Archivio testo: Frate Cipolla

Parafrasi Frate Cipolla

GIOVANNI BOCCACCIO

FRATE CIPOLLA

dal DECAMERON

PARAFRASI NOVELLA

Frate Cipolla promette a certi contadini di mostrar loro la penna dell’angelo Gabriele; in luogo della quale trovando carboni, quegli dice esser di quegli che arrostirono san Lorenzo.

Frate Cipolla promette ad alcuni contadini che mostrerà loro una penna dell’Arcangelo Gabriele; e quando al posto della penna trova dei carboni, dichiara che si tratta di quelli sui quali fu arrostito San Lorenzo.

Certaldo, come voi forse avete potuto udire, è un castel di Val d’Elsa posto nel nostro contado, il quale, quantunque piccol sia, già di nobili uomini e d’agiati fu abitato; nel quale, per ciò che buona pastura vi trovava, usò un lungo tempo d’andare ogni anno una volta a ricoglier le limosine fatte loro dagli sciocchi un de’ frati di santo Antonio, il cui nome era frate Cipolla, forse non meno per lo nome che per altra divozione vedutovi volontieri, con ciò sia cosa che quel terreno produca cipolle famose per tutta Toscana.

Certaldo, come forse avrete avuto modo di sentir dire, è un borgo di Val d’Elsa, che si trova nella campagna fiorentina, e, sebbene sia di piccole dimensioni, è sempre stato abitato da uomini nobili e benestanti; a Certaldo, visto il buon guadagno che vi faceva, ebbe per lungo tempo l’abitudine di recarsi ogni anno, per raccogliere le elemosine che gli sciocchi fanno ai frati, un frate di Sant’Antonio, il cui nome era Frate Cipolla, particolarmente ben visto in quella zona, più che altro per il suo nome, poiché il terreno di Certaldo produce cipolle famose in tutta la Toscana.

Era questo frate Cipolla di persona piccolo, di pelo rosso e lieto nel viso e il miglior brigante del mondo: e oltre a questo, niuna scienzia avendo, sì ottimo parlatore e pronto era, che chi conosciuto non l’avesse, non solamente un gran rettorico l’avrebbe stimato, ma avrebbe detto esser Tulio medesimo o forse Quintiliano: e quasi di tutti quegli della contrada era compare o amico o benivogliente.

Questo frate Cipolla era piccolo di statura, aveva i capelli rossi, una faccia allegra ed era il peggior briccone che esistesse al mondo: inoltre, pur essendo completamente ignorante, era un oratore così abile e spigliato, che chi lo avesse conosciuto, non soltanto avrebbe creduto che egli fosse un grande esperto di retorica, ma avrebbe detto che fosse Cicerone in persona, oppure di Quintiliano; inoltre era compagno di brigata e amico di quasi tutti quelli che abitassero quelle zone.

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Il quale, secondo la sua usanza, del mese d’agosto tra l’altre v’andò una volta, e una domenica mattina, essendo tutti i buoni uomini e le femine delle ville da torno venuti alla messa nella calonica, quando tempo gli parve, fattosi innanzi disse:

Cipolla, secondo la sua abitudine, si recò a Certaldo più volte durante il mese di agosto, e, in una di queste occasioni, una domenica mattina, quando tutti gli uomini e le donne devoti dei paesi circostanti si trovavano raccolti nella canonica per la messa, quando a lui sembrò essere giunto il momento opportuno, si fece avanti e disse:

– Signori e donne, come voi sapete, vostra usanza è di mandare ogni anno à poveri del baron messer santo Antonio del vostro grano e delle vostre biade, chi poco e chi assai, secondo il podere e la divozion sua, acciò ché il beato santo Antonio vi sia guardia de’ buoi e degli asini e de’ porci e delle pecore vostre; e oltre a ciò solete pagare, e spezialmente quegli che alla nostra compagnia scritti sono, quel poco debito che ogni anno si paga una volta.

“Signori e signore, come voi sapete bene, è una vostra usanza mandare ogni anno ai poveri dell’illustre Sant’Antonio, una parte del vostro grano e delle vostre biade, offrendo chi più e chi meno, a seconda delle possibilità e della devozione di ciascuno, affinché il beato Sant’Antonio protegga i vostri buoi, i vostri asini, i vostri maiali e le vostre pecore; oltre a questo, avete l’abitudine di pagare, in particolar modo coloro che sono iscritti alla nostra confraternita, quel piccolo contributo che si deve una volta all’anno.

Alle quali cose ricogliere io sono dal mio maggiore, cioè da messer l’abate, stato mandato, e per ciò, con la benedizion di Dio, dopo nona, quando udirete sonare le campanelle, verrete qui di fuori della chiesa là dove io al modo usato vi farò la predicazione, e bacerete la croce; e oltre a ciò, per ciò che divotissimi tutti vi conosco del barone messer santo Antonio, di spezial grazia vi mostrerò una santissima e bella reliquia, la quale io medesimo già recai dalle sante terre d’oltremare: e questa è una delle penne dell’agnol Gabriello, la quale nella camera della Vergine Maria rimase quando egli la venne ad annunziare in Nazaret. E questo detto, si tacque e ritornò alla messa.

