Archivio testo: Cloridano e Medoro

Parafrasi Cloridano e Medoro

LUDOVICO ARIOSTO

CLORIDANO E MEDORO

da ORLANDO FURIOSO – Canto 18, Ottave 164 – 192; Canto 19, Ottave 1 – 16

PARAFRASI DEL TESTO
Canto XVIII – Ottave 164 – 192

Ottava 164

Tutta la notte per gli alloggiamenti

dei malsicuri Saracini oppressi

si versan pianti, gemiti e lamenti,

ma quanto più si può, cheti e soppressi.

Altri, perché gli amici hanno e i parenti

lasciati morti, ed altri per se stessi,

che son feriti, e con disagio stanno:

ma più è la tema del futuro danno.

164. Nell’accampamento dei Saraceni, spauriti ed abbattuti, per tutta la notte vengono versate lacrime e sparsi gemiti e lamenti, sebbene lo si faccia nella maniera più soffocata e a bassa voce possibile. Alcuni (piangono e si lamentano) perché (sul campo di battaglia) hanno lasciato senza vita amici o parenti, altri (piangono e si lamentano) per sé stessi, perché sono feriti o perché stanno male: ma più di ogni altra cosa li fa piangere e lamentarsi la paura di quanto di male potrebbe accadere loro nel prossimo futuro.

Ottava 165

Duo Mori ivi fra gli altri si trovaro,

d’oscura stirpe nati in Tolomitta;

de’ quai l’istoria, per esempio raro

di vero amore, è degna esser descritta.

Cloridano e Medor si nominaro,

ch’alla fortuna prospera e alla afflitta

aveano sempre amato Dardinello,

ed or passato in Francia il mar con quello.

165. Qui, tra gli altri, c’erano due Mori, nati in Cirenaica (Tolomitta) da umili famiglie, la vicenda dei quali è degna di essere raccontata, in quanto raro esempio di reale devozione. I due si chiamavano Cloridano e Medoro, e sia nella buona, sia nella cattiva sorte, erano sempre stati fedeli a Dardinello e per l’appunto al suo seguito avevano di recente attraversato il mare alla volta della Francia. (Dardinello, figlio di Almonte, è un re d’Africa: egli è rimasto ucciso nella battaglia che Ariosto ha appena finito di raccontare, e a questo punto della storia, giace insepolto sul campo di battaglia),

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Ottava 166

Cloridan, cacciator tutta sua vita,

di robusta persona era ed isnella:

Medoro avea la guancia colorita

e bianca e grata ne la età novella;

e fra la gente a quella impresa uscita

non era faccia più gioconda e bella:

occhi avea neri, e chioma crespa d’oro:

angel parea di quei del sommo coro.

166. Cloridano, da sempre cacciatore, era di corporatura robusta e snella; Medoro, giovinetto, aveva un viso luminoso, colorito e bello, e, tra coloro che avevano preso parte a quell’impresa (ossia tra i Saraceni partecipanti alla campagna in Francia), non c’era volto più piacevole e avvenente: aveva gli occhi scuri e una capigliatura crespa e bionda come l’oro: sembrava un angelo di quelli del coro dei Serafini.

Ottava 167

Erano questi duo sopra i ripari

con molti altri a guardar gli alloggiamenti,

quando la Notte fra distanze pari

mirava il ciel con gli occhi sonnolenti.

Medoro quivi in tutti i suoi parlari

non può far che ’l signor suo non rammenti,

Dardinello d’Almonte, e che non piagna

che resti senza onor ne la campagna.

167. I due (Cloridano e Medoro) stavano sopra le fortificazioni, insieme a molti altri, a guardia dell’accampamento, mentre la notte, giunta alla metà del suo corso, contemplava il cielo con occhi languidi per il sonno (la perifrasi indica che è la mezzanotte). Qui, Medoro, in ogni sua conversazione, non poteva fare a meno di ricordare il proprio signore – Dardinello figlio d’Almonte – e lamentare come egli fosse rimasto insepolto sul campo di battaglia (senza onor: senza l’onore delle esequie).

