Archivio testo: Astolfo sulla luna

Parafrasi Astolfo sulla Luna

LUDOVICO ARIOSTO

ASTOLFO SULLA LUNA

da ORLANDO FURIOSO – Canto 24, Ottave 70 – 87

PARAFRASI DEL TESTO

Ottava 70

Tutta la sfera varcano del fuoco,
ed indi vanno al regno de la luna.
Veggon per la più parte esser quel loco
come un acciar che non ha macchia alcuna;
e lo trovano uguale, o minor poco
di ciò ch’in questo globo si raguna,
in questo ultimo globo de la terra,
mettendo il mar che la circonda e serra.

70. Attraversano l’intera sfera del fuoco (il soggetto è “Astolfo e S. Giovanni Evangelista”) e di lì proseguono fino a raggiungere il regno della Luna. Vedono che quel luogo si presenta per lo più con l’aspetto di un acciaio completamente privo di macchie; e lo trovano uguale o appena più piccolo di questo globo (lett. di ciò che è contenuto in questo globo), ossia del globo terrestre, considerando in esso anche la superficie del mare che circonda e racchiude le terre emerse.

Ottava 71

Quivi ebbe Astolfo doppia meraviglia:
che quel paese appresso era sì grande,
il quale a un picciol tondo rassimiglia
a noi che lo miriam da queste bande;
e ch’aguzzar conviengli ambe le ciglia,
s’indi la terra e ’l mar ch’intorno spande,
discerner vuol; che non avendo luce,
l’imagin lor poco alta si conduce.

71. Qui Astolfo rimase meravigliato da due cose. La prima: che, visto da vicino, fosse tanto grande quel pianeta, che a noi che lo ammiriamo da queste terre sembra un piccolo disco. La seconda: il fatto che doveva ben aguzzare la vista di entrambi gli occhi chi da lì (dalla Luna) avesse voluto distinguere (sulla Terra) la terraferma dal mare tutt’intorno, perché, non ricevendo luce, l’immagine dell’una e dell’altro (della terraferma e del mare) non giungeva particolarmente lontano.

Ottava 72

Altri fiumi, altri laghi, altre campagne
sono là su, che non son qui tra noi;
altri piani, altre valli, altre montagne,
c’han le cittadi, hanno i castelli suoi,
con case de le quai mai le più magne
non vide il paladin prima né poi:
e vi sono ample e solitarie selve,
ove le ninfe ognor cacciano belve.

72. Lassù c’erano fiumi, laghi e campagne differenti da quelli che ci sono qui tra noi; c’erano pianure, valli e montagne diverse, con città e castelli propri, e con dimore grandi come il paladino non ne aveva mai viste prima, né ne vide in seguito; e c’erano foreste grandi e desolate, dove le ninfe cacciavano tutto il tempo gli animali selvatici.

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Ottava 73

Non stette il duca a ricercar il tutto;
che là non era asceso a quello effetto.
Da l’apostolo santo fu condutto
in un vallon fra due montagne istretto,
ove mirabilmente era ridutto
ciò che si perde o per nostro diffetto,
o per colpa di tempo o di Fortuna:
ciò che si perde qui, là si raguna.

73. Il duca (Astolfo) tuttavia, non perse tempo ad esplorare l’intero pianeta, perché non era salito fin lassù con quello scopo. Venne dunque guidato dal santo apostolo (S. Giovanni Evangelista) in una grande valle, chiusa tra due montagne, dove, in maniera stupefacente, si trovava raccolto tutto ciò che da noi viene smarrito, o per nostra colpa, o per colpa del tempo o della sorte: ciò che si perde sulla terra è lì che finisce.

Ottava 74

Non pur di regni o di ricchezze parlo,
in che la ruota instabile lavora;
ma di quel ch’in poter di tor, di darlo
non ha Fortuna, intender voglio ancora.
Molta fama è là su, che, come tarlo,
il tempo al lungo andar qua giù divora:
là su infiniti prieghi e voti stanno,
che da noi peccatori a Dio si fanno.