Ed io sono stato mandato dal mio superiore, ossia dall’abate, a raccogliere proprio queste offerte, e perciò, con la benedizione di Dio, dopo l’ora nona, quando sentirete suonare i campanelli, vi raccoglierete all’esterno della chiesa, e lì io vi farò la predica come sono solito fare e voi potrete baciare la croce; inoltre, dal momento che ho imparato a conoscervi come persone molto devote a Sant’Antonio, in via del tutto straordinaria vi mostrerò una reliquia bella e santissima, che io in persona ho riportato con me dalla Terra Santa, che si trova al di là del mare: si tratta di una delle penne dell’Arcangelo Gabriele, che egli perse nelle camera della Vergine Maria quando egli si recò da lei a Nazareth per compiere l’annunciazione. E dette queste parole, frate Cipolla tacque e riprese la messa.

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Erano, quando frate Cipolla queste cose diceva, tra gli altri molti nella chiesa due giovani astuti molto, chiamato l’uno Giovanni del Bragoniera e l’altro Biagio Pizzini li quali, poi che alquanto tra sé ebbero riso della reliquia di frate Cipolla, ancora che molto fossero suoi amici e di sua brigata, seco proposero di fargli di questa penna alcuna beffa.

Mentre Frate Cipolla diceva queste cose, tra le molte persone che si trovavano all’interno della chiesa, erano presenti due giovani molto astuti, i nomi dei quali erano Giovanni del Bragoniera e Biagio Pizzini, i quali, dopo aver riso un po’ tra di loro per via della reliquia annunciata da Frate Cipolla, maturarono il proposito di giocargli uno scherzo riguardo alla penna di cui egli aveva parlato.

E avendo saputo che frate Cipolla la mattina desinava nel castello con un suo amico, come a tavola il sentirono così se ne scesero alla strada e all’albergo dove il frate era smontato se n’andarono con questo proponimento: che Biagio dovesse tenere a parole il fante di frate Cipolla e Giovanni dovesse tralle cose del frate cercare di questa penna, chente che ella si fosse, e torgliele, per vedere come egli di questo fatto poi dovesse al popol dire.

E poiché i due erano venuti a sapere che Frate Cipolla al mattino mangiava all’interno del borgo insieme ad un suo amico, appena seppero che egli si era messo a tavola, si misero sulla strada e raggiunsero l’albergo presso il quale Cipolla alloggiava, ed entrarono con questo proposito: Biagio aveva il compito di tenere occupato con qualche chiacchiera il servitore di Frate Cipolla, mentre Giovanni doveva frugare tra le cose di Frate Cipolla fino a trovare la famosa penna, di qualsiasi cosa si trattasse, e quindi prenderla, per poi vedere che cosa avrebbe inventato Cipolla una volta di fronte al popolo.

Aveva frate Cipolla un suo fante, il quale alcuni chiamavano Guccio Balena e altri Guccio Imbratta, e chi gli diceva Guccio Porco: il quale era tanto cattivo, che egli non è vero che mai Lippo Topo ne facesse alcun cotanto. Di cui spesse volte frate Cipolla era usato di motteggiare con la sua brigata e di dire: Il fante mio ha in sé nove cose tali che, se qualunque è l’una di quelle fosse in Salamone o in Aristotile o in Seneca, avrebbe forza di guastare ogni lor vertù, ogni lor senno, ogni lor santità. Pensate adunque che uom dee essere egli, nel quale né vertù né senno né santità alcuna è, avendone nove.

Frate Cipolla aveva un servitore, che alcuni chiamavano col nome di Guccio Balena ed altri Guccio Imbratta, e c’era anche chi lo chiamava Guccio Porco, e costui era a tal punto inetto, che neppure Lippo Topo avrebbe potuto farne di altrettanto grosse come egli ne faceva. Frate Cipolla aveva l’abitudine di scherzare con la sua brigata e dire in molte occasioni: “Il mio servitore ha nove difetti tali che, se soltanto uno di essi si trovasse in Salomone, in Aristotele o in Seneca, sarebbe sufficiente a vanificare ogni loro dote, ogni loro qualità, ogni loro capacità. Pensate perciò che uomo possa essere lui, che è completamente privo di doti, qualità e capacità, e di quei difetti ne ha ben nove!”.

