuta quasi come io mi sono, mia madre, che ricca donna era, mi diede per moglie a uno da Gergenti, gentile uomo e da bene, il quale per amor di mia madre e di me tornò a stare a Palermo; e quivi, come colui che è molto guelfo cominciò a avere alcuno trattato col nostro re Carlo. Il quale, sentito dal re Federigo prima che dare gli si potesse effetto, fu cagione di farci fuggire di Cicilia quando io aspettava essere la maggior cavalleressa che mai in quella isola fosse; donde, prese quelle poche cose che prender potemmo (poche dico per rispetto alle molte le quali avavamo), lasciate le terre e li palazzi, in questa terra ne rifuggimmo, dove il re Carlo verso di noi trovammo sì grato che, ristoratici in parte li danni li quali per lui ricevuti avavamo, e possessioni e case ci ha date, e dà continuamente al mio marito, e tuo cognato che è, buona provisione, sì come tu potrai ancor vedere. E in questa maniera son qui, dove io, la buona mercé di Dio e non tua, fratel mio dolce, ti veggio. –

E così detto, da capo il rabbracciò e ancora teneramente lagrimando gli basciò la fronte.

Ma che lo dico a fare? Gli errori che appartengono al passato remoto sono facili da biasimare, ma impossibili da cancellare: ed ormai è andata così. Egli mi lasciò a Palermo quand’ero una bambina, e lì, quando diventai adulta, pressappoco quanto lo sono oggi, mia madre, che era una donna ricca, mi diede in moglie ad un uomo gentile e nobile di Agrigento, il quale, per amor mio e di mia madre, venne a stare a Palermo. E lì, essendo egli un guelfo convinto, cominciò a condurre trattative segrete con il re Carlo d’Angiò (il re di Napoli). Queste trattative vennero scoperte dal re di Sicilia, Federico II d’Aragona, prima che la congiura potesse andare in porto, e perciò dovemmo fuggire dalla Sicilia quando io ero vicina ad essere la moglie del cavaliere più importante dell’isola. Da lì prendemmo le poche cose che potevamo trasportare (tra le tante cose che possedevamo), lasciando le terre e i palazzi, e ci rifugiammo qui a Napoli, dove il re Carlo d’Angiò si mostrò a tal punto riconoscente verso di noi, che, per risarcirci in parte dei danni che avevamo sofferto a causa sua, ci concesse case e proprietà, e, come tu potrai constatare, continua tutt’ora a dare un buono stipendio a mio marito, che è tuo cognato. In questo modo ora sono qui, dove, unicamente per grazia di Dio, o mio dolce fratello, finalmente ti vedo”. La donna, dopo che ebbe detto queste cose, abbracciò di nuovo Andreuccio e, piangendo sommessamente, gli baciò ancora la fronte.

Andreuccio, udendo questa favola così ordinatamente, così compostamente detta da costei, alla quale in niuno atto moriva la parola tra’denti né balbettava la lingua, e ricordandosi esser vero che il padre era stato in Palermo e per se medesimo de’ giovani conoscendo i costumi, che volentieri amano nella giovanezza, e veggendo le tenere lagrime, gli abbracciari e gli onesti basci, ebbe ciò che ella diceva più che per vero: e poscia che ella tacque, le rispose:

Andreuccio, ascoltando questa fandonia raccontata così bene e così ordinatamente dalla giovane, la quale non si era mai interrotta, né aveva perso il filo neppure per un attimo, e ricordando che suo padre aveva effettivamente vissuto a Palermo, e conoscendo per sua stessa esperienza le abitudini dei giovani, i quali volentieri si abbandonano agli amori, e infine vedendo le tenere lacrime, gli abbracci, i casti baci della donna, credette a tutto quanto ella gli aveva raccontato. Quindi, appena ella tacque, rispose:

– Madonna, egli non vi dee parer gran cosa se io mi maraviglio: per ciò che nel vero, o che mio padre, per che che egli sel facesse, di vostra madre e di voi non ragionasse giammai, o che, se egli ne ragionò, a mia notizia venuto non sia, io per me niuna coscienza aveva di voi se non come se non foste; e emmi tanto più caro l’avervi qui mia sorella trovata, quanto io ci sono più solo e meno questo sperava. E nel vero io non conosco uomo di sì alto affare al quale voi non doveste esser cara, non che a me che un picciolo mercatante sono. Ma d’una cosa vi priego mi facciate chiaro: come sapeste voi che io qui fossi?”

“Signora, non vi dovete sorprendere se io mi meraviglio di non aver mai saputo nulla; infatti mio padre, per qualunque ragione lo abbia fatto, non ha mai parlato né di vostra madre, né di voi, e, se egli lo ha fatto, io non ne sono mai venuto a conoscenza. Sorella, sono felice di avervi incontrata, e lo sono a maggior ragione perché ciò è avvenuto in questo luogo, dove mi trovo completamente solo e dove certo non mi aspettavo una simile notizia. Inoltre, in tutta sincerità, non mi viene in mente alcun uomo che sia a tal punto nobile e ricco da potervi considerare un’amica poco preziosa, figuriamoci allora se lo faccio io, che sono un povero mercante. Ma vi pregherei di spiegarmi una cosa: come sapevate che io mi trovavo qui?”.

Pubblicità

Al quale ella rispose: – Questa mattina mel fè sapere una povera femina la qual molto meco si ritiene, per ciò che con nostro padre, per quello che ella mi dica, lungamente e in Palermo e in Perugia stette, e se non fosse che più onesta cosa mi parea che tu a me venissi in casa tua che io a te nell’altrui, egli ha gran pezza che io a te venuta sarei. –

E la donna gli rispose: “Mi ha informata questa mattina una povera donna che viene spesso a trovarmi, e che ha abitato a lungo – o almeno così dice – con nostro padre sia a Palermo, sia a Perugia. E se io non avessi giudicato più decoroso che fossi tu a venire da me, in casa mia, invece che io da te, in un albergo, già da tempo sarei venuta a cercarti”.

