Archivio testo: Inferno Canto 2

Parafrasi Canto II (2) – Inferno

CANTO SECONDO

PARAFRASI DEL TESTO


Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno

toglieva li animai che sono in terra

da le fatiche loro; e io sol uno

[vv. 1 – 3] Il giorno volgeva al termine e il calare della sera  (l’aere bruno: l’imbrunire) portava quiete e riposo ad ogni essere vivente (letteralmente: sollevava ciascun essere vivente dalle proprie fatiche); soltanto io


m’apparecchiava a sostener la guerra

sì del cammino e sì de la pietate,

che ritrarrà la mente che non erra.

[vv. 4 – 6] mi accingevo a sostenere quella durissima prova (guerra per metafora) – rappresentata dal cammino (attraverso l’Inferno) e dalla compassione (per le sofferenze dei dannati) – che ora la mia memoria si appresta a descrivere fedelmente.


O Muse, o alto ingegno, or m’aiutate;

o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,

qui si parrà la tua nobilitate.

[vv. 7 – 9] Oh Muse, oh mio alto ingegno, ora aiutatemi! Oh memoria, che annotasti (fissasti dentro di te) ciò che io vidi, ora il tuo valore (nobilitate: eccellenza nel ricordare) darà prova di sé.


Io cominciai: “Poeta che mi guidi,

guarda la mia virtù s’ell’è possente,

prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.

[vv. 10 – 12] Allora incominciai a dire (rivolto a Virgilio): “Oh poeta che mi guidi, fa’ attenzione che il mio valore sia all’altezza, prima di indirizzarmi verso questo arduo passaggio;

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Tu dici che di Silvïo il parente,

corruttibile ancora, ad immortale

secolo andò, e fu sensibilmente.

[vv. 13 – 15] Tu affermi che il genitore di Silvio (perifrasi indicante Enea), mentre era ancora in vita (corruttibile ancora), si recò nel mondo eterno (l’Aldilà, l’Oltretomba), e vi discese con tutto il corpo (sensibilmente).


Però, se l’avversario d’ogne male

cortese i fu, pensando l’alto effetto

ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale

[vv. 16 – 18] Ora, il fatto che il nemico di ogni atto malvagio (perifrasi indicante Dio), sia stato così generoso nei suoi confronti (nei confronti di Enea), considerando la grande conseguenza (la fondazione di Roma) che doveva derivare da lui, e poi chi era (il chi) e che tipo di uomo era (il quale),


non pare indegno ad omo d’intelletto;

ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero

ne l’empireo ciel per padre eletto:

[vv. 19 – 21] appare perfettamente ragionevole (non pare indegno: per litote) ad un uomo dotato di intelletto; perché egli, nel cielo Empireo (nel Paradiso, nell’alto dei cieli, dove si decidono i destini degli uomini), era stato designato al ruolo di progenitore della gloriosa Roma e del suo Impero:


la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,

fu stabilita per lo loco santo

u’ siede il successor del maggior Piero.

[vv. 22 – 24] i quali, sia l’una (Roma) che l’altro (l’Impero), per essere esatti, erano stati scelti come luoghi sacri destinati ad ospitare il seggio dei successori del grandissimo San Pietro.

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Per quest’andata onde li dai tu vanto,

intese cose che furon cagione

di sua vittoria e del papale ammanto.

[vv. 25 – 27] Grazie a questa discesa agli Inferi (quest’andata), per la quale tu lo celebri (nell’Eneide), egli poté ascoltare cose che furono all’origine della sua vittoria, e (conseguentemente) della fondazione dell’istituzione pontificia (papale ammanto per metonimia),


Andovvi poi lo Vas d’elezïone,

per recarne conforto a quella fede

ch’è principio a la via di salvazione.

[vv. 28 – 30] In un secondo momento vi discese il Vas Electionis (Vas Electionis è il nome con cui veniva chiamato S. Paolo negli Atti degli Apostoli) con lo scopo di portare di là, un maggior credito a quella fede che è l’unica via per la salvezza (ovvero per portare dal viaggio nell’aldilà conferme e rassicurazioni che aiutassero la fede cristiana).


Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?

Io non Enëa, io non Paulo sono;

me degno a ciò né io né altri ’l crede.

[vv. 31 – 33] Ma io, per quale motivo dovrei poter venire qui? Chi mi autorizza? In non sono Enea e non sono San Paolo: né io stesso, né nessun altro può credere che io sia all’altezza di questa impresa.