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Ed, essendo alcuna volta domandato quali fossero queste nove cose, ed egli, avendole in rima messe, rispondeva:

– Dirolvi: egli è tardo, sugliardo e bugiardo; negligente, disubidente e maldicente; trascutato, smemorato e scostumato; senza che egli ha alcune altre taccherelle con queste, che si taccion per lo migliore. E quel che sommamente è da rider de’ fatti suoi è che egli in ogni luogo vuol pigliar moglie e tor casa a pigione; e avendo la barba grande e nera e unta, gli par sì forte esser bello e piacevole, che egli s’avisa che quante femine il veggano tutte di lui s’innamorino, ed essendo lasciato, a tutte andrebbe dietro perdendo la coreggia. E’ il vero che egli m’è d’un grande aiuto, per ciò che mai niun non mi vuol sì segreto parlare, che egli non voglia la sua parte udire; e se avviene che io d’alcuna cosa sia domandato, ha sì gran paura che io non sappia rispondere, che prestamente risponde egli e sì e no, come giudica si convenga.

E una volta che gli chiesero quali fossero questi nove difetti, Cipolla, che li aveva messi in rima, rispose: “Ve lo dirò: egli è lento, sporco e bugiardo; negligente, disobbediente e maldicente; trascurato, smemorato, scostumato. Senza consiedare che egli ha anche altri difetti meno gravi, dei quali non farò menzione per il suo bene. E ciò che più di tutto fa ridere riguardo a lui è che egli, dovunque vada, vorrebbe trovare una moglie e accasarsi. E sebbene egli abbia una barba lunga, nera e unta, è così convinto di essere bello e desiderabile, che crede che tutte le donne che lo vedono, s’innamorino di lui; e se lo si lasciasse fare, egli andrebbe dietro a tutte, senza pudore. È tuttavia vero che egli mi è di grande aiuto, dal momento che non esiste segreto che mi sia rivelato che egli non tenti di ascoltare; e se capita che qualcuno mi chieda qualcosa, ha una tale paura che io non sappia rispondere che immediatamente si mette avanti lui e risponde di sì o di no, a seconda di come crede che si debba rispondere”.

A costui, lasciandolo all’albergo, aveva frate Cipolla comandato che ben guardasse che alcuna persona non toccasse le cose sue, e spezialmente le sue bisacce, per ciò che in quelle erano le cose sacre.

Frate Cipolla, lasciando Guccio in albergo, gli aveva raccomandato di sorvegliare bene che nessuno toccasse le sue cose, e in particolar modo le due bisacce, dal momento che al loro interno si trovavano le sacre reliquie.

Ma Guccio Imbratta, il quale era più vago di stare in cucina che sopra i verdi rami l’usignolo, e massimamente se fante vi sentiva niuna, avendone in quella dell’oste una veduta, grassa e grossa e piccola e mal fatta, con un paio di poppe che parean due ceston da letame e con un viso che parea de’ Baronci, tutta sudata, unta e affumicata, non altramenti che si gitti l’avoltoio alla carogna, lasciata la camera di frate Cipolla aperta e tutte le sue cose in abbandono, là si calò.

Ma Guccio Imbratta, che desiderava stare in cucina più di quanto un usignolo desideri stare sopra i rami verdi, in particolare se si accorgeva che c’era qualche serva, poiché aveva visto una serva nella cucina dell’oste, grassa e grossa, bassa e mal fatta, con due tette che sembravano due ceste per il letame e con una faccia che sembrava una dei Baronci, e per giunta tutta sudata e puzzolente di fumo, si era catapultato in cucina come l’avvoltoio si getta sulla carogna, lasciando aperta la porta della camera di Frate Cipolla e tutte le sue cose in stato di abbandono.

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E ancora che d’agosto fosse, postosi presso al fuoco a sedere, cominciò con costei, che Nuta aveva nome, a entrare in parole e dirle che egli era gentile uomo per procuratore e che egli aveva de’ fiorini più di millantanove, senza quegli che egli aveva a dare altrui, che erano anzi più che meno, e che egli sapeva tante cose fare e dire, che domine pure unquanche.

E malgrado fosse il mese di agosto, Guccio si era messo a sedere vicino al fuoco, e aveva cominciato a cercare di conversare con questa serva, il cui nome era Nuta, dicendole che egli aveva origini nobili per procura e possedeva oltre millantanove fiorini, senza contare quelli che egli doveva restituire ad altri, i quali, forse, erano anche di più, e che egli sapeva fare e dire tante di quelle cose, che neppure il suo padrone avrebbe saputo fare altrettanto.

E senza riguardare a un suo cappuccio sopra il quale era tanto untume, che avrebbe condito il calderon d’Altopascio, e a un suo farsetto rotto e ripezzato e intorno al collo e sotto le ditella smaltato di sucidume, con più macchie e di più colori che mai drappi fossero tartereschi o indiani, e alle sue scarpette tutte rotte e alle calze sdrucite, le disse, quasi stato fosse il siri di Castiglione, che rivestir la voleva e rimetterla in arnese, e trarla di quella cattività di star con altrui e senza gran possession d’avere ridurla in isperanza di miglior fortuna e altre cose assai; le quali quantunque molto affettuosamente le dicesse, tutte in vento convertite, come le più delle sue imprese facevano, tornarono in niente.