Appresso queste parole ella cominciò distintamente a domandare di tutti i suoi parenti nominatamente, alla quale di tutti Andreuccio rispose, per questo ancora più credendo quello che meno di creder gli bisognava.

Pronunciate queste parole, ella iniziò a chiedere notizie dettagliate riguardo ai parenti di Andreuccio, chiamando ciascuno col suo nome. Andreuccio le diede informazioni di tutti, e in questo modo rimase ancor più persuaso della verità di ciò che avrebbe fatto meglio a non credere assolutamente.

Essendo stati i ragionamenti lunghi e il caldo grande, ella fece venire greco e confetti e fè dar bere a Andreuccio; il quale dopo questo partir volendosi, per ciò che ora di cena era, in niuna guisa il sostenne, ma sembiante fatto di forte turbarsi abbracciandol disse:

– Ahi lassa me, ché assai chiaro conosco come io ti sia poco cara! Che è a pensare che tu sii con una tua sorella mai più da te non veduta, e in casa sua, dove, qui venendo, smontato esser dovresti, e vogli di quella uscire per andare a cenare all’albergo? Di vero tu cenerai con esso meco: e perché mio marito non ci sia, di che forte mi grava, io ti saprò bene secondo donna fare un poco d’onore. –

Poiché la conversazione era stata lunga e faceva un gran caldo, la donna si fece portare del vino greco e dei dolciumi, e li servì ad Andreuccio. A questo punto, il giovane voleva andarsene perché era giunta l’ora di cena, ma in nessun modo gli fu permesso. Fingendosi fortemente turbata, la donna disse abbracciandolo: “Ahi povera me! Capisco chiaramente di esserti assai poco cara. Cosa dovrei pensare altrimenti del fatto che tu, trovandoti con tua sorella, mai conosciuta prima, e trovandoti in casa mia, dove avresti dovuto alloggiare fin dal tuo arrivo a Napoli, desideri andartene per cenare in un albergo? In realtà, tu cenerai con me; e sebbene mio marito non ci sia, cosa di cui mi dispiaccio molto, io ti tratterò con tutti gli onori, nella misura in cui una donna può esserne capace”.

Pubblicità

Alla quale Andreuccio, non sappiendo altro che rispondersi, disse:

– Io v’ho cara quanto sorella si dee avere, ma se io non ne vado, io sarò tutta sera aspettato a cena e farò villania.

Ed ella allora disse:

– Lodato sia Idio, se io non ho in casa per cui mandare a dire che tu non sii aspettato! benché tu faresti assai maggior cortesia, e tuo dovere, mandare a dire a’ tuoi compagni che qui venissero a cenare, e poi, se pure andare te ne volessi, ve ne potresti tutti andar di brigata. –

Allora Andreuccio, non sapendo quale altro pretesto addurre, rispose: “Io vi ho cara quanto si deve aver cara una sorella, ma, se non me ne vado, sarò atteso tutta la sera per la cena: e ciò sarebbe una vera villanìa”. Ella ribatté: “Figuriamoci se io non ho in casa qualcuno da mandare ad avvertire di non attenderti per la cena! Ed anzi, tu agiresti ancor più cortesemente, e faresti il tuo dovere, se invitassi anche i tuoi compagni a cenare qui, così poi, se te ne volessi andare, lo potresti fare in loro compagnia”.

Andreuccio rispose che de’ suoi compagni non volea quella sera, ma, poi che pure a grado l’era, di lui facesse il piacer suo. Ella allora fè vista di mandare a dire all’albergo che egli non fosse atteso a cena; e poi, dopo molti altri ragionamenti, postisi a cena e splendidamente di più vivande serviti, astutamente quella menò per lunga infino alla notte obscura; ed essendo da tavola levati e Andreuccio partir volendosi, ella disse che ciò in niuna guisa sofferrebbe, per ciò che Napoli non era terra da andarvi per entro di notte, e massimamente un forestiere; e che come che egli a cena non fosse atteso aveva mandato a dire, così aveva dello albergo fatto il somigliante.

Andreuccio rispose che per quella sera non desiderava avere con sé i propri compagni, mentre invece, in merito a sé, egli avrebbe fatto ciò che lei desiderava. La donna allora finse di mandare a dire all’albergo di non attendere Andreuccio per cena. Dopo molte altre chiacchiere, si misero a tavola, e furono servite loro molte vivande ed in modo splendido, e la donna astutamente fece in modo che la cena si prolungasse fino a notte fonda. Quando si alzarono da tavola, Andreuccio avrebbe voluto congedarsi e andare via, ma ella disse che in nessun modo l’avrebbe permesso, in quanto Napoli non era città in cui circolare di notte, men che meno per un forestiero; e che, nella stessa maniera in cui ella aveva avvertito di non attenderlo per cena, avrebbe avvertito di non attenderlo per la notte.

Egli, questo credendo e dilettandogli, da falsa credenza ingannato, d’esser con costei, stette. Furono adunque dopo cena i ragionamenti molti e lunghi non senza cagione tenuti; e essendo della notte una parte passata, ella, lasciato Andreuccio a dormire nella sua camera con un piccol fanciullo che gli mostrasse se egli volesse nulla, con le sue femine in un’altra camera se n’andò.

