Archivio testo: I principati nuovi che si acquistano con armi proprie e con la virtù

Parafrasi I principati nuovi che si acquistano con armi proprie e con la virtù

NICCOLÒ MACHIAVELLI

I PRINCIPATI NUOVI CHE S’ACQUISTANO CON ARMI PROPRIE E CON LA VIRTÙ

dal PRINCIPE, CAPITOLO VI (6)

PARAFRASI DEL TESTO

De principatibus novis qui armis propriis et virtute acquiruntur.

I principati nuovi che si acquistano con armi proprie e con la virtù.

Non si maravigli alcuno se nel parlare che io farò de’ Principati al tutto nuovi, e di Principe e di Stato, io addurrò grandissimi esempi;

Che nessuno si stupisca se, nella trattazione che mi appresto a condurre, sul tema dei principati completamente nuovi sia per quanto riguarda il Principe, sia per quanto riguarda lo Stato (ossia “sul caso di quei principati che sono il frutto della fondazione di un nuovo Stato da parte di uomo che non è di già un Principe, ma lo diventa con la fondazione”), io farò riferimento a casi di grandissimi uomini;

perchè, camminando gli uomini quasi sempre per le vie battute da altri, e procedendo nelle azioni loro con le imitazioni, nè si potendo le vie d’altri al tutto tenere, nè alla virtù di quelli che tu imiti, aggiugnere, debbe un uomo prudente entrare sempre per vie battute da uomini grandi, e quelli che sono stati eccellentissimi, imitare, acciochè se la sua virtù non v’arriva, almeno ne renda qualche odore;

questo avverrà perché, dal momento che gli uomini camminano quasi sempre lungo vie già battute da altri, e dal momento che nelle loro azioni essi procedono attraverso l’imitazione, e dal momento che non è possibile riprodurre perfettamente le azioni altrui, e neppure eguagliare il valore di coloro che si imitano, l’uomo accorto deve sempre seguire le strade battute dagli uomini più grandi e imitare quegli uomini che sono stati i più eccellenti, in modo che, se il suo valore non raggiunge il loro, esso ne conservi almeno qualche traccia;

e fare come gli arcieri prudenti, ai quali parendo il luogo, dove disegnano ferire, troppo lontano, e cognoscendo fino a quanto arriva la virtù del loro arco, pongono la mira assai più alta, che il luogo destinato, non per aggiugnere con la loro forza o freccia a tanta altezza, ma per potere con lo aiuto di sì alta mira pervenire al disegno loro.

dunque (sottinteso: l’uomo accorto deve) comportarsi alla maniera degli arcieri esperti, i quali, quando ritengono che il luogo che devono colpire sia troppo lontano, conoscendo la gittata del loro arco, prendono la mira molto più in alto del bersaglio, non per raggiungere con la loro freccia una simile altezza, ma per potere, mirando tanto in alto, arrivare al loro obiettivo.

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Dico adunque, che ne’ Principati in tutto nuovi, dove sia un nuovo Principe, si trova più o meno difficultà a mantenergli, secondo che più o meno virtuoso è colui che gli acquista. E perchè questo evento di diventare di privato Principe presuppone o virtù o fortuna, pare che l’una o l’altra di queste due cose mitighino in parte molte difficultà.

Ebbene, io affermo che nei principati del tutto nuovi, e nei quali si venga a trovare un Principe che sia anch’egli nuovo, le difficoltà che si hanno nel mantenimento del potere sono maggiori o minori, a seconda se il Principe abbia maggiore o minore valore. Questo perché il fatto di passare dall’essere un privato cittadino all’essere un Principe, presuppone o valore o fortuna, ed è chiaro che ambedue queste cose alleviano, almeno parzialmente, molte difficoltà.

Nondimeno colui che è stato manco in su la fortuna, si è mantenuto più. Genera ancora facilità l’essere il Principe costretto, per avere altri Stati, venirvi personalmente ad abitare.

Tuttavia, (sottinteso: “storicamente”, “da che mondo è mondo”) colui che meno ha fatto affidamento alla sola fortuna (ossia: colui che ha fondato il suo potere principalmente sul proprio valore), si è mantenuto al potere più a lungo. Un altro fattore che facilita la conservazione del potere è che il Principe, non possedendo altri Stati, prenda personalmente residenza nel nuovo Stato.