Inoltre, senza porsi minimamente il problema che aveva addosso un cappuccio sopra il quale c’era tanto sporco d’unto che sarebbe stato possibile usarlo come condimento per l’enorme pentolone di Altopascio, e un farsetto strappato e rattoppato, e intorno al collo e sotto le ascelle aveva uno strato di sudiciume che lo faceva apparire lucente come fosse smaltato, e con più macchie e più colori di quanti ce ne siano nei tessuti dei tartari e degli indiani, e indossava delle scarpette tutte rotte e le calze consumate, le disse, come se fosse stato il Signore di Chatillon, che egli avrebbe voluto comprarle dei nuovi vestiti, ripulirla, e condurla via dalla prigione che doveva essere lo stare con un altro e non possedere ricchezze, e darle la speranza di un futuro migliore e altre cose del genere. E sebbene egli le dicesse tutte queste cose in maniera molto affettuosa, esse non servivano a niente, trasformandosi in vento, come la maggior parte delle sue imprese.

Trovarono adunque i due giovani Guccio Porco intorno alla Nuta occupato; della qual cosa contenti, per ciò che mezza la lor fatica era cessata, non contradicendolo alcuno nella camera di frate Cipolla, la quale aperta trovarono, entrati, la prima cosa che venne lor presa per cercare fu la bisaccia nella quale era la penna; la quale aperta, trovarono in un gran viluppo di zendado fasciata una piccola cassettina; la quale aperta, trovarono in essa una penna di quelle della coda d’un pappagallo, la quale avvisarono dovere esser quella che egli promessa avea di mostrare a’ certaldesi.

Perciò, i due giovani trovarono Guccio Porco occupato a fare la corte alla Nuta. Contenti della cosa, dal momento che ciò evitata loro metà del lavoro, dal momento che non c’era nessuno nella camera di Frate Cipolla, e la porta era aperta, essi entrarono e la prima cosa che presero per frugarvi dentro fu la bisaccia nella quale si trovava la penna; aprendo la bisaccia, vi trovarono all’interno una cassetta avvolta in una grande matassa di drappo di seta; e quando aprirono la cassetta trovarono al suo interno una penna di quelle che i pappagalli hanno nella coda, e ritennero che fosse quella la penna che Cipolla aveva promesso di mostrare agli abitanti di Certaldo.

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E certo egli il poteva a quei tempi leggiermente far credere, per ciò che ancora non erano le morbidezze d’Egitto, se non in piccola quantità, trapassate in Toscana, come poi in grandissima copia con disfacimento di tutta Italia son trapassate: e dove che elle poco conosciute fossero, in quella contrada quasi in niente erano da gli abitanti sapute; anzi, durandovi ancora la rozza onestà degli antichi, non che veduti avessero pappagalli ma di gran lunga la maggior parte mai uditi non gli avean ricordare.

E certamente, a quell’epoca, Cipolla non avrebbe avuto difficoltà a spacciare la penna di un pappagallo per quella di un Arcangelo, dal momento che le raffinatezze provenienti dall’Oriente, non si erano ancora diffuse se non minimamente in Toscana, cosa che invece sarebbe avvenuta successivamente comportando la rovina per l’Italia intera. E se in generale le cose preziose d’Oriente erano poco conosciute, in quella zona rurale erano del tutto ignote; lì, dove sopravvivevano i rozzi, ma sani, costumi degli antichi, non solo non avevano mai visto i pappagalli, ma non li avevano neppure mai sentiti nominare.

Contenti adunque i giovani d’aver la penna trovata, quella tolsero e, per non lasciare la cassetta vota, vedendo carboni in un canto della camera, di quegli la cassetta empierono; e richiusala e ogni cosa racconcia come trovata avevano, senza essere stati veduti, lieti se ne vennero con la penna e cominciarono a aspettare quello che frate Cipolla, in luogo della penna trovando carboni, dovesse dire.

Soddisfatti per aver trovato la penna, i due giovani la presero, e, per non lasciare vuota la cassetta, la riempirono con dei carboni che videro in uno degli angoli della camera. Quindi richiusero la cassetta e rimisero ogni cosa come l’avevano trovata, e, senza essere stati visti da nessuno, se andarono felici con la penna e si misero ad aspettare di vedere cosa si sarebbe inventato Frate Cipolla quando al posto della penna avrebbe trovato i carboni.

Gli uomini e le femine semplici che nella chiesa erano, udendo che veder dovevano la penna dell’agnol Gabriello dopo nona, detta la messa, si tornarono a casa; e dettolo l’un vicino all’altro e l’una comare all’altra, come desinato ebbero ogni uomo, tanti uomini e tante femine concorsono nel castello, che appena vi capeano, con desiderio aspettando di veder questa penna.