Andreuccio poiché le credeva e poiché, per vie delle menzogne che lei gli aveva raccontato, era felice di fermarsi da lei, si fermò. Così, conversarono a lungo dopo cena, e quando ormai si era fatto tardi, la donna lasciò Andreuccio a dormire nella sua camera insieme ad un giovane servo che gli indicasse ciò di cui egli potesse aver bisogno, mentre lei si ritirò con le sue servitrici in un’altra camera.

Pubblicità

Era il caldo grande: per la qual cosa Andreuccio, veggendosi solo rimasto, subitamente si spogliò in farsetto e trassesi i panni di gamba e al capo del letto gli si pose; e richiedendo il naturale uso di dovere diporre il superfluo peso del ventre, dove ciò si facesse domandò quel fanciullo, il quale nell’uno de’ canti della camera gli mostrò uno uscio e disse:

– Andate là entro. –

Faceva un gran caldo; perciò Andreuccio, non appena rimase solo, subito si spogliò restando in farsetto, e depose i suoi abiti al capo del letto; quindi, spinto dalla naturale necessità di liberarsi il ventre, chiese al fanciullo dove si trovasse il gabinetto; questi gli indicò una porta che si trovava in uno degli angoli della camera e disse: “Andate là dentro”.

Andreuccio dentro sicuramente passato, gli venne per ventura posto il piè sopra una tavola, la quale dalla contraposta parte sconfitta dal travicello sopra il quale era ; per la qual cosa capolevando questa tavola con lui insieme se n’andò quindi giuso: e di tanto l’amò Idio, che niuno male si fece nella caduta, quantunque alquanto cadesse da alto, ma tutto della bruttura, della quale il luogo era pieno, s’imbrattò. Il quale luogo, acciò che meglio intendiate e quello che è detto e ciò che segue, come stesse vi mostrerò. Egli era in un chiassetto stretto, come spesso tra due case veggiamo: sopra due travicelli, tra l’una casa e l’altra posti, alcune tavole eran confitte e il luogo da seder posto, delle quali tavole quella che con lui cadde era l’una.

Andreuccio, entrando in tutta tranquillità, pose per caso il piede sopra una tavola, la quale, non essendo stata inchiodata al travicello d’appoggio, si capovolse, e precipitò di sotto insieme a lui; Dio volle che Andreuccio non si facesse alcun male, pur cadendo così dall’alto. Tuttavia egli rimase completamente imbrattato degli escrementi di cui la latrina era ricolma. Ed ora descriverò come era fatto questo luogo, affinché meglio comprendiate ciò che ho raccontato e il suo seguito. La latrina si trovava in un vicolo molto stretto, come se ne vedono spesso tra due case: sopra due travicelli, tesi tra un edificio e l’altro, erano state inchiodate alcune tavole su cui ci si poteva sedere (per espletare i propri bisogni). Una di queste tavole era caduta insieme al giovane, che così si era ritrovato nel vicolo.

Ritrovandosi adunque là giù nel chiassetto Andreuccio, dolente del caso, cominciò a chiamare il fanciullo; ma il fanciullo, come sentito l’ebbe cadere, così corse a dirlo alla donna. La quale, corsa alla sua camera, prestamente cercò se i suoi panni v’erano; e trovati i panni e con essi i denari, li quali esso non fidandosi mattamente sempre portava addosso, avendo quello a che ella di Palermo, sirocchia d’un perugin faccendosi, aveva teso il lacciuolo, più di lui non curandosi prestamente andò a chiuder l’uscio del quale egli era uscito quando cadde.

Ritrovatosi nel vicolo che fungeva da luogo di raccolta degli escrementi, il povero Andreuccio, dolente per l’accaduto, cominciò a chiamare il fanciullo; ma il fanciullo, non appena l’aveva sentito di cadere, era corso ad informare la bella siciliana. La donna, precipitatasi nella camera dell’ospite, aveva subito frugato tra i suoi vestiti e trovato i fiorini che lo sprovveduto, poiché non si fidava, scioccamente portava sempre in tasca. Così la donna aveva raggiunto lo scopo, per il quale, lei, palermitana, fingendosi sorella di un perugino, aveva teso la trappola. E poiché a questo punto di lui non le interessava più nulla, si era affrettata a chiudere la porta dalla quale Andreuccio era uscito, quando era precipitato nel vicolo.

Pubblicità

Andreuccio, non rispondendogli il fanciullo, cominciò più forte a chiamare: ma ciò era niente. Per che egli, già sospettando e tardi dello inganno cominciandosi a accorgere salito sopra un muretto che quello chiassolino dalla strada chiudea e nella via disceso, all’uscio della casa, il quale egli molto ben riconobbe, se n’andò, e quivi invano lungamente chiamò e molto il dimenò e percosse. Di che egli piagnendo, come colui che chiara vedea la sua disavventura, cominciò a dire:

– Oimè lasso, in come piccol tempo ho io perduti cinquecento fiorini e una sorella! –

Andreuccio, dato che il fanciullo non gli rispondeva, cominciò a chiamare con voce più alta: ma invano. Così, cominciando a sospettare, sebbene in ritardo, di essere caduto vittima di un inganno, salì sopra un muretto, che delimitava quella rientranza della strada, e da lì, sceso nella via, si diresse alla porta della casa, che riconobbe facilmente; qui bussò e chiamò a lungo invano. A questo punto, fra le lacrime, per il fatto che cominciava ad essere sempre più certo di essere stato ingannato, cominciò a dire: “Povero me, che in breve tempo ho perduto cinquecento fiorini ed una sorella”.