Ottava 168

Volto al cornpagno, disse: – O Cloridano,

io non ti posso dir quanto m’incresca

del mio signor, che sia rimaso al piano,

per lupi e corbi, ohimé! troppo degna esca.

Pensando come sempre mi fu umano,

mi par che quando ancor questa anima esca

in onor di sua fama, io non compensi

né sciolga verso lui gli oblighi immensi.

168. Disse allora, rivolto al suo compagno (Cloridano): “Oh Cloridano, io non riesco ad esprimere con le parole quanto mi dispiaccia per il mio signore (Dardinello), che egli sia rimasto sul campo, come cibo troppo nobile per lupi e corvi! Ahimè! Se ripenso a come egli sia sempre stato gentile nei miei confronti, mi viene da pensare che, anche nel caso in cui io morissi (ossia: sacrificassi la mia vita) per salvare il ricordo che si avrà di lui (ossia: per garantire al re una degna sepoltura), comunque non sarei riuscito ricompensarlo, né a saldare i miei smisurati debiti nei suoi confronti”.

Ottava 169

Io voglio andar, perché non stia insepulto

in mezzo alla campagna, a ritrovarlo:

e forse Dio vorrà ch’io vada occulto

là dove tace il campo del re Carlo.

Tu rimarrai; che quando in ciel sia sculto

ch’io vi debba morir, potrai narrarlo:

che se Fortuna vieta sì bell’opra,

per fama almeno il mio buon cor si scuopra. –

169. “Io, affinché egli non resti insepolto, voglio tornare sul campo di battaglia e ritrovare il suo corpo: e forse Dio vorrà che io non sia scoperto lì dove l’accampamento del re Carlo riposa silenziosamente. Tu resterai qui, cosicché, qualora in cielo sia scritto che io debba morire in questa impresa, potrai raccontarlo; di modo che, se anche la sorte mi dovesse impedire (di portare a termine) un gesto tanto nobile, il mio buon cuore si venga a sapere quantomeno per fama! ”.

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Ottava 170

Stupisce Cloridan, che tanto core,

tanto amor, tanta fede abbia un fanciullo:

e cerca assai, perché gli porta amore,

di fargli quel pensiero irrito e nullo;

ma non gli val, perch’un sì gran dolore

non riceve conforto né trastullo.

Medoro era disposto o di morire,

o ne la tomba il suo signor coprire.

170. Cloridano restò meravigliato per il modo in cui un fanciullo (quello che era solo un fanciullo) potesse avere coraggio, devozione e lealtà, e a lungo cercò, spinto dall’affetto, di togliergli dalla testa quell’idea; ma (la cosa) non gli riuscì, perché un dolore così grande non poteva ricevere conforto, né subire distrazione. Medoro era determinato a seppellire in una degna tomba il suo signore, oppure a morire.

Ottava 171

Veduto che nol piega e che nol muove,

Cloridan gli risponde: – E verrò anch’io,

anch’io vuo’ pormi a sì lodevol pruove,

anch’io famosa morte amo e disio.

Qual cosa sarà mai che più mi giove,

s’io resto senza te, Medoro mio?

Morir teco con l’arme è meglio molto,

che poi di duol, s’avvien che mi sii tolto. –

171. Una volta che si fu reso conto che non lo avrebbe smosso, né dissuaso, Cloridano rispose (a Medoro): “Allora verrò anch’io: anch’io infatti voglio espormi a prove tanto degne di lode, così come anch’io apprezzo e desidero una morte gloriosa. Del resto, cosa mi potrebbe mai confortare, se restassi senza di te, oh mio Medoro? Molto meglio morire insieme a te con le armi in pugno, che morire tempo dopo di dolore, nel caso in cui tu mi fossi tolto (nel caso tu fossi ucciso)!”

Ottava 172

Così disposti, messero in quel loco

le successive guardie, e se ne vanno.

