Archivio testo: Guido i’ vorrei che tu e Lapo ed io

Parafrasi Guido i’ vorrei che tu e Lapo ed io

DANTE ALIGHIERI

GUIDO, I’ VORREI CHE TU E LAPO ED IO

– PARAFRASI DEL TESTO –


Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io è un celebre sonetto che Dante compone in età giovanile e che non viene accolto nella Vita Nuova. Il testo è indirizzato a Guido Cavalcanti, poeta stilnovista concittadino di Dante e indicato da Dante stesso come il più importante dei suoi amici. Il testo è incentrato sul tema dell’amicizia che lega i due poeti e un terzo autore, Lapo Gianni, altro stilnovista amico di Dante. Il tema è sviluppato attraverso il vagheggiamento di un viaggio fantastico che vede i tre amici, in compagnia delle loro donne, solcare il mare all’interno di un vascello magico, come rapiti dall’incantesimo di un mago.


Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi in un vasel, ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio;

[vv. 1 – 4] Guido (rivolto all’amico poeta Stilnovista Guido Cavalcanti), io vorrei che io, te e Lapo (Lapo Gianni, altro poeta Stilnovista mico di Dante) fossimo rapiti come da un incantesimo e messi su un vascello, che comunque soffiasse il vento, procedesse attraverso il mare secondo la volontà vostra e mia.

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sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse ’l disio.

[vv. 5 – 8] In modo che la tempesta o un qualsiasi altro tempo cattivo non riuscisse a crearci impedimento, e che anzi, vivendo noi costantemente secondo un’unica volontà, aumentasse il nostro desiderio di stare insieme.


E monna Vanna e monna Lagia poi
con quella ch’è sul numer de le trenta
con noi ponesse il buono incantatore:

[vv. 9 – 11] E poi (vorrei che) il buon artefice dell’incantesimo (incantatore: forse un riferimento alla figura del Mago Merlino) ponesse insieme a noi madonna Vanna e madonna Lagia (rispettivamente le donne amate da Guido Cavalcanti e Lapo Gianni), insieme a colei che occupa la trentesima posizione (qui Dante sta facendo riferimento ad un suo testo oggi perduto, una Epistola in forma di sirventese nella quale aveva celebrato le sessanta donne più belle di Firenze: non sappiamo tuttavia quale donna occupasse la trentesima posizione)

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e quivi ragionar sempre d’amore,
e ciascuna di lor fosse contenta,
sì come i’ credo che saremmo noi.

[vv. 12 – 14] E lì (vorrei) parlare sempre d’amore, e che ciascuna di loro fosse appagata, così come, io credo, lo saremmo noi.