Per che, se del venire io m’abbandono,

temo che la venuta non sia folle.

Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono”.

[vv. 34 – 36] Ragion per cui, se io acconsento a venire qui (nell’Inferno), ho paura che il mio viaggio risulti temerario. Tu (rivolto a Virgilio) sei un uomo sapiente, e hai senz’altro compreso più di quanto io non sia riuscito a spiegare.


E qual è quei che disvuol ciò che volle

e per novi pensier cangia proposta,

sì che dal cominciar tutto si tolle,

[vv. 37 – 39] E come colui che non desidera più qualcosa che in precedenza desiderava, e, per il sopraggiungere di  nuovi pensieri, muta il proprio proposito al punto da abbandonare completamente ciò che aveva appena incominciato,


tal mi fec’ïo ’n quella oscura costa,

perché, pensando, consumai la ’mpresa

che fu nel cominciar cotanto tosta.

[vv. 40 – 42] allo stesso modo mi comportai io mentre ero su quel pendio buio, poiché, a forza di pensarci, rovinai l’impresa che ero stato così pronto ad intraprendere,


“S’i’ ho ben la parola tua intesa”,

rispuose del magnanimo quell’ombra,

“l’anima tua è da viltade offesa;

[vv. 43 – 45] “Se ho capito bene quello che hai detto”, rispose l’ombra di quel grande uomo (l’ombra di Virgilio), “il tuo animo è colpito da pusillanimità,


la qual molte fïate l’omo ingombra

sì che d’onrata impresa lo rivolve,

come falso veder bestia quand’ombra.

[vv. 46 – 48] la quale (pusillanimità), molto spesso, ostacola a tal punto l’uomo, dal farlo desistere dalle imprese onorevoli, come fa l’impressione di qualcosa che di fatto non c’è (falso veder) quando spaventa un animale.


Da questa tema acciò che tu ti solve,

dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi

nel primo punto che di te mi dolve.

[vv. 49 – 51] Affinché tu ti possa liberare da questa paura, ti racconterò perché io venni (in tuo soccorso, sulla piaggia al Canto I) e ciò che sentii dire (ciò che mi fu detto) nel momento in cui per la prima volta provai dolore per te (ossia: nel momento in cui appresi della tua compassionevole condizione)


Io era tra color che son sospesi,

e donna mi chiamò beata e bella,

tal che di comandare io la richiesi.

[vv. 52 – 54] Io mi trovavo tra coloro che stanno sospesi (ossia mi trovavo tra le anime del Limbo, sospese in uno stadio intermedio tra anime salvate e anime dannate) e fui chiamato da una donna beata e tanto bella nell’aspetto che io non le chiesi altro che impartirmi ordini


Lucevan li occhi suoi più che la stella;

e cominciommi a dir soave e piana,

con angelica voce, in sua favella:

[vv. 55 – 57] I suoi occhi risplendevano più di quanto faccia una stella, ed ella cominciò a dirmi , con dolcezza e semplicità, e con voce di angelo, nel suo parlare:


“O anima cortese mantoana,

di cui la fama ancor nel mondo dura,

e durerà quanto ’l mondo lontana,

[vv. 58 – 60] (Parla Beatrice:) “Oh nobile anima che provieni da Mantova (Virgilio era nato ad Andes, l’attuale Pietole, presso Mantova) , la cui fama perdura ancora nel mondo terreno, e durerà tanto a lungo nel tempo (lontana) quanto durerà il mondo stesso (Virgilio era, all’epoca di Dante, l’autore pagano più conosciuto e letto).


l’amico mio, e non de la ventura,

ne la diserta piaggia è impedito

sì nel cammin, che vòlt’è per paura;

[vv. 61 – 63] Colui che mi amò sinceramente e non in maniera interessata (è questo il corretto significato da dare all’espressione “l’amico mio piuttosto che della sorte”), in questo momento si trova su un pendio deserto, a tal punto bloccato nel suo cammino, che a causa della paura sta retrocedendo,


e temo che non sia già sì smarrito,

ch’io mi sia tardi al soccorso levata,

per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.

[vv. 64 – 66] ed io, stando a ciò che ho sentito dire al suo riguardo nel cielo (v. 66), ho paura che sia già tardi per me di attivarmi per soccorrerlo (v.65), a tal punto egli è già perduto (v.64).


Or movi, e con la tua parola ornata

e con ciò c’ ha mestieri al suo campare,

l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.