Lascian fosse e steccati, e dopo poco

tra’ nostri son, che senza cura stanno.

Il campo dorme, e tutto è spento il fuoco,

perché dei Saracin poca tema hanno.

Tra l’arme e’ carriaggi stan roversi,

nel vin, nel sonno insino agli occhi immersi.

172. Determinati a fare quanto detto, (Cloridano e Medoro) misero sulla loro postazione di guardia le sentinelle del turno successivo e partirono (per la missione). Superarono le trincee e le palizzate, e, in breve tempo, giunsero tra i nostri (nell’accampamento dei cristiani), che intanto risposavano senza preoccupazioni. L’accampamento dormiva e ogni fuoco era spento, perché non c’era alcun timore dei Saraceni. (I cavalieri cristiani) riposavano riversi tra le armi e i carri, immersi fino agli occhi nel vino e nel sonno.

Ottava 183

Quivi dei corpi l’orrida mistura,

che piena avea la gran campagna intorno,

potea far vaneggiar la fedel cura

dei duo compagni insino al far del giorno,

se non traea fuor d’una nube oscura,

a’ prieghi di Medor, la Luna il corno.

Medoro in ciel divotamente fisse

verso la Luna gli occhi, e così disse:

183. Qui, l’orribile distesa di cadaveri, che ricopriva tutta la campagna circostante, avrebbe potuto vanificare l’impegno dei due compagni fino al sorgere del giorno, se la Luna, mossa dalle preghiere di Medoro, non avesse lasciato spuntare il suo corno da una nube oscura (rischiarando così la notte). Medoro fissò con devozione lo sguardo al cielo, verso al Luna, e disse:

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Ottava 184

– O santa dea, che dagli antiqui nostri

debitamente sei detta triforme;

ch’in cielo, in terra e ne l’inferno mostri

l’alta bellezza tua sotto più forme,

e ne le selve, di fere e di mostri

vai cacciatrice seguitando l’orme;

mostrami ove ’l mio re giaccia fra tanti,

che vivendo imitò tuoi studi santi. –

184. “Oh santa dea, che fosti giustamente definita “triforme” dai nostri antenati, dal momento che nel cielo, sulla terra e negli Inferi, mostri la tua grande bellezza sotto più forme (secondo la mitologia pagana classica infatti la Luna si mostrava in cielo come Luna, in terra come Diana, e negli Inferi come Proserpina) e che, nelle vesti di cacciatrice (cioè come Diana), insegui nelle foreste le impronte di bestie feroci e di mostri: mostrami, tra tutti questi cadaveri, dove giaccia il mio re, il quale, finché fu in vita, imitò le tue attività divine (ovvero si dedicò all’attività della caccia a te consacrata).

Ottava 185

La luna a quel pregar la nube aperse

(o fosse caso o pur la tanta fede),

bella come fu allor ch’ella s’offerse,

e nuda in braccio a Endimion si diede.

Con Parigi a quel lume si scoperse

l’un campo e l’altro; e ’l monte e ’l pian si vede:

si videro i duo colli di lontano,

Martire a destra, e Lerì all’altra mano,

185. A quelle preghiere la Luna aprì la nube (la nube dalla quale era oscurata) – forse per pura casualità, o forse per la grande devozione (di Medoro) – mostrandosi bella come nell’occasione in cui accettò di concedersi e si gettò nuda tra le braccia di Endimione (mitologico amante della Luna). Grazie a quel chiarore si scoprirono, insieme alla città di Parigi, sia l’accampamento cristiano, sia quello dei pagani, e fu finalmente possibile vedere sia la montagna, sia la pianura: di lontano si videro anche le due colline di Montmartre, sulla destra, e Montlery, dal lato opposto.

Ottava 186

Rifulse lo splendor molto più chiaro

ove d’Almonte giacea morto il figlio.

