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Parafrasi Il giardino di Armida

TORQUATO TASSO

IL GIARDINO DI ARMIDA

da GERUSALEMME LIBERATA – Canto 16, Ottave 1 – 2, 8 – 35

PARAFRASI DEL TESTO

Ottava 1

Tondo è il ricco edificio, e nel piú chiuso
grembo di lui, ché quasi centro al giro,
un giardin v’ha ch’adorno è sovra l’uso
di quanti piú famosi unqua fioriro.

Il ricco edificio è circolare e, ben protetto all’interno di esso, in quanto posto quasi perfettamente al centro del cerchio (centro al giro), vi è un giardino che è bello oltre quanto sono soliti esserlo (sovra l’uso) i più famosi che mai (unqua) fiorirono.

D’intorno inosservabile e confuso
ordin di loggie i demon fabri ordiro,
e tra le oblique vie di quel fallace
ravolgimento impenetrabil giace.

I demoni artefici (fabri) del giardino disposero (ordiro) intorno ad esso un ordine di logge così intricato che l’occhio non riesce a distinguerlo, ed il giardino giace, impenetrabile, tra le vie contorte di quell’ingannevole labirinto (fallace ravolgimento).

Ottava 2

Per l’entrata maggior (però che cento
l’ampio albergo n’avea) passàr costoro.
[…]

I due crociati (ossia: “Carlo e Ubaldo”) passarono per l’ingresso più ampio, dato che (però che) quella vasta dimora (ampio albergo) ne aveva cento.

Ottava 8

Qual Meandro fra rive oblique e incerte
scherza e con dubbio corso or cala or monta,
queste acque a i fonti e quelle al mar converte,
e mentre ei vien, sé che ritorna affronta,

Come il fiume Meandro si diverte fra rive tortuose e contorte e, con il suo corso capriccioso, ora scende a valle, ora risale a monte (or cala or monta), e dirige (converte) le sue acque ora verso le sorgenti, ora verso il mare, e mentre avanza (ei vien) incontra (affronta) sé stesso che torna indietro,

tali e piú inestricabili conserte
son queste vie, ma il libro in sé le impronta
(il libro, don del mago) e d’esse in modo
parla che le risolve, e spiega il nodo.

allo stesso modo, e ancor più inestricabilmente, sono intrecciate (conserte) le vie del labirinto, ma il libro (il libro è un dono del mago cristiano di Ascalona ai due crociati) contiene il disegno di esse (in sé le impronta), e ne parla in modo da spiegarle e da scioglierne il groviglio (spiega il nodo).

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Ottava 9

Poi che lasciàr gli aviluppati calli,
in lieto aspetto il bel giardin s’aperse:

Dopo che i due lasciarono quelle vie intricate (avviluppati calli), il bel giardino si aprì (s’aperse) alla loro vista con un piacevole spettacolo:

acque stagnanti, mobili cristalli,
fior vari e varie piante, erbe diverse,
apriche collinette, ombrose valli,
selve e spelonche in una vista offerse;
e quel che ‘l bello e ‘l caro accresce a l’opre,
l’arte, che tutto fa, nulla si scopre.

offrì a un solo colpo d’occhio (in una vista offerse) laghetti (acque stagnanti), corsi d’acqua limpidi come cristallo (mobili cristalli), fiori e piante variopinte, erbe bizzarre (diverse), collinette soleggiate (apriche), valli ombrose, boschetti e grotte; e, cosa che conferisce ancora più bellezza e pregio (‘l caro) all’opera, l’artificio magico (l’arte), che crea tutto questo, non è visibile per nulla (nulla si scopre).

Ottava 10

Stimi (sí misto il culto è co ‘l negletto)
sol naturali e gli ornamenti e i siti.
Di natura arte par, che per diletto
l’imitatrice sua scherzando imiti.

Si è portati a pensare (stimi) che il luogo e le decorazioni siano del tutto (sol) naturali, tanto ciò che è frutto di coltivazione (il culto) è mescolato (misto) a ciò che è lasciato selvaggio (negletto). Sembra un trucco della natura, la quale, per gioco, imiti scherzando l’arte, sua imitatrice.

L’aura, non ch’altro, è de la maga effetto,
l’aura che rende gli alberi fioriti:
co’ fiori eterni eterno il frutto dura,
e mentre spunta l’un, l’altro matura.

Persino lo stesso vento (l’aura) che fa fiorire gli alberi non è altro che un incantesimo della maga: con i fiori eterni, anche il frutto dura in eterno, e, mentre il fiore (l’un) spunta, il frutto (l’altro) già matura.