I contadini e le contadine che si trovavano nella chiesa, quando avevano sentito che avrebbero visto la penna dell’Arcangelo Gabriele dopo l’ora nona, alla fine della messa se ne tornarono a casa; e poiché ciascuno aveva riferito la notizia al suo vicino, ed ogni donna l’aveva riferita alle sue comari, alla fine del pranzo, sulla rocca si radunarono tanti di quegli uomini e di quelle donne, che ci stavano a malapena, e tutti erano pieni di desiderio di vedere la famigerata penna.

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Frate Cipolla, avendo ben desinato e poi alquanto dormito, un poco dopo nona levatosi e sentendo la moltitudine grande esser venuta di contadini per dovere la penna vedere, mandò a Guccio Imbratta che lassù con le campanelle venisse e recasse le sua bisacce. Il quale, poi che con fatica dalla cucina e dalla Nuta si fu divelto, con le cose addimandate con fatica lassù n’andò: dove ansando giunto, per ciò che il ber dell’acqua gli avea molto fatto crescere il corpo, per comandamento di frate Cipolla andatone in su la porta della chiesa, forte incominciò le campanelle a sonare.

Frate Cipolla, dopo aver mangiato a dovere, e dormito per un po’, si era alzato dal letto quando l’ora nona era passata da poco, e sentendo che una grande moltitudine di contadini si era radunata per vedere la penna, aveva dato ordine a Guccio Porco di raggiungerlo portando con sé i campanelli e la sua bisaccia. Guccio, dopo essere andato via a malincuore dalla cucina della Nuta, di malavoglia aveva raggiunto Cipolla sulla rocca con le cose che il frate gli aveva ordinato di portare: e quando era giunto in cima, ansimando per via del fatto che l’aver bevuto troppa acqua lo aveva parecchio appesantito, su ordine di Frate Cipolla, prese posizione all’ingresso della chiesa, e cominciò a suonare i campanelli con energia.

Dove, poi che tutto il popolo fu ragunato, frate Cipolla, senza essersi avveduto che niuna sua cosa fosse stata mossa, cominciò la sua predica, e in acconcio de’ fatti suoi disse molte parole; e dovendo venire al mostrar della penna dell’agnolo Gabriello, fatta prima con grande solennità la confessione, fece accender due torchi, e soavemente sviluppando il zendado, avendosi prima tratto il cappuccio, fuori la cassetta ne trasse. E dette primieramente alcune parolette a laude e a commendazione dell’agnolo Gabriello e della sua reliquia, la cassetta aperse.

Quando tutto il popolo si fu radunato all’ingresso della Chiesa, frate Cipolla, che non si era accorto che le sue cose erano state toccate, cominciò la sua predica disse varie cose per portare il discorso dove voleva lui; poi, quando fu il momento di mostrare la penna dell’Arcangelo Gabriele, celebrata dapprima la confessione con grande solennità, dette l’ordine di accendere due ceri, e srotolando con dolcezza il drappo di seta, dopo essersi tolto il cappuccio, tirò fuori la cassetta. Quindi pronunciò poche parole di lode e a commento della figura dell’Arcangelo Gabriele e della sua reliquia, e aprì la cassetta.

La quale come piena di carboni vide, non sospicò che ciò che Guccio Balena gli avesse fatto, per ciò che nol conosceva da tanto, né il maladisse del male aver guardato che altri ciò non facesse, ma bestemmiò tacitamente sé, che a lui la guardia delle sue cose aveva commessa, conoscendol, come faceva, negligente, disubidente, trascurato e smemorato. Ma non per tanto, senza mutar colore, alzato il viso e le mani al cielo, disse sì che da tutti fu udito: – O Iddio, lodata sia sempre la tua potenzia!

Quando Cipolla si accorse che la cassetta era piena di carboni, non pensò neppure che il responsabile di quel gesto potesse essere Guccio Balena, dal momento che sapeva che egli non era capace di tanto, e neppure lo maledisse per aver negligentemente sorvegliato le reliquie, bensì insultò tacitamente se stesso, per aver affidato a Guccio il compito di fare la guardia alle sue cose, quando sapeva perfettamente quanto egli fosse negligente, disubbidiente, trascurato e smemorato. Tuttavia Frate Cipolla, senza impallidire, sollevato lo sguardo e le mani verso il cielo, disse a voce alta, in modo che tutti lo potessero sentire: “O Dio, sia sempre lodata la tua potenza!”.

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Poi richiusa la cassetta e al popolo rivolto disse:

– Signori e donne, voi dovete sapere che, essendo io ancora molto giovane, io fui mandato dal mio superiore in quelle parti dove apparisce il sole, e fummi commesso con espresso comandamento che io cercassi tanto che io trovassi i privilegi del Porcellana, li quali, ancora che a bollar niente costassero, molto più utili sono a altrui che a noi.