Medoro andò, piangendo, al signor caro;

che conobbe il quartier bianco e vermiglio:

e tutto ’l viso gli bagnò d’amaro

pianto, che n’avea un rio sotto ogni ciglio,

in sì dolci atti, in sì dolci lamenti,

che potea ad ascoltar fermare i venti.

186. Il chiarore lunare risplendette molto più intenso nel punto in cui giaceva il figlio di Almonte (Dardinello). Medoro si avvicinò tra le lacrime al suo amato signore, poiché ne aveva riconosciuto lo scudo a quadranti bianchi e rossi; (Medoro) bagnò tutto il viso di lui di lacrime amare, poiché ne aveva un fiume sotto ogni ciglio (ossia in ciascun occhio), compiendo gesti così dolci ed emettendo lamenti così affettuosi, che i venti stessi ad ascoltarlo si sarebbero fermati.

Ottava 187

Ma con sommessa voce e a pena udita;

non che riguardi a non si far sentire,

perch’abbia alcun pensier de la sua vita,

più tosto l’odia, e ne vorrebbe uscire:

ma per timor che non gli sia impedita

l’opera pia che quivi il fe’ venire.

Fu il morto re sugli omeri sospeso

di tramendui, tra lor partendo il peso.

187. E tuttavia (Medoro si lamentava) con voce sommessa e a malapena udibile, non perché egli facesse attenzione a non farsi sentire per via di qualche preoccupazione riguardante la propria vita – che egli anzi odiava e che avrebbe voluto abbandonare – ma per timore che gli potesse essere impedito di portare a termine quell’opera devota che era giunto fin lì a compiere. Il signore defunto venne sollevato sulle spalle di entrambi, in modo che il peso fosse distribuito tra i due.

Ottava 188

Vanno affrettando i passi quanto ponno,

sotto l’amata soma che gl’ingombra.

E già venìa chi de la luce è donno

le stelle a tor del ciel, di terra l’ombra;

quando Zerbino, a cui del petto il sonno

l’alta virtude, ove è bisogno, sgombra,

cacciato avendo tutta notte i Mori,

al campo si traea nei primi albori.

188. Essi (Cloridano e Medoro) affrettavano il passo quanto più potevano, sotto il peso dell’amato cadavere che gravava su di loro. Ma quando ormai stava per giungere colui che è il signore della luce (il Sole) a sgomberare il cielo dalle stelle e la terra dalle tenebre, Zerbino (guerriero cristiano, figlio del re di Scozia), al quale il gran valore, in caso di bisogno, liberava l’animo dalla necessità stessa di dormire, alle prime luci dell’alba, faceva il suo ritorno all’accampamento, dopo aver dato la caccia ai Mori per tutta la notte.

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Ottava 189

E seco alquanti cavallieri avea,

che videro da lunge i dui compagni.

Ciascuno a quella parte si traea,

sperandovi trovar prede e guadagni.

– Frate, bisogna (Cloridan dicea)

gittar la soma, e dare opra ai calcagni;

che sarebbe pensier non troppo accorto,

perder duo vivi per salvar un morto. –

189. (Zerbino) aveva con sé parecchi cavalieri, che da lontano scorsero i due compagni e si diressero tutti verso di loro, sperando di trovare un bottino e un guadagno. “Oh fratello mio – disse allora Cloridano – è necessario abbandonare il cadavere e fuggire in gran fretta, perché sarebbe un’idea veramente insensata che due uomini vivi morissero per salvarne uno morto!”.

Ottava 190

E gittò il carco, perché si pensava

che ’l suo Medoro il simil far dovesse:

ma quel meschin, che ’l suo signor più amava,

sopra le spalle sue tutto lo resse.

L’altro con molta fretta se n’andava,

come l’amico a paro o dietro avesse:

se sapea di lasciarlo a quella sorte,

mille aspettate avria, non ch’una morte.