Ottava 11

Nel tronco istesso e tra l’istessa foglia
sovra il nascente fico invecchia il fico;
pendono a un ramo, un con dorata spoglia,
l’altro con verde, il novo e ‘l pomo antico;

Sullo stesso albero (tronco) e tra le stesse foglie, accanto al fico che nasce invecchia il fico maturo; il frutto (pomo) acerbo e quello già maturo pendono dallo stesso ramo, uno con la buccia (spoglia) verde e l’altro con la buccia dorata;

lussureggiante serpe alto e germoglia
la torta vite ov’è piú l’orto aprico:
qui l’uva ha in fiori acerba, e qui d’or l’have
e di piropo e già di nèttar grave.

la vite contorta (torta) serpeggia lussureggiante verso l’alto (serpe alto) e germoglia dove il giardino (l’orto) è più assolato (aprico): qui (sottinteso: “la vite”) ha l’uva ancora in fiore, acerba, qui ce l’ha (l’have) dorata e rosseggiante come il piropo e già gonfia (grave) di succo.

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Ottava 12

Vezzosi augelli infra le verdi fronde
temprano a prova lascivette note;
mormora l’aura, e fa le foglie e l’onde
garrir che variamente ella percote.

Tra le fronde verdi, graziosi uccelli modulano a gara (temprano a prova) dei canti sensuali (lascivette note); la brezza (l’aura) mormora e fa stormire (garrir) le foglie e le acque che colpisce in vari modi.

Quando taccion gli augelli alto risponde,
quando cantan gli augei piú lieve scote;
sia caso od arte, or accompagna, ed ora
alterna i versi lor la musica òra.

Quando gli uccelli tacciono, la brezza risuona con voce più alta (alto risponde), mentre, quando gli uccelli cantano, scuote più leggermente (le foglie e le acque); in maniera casuale o voluta (sia caso od arte), la brezza musicale (musica òra) ora accompagna il canto degli uccelli (versi lor), e ora si alterna ad esso.

Ottava 13

Vola fra gli altri un che le piume ha sparte
di color vari ed ha purpureo il rostro,
e lingua snoda in guisa larga, e parte
la voce sí ch’assembra il sermon nostro.

Tra gli altri, vola un uccello che ha le piume cosparse (sparte) di vari colori (ossia: “un pappagallo”) ed ha il becco (rostro) rossastro e muove (snoda) la lingua in modo sciolto (in guisa larga) ed articola (parte) la voce in modo tale, che assomiglia (assembra) al linguaggio umano (nostro sermon).

Questi ivi allor continovò con arte
tanta il parlar che fu mirabil mostro.
Tacquero gli altri ad ascoltarlo intenti,
e fermaro i susurri in aria i venti.

Questo uccello allora continuò (continovò) con un’abilità tanto grande, che il suo parlare fu per noi un prodigio straordinario (mirabil mostro). Gli altri uccelli tacquero, intenti ad ascoltarlo, e i venti cessarono i loro sussurri nell’aria.

Ottava 14

“Deh mira” egli cantò “spuntar la rosa
dal verde suo modesta e verginella,
che mezzo aperta ancora e mezzo ascosa,
quanto si mostra men, tanto è piú bella.

Egli cantò: “Orsù (deh), guarda (mira) la rosa spuntare dal suo stelo (nel suo verde), piccola e appena in boccio (verginella), che, ancora mezzo aperta e mezzo nascosta (ascosa), quanto meno si mostra, tanto più è bella.

Ecco poi nudo il sen già baldanzosa
dispiega; ecco poi langue e non par quella,
quella non par che desiata inanti
fu da mille donzelle e mille amanti.

Ecco che poi schiude i suoi petali (nudo il sen), ormai spavalda; ecco che poi appassisce e non sembra più la stessa, non sembra più quella che prima (inanti) fu desiderata (desiata) da mille fanciulle e da mille amanti.

Ottava 15

Cosí trapassa al trapassar d’un giorno
de la vita mortale il fiore e ‘l verde;
né perché faccia indietro april ritorno,
si rinfiora ella mai, né si rinverde.

Così muore (trapassa), con il morire di un giorno, il fiore e il verde (ossia, per metafora: “la bellezza e la giovinezza”) della vita mortale; e, per quanto la primavera (april) faccia ritorno, essa non rifiorisce più, né torna verde (ossia: “non ritrova la sua bellezza, né la sua giovinezza”).

Cogliam la rosa in su ‘l mattino adorno
di questo dí, che tosto il seren perde;
cogliam d’amor la rosa: amiamo or quando
esser si puote riamato amando”.