E dopo molte altre parole, da capo cominciò a battere l’uscio e a gridare; e tanto fece così che molti de’ circunstanti vicini, desti, non potendo la noia sofferire, si levarono; e una delle servigiali della donna, in vista tutta sonnocchiosa, fattasi alla finestra proverbiosamente disse:

– Chi picchia là giù? –

– Oh! – disse Andreuccio – o non mi conosci tu? Io sono Andreuccio, fratello di madama Fiordaliso. –

Al quale ella rispose: – Buono uomo, se tu hai troppo bevuto, va dormi e tornerai domattina; io non so che Andreuccio né che ciance son quelle che tu dì ; va in buona ora e lasciaci dormir, se ti piace. –

– Come – disse Andreuccio – non sai che io mi dico? Certo sì sai; ma se pur son così fatti i parentadi di Cicilia, che in sì piccol termine si dimentichino, rendimi almeno i panni miei li quali lasciati v’ho, e io m’andrò volentier con Dio. –

E dopo aver detto queste e molte altre cose, prese nuovamente a bussare alla porta e a gridare, e fece tanto chiasso che molti dei vicini, svegliatisi per il frastuono, si alzarono dal letto. Una delle domestiche della donna, all’apparenza tutta insonnolita, affacciatisi alla finestra, esclamò con tono serio “Chi bussa laggiù?”. “Oh – rispose Andreuccio – non mi riconosci? Io sono Andreuccio, il fratello della signora Fiordaliso”. La servitrice gli rispose: “Buon uomo, se tu hai bevuto troppo, va a dormire, e torna domani mattina: io non so di nessun Andreuccio, né delle cose che tu vai raccontando. Allontanati in pace e lasciaci dormire, per favore”. “Come? – disse Andreuccio – Non sai ciò che dico? Certo che lo sai! Ma se le parentele in Sicilia godono di questa considerazione, e vengono dimenticate in pochi attimi, restituiscimi almeno gli abiti che vi ho lasciato, ed io me ne andrò volentieri”.

Pubblicità

Al quale ella quasi ridendo disse:

– Buono uomo, e’mi par che tu sogni, – e il dir questo e il tornarsi dentro e chiuder la finestra fu una cosa. Di che Andreuccio, già certissimo de’ suoi danni, quasi per doglia fu presso a convertire in rabbia la sua grande ira e per ingiuria propose di rivolere quello che per parole riaver non potea; per che da capo, presa una gran pietra, con troppi maggior colpi che prima fieramente cominiciò a percuotere la porta. La qual cosa molti de’ vicini avanti destisi e levatisi, credendo lui essere alcuno spiacevole il quale queste parole fingesse per noiare quella buona femina, recatosi a noia il picchiare il quale egli faceva, fattisi alle finestre, non altramenti che a un can forestiere tutti quegli della contrada abbaiano adosso, cominciarono a dire:

– Questa è una gran villania a venire a questa ora a casa le buone femine e dire queste ciance; deh! va con Dio, buono uomo; lasciaci dormir, se ti piace; e se tu hai nulla a far con lei, tornerai domane, e non ci dar questa seccaggine stanotte –

La servitrice, quasi ridendo, rispose: “Buon uomo, mi sembra che tu stia delirando!”. E mentre diceva queste parole era già rientrata e aveva chiuso la finestra. A questo punto Andreuccio, ormai sicuro di aver subìto un furto, divenne furente per il dolore, e decise di provare a riprendersi con la forza quello che non era riuscito a riavere con le parole; così, afferrata una grande pietra, iniziò a percuotere vigorosamente la porta con colpi più forti di prima. Molti dei vicini, che già erano svegli, ritenendo che Andreuccio fosse un malintenzionato che si era inventato quella storia per importunare quella povera donna, e per giunta infastiditi dal rumore che egli faceva, si affacciarono alle finestre, e come spesso fanno gli abitanti di una contrada, che coprono di ingiurie un forestiero, iniziarono ad urlare: “È un grande gesto di villania recarsi a quest’ora a casa delle donne per bene e raccontare queste fandonie; deh! vattene buon uomo. Lasciaci dormire, per favore; e, se tu hai qualcosa a che fare con lei, torna domani, evitando di darci tutto questo fastidio ora che è notte”.

Dalle quali parole forse assicurato uno che dentro dalla casa era, ruffiano della buona femina, il quale egli né veduto né sentito avea, si fece alle finestre e con una boce grossa, orribile e fiera disse:

– Chi è laggiù? –

Andreuccio, a quella voce levata la testa, vide uno il quale, per quel poco che comprender potè, mostrava di dovere essere un gran bacalare, con una barba nera e folta al volto, e come se del letto o da alto sonno si levasse sbadigliava e stropicciavasi gli occhi: a cui egli, non senza paura, rispose:

– Io sono un fratello della donna di là entro. –

Rassicurato forse dalle parole dei vicini, il protettore della donna, che si trovava nella casa, e della cui presenza Andreuccio non si era accorto, si affacciò alla finestra, e con una voce grossa, terribile e minacciosa urlò: “Chi è laggiù?”. Andreuccio, sollevando la testa nella direzione di quell’urlo, vide un uomo che, per quel poco che egli riusciva a capire, aveva l’aria di essere un uomo di grande stazza, con una barba nera e folta sul volto, e che sbadigliava e si stropicciava gli occhi, come se si fosse alzato dal letto o risvegliato da un sonno profondo. A costui Andreuccio, non senza paura, rispose: “Io sono un fratello della donna che abita in questa casa”.

Pubblicità

Ma colui non aspettò che Andreuccio finisse la risposta, anzi più rigido assai che prima disse:

– Io non so a che io mi tegno che io non vegno là giù, e deati tante bastonate quante io ti vegga muovere, asino fastidioso e ebriaco che tu dei essere, che questa notte non ci lascerai dormire persona; – e tornatosi dentro serrò la finestra.