190. E lasciò cadere la salma, pensando che il suo compagno Medoro avrebbe fatto lo stesso: ma quel poveretto, che amava ancor di più il proprio signore, sostenne da solo tutto il peso. L’altro (Cloridano) si allontanava convinto di avere il proprio compagno al suo fianco o appena dietro di sé: infatti, se avesse saputo che lo stava abbandonando a quella sorte, sarebbe rimasto ad attendere non una, ma mille morti.

Ottava 191

Quei cavallier, con animo disposto

che questi a render s’abbino o a morire,

chi qua chi là si spargono, ed han tosto

preso ogni passo onde si possa uscire.

Da loro il capitan poco discosto,

più degli altri è sollicito a seguire;

ch’in tal guisa vedendoli temere,

certo è che sian de le nimiche schiere.

191. Quei cavalieri, con l’animo determinato a fare in modo che i due o si arrendessero o morissero, si sparpagliarono, chi da una parte e chi dall’altra, bloccando subito ogni possibile via di fuga. Il loro capitano (Zerbino), poco distante, fu ancor più veloce degli altri nell’inseguimento, perché, vedendo i due compagni spaventati a quella maniera, ebbe la certezza che essi appartenessero all’esercito nemico.

Ottava 192

Era a quel tempo ivi una selva antica,

d’ombrose piante spessa e di virgulti,

che, come labirinto, entro s’intrica

di stretti calli e sol da bestie culti.

Speran d’averla i duo pagan sì amica,

ch’abbi a tenerli entro a’ suoi rami occulti.

Ma chi del canto mio piglia diletto,

un’altra volta ad ascoltarlo aspetto.

192. All’epoca, c’era in quella zona un’antica foresta, fitta di alberi ombrosi e di giovani arbusti, la quale, alla pari di un labirinto, al proprio interno si avvolgeva in sentieri stretti, frequentati unicamente da animali selvatici. I due pagani (Cloridano e Medoro) sperarono di trovare in questa foresta un’alleata, che permettesse loro di trovare nascondiglio tra i suoi rami. Ma ora, chi trova piacere nel mio racconto (e vuole saperne di più) dovrà aspettare un’altra occasione per poterne ascoltare il seguito.

Canto XIX – Ottave 1 – 16

Ottava 1

Alcun non può saper da chi sia amato,

quando felice in su la ruota siede:

però c’ha i veri e i finti amici a lato,

che mostran tutti una medesma fede.

Se poi si cangia in tristo il lieto stato,

volta la turba adulatrice il piede;

e quel che di cor ama riman forte,

ed ama il suo signor dopo la morte.

1. Nessuno può sapere da chi sia veramente amato fino a quando siede felice sulla sommità della ruota (della Fortuna), perché egli ha al suo fianco amici veri ed amici finti e tutti gli mostrano la medesima devozione. Ma quando la condizione favorevole si muta in disgrazia, la folla degli adulatori fa un passo indietro, e resta saldo al suo posto unicamente colui che ama con il cuore, e costui amerà il proprio signore anche dopo morto.

Ottava 2

Se, come il viso, si mostrasse il core,

tal ne la corte è grande e gli altri preme,

e tal è in poca grazia al suo signore,

che la lor sorte muteriano insieme.

Questo umil diverria tosto il maggiore:

staria quel grande infra le turbe estreme.

Ma torniamo a Medor fedele e grato,

che ’n vita e in morte ha il suo signore amato.

2. Se fosse possibile leggere nel cuore come è possibile guardare un volto, colui che nella corte è importante e opprime gli altri, e colui che non è particolarmente gradito al proprio signore, si scambierebbero immediatamente di condizione. Quello meno apprezzato diverrebbe immediatamente colui che gode di maggior favore, mentre quello più importante finirebbe nella folla dei cortigiani di più basso livello. Ma ora ritorniamo a Medoro, devoto e riconoscente, che amò il proprio signore sia da vivo che da morto.

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Ottava 3

Cercando già nel più intricato calle

il giovine infelice di salvarsi;

ma il grave peso ch’avea su le spalle,

gli facea uscir tutti i partiti scarsi.