Cogliamo la rosa nel bel mattino di questo giorno, poiché presto (tosto) esso perde la sua luce (il seren); cogliamo la rosa d’amore: amiamo adesso, quando è possibile (si puote) essere riamati, amando”.

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Ottava 16

Tacque, e concorde de gli augelli il coro,
quasi approvando, il canto indi ripiglia.
Raddoppian le colombe i baci loro,
ogni animal d’amar si riconsiglia;

Il pappagallo tacque, e il coro unanime (concorde) degli altri uccelli, come per approvare (le sue parole), riprende da qui (indi) il proprio canto. Le colombe raddoppiano i loro baci, ogni essere vivente si ripropone (si riconsiglia) di dedicarsi all’amore;

par che la dura quercia e ‘l casto alloro
e tutta la frondosa ampia famiglia,
par che la terra e l’acqua e formi e spiri
dolcissimi d’amor sensi e sospiri.

sembra che la robusta quercia, il casto alloro e tutte le diverse specie di piante, sembra che la terra e l’acqua producano ed emanino (formi e spiri) dolcissime sensazioni e sospiri d’amore.

Ottava 17

Fra melodia sí tenera, fra tante
vaghezze allettatrici e lusinghiere,
va quella coppia, e rigida e costante
se stessa indura a i vezzi del piacere.

Fra una melodia così amabile, tra tante dolcezze adescatrici e piacevoli, quella coppia (ossia: “Carlo e Ubaldo”) procede e, con atteggiamento austero e costante, si irrigidisce (sé stessa indura) per resistere alle tentazioni del piacere.

Ecco tra fronde e fronde il guardo inante
penetra e vede, o pargli di vedere,
vede pur certo il vago e la diletta,
ch’egli è in grembo a la donna, essa a l’erbetta.

Ed ecco che lo sguardo dei due penetra oltre (inante) le fronde del giardino e vede, o almeno gli sembra di vedere, e infine vede con certezza, l’innamorato (il vago) e la sua amata (ossia: “Rinaldo e Armida”): egli poggia (la testa) in grembo a lei, ed ella sta seduta sull’erba.

Ottava 18

Ella dinanzi al petto ha il vel diviso,
e ‘l crin sparge incomposto al vento estivo;
langue per vezzo, e ‘l suo infiammato viso
fan biancheggiando i bei sudor piú vivo:

Ella ha il velo aperto (diviso) sul petto e lascia che i capelli si spargano sciolti al vento estivo; languisce per gioco, e il grazioso sudore, baluginando, rende più luminoso il suo viso arrossato:

qual raggio in onda, le scintilla un riso
ne gli umidi occhi tremulo e lascivo.
Sovra lui pende; ed ei nel grembo molle
le posa il capo, e ‘l volto al volto attolle,

come un raggio di sole sull’onda del mare, nei suoi occhi umidi brilla un sorriso fremente e sensuale. Armida è china (pende) su di lui; ed egli le posa il capo sul morbido grembo, e protende (attolle) il proprio volto verso quello di lei,

Ottava 19

e i famelici sguardi avidamente
in lei pascendo si consuma e strugge.
S’inchina, e i dolci baci ella sovente
liba or da gli occhi e da le labra or sugge,

e saziando (pascendo) avidamente i suoi sguardi pieni di desiderio in lei, si consuma e si logora (sottinteso: “d’amore”). Ella si china e ora assapora (liba) i dolci baci dagli occhi, ora li succhia (sugge) dalle labbra,

ed in quel punto ei sospirar si sente
profondo sí che pensi: “Or l’alma fugge
e ‘n lei trapassa peregrina.” Ascosi
mirano i due guerrier gli atti amorosi.

e in quel momento si sente lui sospirare tanto profondamente, che penseresti: “Ora l’anima fugge da lui, e trapassa in lei come una pellegrina”. I due guerrieri, nascosti (ascosi), osservano i gesti amorosi.

Ottava 20

Dal fianco de l’amante (estranio arnese)
un cristallo pendea lucido e netto.
Sorse, e quel fra le mani a lui sospese
a i misteri d’Amor ministro eletto.

Dal fianco di Rinaldo, oggetto assai inconsueto per un crociato (estranio arnese), pendeva uno specchio (cristallo) lucido e pulito. Armida si alzò e mise lo specchio (quel) nelle mani di lui, strumento (ministro) scelto per i riti d’amore.

Con luci ella ridenti, ei con accese,
mirano in vari oggetti un solo oggetto:
ella del vetro a sé fa specchio, ed egli
gli occhi di lei sereni a sé fa spegli.