Alcuni de’ vicini, che meglio conoscieno la condizion di colui, umilmente parlando a Andreuccio dissono:

– Per Dio, buono uomo, vatti con Dio, non volere stanotte essere ucciso costì : vattene per lo tuo migliore. –

Ma l’uomo non aspettò neppure che Andreuccio terminasse di rispondere, e, molto più irritato di prima, esclamò: “Io non so perché esito a scendere e a darti bastonate fino a che non ti veda andar via, asino fastidioso ed ubriaco, che questa notte non lasci dormire nessuno!”. E, rientrando, chiuse la finestra. Alcuni vicini che sapevano meglio di Andreuccio che tipo fosse il protettore, rivolgendosi sommessamente ad Andreuccio, cominciarono a dirgli: “In nome di Dio, buon uomo vattene! Non farti ammazzare in questo luogo; vattene per il tuo bene!”.

Laonde Andreuccio, spaventato dalla voce di colui e dalla vista e sospinto da’ conforti di coloro li quali gli pareva che da carità mossi parlassero, doloroso quanto mai alcuno altro e de’ suoi denar disperato, verso quella parte onde il dì aveva la fanticella seguita, senza sa per dove s’andasse, prese la via per tornarsi all’albergo. E a se medesimo dispiacendo per lo puzzo che a lui di lui veniva, disideroso di volgersi al mare per lavarsi, si torse a man sinistra e su per una via chiamata la Ruga Catalana si mise. E verso l’alto della città andando, per ventura davanti si vide due che verso di lui con una lanterna in mano venieno li quali temendo non fosser della famiglia della corte o altri uomini a mal far disposti, per fuggirli, in un casolare, il qual si vide vicino, pianamente ricoverò. Ma costoro, quasi come a quello proprio luogo inviati andassero, in quel medesimo casolare se n’entrarono; e quivi l’un di loro, scaricati certi ferramenti che in collo avea, con l’altro insieme gl’incominciò a guardare, varie cose sopra quegli ragionando. E mentre parlavano, disse l’uno:

– Che vuol dir questo? Io sento il maggior puzzo che mai mi paresse sentire; – e questo detto alzata alquanto la lanterna, ebbe veduto il cattivel d’Andreuccio, e stupefatti domandar: – Chi è là? –

Andreuccio, spaventato dalla voce e dalla vista dell’uomo e convinto dalle esortazioni di coloro che gli sembrava avessero parlato spinti da pietà, addolorato come nessun altro e perduta ogni speranza di recuperare i suoi denari, si incamminò nella direzione da cui era venuto durante il giorno, quando aveva seguito la servitrice, senza sapere veramente dove andasse, ma con l’intenzione di raggiungere il suo albergo. Disgustato egli stesso dal cattivo odore emanato dal suo corpo, ed intenzionato a dirigersi verso il mare per lavarsi, svoltò a sinistra e si immise su una via chiamata la Ruga Catalana. E mentre procedeva verso la parte alta della città, per caso, scorse davanti a sé due che si dirigevano verso di lui con una lanterna in mano. E temendo che potessero essere delle guardie degli angioini, oppure dei criminali, per sfuggire loro, si rifugiò immediatamente in un casolare che si ritrovò vicino. Ma costoro, come se fossero stati inviati esattamente in quel luogo, entrarono in quello stesso casolare; e qui, uno di loro, dopo aver scaricato certi attrezzi che portava sulle spalle, incominciò ad esaminarli insieme all’altro, discutendo di varie cose relative ad essi. E mentre parlavano, uno dei due disse: “Ma che cos’è? Mi sembra di sentire l’odore più disgustoso che io abbia mai sentito!”. Detto questo, e alzata un po’ la lanterna, i due sconosciuti videro quel disgraziato di Andreuccio, e stupefatti gridarono: “Chi è là?”.

Pubblicità

Andreuccio taceva, ma essi avvicinatiglisi con lume il domandarono che quivi così brutto facesse: alli quali Andreuccio ciò che avvenuto gli era narrò interamente. Costoro, imaginando dove ciò gli potesse essere avvenuto, dissero fra sè: – Veramente in casa lo scarabone Buttafuoco fia stato questo. – E a lui rivolti, disse l’uno:

– Buono uomo, come che tu abbi perduti i tuoi denari, tu molto a lodare Idio che quel caso ti venne che tu cadesti né potesti poi in casa rientrare: per ciò che, se caduto non fossi, vivi sicuro che, come prima adormentato ti fossi, saresti stato amazzato e co’ denari avresti la persona perduta. Ma che giova oggimai di piagnere? Tu ne potresti così riavere un denaio come avere delle stelle del cielo: ucciso ne potrai tu bene essere, se colui sente che tu mai ne facci parola. –

Andreuccio se ne stava in silenzio; ma essi si avvicinarono con la lanterna, e gli chiesero che cosa ci facesse lì, conciato così malamente. Andreuccio raccontò loro tutto ciò che gli era capitato. Costoro, intuendo il luogo in cui ciò che Andreuccio raccontava potesse essersi verificato, dissero tra loro: “Deve essere successo nella casa del protettore Buttafuoco”. E, rivolgendosi ad Andreuccio, uno dei due esclamò: “Buon uomo, anche se hai perso i tuoi denari, devi ringraziare Dio per averti fatto cadere nella latrina ed impedito poi di rientrare in casa. Infatti, se tu non fossi caduto in quella maniera, sta’ sicuro che, non appena ti fossi addormentato, saresti stato ucciso e, insieme ai denari, avresti perduto anche la vita. Ma a cosa serve piangere ormai? Hai le stesse possibilità di riavere i tuoi fiorini, di quante ne hai di avere delle stelle del cielo: anzi, corri il rischio di essere ucciso, se quell’individuo viene a sapere che hai raccontato dell’accaduto a qualcuno”.