[vv. 67 – 69] Ora vai, e con il tuo eloquente linguaggio, e con ciò che è necessario (ciò c’ha mestieri) affinché egli si salvi (al suo campare: lett. per la sua sopravvivenza), soccorrilo, in modo che io trovi conforto.


I’ son Beatrice che ti faccio andare;

vegno del loco ove tornar disio;

amor mi mosse, che mi fa parlare.

[vv. 70 – 72] Io, che ti sto chiedendo di andare, sono Beatrice, e provengo da un luogo nel quale desidero ritornare (il Paradiso), è stato l’amore a farmi venire da te e a farmi parlare.


Quando sarò dinanzi al segnor mio,

di te mi loderò sovente a lui”.

Tacette allora, e poi comincia’ io:

[vv. 73 – 75] Quando mi troverò davanti al mio Dio, io tesserò spesso le tue lodi di fronte a Lui”. Poi tacque ed io incominciai a dire:


“O donna di virtù sola per cui

l’umana spezie eccede ogne contento

di quel ciel c’ ha minor li cerchi sui,

[vv. 76 – 78] (Comincia il discorso di Virgilio a Beatrice:) “Oh, regina di virtù, grazie alla quale soltanto la specie umana trascende ogni cosa contenuta entro quel cielo i cui cerchi sono i più piccoli di tutti (perifrasi indicante il cielo della Luna),


tanto m’aggrada il tuo comandamento,

che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;

più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.

[vv. 79 – 81] a tal punto è a me gradito un tuo ordine, che l’obbedirvi, mi apparirebbe tardivo anche nel caso in cui stessi già obbedendo; non hai bisogno d’altro che di espormi i tuo desiderio.


Ma dimmi la cagion che non ti guardi

de lo scender qua giuso in questo centro

de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.

[vv. 82 – 84] Ma piuttosto, svelami la ragione per la quale non esiti a scendere quaggiù, in questo centro (l’Inferno, al centro della terra), da quello spazioso luogo nel quale desideri ardentemente di tornare (perifrasi indicante il Paradiso)”.


“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,

dirotti brievemente”, mi rispuose,

“perch’i’ non temo di venir qua entro.

[vv. 85 – 87] “Poiché il tuo è un interesse così profondo, ti spiegherò brevemente “mi rispose (Beatrice) “la ragione per cui io non temo di venire qui dentro (nell’Inferno)”


Temer si dee di sole quelle cose

c’ hanno potenza di fare altrui male;

de l’altre no, ché non son paurose.

[vv. 88 – 90] Devono essere temute unicamente quelle cose che hanno il potere di fare del male (di nuocere), mentre non devono essere temute tutte le altre, perché non sono tali da far paura.


I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,

che la vostra miseria non mi tange,

né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale.

[vv. 91 – 93] Io sono stata resa da Dio, per sua grazia, tale che la misera condizione vostra (vostra: “di tutti voi dannati”) non può toccarmi, né mi può attaccare la fiamma del fuoco infernale (esto ‘ncendio)


Donna è gentil nel ciel che si compiange

di questo ‘mpedimento ov’io ti mando,

sì che duro giudicio là sù frange.

[vv. 94 – 96] Si trova nel cielo una nobile donna (la Vergine) che si duole per via di questo impedimento che io ti invio a rimuovere (l’impedimento che blocca Dante sulla via verso la salvezza), al punto che lassù (nel Paradiso) giunge ad infrangere una ferrea regola di Dio.


Questa chiese Lucia in suo dimando

e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele

di te, e io a te lo raccomando -.

[vv. 97 – 99] Costei (la Vergine) fece venire a sé Santa Lucia, e le disse: “Ora il tuo fedele ha bisogno di te, ed è a te che io lo raccomando”


Lucia, nimica di ciascun crudele,

si mosse, e venne al loco dov’i’ era,

che mi sedea con l’antica Rachele.

[vv. 100 – 102] Santa Lucia, nemica di ogni crudeltà (crudele è neutro sostantivato), si mise in moto e raggiunse il luogo in cui io mi trovavo, seduta al fianco dell’antica Rachele.


Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,

ché non soccorri quei che t’amò tanto,

ch’uscì per te de la volgare schiera?

[vv. 103 – 105] (Santa Lucia) Disse: “Oh Beatrice, autentico vanto di Dio, perché non soccorri l’uomo che ti amò al punto che, in forza di quell’amore per te, emerse dalla schiera del volgo?”.


Non odi tu la pieta del suo pianto,

non vedi tu la morte che ’l combatte

su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? -.