Non conosce il paese, e la via falle,

e torna fra le spine a invilupparsi.

Lungi da lui tratto al sicuro s’era

l’altro, ch’avea la spalla più leggiera.

3. Il giovane sventurato (Medoro) cercava di salvarsi nel groviglio dei sentieri, ma il gravoso peso che portava sulle spalle (e cioè la salma del defunto re Dardinello), faceva sì che tutti i suoi propositi avessero esito infelice. Egli non conosceva quei luoghi, sbagliava le strade, e ritornava sempre ad avvilupparsi nei rovi. Lontano da lui, Cloridano, che non aveva le spalle gravate, si era già messo in salvo.

Ottava 4

Cloridan s’è ridutto ove non sente

di chi segue lo strepito e il rumore:

ma quando da Medor si vede assente,

gli pare aver lasciato a dietro il core.

– Deh, come fui (dicea) sì negligente,

deh, come fui sì di me stesso fuore,

che senza te, Medor, qui mi ritrassi,

né sappia quando o dove io ti lasciassi! –

4. Cloridano si era rifugiato in un luogo in cui, né il rumore dei passi, né gli schiamazzi di coloro che li inseguivano, riuscivano ad arrivare, ma, non appena comprese di aver lasciato indietro Medoro, gli sembrò di aver perduto il suo stesso cuore. Egli diceva: “Ahimè! Come ho potuto essere così negligente, come ho potuto essere così fuori di me, da essermi nascosto qui senza di te, oh Medoro, e da non sapere né quando, né dove ti abbia perso?”.

Ottava 5

Così dicendo, ne la torta via

de l’intricata selva si ricaccia;

ed onde era venuto si ravvia,

e torna di sua morte in su la traccia.

Ode i cavalli e i gridi tuttavia,

e la nimica voce che minaccia:

all’ ultimo ode il suo Medoro, e vede

che tra molti a cavallo è solo a piede.

5. Dicendo queste parole si infilò di nuovo nel groviglio di sentieri della foresta intricata, ripercorrendo all’indietro la strada per la quale era arrivato, e in questo modo si mise sulle tracce della propria morte. Lungo la strada sentiva i cavalli e le grida e la voce del nemico, che spargeva minacce: alla fine sentì il suo Medoro, e lo scorse, solo e a piedi, tra molti uomini a cavallo.

Ottava 6

Cento a cavallo, e gli son tutti intorno:

Zerbin commanda e grida che sia preso.

L’infelice s’aggira com’un torno,

e quanto può si tien da lor difeso,

or dietro quercia, or olmo, or faggio, or orno,

né si discosta mai dal caro peso.

L’ha riposato al fin su l’erba, quando

regger nol puote, e gli va intorno errando:

6. Gli uomini a cavallo erano un centinaio e lo avevano accerchiato: Zerbino impartiva gli ordini e gridava di catturarlo. Il poveretto (il sogg. è ancora Medoro) girava su se stesso come una trottola, e cercava di mettersi al riparo da loro come meglio potesse: ora dietro una quercia, ora dietro un olmo, ora dietro un faggio, ora dietro un ornello, senza separarsi un solo istante dall’amata salma (dal corpo del defunto re Dardinello). Alla fine, poiché non riusciva più a sostenerne il peso, posò la salma sull’erba, e cominciò a girarci intorno,

Ottava 7

come orsa, che l’alpestre cacciatore

ne la pietrosa tana assalita abbia,

sta sopra i figli con incerto core,

e freme in suono di pietà e di rabbia:

ira la ’nvita e natural furore

a spiegar l’ugne e a insanguinar le labbia;

amor la ’ntenerisce, e la ritira

a riguardare ai figli in mezzo l’ira.