E detto questo, consigliatisi alquanto, gli dissero:

– Vedi, a noi è presa compassion di te: e per ciò, dove tu vogli con noi essere a fare alcuna cosa la quale a fare andiamo, egli ci pare esser molto certi che in parte ti toccherà il valere di troppo più che perduto non hai –

Andreuccio, sì come disperato, rispuose ch’era presto.

E dopo avergli detto queste parole, ed essersi a lungo consultati tra loro, gli dissero: “Vedi, ci è venuta compassione per te e perciò, nel caso in cui tu voglia unirti a noi per fare quello che stiamo andando a fare, siamo certi che ti spetterà, come tua parte, un guadagno maggiore della somma che hai perduto”. Andreuccio, dal momento che era completamente disperato, rispose di essere pronto a farlo.

Era quel dì sepellito uno arcivescovo di Napoli, chiamato messer Filippo Minutolo, era stato sepellito con ricchissimi ornamenti e con uno rubino in dito il quale valeva oltre cinquecento fiorin d’oro, il quale costoro volevano andare a spogliare; e così a Andreuccio fecer veduto. Laonde Andreuccio, più cupido che consigliato, con loro si mise in via; e andando verso la chiesa maggiore, e Andreuccio putendo forte, disse l’uno:

– Non potremmo noi trovar modo che costui si lavasse un poco dove che sia, che egli non putisse così fieramente? –

Disse l’altro:

– Sì, noi siam qui presso a un pozzo al quale suole sempre esser la carrucola e un gran secchione; andianne là e laverenlo spacciatamente.

Quel giorno si era celebrato il funerale di un arcivescovo di Napoli, il cui nome era messer Filippo Minutolo; e costui era stato sepolto con ricchissimi ornamenti e con un rubino al dito, che valeva oltre cinquecento fiorini d’oro. I due avevano intenzione di andare a derubare la salma dell’arcivescovo ed esposero il loro piano ad Andreuccio. Andreuccio, più con avidità che con saggezza, si incamminò insieme a loro, dirigendosi verso la chiesa maggiore. Ma, dal momento che Andreuccio emanava un terribile cattivo odore, uno dei due uomini disse: “Non potremmo trovare il modo di far lavare almeno un po’ costui, per evitare che egli puzzi in questa maniera tremenda?” L’altro rispose: “Sì, ci troviamo proprio vicino ad un pozzo nel quale c’è sempre la carrucola e un gran secchio. Andiamo là e laviamolo in tutta fretta”.

Pubblicità

Giunti a questo pozzo trovarono che la fune v’era ma il secchione n’era stato levato: per che insieme diliberarono di legarlo alla fune e di collarlo nel pozzo, e egli là giù si lavasse e, come lavato fosse, crollasse la fune e essi il tirerebber suso; e così fecero.

Avvenne che, avendol costor nel pozzo collato, alcuni della famiglia della signoria, li quali e per lo caldo e perché corsi erano dietro a alcuno avendo sete, a quel pozzo venieno a bere: li quali come quegli due videro, incontanente cominciarono a fuggire, li famigliari che quivi venivano a bere non avendogli veduti.

Arrivati al pozzo, trovarono che c’era la fune ma il grande secchio era stato portato via; per cui decisero insieme di legare Andreuccio alla fune e di calarlo giù. Una volta giù, egli si sarebbe lavato e, finito di ripulirsi, avrebbe dato uno scossone alla fune e loro lo avrebbero tirato su. E così fecero. Ora, avvenne che, mentre Andreuccio si trovava all’interno del pozzo, alcuni gendarmi degli angioini, assetati per il caldo e per lo sforzo fatto inseguendo qualcuno, giunsero a quel pozzo con l’intenzione di bere. I due (ladri), non appena videro avvicinarsi i gendarmi, immediatamente cominciarono a fuggire, senza che i gendarmi si accorgessero di loro.

Essendo già nel fondo del pozzo Andreuccio lavato, dimenò la fune. Costoro assetati, posti giù lor tavolacci e loro armi e lor gonnelle, cominciarono la fune a tirare credendo a quella il secchion pien d’acqua essere appicato.

Come Andreuccio si vide alla sponda del pozzo vicino così, lasciata la fune, con le mani si gittò sopra quella. La qual cosa costoro vedendo, da subita paura presi, senza altro dir lasciaron la fune e cominciarono quanto più poterono a fuggire: di che Andreuccio si maravigliò forte, e se egli non si fosse bene attenuto, egli sarebbe infin nel fondo caduto forse non senza suo gran danno o morte; ma pure uscitone e queste arme trovate, le quali egli sapeva che i suoi compagni non avean portate, ancora più s’incominciò a maravigliare. Ma dubitando e non sappiendo che, della sua fortuna dolendosi, senza alcuna cosa toccar quindi diliberò di partirsi: e andava senza saper dove.

Quando Andreuccio, che era in fondo al pozzo, ebbe finito di lavarsi, dette uno strattone alla fune. (Proprio in quel momento) I gendarmi, assetati, dopo aver deposto i loro scudi di legno, le loro armi e le tuniche della divisa, cominciarono a tirare la fune credendo che ad essa fosse attaccato un gran secchio pieno d’acqua. Appena Andreuccio arrivò vicino all’imboccatura del pozzo, lasciò la presa e si aggrappò con le mani sul bordo. I gendarmi, quando videro ciò, furono colti da un improvviso terrore, e senza dire una sola parola, abbandonarono la presa della fune ed iniziarono a fuggire a più non posso. Andreuccio restò molto meravigliato da ciò che vide, e tra l’altro, se non si fosse aggrappato bene, sarebbe ricaduto nel pozzo, col pericolo forse di ferirsi gravemente o addirittura morire. Poi, uscito dal pozzo trovò le armi, ed egli sapeva che esse non erano state portate lì dai suoi compagni, per cui la sua meraviglia crebbe ulteriormente. In preda ai dubbi, e lamentandosi della sua disgrazia, pensò di allontanarsi senza toccare nulla e camminò senza sapere dove stesse andando.