74. E non parlo solo dei regni o delle ricchezze, sui quali esercita il proprio potere la mutevole ruota della sorte, ma voglio altresì intendere tutto ciò che la Fortuna stessa non ha potere di togliere o di dare. Lassù c’è, ad esempio, molta fama, (quella fama) che quaggiù, a lungo andare, il tempo ha consumato come un tarlo. Lassù ci sono innumerevoli promesse e giuramenti, fatti a Dio da noi peccatori.

Ottava 75

Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l’inutil tempo che si perde a giuoco,
e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desideri sono tanti,
che la più parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giù perdesti mai,
là su salendo ritrovar potrai.

75. (Lassù ci sono) le lacrime e i sospiri degli amanti, l’inutile tempo che si perde nel gioco, e il lungo ozio degli uomini ignoranti, i vani propositi che non vengono mai realizzati e così tanti desideri infruttuosi da ingombrare la maggior parte di quel luogo: in conclusione, qualunque cosa tu abbia perso quaggiù, potrai ritrovarla salendo lassù.

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Ottava 76

Passando il paladin per quelle biche,
or di questo or di quel chiede alla guida.
Vide un monte di tumide vesiche,
che dentro parea aver tumulti e grida;
e seppe ch’eran le corone antiche
e degli Assiri e de la terra lida,
e de’ Persi e de’ Greci, che già furo
incliti, ed or n’è quasi il nome oscuro.

76. Mentre il paladino (Astolfo) avanzava tra quei mucchi, rivolgeva alla sua guida (S. Giovanni Evangelista) domande che riguardavano ora l’uno, ora l’altro di essi (ora un mucchio, ora un altro). Vide un cumulo di vesciche rigonfie, dal cui interno sembravano provenire grida e sconvolgimenti, e scoprì che si trattava degli antichi regni degli Assiri e della regione della Lidia, e poi (dei regni) dei Persiani e dei Greci, che un tempo furono gloriosi e il cui nome è ora pressoché misconosciuto.

Ottava 77

Ami d’oro e d’argento appresso vede
in una massa, ch’erano quei doni
che si fan con speranza di mercede
ai re, agli avari principi, ai patroni.
Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede,
ed ode che son tutte adulazioni.
Di cicale scoppiate imagine hanno
versi ch’in laude dei signor si fanno.

77. Poi (Astolfo) vide ammucchiati in un cumulo ami d’oro e d’argento: questi erano quei doni che si fanno al re, ai principi avidi e ai protettori, con la speranza di una ricompensa. Vide poi lacci nascosti in ghirlande: chiese (spiegazioni) e ascoltò che erano tutte adulazioni. Avevano invece la forma di cicale scoppiate (per il troppo cantare) i versi fatti per tessere le lodi dei signori.

Ottava 78

Di nodi d’oro e di gemmati ceppi
vede c’han forma i mal seguiti amori.
V’eran d’aquile artigli; e che fur, seppi,
l’autorità ch’ai suoi danno i signori.
I mantici ch’intorno han pieni i greppi,
sono i fumi dei principi e i favori
che danno un tempo ai ganimedi suoi,
che se ne van col fior degli anni poi.

78. Vide che gli amori finiti male avevano la forma di nodi ricamati d’oro e catene ricoperte di gemme. C’erano anche artigli d’aquila, e seppe che si trattava dei poteri dati dai signori ai loro luogotenenti; mentre i mantici che riempivano tutte le balze scoscese, erano gli onori e i favori (effimeri come il fumo) che i principi concedono ai loro giovani favoriti (ganimedi: dal nome di Ganimède, giovane mortale amato dalle divinità dell’Olimpo, fu rapito da Giove e divenne il coppiere degli dei), e che vengono meno col sopraggiungere della maturità di questi ultimi (ossia appena i giovani favoriti cessano di essere giovani).