7. come un’orsa, la quale, aggredita dal cacciatore alpino all’interno della propria tana, protegge i propri figli con l’animo pieno di preoccupazione, e ringhiando emette versi di compassione (per la propria prole) e di rabbia (contro il cacciatore), perché la collera e la naturale ferocia la spingono a tirare fuori gli artigli e sporcarsi il muso di sangue (ossia ad abbandonare la difesa della prole e attaccare), mentre l’amore (per i propri figli) la intenerisce e la trattiene a proteggere i figli pur tra tanta collera.

Ottava 8

Cloridan, che non sa come l’aiuti,

e ch’esser vuole a morir seco ancora,

ma non ch’in morte prima il viver muti,

che via non truovi ove più d’un ne mora;

mette su l’arco un de’ suoi strali acuti,

e nascoso con quel sì ben lavora,

che fora ad uno Scotto le cervella,

e senza vita il fa cader di sella.

8. Cloridano non sapeva come aiutare il compagno e non aveva mutato l’idea di morire insieme a lui, tuttavia non era disposto a scambiare la vita con la morte (ossia non era disposto a farsi uccidere) prima di aver trovato il modo di abbattere più d’un nemico; quindi posizionò sull’arco una delle sue frecce aguzze, e, restando nascosto, fece con essa un così buon lavoro, che trafisse uno Scozzese alla testa e lo fece cadere senza vita da cavallo.

Ottava 9

Volgonsi tutti gli altri a quella banda

ond’era uscito il calamo omicida.

Intanto un altro il Saracin ne manda,

perché ’l secondo a lato al primo uccida;

che mentre in fretta a questo e a quel domanda

chi tirato abbia l’arco, e forte grida,

lo strale arriva e gli passa la gola,

e gli taglia pel mezzo la parola.

9. Tutti si voltarono nella direzione dalla quale era arrivata la freccia assassina. Nel frattempo il Saraceno (Cloridano) aveva già scagliato una seconda freccia, allo scopo di uccidere il soldato che si trovava al fianco di quello già ucciso, e mentre quello domandava in tutta fretta ad un compagno e all’altro chi avesse teso l’arco, e gridava forte, la freccia gli aveva già trafitto la gola, strozzandogli la voce prima che potesse terminare di parlare.

Ottava 10

Or Zerbin, ch’era il capitano loro,

non poté a questo aver più pazienza.

Con ira e con furor venne a Medoro,

dicendo: – Ne farai tu penitenza. –

Stese la mano in quella chioma d’oro,

e strascinollo a sé con violenza:

ma come gli occhi a quel bel volto mise,

gli ne venne pietade, e non l’uccise.

10. A quel punto Zerbino, che di quella squadra era il comandante, non poté sopportare oltre. Pieno di collera e di furore si avvicinò a Medoro, dicendogli: “Sarai tu a pagare!”, quindi tese la mano afferrandolo per i capelli biondi come l’oro, e lo tirò a sé con violenza: ma, non appena ebbe posato lo sguardo sul bel viso di Medoro, fu assalito dalla compassione, e non lo uccise.

Ottava 11

Il giovinetto si rivolse a’ prieghi,

e disse: – Cavallier, per lo tuo Dio,

non esser sì crudel, che tu mi nieghi

ch’io sepelisca il corpo del re mio.

Non vo’ ch’altra pietà per me ti pieghi,

né pensi che di vita abbi disio:

ho tanta di mia vita, e non più, cura,

quanta ch’al mio signor dia sepultura.

11. Il giovane gli si rivolse tra le suppliche e disse: “Oh cavaliere, in nome del tuo Dio, non essere crudele al punto da impedirmi di seppellire il cadavere del mio re! Non voglio che nessun’altra forma di pietà nei miei confronti ti renda compassionevole, né voglio che tu creda che io abbia desiderio di conservare la vita: la mia vita mi interessa unicamente nella misura in cui mi serve per poter dare sepoltura al mio signore”.

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Ottava 12

E se pur pascer vòi fiere ed augelli,

che ’n te il furor sia del teban Creonte,

fa lor convito di miei membri, e quelli

sepelir lascia del figliuol d’Almonte. –

Così dicea Medor con modi belli,

e con parole atte a voltare un monte;

e sì commosso già Zerbino avea,

che d’amor tutto e di pietade ardea.