Così andando si venne scontrato in que’due suoi compagni, li quali a trarlo del pozzo venivano; e come il videro, maravigliandosi forte, il domandarono chi del pozzo l’avesse tratto. Andreuccio rispose che non sapea, e loro ordinatamente disse come era avvenuto e quello che trovato aveva fuori del pozzo. Di che costoro, avvisatisi come stato era, ridendo gli contarono perché s’eran fuggiti e chi stati eran coloro che su l’avean tirato. E senza più parole fare, essendo già mezzanotte, n’andarono alla chiesa maggiore, e in quella assai leggiermente entrarono e furono all’arca, la quale era di marmo e molto grande; e con lor ferro il coperchio, ch’era gravissimo, sollevaron tanto quanto uno uomo vi potesse entrare, e puntellaronlo. E fatto questo, cominciò l’uno a dire:

– Chi entrerà dentro? –

A cui l’altro rispose:

– Non io. –

– Nè io – disse colui – ma entrivi Andreuccio. –

– Questo non farò io – disse Andreuccio. Verso il quale ammenduni costoro rivolti dissero:

– Come non v’enterrai? In fè di Dio, se tu non v’entri, noi ti darem tante d’uno di questi pali di ferro sopra la testa, che noi ti farem cader morto. –

Girovagando in questa maniera Andreuccio si imbatté di nuovo nei suoi due compagni, che si dirigevano verso il pozzo per tirarlo su. Appena lo videro, con grande meraviglia, gli chiesero chi mai l’avesse tratto fuori dal pozzo. Andreuccio rispose di non saperlo, e spiegò loro cosa gli era successo e cosa aveva trovato una volta uscito dal pozzo. I due, comprendendo cos’era accaduto, tra le risa raccontarono ad Andreuccio perché erano fuggiti e chi erano stati coloro che l’avevano tirato su. Quindi, evitando altre chiacchiere, poiché era ormai mezzanotte, si incamminarono verso la chiesa maggiore. Entrarono facilmente e si diressero verso il sepolcro, che era di marmo e molto grande; con un attrezzo di ferro sollevarono il pesantissimo coperchio, tanto quanto era necessario ad un uomo per entrarvi. Quindi misero un puntello in modo che il sarcofago restasse aperto. Eseguita questa operazione, uno dei due chiese: “Chi entrerà dentro?”. L’altro rispose: “Non io”. “Neppure io. – ribatté il primo – Ci entrerà Andreuccio”. “Io non lo farò”, esclamò Andreuccio. A questo punto entrambi si volsero verso di lui e gli dissero. “Come non vuoi entrarci? Quant’è vero Dio, se tu non entri, ti daremo tante di quelle botte sulla testa, con uno di questi pali di ferro, che ti lasceremo morto”.

Pubblicità

Andreuccio temendo v’entrò, e entrandovi pensò seco: – Costoro mi ci fanno entrare per ingannarmi, per ciò che, come io avrò loro ogni cosa dato, mentre che io penerò a uscir dall’arca, essi se ne andranno pe’fatti loro e io rimarrò senza cosa alcuna. – E per ciò s’avisò di farsi innanzi tratto la parte sua; e ricordatosi del caro anello che aveva loro udito dire, come fu giù disceso così di dito il trasse all’arcivescovo e miselo a sè; e poi dato il pasturale e la mitra è guanti e spogliatolo infino alla camiscia, ogni cosa diè loro dicendo che più niente v’avea.

Andreuccio, impaurito, entrò nella tomba e nel farlo pensò tra sé e sé: “Costoro mi costringono ad entrare per ingannarmi, infatti, non appena avrò consegnato loro ogni cosa, mentre io mi sforzerò di uscire dal sepolcro, essi se ne andranno per i fatti loro, ed io rimarrò senza bottino”. Tenendo presente ciò, si preoccupò innanzitutto di impadronirsi della sua parte; e non appena fu dentro, ricordatosi del prezioso rubino di cui aveva sentito parlare, tolse subito dal dito dell’arcivescovo l’anello e lo mise al suo. Poi prese il pastorale, la mitra, ed i guanti e, spogliato il defunto fino alla camicia, consegnò tutto ai due che erano rimasti su, dicendo che non c’era altro.

Costoro, affermando che esser vi doveva l’anello, gli dissero che cercasse per tutto: ma esso rispondendo che non trovava e sembiante facendo di cercarne, alquanto li tenne ad aspettare. Costoro che d’altra parte eran sì come lui maliziosi,dicendo pur che ben cercasse preso tempo, tirarono via il puntello che il coperchio dell’arca sostenea, e fuggendosi lui dentro dall’arca lasciaron racchiuso.

La qual cosa sentendo Andreuccio, qual egli allor divenisse ciascun sel può pensare.

I due, sostenendo che doveva esserci anche l’anello, invitarono Andreuccio a cercare ancora. Andreuccio, fingendo di cercare e continuando a dire che non lo trovava, li fece aspettare a lungo. Costoro, che d’altra parte erano maliziosi quanto lui, continuarono a dirgli di cercare, ma, al momento opportuno, tolsero il puntello che sosteneva il coperchio del sepolcro, e fuggirono, lasciando Andreuccio chiuso dentro alla tomba. Ciascuno può ben immaginare come si sentì Andreuccio quando si accorse di essere intrappolato.