Ottava 79

Ruine di cittadi e di castella
stavan con gran tesor quivi sozzopra.
Domanda, e sa che son trattati, e quella
congiura che sì mal par che si cuopra.
Vide serpi con faccia di donzella,
di monetieri e di ladroni l’opra:
poi vide bocce rotte di più sorti,
ch’era il servir de le misere corti.

79. In quel luogo c’erano anche, alla rinfusa, rovine di città e di castelli, con i loro grandi tesori. (Astolfo) chiese (cosa rappresentassero) e seppe che erano i trattati violati e le congiure malamente celate. Vide serpenti con il volto di fanciulle, che rappresentavano le azioni dei falsari e dei ladri, infine vide recipienti di vetro di varie forme, rotti, che erano i servigi resi dalle misere corti ai propri signori.

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Ottava 80

Di versate minestre una gran massa
vede, e domanda al suo dottor ch’importe.
– L’elemosina è (dice) che si lassa
alcun, che fatta sia dopo la morte. –
Di vari fiori ad un gran monte passa,
ch’ebbe già buono odore, or putia forte.
Questo era il dono (se però dir lece)
che Costantino al buon Silvestro fece.

80. Vide una grande quantità di minestre rovesciate, e chiese alla sua guida (S. Giovanni Evangelista) cosa stessero a significare: “Si tratta – egli disse – del denaro che si lascia in testamento affinché gli eredi lo devolvano in beneficenza”. Poi raggiunse un grande mucchio formato da fiori di razze diverse, che un tempo avevano avuto un buon odore, ed ora invece maleodoravano fortemente. Questi rappresentavano il dono (se così si può definire) che Costantino aveva fatto al buon Silvestro (la donazione con cui l’imperatore Costantino consegnò per la prima volta un territorio ed un potere di tipo temporale ad un pontefice, il papa Silvestro).

Ottava 81

Vide gran copia di panie con visco,
ch’erano, o donne, le bellezze vostre.
Lungo sarà, se tutte in verso ordisco
le cose che gli fur quivi dimostre;
che dopo mille e mille io non finisco,
e vi son tutte l’occurrenze nostre:
sol la pazzia non v’è poca né assai;
che sta qua giù, né se ne parte mai.

81. Vide una grande quantità di trappole fatte con il vischio (trappole a base di colla), che rappresentavano – oh donne! – le vostre bellezze. Ma sarebbe troppo lungo se io raccontassi in versi tutte le cose che in quel luogo (la Luna) furono mostrate a lui (ad Astolfo), perché anche dopo averne menzionate a migliaia, non avrei finito, dal momento che lì si trovavano tutte le cose che capitano agli uomini: solo la pazzia è lì del tutto assente (lett.: non c’è, né in quantità grande, né piccola), perché sta tutta quaggiù e non va mai via.

Ottava 82

Quivi ad alcuni giorni e fatti sui,
ch’egli già avea perduti, si converse;
che se non era interprete con lui,
non discernea le forme lor diverse.
Poi giunse a quel che par sì averlo a nui,
che mai per esso a Dio voti non ferse;
io dico il senno: e n’era quivi un monte,
solo assai più che l’altre cose conte.

82. (nel vallone lunare), (Astolfo) fermò l’attenzione su alcuni suoi giorni e su alcuni episodi che lo riguardavano in prima persona; (momenti) che egli aveva già dimenticato, e dei quali, se non ci fosse stato una guida insieme a lui, non avrebbe compreso le forme simboliche. Infine giunse laddove si conservava quella cosa che, a tal punto ci sembra sempre di avere a sufficienza, che mai si fecero voti a Dio per causa d’essa: intendo il senno. E ce n’era una montagna: da solo era più abbondante di tutte le altre cose raccontate finora.