Ma per venire a quelli, che per propria virtù e non per fortuna sono diventati Principi, dico, che li più eccellenti sono Moisè, Ciro, Romulo, Teseo, e simili. E benchè di Moisè non si debba ragionare, essendo stato un mero esecutore delle cose che gli erano ordinate da Dio; pure merita di essere ammirato solamente per quella grazia che lo faceva degno di parlare con Dio.

Ma, per giungere a trattare di coloro che sono diventati principi grazie al proprio valore e non grazie alla fortuna, affermo che i più eccellenti sono Mosè, Ciro, Romolo, Teseo ed altre figure dello stesso genere. E, sebbene su Mosè non sia il caso di soffermarsi, essendo egli stato un mero esecutore degli ordini che Dio gli impartiva, tamen (cioè “tuttavia”), egli deve essere ammirato anche soltanto per quella grazia che lo rendeva degno di parlare con Dio.

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Ma considerando Ciro e gli altri, che hanno acquistato o fondato regni, si troveranno tutti mirabili; e se si considereranno le azioni e ordini loro particulari, non parranno differenti da quelli di Moisè, benchè egli ebbe sì gran precettore.

Ma consideriamo Ciro e gli altri che hanno conquistato o fondato dei regni: li troverete tutti degni di ammirazione. E, se si prenderanno in considerazione nel dettaglio le loro azioni e le loro istituzioni (ossia “le istituzioni da essi fondate”), esse non appariranno dissimili da quelle di Mosè, che ebbe un precettore così grande (ossia “le cui istituzioni furono il frutto dei suggerimenti di Dio in persona”).

Ed esaminando le azioni, e vita loro, non si vedrà che quelli avessino altro dalla fortuna, che l’occasione, la quale dette loro materia di potervi introdurre quella forma che a lor parse; e senza quella occasione la virtù dell’animo loro si saria spenta, e senza quella virtù l’occasione sarebbe venuta invano.

Ed esaminando le loro azioni e la loro vita, apparirà chiaro che essi non hanno ricevuto dalla fortuna null’altro se non l’occasione; l’occasione che dette loro la possibilità di introdurre negli Stati la forma di ordinamento che ad essi apparve più opportuna: senza quell’occasione il valore che era contenuto nei loro animi, col tempo si sarebbe spento, e senza quel valore, l’occasione sarebbe venuta inutilmente (ossia: “se fossero stati uomini senza valore non avrebbero avuto i mezzi per cogliere quell’occasione, ed essa non avrebbe dato origine a nulla”).

Era adunque necessario a Moisè trovare il popolo d’Isdrael in Egitto schiavo, e oppresso dagli Egizi, acciocchè quelli, per uscire di servitù, si disponessino a seguirlo. Conveniva che Romulo non capesse in Alba, e fusse stato esposto al nascer suo, a volere che diventasse Re di Roma, e fondatore di quella patria.

Era dunque necessario che Mosè trovasse, in Egitto, il popolo d’Israele schiavo e oppresso dagli Egiziani, affinché quel popolo, per liberarsi dalla schiavitù, fosse disposto a seguire lui. Era necessario che Romolo non trovasse posto in Alba Longa, e che fosse abbandonato appena nato, affinché maturasse la volontà di diventare re di Roma e il fondatore di quello Stato.

Bisognava che Ciro trovasse i Persi malcontenti dell’imperio de’ Medi, ed i Medi molli ed effeminati per lunga pace. Non poteva Teseo dimostrare la sua virtù, se non trovava gli Ateniesi dispersi. Queste occasioni pertanto feciono questi uomini felici, e l’eccellente virtù loro fece quella occasione esser cognosciuta: donde la loro patria ne fu nobilitata, e diventò felicissima.

Era necessario che Ciro trovasse i Persiani scontenti della dominazione dei Medi ed i Medi indeboliti ed resi imbelli da una lunga pace. Teseo non avrebbe potuto dimostrare il proprio valore se non avesse trovato gli Ateniesi divisi (ossia: “divisi in città stato”). Queste occasioni, pertanto, garantirono il successo di questi uomini e il grande valore di questi uomini fece sì che queste occasioni passassero alla storia: così la loro patria ne uscì nobilitata e divenne prospera.