Egli tentò più volte e col capo e con le spalle se alzare potesse il coperchio, ma invano si faticava: per che da grave dolor vinto, venendo meno cadde sopra il morto corpo dell’arcivescovo; e chi allora veduti gli avesse malagevolmente avrebbe conosciuto chi più si fosse morto, o l’arcivescovo o egli. Ma poi che in sé fu ritornato, dirottissimamente cominciò a piagnere, veggendosi quivi senza dubbio all’un de’ due fini dover pervenire: o in quella arca, non venendovi alcuni più a aprirla, di fame e di puzzo tra’vermini del morto corpo convenirlo morire, o vegnendovi alcuni e trovandovi lui dentro, sì come ladro dovere essere appiccato.

Andreuccio tentò ripetutamente di sollevare il coperchio del sarcofago, facendo forza con il capo e con le spalle, ma i suoi sforzi furono vani. Sopraffatto dal gran dolore, svenne, e cadde sopra il corpo dell’arcivescovo, e chi li avesse visti in quel momento, a stento avrebbe capito chi fosse il morto, se l’arcivescovo o lui. Quando si fu ripreso, iniziò a piangere a dirotto, vedendo che quella situazione poteva andare a finire solo in due modi: nel caso in cui nessuno fosse più venuto ad aprire quella tomba, egli sarebbe morto di fame e di lezzo, tra i vermi del corpo del defunto arcivescovo, nel caso invece in cui qualcuno fosse arrivato ad aprire quella tomba, e lo avesse trovato lì dentro, egli sarebbe stato impiccato come ladro.

E in così fatti pensieri e doloroso molto stando, sentì per la chiesa andar genti e parlar molte persone, le quali sì come gli avvisava, quello andavano a fare che esso co’ suoi compagni avean già fatto: di che la paura gli crebbe forte. Ma poi che costoro ebbero l’arca aperta e puntellata, in quistion caddero chi vi dovesse entrare, e niuno il voleva fare; pur dopo lunga tencione un prete disse:

– Che paura avete voi? credete voi che egli vi manuchi? Li morti non mangian uomini: io v’entrerò dentro io. –

E così detto, posto il petto sopra l’orlo dell’arca, volse il capo in fuori e dentro mandò le gambe per doversi giuso calare.

E mentre Andreuccio era tormentato da questi pensieri, ed in preda all’angoscia, sentì delle persone camminare all’interno della chiesa, e il suono di diverse voci. Costoro, egli pensò, erano lì per fare la medesima cosa che lui e i suoi due compagni avevano fatto poco prima (ossia: pensò che erano altri ladri venuti per derubare la salma dell’arcivescovo) e, alla luce di questa riflessione, la sua paura crebbe ulteriormente. Quindi, dopo che i nuovi arrivati ebbero aperto il sarcofago, e puntellato il coperchio, si misero a discutere su chi vi dovesse entrare e nessuno lo voleva fare. Alla fine, dopo lunga discussione, un prete disse: “Che paura avete? Credete che il defunto vi mangi? I morti non mangiano gli uomini; entrerò dentro io!”. E dopo aver detto queste parole, appoggiò il suo petto sull’orlo del sepolcro, rivolse il capo verso l’alto e infilò all’interno della tomba le gambe, così da poterci scendere dentro.

Pubblicità

Andreuccio, questo vedendo, in piè levatosi prese il prete per l’una delle gambe e fè sembiante di volerlo giù tirare. La qual cosa sentendo il prete mise uno strido grandissimo e presto dell’arca si gittò fuori; della qual cosa tutti gli altri spaventati, lasciata l’arca aperta, non altramente a fuggir cominciarono che se da centomilia diavoli fosser perseguitati.

Quando Andreuccio lo vide fare ciò, si sollevò in piedi, afferrò il prete per una delle gambe e finse di volerlo tirare giù. Il prete quando si sentì afferrare, urlò a squarciagola e si catapultò velocissimo fuori dal sepolcro. Tutti gli altri, spaventati da quello che stava succedendo, lasciarono il sepolcro aperto e cominciarono a scappare come se fossero inseguiti da centomila diavoli.

La qual cosa veggendo Andreuccio, lieto oltre a quello che sperava, subito si gittò fuori e per quella via onde era venuto se ne uscì dalla chiesa; e già avvicinandosi al giorno, con quello anello in dito andando all’avventura, pervenne alla marina e quindi al suo albergo si abbattè ; dove li suoi compagni e l’albergatore trovò tutta la notte stati in sollecitudine de’ fatti suoi. A’ quali ciò che avvenuto gli era raccontato, parve per lo consiglio dell’oste loro che costui incontanente si dovesse di Napoli partire; la qual cosa egli fece prestamente e a Perugia tornossi, avendo il suo investito in uno anello, dove per comperare cavalli era andato.

Quando Andreuccio vide ciò, lieto più di quanto avrebbe mai potuto sperare, subito si lanciò fuori dalla tomba, e uscì dalla chiesa attraverso la stessa strada per la quale era arrivato. Quando ormai si stava facendo giorno, camminando senza meta, con l’anello dell’arcivescovo al dito, giunse nei pressi del mare, e da lì si affrettò a raggiungere il suo albergo. Qui trovò i mercanti suoi compagni e l’albergatore che per tutta la notte erano stati in pensiero per la sua sorte. Andreuccio raccontò a tutti ciò che gli era capitato, e tutti furono d’accordo, su consiglio dell’oste, che egli dovesse immediatamente andare via da Napoli. Così partì immediatamente e se ne tornò a Perugia, dopo aver investito i suoi averi in un anello, quando era andato per acquistare cavalli.