Ella con occhi (luci) ridenti, egli con occhi ardenti, contemplano in oggetti diversi un solo oggetto: Armida si specchia nel vetro, Rinaldo rende specchi (a sé fa spegli) gli occhi sereni di lei (ossia: “si specchia negli occhi di lei”).

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Ottava 21

L’uno di servitú, l’altra d’impero
si gloria, ella in se stessa ed egli in lei.

Uno si fa vanto della propria schiavitù, l’altra del proprio dominio, Armida (si fa vanto) di sé stessa, e Rinaldo di lei.

“Volgi,” dicea “deh volgi” il cavaliero
“a me quegli occhi onde beata bèi,
ché son, se tu no ‘l sai, ritratto vero
de le bellezze tue gli incendi miei;
la forma lor, la meraviglia a pieno
piú che il cristallo tuo mostra il mio seno.

Il cavaliere diceva: “Orsù, rivolgi a me quegli occhi attraverso i quali (onde) tu, felice, dai la felicità (beata bèi), poiché (se non lo sai) la mia passione (gli incendi miei) è il veridico ritratto delle tue bellezze; il mio cuore, più che il tuo specchio, riflette a pieno la bellezza (forma) e lo splendore dei tuoi occhi.

Ottava 22

Deh! poi che sdegni me, com’egli è vago
mirar tu almen potessi il proprio volto;
ché il guardo tuo, ch’altrove non è pago,
gioirebbe felice in sé rivolto.

Orsù! Visto che disdegni me, potessi tu almeno ammirare il tuo stesso volto nella sua bellezza (com’egli è vago); infatti il tuo sguardo, che non si appaga altrove (ossia: “che non si appaga nel contemplare alcun altro oggetto”), gioirebbe felice rivolto a sé stesso.

Non può specchio ritrar sí dolce imago,
né in picciol vetro è un paradiso accolto:
specchio t’è degno il cielo, e ne le stelle
puoi riguardar le tue sembianze belle”.

Uno specchio non può restituire un’immagine così dolce, né la tua bellezza paradisiaca può essere contenuto in un piccolo specchio: lo specchio degno di te è il cielo, e nelle stelle puoi ammirare le tue belle fattezze”.

Ottava 23

Ride Armida a quel dir, ma non che cesse
dal vagheggiarsi e da’ suoi bei lavori.

Armida sorride a quelle parole, ma non per questo smette (non che cesse) di ammirarsi (vagheggiarsi) e di farsi bella.

Poi che intrecciò le chiome e che ripresse
con ordin vago i lor lascivi errori,
torse in anella i crin minuti e in esse,
quasi smalto su l’or, cosparse i fiori;

Dopo che ebbe intrecciato i capelli ed ebbe ricomposto in bell’ordine (ripresse con ordin vago) il loro capriccioso disordine (lascivi errori), inanellò (torse in anella) i riccioli più sottili e, come lo smalto sull’oro, sparse i fiori su di essi;

e nel bel sen le peregrine rose
giunse a i nativi gigli, e ‘l vel compose.

poi sul bel petto unì (giunse) al candore naturale delle carni (i nativi gigli) le rose estranee (peregrine), e ricompose il velo.

Ottava 24

Né ‘l superbo pavon sí vago in mostra
spiega la pompa de l’occhiute piume,
né l’iride sí bella indora e inostra
il curvo grembo e rugiadoso al lume.

Neppure il superbo pavone sfoggia (in mostra spiega) in modo altrettanto leggiadro (sì vago) la magnificenza delle sue piume occhiute, né l’arcobaleno (iride) è altrettanto bello quando tinge d’oro e di porpora (indora e inostra) il suo arco (curvo grembo) rugiadoso alla luce del sole (al lume).

Ma bel sovra ogni fregio il cinto mostra
che né pur nuda ha di lasciar costume.
Diè corpo a chi non l’ebbe; e quando il fece,
tempre mischiò ch’altrui mescer non lece.

Ma, bella più di ogni altro ornamento, Armida mostra la cintura, che non è solita lasciare neppure quando è nuda. (Sottinteso: “Nel realizzare la cintura”) diede sostanza corporea (diè corpo) a cose impalpabili e, quando la creò, mescolò elementi (tempre) che a nessun altro è possibile (ch’altrui non lece) mescolare.