A questo punto, dopo aver richiuso la cassetta, Cipolla cominciò a dire, rivolgendosi al popolo: “Signori e signore, voi dovete sapere che, quando io ero ancora molto giovane, fui inviato da un mio superiore nelle terre d’Oriente, con l’incarico di condurre ricerche fino a che non avessi trovato i titoli di possesso dei feudi del Porcellana, i quali, sebbene semplicissimi da riprodurre, sono molto più utili agli altri di quanto non lo siano a noi.

Per la qual cosa messom’io cammino, di Vinegia partendomi e andandomene per lo Borgo de’ Greci e di quindi per lo reame del Garbo cavalcando e per Baldacca, pervenni in Parione, donde, non senza sete, dopo alquanto per venni in Sardigna. Ma perché vi vo io tutti i paesi cerchi da me divisando? Io capitai, passato il braccio di San Giorgio, in Truffia e in Buffia, paesi molto abitati e con gran popoli; e di quindi pervenni in terra di Menzogna, dove molti de’ nostri frati e d’altre religioni trovai assai, li quali tutti il disagio andavan per l’amor di Dio schifando, poco dell’altrui fatiche curandosi, dove la loro utilità vedessero seguitare, nulla altra moneta spendendo che senza conio per quei paesi: e quindi passai in terra d’Abruzzi, dove gli uomini e le femine vanno in zoccoli su pe’monti, rivestendo i porci delle lor busecchie medesime; e poco più là trovai gente che portano il pan nelle mazze e ’l vin nelle sacca: da’ quali alle montagne de’ bachi pervenni, dove tutte le acque corrono alla ’ngiù.

Così io mi misi in cammino, e partendo da Vinegia, transitai attraverso il Borgo dei Greci, e di qui, cavalcando attraverso il reame del Garbo, e attraverso Baldacca, arrivai a Parione, da dove, non senza sete, dopo un po’ raggiunsi la Sardegna. Ma a che scopo indicarvi tutte le terre che ho visitato? Io, una volta attraversato il braccio di San Giorgio, mi ritrovai in Truffia e in Buffia (ossia nelle terre della truffa e della beffa), paesi densamente abitati e con popoli molto numerosi; e, da qui arrivai nella terra di Menzogna, dove trovai molti frati, del nostro Ordine e di altri Ordini, i quali, in nome dell’amor di Dio, evitavano tutti la fatica, e non si preoccupavano delle fatiche altrui se vedevano la possibilità di ricavarne un qualche guadagno, e spendevano soltanto monete senza conio. Da qui entrai nella terra d’Abruzzi, nella quale uomini e donne, indossando zoccoli, si arrampicano su per i monti, e insaccano i maiali nelle loro stesse budella; e poco oltre trovai un popolo i cui membri trasportano il pane sui bastoni e il vino negli otri. E da qui arrivai sulle montagne dei bachi, dove tutti i corsi d’acqua scorrono verso il basso.

E in brieve tanto andai adentro, che io pervenni mei infino in India Pastinaca, là dove io vi giuro, per l’abito che io porto addosso che io vidi volare i pennati, cosa incredibile a chi non gli avesse veduti; ma di ciò non mi lasci mentire Maso del Saggio, il quale gran mercante io trovai là, che schiacciava noci e vendeva gusci a ritaglio.

E, per farla breve, mi spinsi tanto in là, che io arrivai fino all’India Pastinaca, dove io vi giuro, e ve lo giuro sull’abito da frate che porto addosso, che io vidi volare le roncole, qualcosa di difficile da credere per chi non vi ha assistito, e su questo mi sia testimone Maso del Saggio, un grande mercante che io trovai in quelle terre, che schiacciava le noci e vendeva i gusci al dettaglio.

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Ma non potendo quello che io andava cercando trovare, perciò che da indi in là si va per acqua, indietro tornandomene, arrivai in quelle sante terre dove l’anno di state vi vale il pan freddo quattro denari, e il caldo v’è per niente. E quivi trovai il venerabile padre messer Nonmiblasmete Sevoipiace, degnissimo patriarca di Jerusalem. Il quale, per reverenzia dell’abito che io ho sempre portato del baron messer santo Antonio, volle che io vedessi tutte le sante reliquie le quali egli appresso di sé aveva; e furon tante che, se io ve le volessi tutte contare, io non ne verrei a capo in parecchie miglia, ma pure, per non lasciarvi sconsolate, ve ne dirò alquante.

Tuttavia, dal momento che non ero riuscito a trovare ciò che stavo cercando, e dal momento che da quel luogo in poi c’è soltanto mare, cominciai a tornare sui miei passi, e giunsi in quelle terre nelle quali ogni anno, nel periodo estivo, si vende il pane freddo al prezzo di quattro denari, mentre il pane caldo viene distribuito gratuitamente. E qui, io incontrai il venerabile padre Non-mi-criticate-per-piacere, illustrissimo patriarca di Gerusalemme. Egli, per rispetto dell’abito dei frati di Sant’Antonio che io ho sempre indossato, volle che io vedessi tutte le sante reliquie delle quali egli era in possesso; ed esse erano così tante che, se io vi volessi riferire di ciascuna di esse, io non ne verrei a capo neanche tra una settimana, tuttavia, allo scopo di non lasciarvi con la curiosità, ve ne dirò alcune.