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Ottava 83

Era come un liquor suttile e molle,
atto a esalar, se non si tien ben chiuso;
e si vedea raccolto in varie ampolle,
qual più, qual men capace, atte a quell’uso.
Quella è maggior di tutte, in che del folle
signor d’Anglante era il gran senno infuso;
e fu da l’altre conosciuta, quando
avea scritto di fuor: Senno d’Orlando.

83. Esso (il senno) si presentava come un fluido leggero e allo stato gassoso, tendente ad evaporare se non lo si fosse mantenuto ben chiuso, e lo si poteva vedere raccolto in varie ampolle, alcune più capienti, altre meno, idonee a conservarlo. La più grande tra tutte era quella nella quale si trovava riversato il grande senno del folle cavaliere del castello d’Anglante (Orlando), e (l’ampolla) poteva essere riconosciuta dal fatto che aveva sopra scritto “Senno di Orlando”.

Ottava 84

E così tutte l’altre avean scritto anco
il nome di color di chi fu il senno.
Del suo gran parte vide il duca franco;
ma molto più maravigliar lo fenno
molti ch’egli credea che dramma manco
non dovessero averne, e quivi dénno
chiara notizia che ne tenean poco;
che molta quantità n’era in quel loco.

84. Allo stesso modo, anche le altre (ampolle) avevano sopra scritto il nome di coloro ai quali era appartenuto il senno in esse contenuto. Il nobile duca (Astolfo) vide un’ampolla contenente gran parte del proprio senno; ma molta più meraviglia suscitarono in lui le ampolle di molti uomini ai quali egli credeva che non mancasse neppure una briciola (del loro senno), e che invece in questa occasione diedero prova di averne assai poco, visto che una grossa quantità stava lì.

Ottava 85

Altri in amar lo perde, altri in onori,
altri in cercar, scorrendo il mar, ricchezze;
altri ne le speranze de’ signori,
altri dietro alle magiche sciocchezze;
altri in gemme, altri in opre di pittori,
ed altri in altro che più d’altro aprezze.
Di sofisti e d’astrologhi raccolto,
e di poeti ancor ve n’era molto.

85. Alcuni lo perdono a causa dell’amore, altri a causa dell’ambizione per le cariche, altri ancora solcando i mari alla ricerca di ricchezze, altri affidando la realizzazione delle proprie speranze ai signori alle cui dipendenze si trovano, altri vaneggiando di magia, altri andando dietro alle gemme, ed altri ancora alle opere dei pittori, ed altri infine inseguendo ciò che più li appassiona. Inoltre si trovava raccolto lì molto senno appartenuto a filosofi, astrologi e poeti.

Ottava 86

Astolfo tolse il suo; che gliel concesse
lo scrittor de l’oscura Apocalisse.
L’ampolla in ch’era al naso sol si messe,
e par che quello al luogo suo ne gisse:
e che Turpin da indi in qua confesse
ch’Astolfo lungo tempo saggio visse;
ma ch’uno error che fece poi, fu quello
ch’un’altra volta gli levò il cervello.

86. Astolfo si riprese il proprio senno, perché così gli fu concesso dall’autore del complesso libro dell’Apocalisse (S. Giovanni Evangelista, guida di Astolfo sulla Luna). Non fece altro che portarsi al naso l’ampolla nella quale esso era contenuto, e – sembra – quello (il senno) se ne tornò spontaneamente nella propria sede, tanto che Turpino stesso racconta che da allora in poi Astolfo visse per lungo tempo in maniera saggia, e fu solo a causa di un errore che fece dopo, che egli perse nuovamente il cervello.

Ottava 87

La più capace e piena ampolla, ov’era
il senno che solea far savio il conte,
Astolfo tolle; e non è sì leggiera,
come stimò, con l’altre essendo a monte.

87. Poi Astolfo prese l’ampolla più capiente e piena, nella quale c’era il senno che aveva reso saggio il conte; e non era tanto leggera quanto egli aveva stimato nel vederla ammucchiata insieme alle altre.