[vv. 106 – 108] Non senti il suo compassionevole pianto? Non riesci a vedere come la morte lo aggredisca (ossia come egli lotti contro il peccato per scongiurare la morte della sua anima), tra flutti (fiumana) ben più terribili di quelli del mare (ove’l mar non ha vanto: lett. “che il mare non può vantarsi di superare con le proprie onde”)?


Al mondo non fur mai persone ratte

a far lor pro o a fuggir lor danno,

com’io, dopo cotai parole fatte,

[vv. 109 – 111] Nel mondo non visse mai nessuno tanto veloce nel fare un proprio interesse o nel rifuggire un proprio danno, quanto fui veloce io, dopo che furono pronunciate queste parole,


venni qua giù del mio beato scanno,

fidandomi del tuo parlare onesto,

ch’onora te e quei ch’udito l’ hanno”.

[vv. 112 – 114] nel venire fin quaggiù dal mio seggio di beata (la sede di Beatrice nel Paradiso), riponendo fiducia nella tua eloquenza (parlare onesto), che onora te e coloro che l’hanno ascoltata.”


Poscia che m’ebbe ragionato questo,

li occhi lucenti lagrimando volse,

per che mi fece del venir più presto.

[vv. 115 – 117] Dopo che mi ebbe detto ciò, piangendo voltò i suoi occhi splendenti, col qual gesto (con il gesto di piangere e cercare di celare le lacrime sugli occhi) mi indusse ad essere ancor più rapido nel venire a soccorrerti”.


E venni a te così com’ella volse:

d’inanzi a quella fiera ti levai

che del bel monte il corto andar ti tolse.

[vv. 118 – 120] Ed io venni da te, così come ella (Beatrice) desiderava: e ti trascinai via da davanti quella belva (la lupa simbolo dell’avidità incontrata al Canto I), che ti aveva impedito la via breve verso il bel monte (il colle alle cui spalle, nel Canto I, sorge il sole: figura della via in salita verso la salvezza).


Dunque: che è perché, perché restai,

perché tanta viltà nel core allette,

perché ardire e franchezza non hai,

[vv. 121 – 123] Perciò: che cosa succede, perché ti sei fermato? Perché permetti che tanta viltà alberghi nel tuo cuore? Come possono mancarti coraggio e prodezza,


poscia che tai tre donne benedette

curan di te ne la corte del cielo,

e ’l mio parlar tanto ben ti promette?”.

[vv. 124 – 126] se tre donne benedette, di tale valore (tai: tali) si danno premura per te nella corte del cielo (nel Paradiso), e le mie parole ti assicurano un esito del tutto felice?


Quali fioretti dal notturno gelo

chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,

si drizzan tutti aperti in loro stelo,

[vv. 127 – 129] Come i fiorellini, piegati e chiusi dal gelo della notte, appena il sole li illumina con la chiara luce dell’alba (li imbianca), ritornano diritti sul proprio stelo e si dischiudono completamente,


tal mi fec’io di mia virtude stanca,

e tanto buono ardire al cor mi corse,

ch’i’ cominciai come persona franca:

[vv. 130 – 132] così (ripresi vigore) anch’io, pur nella mia debole forza, e tanto fiducioso coraggio pervase il mio cuore, che io comincia a dire, come un uomo valoroso:


“Oh pietosa colei che mi soccorse!

e te cortese ch’ubidisti tosto

a le vere parole che ti porse!

[vv. 133 – 135] “Oh come si è dimostrata compassionevole colei che è venuta in mio soccorso (Beatrice)! E come ti sei dimostrato nobile tu (rivolto a Virgilio) che hai obbedito prontamente alle parole sincere che lei ti ha detto.


Tu m’ hai con disiderio il cor disposto

sì al venir con le parole tue,

ch’i’ son tornato nel primo proposto.

[vv. 136 – 138] Tu, con le tue parole, hai a tal punto reso il mio cuore desideroso di seguirti, che io sono ritornato al mio proposito iniziale,


Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:

tu duca, tu segnore e tu maestro”.

Così li dissi; e poi che mosso fue,

[vv. 139 – 141] Avanza pure, dunque, perché ora la nostra volontà è la medesima: oh mia guida, oh mio condottiero, oh mio maestro”. Questo io dissi a lui, e, quando riprese a camminare,


intrai per lo cammino alto e silvestro.

[v. 142] feci il mio ingresso nel cammino profondo e selvaggio.