Quelli i quali per vie virtuose simili a costoro diventano Principi, acquistano il Principato con difficultà, ma con facilità lo tengono; e le difficultà che hanno nell’acquistare il Principato, nascono in parte da’ nuovi ordini e modi, che sono forzati introdurre per fondare lo Stato loro e la loro sicurtà.

Gli uomini che, come costoro (ossia: come Mosè, Ciro, ecc.), diventano principi grazie al loro valore, conquistano il principato con difficoltà, ma lo conservano con facilità: e le difficoltà che essi incontrano nel conquistare il principato, sono in buona parte la conseguenza dei nuovi ordinamenti e delle nuove forme di governo che essi hanno la necessità di introdurre allo scopo di dare un fondamento al loro regime e alla loro stabilità.

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E debbesi considerare come non è cosa più difficile a trattare, nè più dubbia a riuscire, nè più pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perchè l’introduttore ha per nimici tutti coloro che degli ordini vecchi fanno bene; e tepidi difensori tutti quelli che degli ordini nuovi farebbono bene;

Infatti bisogna tenere presente che non c’è cosa più difficile da eseguire, né più incerta nell’esito, né più pericolosa da gestire, del prendere l’iniziativa di fondare nuove istituzioni (ossia: “di rovesciare uno Stato per fondarne uno nuovo”). Perché colui che vuole introdurre le nuove istituzioni (ossia: “l’aspirante Principe innovatore”) ha come fieri oppositori tutti coloro che traevano qualche vantaggio dal vecchio ordinamento, ed ha come difensori tiepidi (ossia: “difensori privi di slancio”, “difensori poco determinati”) tutti coloro che dal nuovo ordinamento trarrebbero qualche vantaggio.

la qual tepidezza nasce, parte per paura degli avversari, che hanno le leggi in beneficio loro, parte dalla incredulità degli uomini, i quali non credono in verità le cose nuove, se non ne veggono nata esperienza ferma.

Questa tiepidezza (ossia: “lo scarso slancio dei difensori”), scaturisce in parte dal timore (sottinteso: che essi provano) per gli avversari, i quali hanno dalla loro parte le vecchie leggi, e in parte dalla naturale diffidenza degli uomini, i quali non credono davvero alle novità (ossia “non hanno veramente fiducia nelle innovazioni politiche”), se non dopo che ne abbiano fatta un’esperienza diretta.

Donde nasce che qualunque volta quelli che sono nimici, hanno occasione di assaltare, lo fanno parzialmente, e quelli altri difendono tepidamente, in modo che insieme con loro si periclita.

Da ciò deriva che, ogni volta che gli oppositori hanno l’occasione di sferrare un attacco (ossia “di colpire l’aspirante Principe”), lo fanno con furore, mentre gli altri (ossia: coloro che sarebbero interessati al rivolgimento sostenuto dall’aspirante Principe e che dunque dovrebbero difenderlo) conducono la difesa senza slancio, cosicché insieme a loro l’aspirante Principe corre costantemente il pericolo di fallire.

È necessario pertanto, volendo discorrere bene questa parte, esaminare se questi innovatori stanno per lor medesimi, o se dipendano da altri; cioè, se per condurre l’opera loro bisogna che preghino, ovvero possono forzare. Nel primo caso capitano sempre male, e non conducono cosa alcuna; ma quando dipendono da loro proprii, e possono forzare, allora è che rade volte periclitano.

Al fine di trattare accuratamente questo tema, è necessario analizzare se gli innovatori sono autonomi, o se dipendono da altri: cioè se per conseguire il loro obiettivo, hanno necessità di chiedere aiuto, oppure hanno forze a sufficienza. Nel primo caso, finiscono sempre male e non arrivano a realizzare nulla; invece, quando dipendono unicamente da se stessi e possono usare la forza, allora è raro che si vengano a trovare in pericolo.

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Di qui nacque che tutti li Profeti armati vinsono, e li disarmati rovinarono; perchè, oltre le cose dette, la natura de’ popoli è varia, ed è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile fermargli in quella persuasione. E però conviene essere ordinato in modo, che, quando non credono più, si possa far lor credere per forza.