12. E qualora tu voglia nutrire animali selvatici ed uccelli, rendendo così la tua collera simile a quella che fu del tebano Creonte (nel mito greco Creonte è il personaggio che impedisce la sepoltura di Eteocle e Polinice), da’ pure in pasto a loro il mio corpo, e lascia invece che il cadavere del figlio di Almonte (il cadavere del re Dardinello) venga seppellito!”. Medoro, con fare gentile, e parole capaci di rovesciare una montagna, diceva queste cose, ed aveva già commosso a tal punto Zerbino, che quello ardeva tutto di affetto e di compassione.

Ottava 13

In questo mezzo un cavallier villano,

avendo al suo signor poco rispetto,

ferì con una lancia sopra mano

al supplicante il delicato petto.

Spiacque a Zerbin l’atto crudele e strano;

tanto più, che del colpo il giovinetto

vide cader sì sbigottito e smorto,

che ’n tutto giudicò che fosse morto.

13. Frattanto, un cavaliere rozzo, dimostrandosi peraltro poco rispettoso del proprio comandante, calando una lancia dall’alto verso il basso, colpì il delicato petto del supplichevole Medoro. L’atto, crudele e insensato, irritò Zerbino; tanto più che, per via di quel colpo, vide cadere il giovane così tramortito e smorto, che fu certo che fosse morto.

Ottava 14

E se ne sdegnò in guisa e se ne dolse,

che disse: – Invendicato già non fia! –

e pien di mal talento si rivolse

al cavallier che fe’ l’impresa ria:

ma quel prese vantaggio, e se gli tolse

dinanzi in un momento, e fuggì via.

Cloridan, che Medor vede per terra,

salta del bosco a discoperta guerra.

14. (Zerbino) si indignò e si addolorò a tal punto per quell’atto che disse: “Non resterà certo invendicato”, e si rivolse pieno di astio verso il cavaliere che aveva commesso quel gesto vergognoso; ma quello lo anticipò, e, in un istante, gli si tolse da davanti e fuggì via. Cloridano, quando vide Medoro a terra, uscì dal bosco per attaccare a viso aperto.

Ottava 15

E getta l’arco, e tutto pien di rabbia

tra gli nimici il ferro intorno gira,

più per morir, che per pensier ch’egli abbia

di far vendetta che pareggi l’ira.

Del proprio sangue rosseggiar la sabbia

fra tante spade, e al fin venir si mira;

e tolto che si sente ogni potere,

si lascia a canto al suo Medor cadere.

15. Egli (Cloridano) gettò via l’arco e, in preda alla collera, cominciò a roteare la spada tra i nemici, più allo scopo di morire che perché sperasse di poter ottenere una vendetta capace di esser pari alla sua collera. Vide così la sabbia divenire rossa del suo sangue, tra tante spade nemiche, e vide giungere la propria fine; e quando sentì che tutta la forza gli era ormai venuta meno, si lasciò cadere accanto al suo Medoro.

Ottava 16

Seguon gli Scotti ove la guida loro

per l’alta selva alto disdegno mena,

poi che lasciato ha l’uno e l’altro Moro,

l’un morto in tutto, e l’altro vivo a pena.

Giacque gran pezzo il giovine Medoro,

spicciando il sangue da sì larga vena,

che di sua vita al fin saria venuto,

se non sopravenia chi gli diè aiuto.

16. Gli Scozzesi se ne andarono nella direzione in cui un profondo sdegno guidava il loro comandante: attraverso il profondo della foresta, lasciandosi alle spalle i due pagani, uno morto (Cloridano) e l’altro in fin di vita (Medoro). Medoro rimase a terra per parecchio tempo, versando sangue in abbondanza, al punto che sarebbe senz’altro morto, se non fosse sopraggiunta colei che poi gli diede aiuto (Angelica).