Egli primieramente mi mostrò il dito dello Spirito Santo così intero e saldo come fu mai, e il ciuffetto del serafino che apparve a san Francesco, e una dell’unghie de’ Gherubini, e una delle coste del Verbum caro fatti alle finestre, e de’ vestimenti della Santa Fé catolica, e alquanti de’ raggi della stella che apparve à tre Magi in oriente, e un ampolla del sudore di san Michele quando combatté col diavole, e la mascella della Morte di san Lazzaro e altre.

Come prima cosa egli mi fece vedere un dito appartenuto allo Spirito Santo, perfettamente integro, poi una ciocca dell’angelo serafino che apparve a S. Francesco, l’unghia di un cherubino, una delle costole del “Verbum caro factum est” (“Il verbo – ossia la parola – è diventata carne”), e alcune vesti della Santa Fede Cattolica, inoltre alcuni raggi della stella che apparve ai tre Magi in Oriente, e poi un’ampolla con il sudore secreto da San Michele durante il suo combattimento con il diavolo, una mascella della morte che colpì San Lazzaro, e altre ancora.

E per ciò che io liberamente gli feci copia delle piagge di Monte Morello in volgare e d’alquanti capitoli del Caprezio, li quali egli lungamente era andati cercando, mi fece egli partefice delle sue sante reliquie, e donommi uno de’ denti della santa Croce, e in una ampolletta alquanto del suono delle campane del tempio di Salomone e la penna dell’agnol Gabriello, della quale già detto v’ho, e l’un de’ zoccoli di san Gherardo da Villamagna (il quale io, non ha molto, a Firenze donai a Gherardo di Bonsi, il quale in lui ha grandissima divozione) e diedemi de’ carboni, co’ quali fu il beatissimo martire san Lorenzo arrostito; le quali cose io tutte di qua con meco divotamente le recai, e holle tutte.

E dal momento che io gli donai generosamente una copia in volgare delle opere di Monte Morello e di alcuni capitoli del Caprezio, che egli aveva cercato per lungo tempo, egli volle che io avessi qualcuna delle sue sante reliquie e mi donò uno dei chiodi della santa Croce, una piccola ampolla contenente una parte del suono prodotto dalle campane del tempio di Salomone, la penna dell’Arcangelo Gabriele, della quale vi ho già parlato, e poi uno degli zoccoli di San Gherardo da Villamagna (che, una volta tornato a Firenze, io ho regalato a Gherardo di Bonsi, che per San Gherardo ha una grandissima devozione). Infine mi diede dei carboni, di quelli che servirono per arrostire il beatissimo martire San Lorenzo. Ed io, con devozione, riportai qui con me tutte queste cose, e ancora le posseggo tutte.

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E’ il vero che il mio maggiore non ha mai sofferto che io l’abbia mostrate infino a tanto che certificato non s’è se desse sono o no; ma ora che per certi miracoli fatti da esse e per lettere ricevute dal Patriarca fatto n’è certo m’ha conceduta licenzia che io le mostri; ma io, temendo di fidarle altrui, sempre le porto meco.

Va detto che il mio superiore mi ha negato il permesso di mostrare queste reliquie, fino a che non si fosse accertato se esse fossero vere o false; tuttavia, ora, a seguito di alcuni miracoli che queste reliquie hanno compiuto e a seguito di alcune lettere ricevute del Patriarca, l’autenticità è acclarata e il mio superiore mi ha concesso il permesso di mostrarle a tutti. Ed io, poiché ho timore di affidarle ad altri, le porto sempre con me.

Vera cosa è che io porto la penna dell’agnol Gabriello, acciò che non si guasti, in una cassetta e i carboni co’ quali fu arrostito san Lorenzo in un’altra; le quali son sì simiglianti l’una all’altra, che spesse volte mi vien presa l’una per l’altra, e al presente m’è avvenuto; per ciò che, credendomi io qui avere arrecata la cassetta dove era la penna, io ho arrecata quella dove sono i carboni. Il quale io non reputo che stato sia errore, anzi mi pare esser certo che volontà sia stata di Dio e che Egli stesso la cassetta de’ carboni ponesse nelle mie mani, ricordandom’io pur testé che la festa di san Lorenzo sia di qui a due dì. E per ciò, volendo Iddio che io, col mostrarvi i carboni co’ quali esso fu arrostito, raccenda nelle vostre anime la divozione che in lui aver dovete, non la penna che io voleva, ma i benedetti carboni spenti dall’omor di quel santissimo corpo mi fe’pigliare. E per ciò, figliuoli benedetti, trarretevi i cappucci e qua divotamente v’appresserete a vedergli.