Per questa ragione tutti i profeti armati (ossia: “tutti i grandi innovatori che avessero dalla loro anche un esercito”, come Mosè, Romolo, ecc.) ottennero il successo, mentre i disarmati andarono in rovina. Perché, in aggiunta a ciò che è già stato detto, va considerato che l’indole dei popoli è volubile. È facile convincerli di una cosa, ma è difficile mantenerli saldi in quella convinzione. Perciò è bene essere organizzati in modo che, quando i popoli non credono più, si possa fare loro credere per forza.

Moisè, Ciro, Teseo, e Romulo non arebbono potuto fare osservare lungamente le loro costituzioni, se fussero stati disarmati, come ne’ nostri tempi intervenne a Frate Girolamo Savonarola, il quale rovinò ne’ suoi ordini nuovi, come la moltitudine cominciò a non credergli, e lui non aveva il modo da tenere fermi quelli, che avevano creduto, nè a far credere i discredenti.

Mosè, Ciro, Teseo e Romolo non avrebbero potuto far osservare a lungo le loro costituzioni, ai loro popoli, se non avessero potuto disporre di armi ed eserciti; cosa che, ai nostri tempi, è accaduta a fra’ Girolamo Savonarola. Egli vide fallire i suoi nuovi ordinamenti politici non appena la moltitudine incominciò a non aver più fiducia in loro. Ed egli non aveva alcun modo di trattenere quelli che avevano creduto, né di far credere i diffidenti.

Però questi tali hanno nel condursi gran difficultà, e tutti i loro pericoli sono tra via, e conviene che con la virtù gli superino; ma superati che gli hanno, e che cominciano ad essere in venerazione, avendo spenti quelli che di sua qualità gli avevano invidia, rimangono potenti, sicuri, onorati, felici.

Perciò questi personaggi (ossia “gli aspiranti Principi innovatori”) incontrano molte difficoltà e molti pericoli sono sul loro cammino, e bisogna che li superino grazie al loro valore. Ma, una volta che li hanno superati e che incominciano ad essere venerati dal popolo, dopo aver debellato coloro che guardavano con invidia le loro qualità, essi rimangono potenti, sicuri, onorati e felici.

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A sì alti esempi io voglio aggiugnere uno esempio minore; ma bene arà qualche proporzione con quelli, e voglio mi basti per tutti li altri simili: e questo è Ierone Siracusano. Costui di privato diventò Principe di Siracusa; nè ancor egli cognobbe altro dalla fortuna che l’occasione: perchè essendo i Siracusani oppressi l’elessono per loro capitano, donde meritò d’essere fatto loro Principe;

A questi esempi così alti (Mosè, Romolo, ecc.), io voglio aggiungerne uno meno noto, che in ogni caso avrà degli elementi in comune con quelli, ed io voglio ricordarlo a testimonianza di tutti gli altri casi dello stesso tipo; si tratta di Gerone Siracusano. Costui da privato cittadino diventò Principe di Siracusa: e non ricevette altro dalla fortuna che l’occasione; perché i Siracusani, trovandosi in stato di pericolo (per la minaccia dei Mamertini), lo elessero loro condottiero, ed egli, svolgendo questo ruolo, si guadagnò di esser fatto Principe.

e fu di tanta virtù ancora in privata fortuna, che chi ne scrive dice, che niente gli mancava a regnare eccetto il Regno. Costui spense la milizia vecchia, ordinò la nuova, lasciò le amicizie antiche, prese delle nuove; e come ebbe amicizie e soldati che fussero suoi, potette in su tale fondamento edificare ogni edificio; tantochè egli durò assai fatica in acquistare, e poca in mantenere.

E fu un uomo di tale valore, anche nella vita privata, che chi ha scritto su di lui ha affermato “quod nihil illi deerat ad regnandum praeter regnum” (ossia: “perché, per regnare, non gli mancava nulla, ad eccezione di un regno”). Gerone abolì il vecchio esercito e arruolò nuove truppe; abbandonò le antiche alleanze, e ne strinse di nuove; e, appena ebbe alleati e soldati veramente “suoi”, riuscì ad edificare, su tale fondamento, ogni genere di costruzione: dunque egli fece una grande fatica nel conquistare il potere, ma lo mantenne con facilità.