Archivio testo: Cortesia cortesia cortesia chiamo

Parafrasi e Analisi Cortesia cortesia cortesia chiamo

FOLGORE DI SAN GIMIGNANO

CORTESIA, CORTESIA, CORTESIA CHIAMO

– dal CANZONIERE –

– PARAFRASI E ANALISI –

PARAFRASI DEL TESTO

Versi 1 – 4

Cortesia cortesia cortesia chiamo

e da nessuna parte mi risponde,

e chi la dèe mostrar, sí la nasconde,

e perciò a cui bisogna vive gramo.

[vv. 1 – 4] Io grido ripetutamente il nome della Generosità (“cortesia” sta per liberalità o munificenza, la qualità tipicamente cortese del donare con generosità), ma essa non mi risponde da nessun luogo, e proprio coloro che maggiormente dovrebbero dimostrarsi provvisti di generosità (l’autore si riferisce ai “potenti”, coloro che storicamente hanno il compito di essere liberali e munifici con i sottoposti), non ne mostrano neppure un po’, per cui coloro che della generosità hanno bisogno (coloro che sono costretti a vivere della generosità dei signori), conducono una vita disagiata.

Versi 5 – 8

Avarizia le genti ha preso all’amo,

ed ogni grazia distrugge e confonde;

però se eo mi doglio, eo so ben onde:

di voi, possenti, a Dio me ne richiamo.

[vv. 5 – 8] L’avidità (l’attaccamento al denaro) ha fatto abboccare al suo amo chiunque, ed ora essa distrugge e sconvolge ogni cosa bella; per questa ragione (però = perciò), se io mi lamento, io so bene per quale causa: io mi lagno di fronte a Dio di voi potenti.

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Versi 9 – 11

Ché la mia madre cortesia avete

messa sí sotto il piè che non si leva;

l’aver ci sta, voi non ci rimanete!

[vv. 9 – 11] Poiché voi avete a tal punto calpestato (messo sotto il piè: ossia “stimato di nessuna importanza”, e quindi “disprezzato e fatto cadere in una tale disgrazia”) la liberalità, colei che fa esistere i poeti (la mia madre cortesia), che essa non riesce a risollevarsi; badate che la ricchezza resta sulla terra, ma voi non ci resterete a lungo!

Versi 13 – 14

Tutti siem nati di Adamo e di Eva;

potendo, non donate e non spendete:

mal ha natura chi tai figli alleva.

[vv. 12 – 14] Discendiamo tutti (ossia: abbiamo tutti avuto origine da) da Adamo e da Eva; e voi, pur potendo farlo, non elargite doni, né dispensate il vostro denaro: ha un’indole malvagia chi alleva simili figli!

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ANALISI E COMMENTO

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Schema metrico e rime

Cortesia, cortesia, cortesia chiamo risponde alla forma metrica del sonetto. Il testo si compone di quattordici versi, tutti endecasillabi, ripartiti in quattro strofe: le prime due di quattro versi (definite “quartine”) e le successive di tre versi (definite “terzine”). La rima è “incrociata” nelle quartine e “incatenata” nelle terzine. Lo schema delle rime è: ABBA, ABBA, CDC, DCD.

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Contenuto, temi e significato

In questo sonetto Folgòre di San Gimignano si lamenta del fatto che, tra i potenti del suo tempo (i possenti al v. 8), è venuta meno la “cortesia” – nel senso di “liberalità caratteristica dell’epoca e della civiltà cortese” – e constata con dolore come ciò costituisca una grave causa di decadenza per il mondo delle arti (che senza la generosità dei potenti non ha possibilità di sopravvivere).

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Il concetto di cortesia

Se Folgòre associa i due concetti di “cortesia” e “liberalità”, fino al punto di designare il secondo con il nome del primo, è perché sa che liberalità e mecenatismo hanno rappresentato valori cardinali del mondo cortese, e sono stati un fondamento senza il quale il sistema culturale della cortesia semplicemente non sarebbe potuto esistere.

Il punto di vista di Folgòre è corretto: negli ambienti delle corti, infatti, non c’era cosa che non fosse influenzata dalla liberalità del signore. Dalle risorse messe a disposizione dal dominus dipendevano lo splendore della corte, le attività che vi si svolgevano, l’esistenza stessa di intere categorie sociali (su tutte quelle dei poeti e degli artisti, per i quali le elargizioni dei potenti erano l’unica fonte di sostentamento). Il sistema culturale e di vita della civiltà cortese poggiava interamente sulle spese che ciascun signore era disposto ad affrontare.

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La polemica contro i possenti

La lamentela di Folgòre non ha natura puramente personale, ma documenta il generale disagio degli artisti appartenenti alla realtà del Comune. Il poeta non vive nel mondo delle corti e dei signori feudali, ma, suo malgrado, fa parte di una civiltà di tipo comunale, il cui ceto dominante è composto da borghesi attivi nelle attività mercantili e artigianali. Questa nuova classe dirigente, per la natura stessa delle professioni che esercita, è molto più cauta nella gestione della propria ricchezza, e meno disposta a sovvenzionare artisti e poeti di quanto non lo fossero i signori di corte. Di qui la lamentela del poeta, che nell’oculatezza con cui i nuovi “possenti” amministrano le loro fortune, vede il trionfo dell’avarizia e un malcostume che distruggerà le arti.

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Figure retoriche

Sul piano retorico il testo risulta di tono medio, e dunque scarno di artifici (lo stile non è elevato, il linguaggio è quotidiano, il lessico non è strettamente selezionato); spiccano tuttavia alcune figure che il poeta introduce per rafforzare il messaggio che vuole veicolare:

VERSO 1: la triplice anafora cortesia, cortesia, cortesia, conferisce pathos all’invocazione pronunciata dal poeta, suggerendo nel lettore l’immagine di una voce disperata, che cerca qualcuno che non si trova più e alla quale nessuno risponde.

VERSI 1/2: personificazione della cortesia.

VERSO 3: l’antitesi mostrar/nasconde, sottolinea il contrasto tra il comportamento che la classe dominante dovrebbe tenere secondo il giudizio di Folgòre e il comportamento che invece essa tiene.

VERSO 4: personificazione dell’avarizia (intesa come “avidità”, “attaccamento dell’uomo al proprio denaro”), simmetrica alla personificazione della cortesia nella prima quartina.

VERSO 4: la metafora preso all’amo trasla in un’immagine di grande concretezza l’idea che l’avidità – ossia l’attaccamento al denaro – è stata per gli uomini dell’epoca del poeta un facile inganno (un “amo”) al quale essi hanno “abboccato” in massa, per cui l’avarizia è diventata un malcostume diffuso e l’arte è rimasta priva di mezzi.

VERSO 5: la dittologia distrugge e confonde sottolinea il messaggio centrale del testo: l’avidità dei potenti priva gli artisti di mezzi per la sussistenza, e quindi uccide e fa sparire l’arte, rendendo il mondo un posto più brutto.

VERSO 9: la metafora mia madre cortesia rimarca l’idea che gli artisti come il poeta possono esistere solo se i “possenti” si dimostrano liberali, perciò per loro la liberalità è “come una madre”.

VERSO 9: la metafora sì sotto al piè che non si leva trasla in un’immagine di forte impatto l’idea del cattivo trattamento che i nuovi potenti hanno riservato alla liberalità, disprezzandola e dimenticandola, e perciò “calpestandola”, ossia “facendola cadere in disgrazia al punto da far dubitare che essa si possa risollevare”.

VERSO 13: il parallelismo non donate e non spendete sottolinea l’enunciazione dei due buoni costumi che Folgòre giudica estinti nella classe dominante.