Inoltre va detto che io conservo la penna dell’Arcangelo Gabriele, affinché essa non si deteriori, all’interno di una cassetta, e i carboni sui quali fu arrostito San Lorenzo in un’altra cassetta; e queste cassette sono così simili l’una all’altra, che in più occasioni mi è capitato di prendere l’una per l’altra; ed è ciò che è avvenuto anche questa volta. Infatti, credendo di aver preso la cassetta nella quale si trova la penna, ho preso la cassetta contenete i carboni. Tuttavia io non credo che si sia trattato di un semplice errore, anzi, sono certo che ciò che è accaduto sia stata la volontà di Dio, e che proprio Dio abbia messo tra le mie mani la cassetta con i carboni, dal momento che – solo ora me ne ricordo – tra due giorni è la festa di San Lorenzo. E così, poiché Dio desiderava che io vi mostrassi i carboni sui quali San Lorenzo fu arrostito, e riaccendessi così nei vostri animi, la devozione che è giusto che abbiate nei suoi confronti, mi ha fatto prendere non la penna che avrei voluto prendere, bensì i benedetti carboni che furono spenti dal sangue versato da quel santissimo corpo. Perciò, figlioli benedetti, tra poco potrete togliervi i cappucci ed avvicinarvi per vederli.

Ma prima voglio che voi sappiate che chiunque da questi carboni in segno di croce è tocco, tutto quello anno può viver sicuro che fuoco nol cocerà che non si senta.

Ma prima voglio che sappiate che, chiunque sia segnato col segno della croce, utilizzando questi carboni, può vivere per un anno nella completa sicurezza che nessun fuoco potrà ustionarlo senza che egli lo senta.

E poi che così detto ebbe, cantando una laude di san Lorenzo, aperse la cassetta e mostrò i carboni; li quali poi che alquanto la stolta moltitudine ebbe con ammirazione reverentemente guardati, con grandissima calca tutti s’appressarono a frate Cipolla e, migliori offerte dando che usati non erano, che con essi gli dovesse toccare il pregava ciascuno.

E dopo aver detto queste parole, intonando una laude in onore di San Lorenzo, aprì la cassetta e fece vedere i carboni; e dopo che quella folla di sciocchi li ebbe guardati con reverenza e ammirazione per un po’ di tempo, tutti si accalcarono intorno a Frate Cipolla, e ciascuno, dando in elemosina offerte più generose di quanto non fosse abituato a fare, lo pregava che egli lo toccasse con quei carboni.

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Per la qual cosa frate Cipolla, recatisi questi carboni in mano, sopra li lor camisciotti bianchi e sopra i farsetti e sopra li veli delle donne cominciò a fare le maggior croci che vi capevano, affermando che tanto quanto essi scemavano a far quelle croci, poi ricrescevano nella cassetta, sì come egli molte volte aveva provato.

Così Frate Cipolla, con i carboni in mano, cominciò a tracciare sopra i camiciotti bianchi, e sopra ai farsetti, e sopra ai veli delle donne, segni a forma di croce delle massime dimensioni possibili, affermando che i carboni, una volta riposti all’interno della cassetta, sarebbero ricresciuti di tanto, quanto si erano consumati nel tracciare e croci, come egli aveva già potuto sperimentare in varie altre occasioni.

E in cotal guisa, non senza sua grandissima utilità avendo tutti crociati i certaldesi, per presto accorgimento fece coloro rimanere scherniti, che lui, togliendogli la penna, avevan creduto schernire. Li quali stati alla sua predica e avendo udito il nuovo riparo preso da lui e quanto da lungi fatto si fosse e con che parole, avevan tanto riso che eran creduti smascellare. E poi che partito si fu il vulgo, a lui andatisene, con la maggior festa del mondo ciò che fatto avevan gli discoprirono, e appresso gli renderono la sua penna; la quale l’anno seguente gli valse non meno che quel giorno gli fosser valuti i carboni.

E in questa maniera, dopo che ebbe segnato tutti gli abitanti di Certaldo, non senza un cospicuo guadagno personale, con una trovata geniale si beffò di coloro che pensavano di averlo beffato nel momento in cui avevano portato via la sua penna. I due, avendo assistito alla sua predica e avendo ascoltato quale singolare rimedio avesse trovato e quanto l’avesse presa alla larga e quali parole avesse utilizzato, avevano riso al punto da temere di perdere le mascelle. E dopo che la folla se ne fu andata, i due rivelarono contentissimi a Cipolla lo scherzo che gli avevano giocato, e poi gli restituirono la sua penna, la quale, l’anno successivo, in termini di offerte, gli fruttò non meno di quanto quell’anno gli avevano fruttato i carboni.