Ottava 25

Teneri sdegni, e placide e tranquille
repulse, e cari vezzi, e liete paci,
sorrise parolette, e dolci stille
di pianto, e sospir tronchi, e molli baci:

Tenere ritrosie e placidi e tranquilli rifiuti (repulse), giochi affettuosi (cari vezzi) e liete riconciliazioni, paroline sorridenti, dolci gocce di pianto, e sospiri interrotti (tronchi) e molli baci:

fuse tai cose tutte, e poscia unille
ed al foco temprò di lente faci,
e ne formò quel sí mirabil cinto
di ch’ella aveva il bel fianco succinto.

fuse tutte queste cose e poi le unì (poscia unille) e le temprò al fuoco lento delle braci (al foco di lente faci), e da esse plasmò quella cintura così meravigliosa con cui ella cingeva (aveva succinto) il suo bel fianco.

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Ottava 26

Fine alfin posto al vagheggiar, richiede
a lui commiato, e ‘l bacia e si diparte.
Ella per uso il dí n’esce e rivede
gli affari suoi, le sue magiche carte.

Infine, dopo aver smesso di ammirarsi, Armida si accomiata da lui e lo bacia e si allontana (si diparte). Ella è solita uscire dal giardino (n’esce) durante il giorno e occuparsi delle sue faccende, delle sue carte magiche.

Egli riman, ch’a lui non si concede
por orma o trar momento in altra parte,
e tra le fère spazia e tra le piante,
se non quanto è con lei, romito amante.

Egli resta lì, poiché non gli è concesso porre il piede (por orma) o trascorrere un solo momento (trar momento) altrove, e passeggia tra gli animali (fère) e le piante, amante solitario (romito), tranne quando è insieme ad Armida.

Ottava 27

Ma quando l’ombra co i silenzi amici
rappella a i furti lor gli amanti accorti
traggono le notturne ore felici
sotto un tetto medesmo entro a quegli orti.

Ma quando l’oscurità, con i suoi complici silenzi, richiama (rappella) gli amanti accorti ai loro amori furtivi (a i furti lor), essi trascorrono (traggono) felici le ore notturne sotto lo stesso tetto, dentro quei giardini.

Ma poi che vòlta a piú severi uffici
lasciò Armida il giardino e i suoi diporti,
i duo, che tra i cespugli eran celati,
scoprirsi a lui pomposamente armati.

Ma dopo che Armida, diretta a più serie occupazioni (severi uffici), lasciò il giardino e le sue delizie (diporti), i due (ossia: “Carlo e Ubaldo”), che erano nascosti tra i cespugli, si rivelarono (scoprirsi) a Rinaldo armati di tutto punto.

Ottava 28

Qual feroce destrier ch’al faticoso
onor de l’arme vincitor sia tolto,
e lascivo marito in vil riposo
fra gli armenti e ne’ paschi erri disciolto,

Come un fiero cavallo da guerra, che dopo la vittoria venga sottratto al faticoso onore delle battaglie, e, in un riposo meno glorioso come cavallo da monta (lascivo marito), vaghi libero (erri disciolto) tra le mandrie (armenti) e nei pascoli,

se ‘l desta o suon di tromba o luminoso
acciar, colà tosto annitrendo è vòlto,
già già brama l’arringo e, l’uom su ‘l dorso
portando, urtato riurtar nel corso;

se lo desta un suono di tromba militare o il lampeggiare delle armi (luminoso acciar), subito (tosto) si volge nitrendo in quella direzione (colà), già brama lo scontro (l’arringo), e, portando il cavaliere in groppa, (brama) urtare a sua volta (riurtar), dopo essere stato urtato nella corsa;

Ottava 29

tal si fece il garzon, quando repente
de l’arme il lampo gli occhi suoi percosse.

così divenne il giovane (Rinaldo), quando all’improvviso (repente) il lampeggiare delle armi colpì i suoi occhi.

Quel sí guerrier, quel sí feroce ardente
suo spirto a quel fulgor tutto si scosse,
benché tra gli agi morbidi languente,
e tra i piaceri ebro e sopito ei fosse.

Quel suo spirito così valoroso (guerrier), così fiero e ardente, si scosse tutto a quel fulgore, benché languisse tra le dolci comodità, e si fosse come inebriato (ebro) e assopito tra i piaceri.

Intanto Ubaldo oltra ne viene, e ‘l terso
adamantino scudo ha in lui converso.

Intanto Ubaldo si fa più avanti, e ha rivolto verso di lui (ha in lui converso) lo scudo lucido come il diamante.

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Ottava 30

Egli al lucido scudo il guardo gira,
onde si specchia in lui qual siasi e quanto
con delicato culto adorno; spira
tutto odori e lascivie il crine e ‘l manto,
e ‘l ferro, il ferro aver, non ch’altro, mira
dal troppo lusso effeminato a canto:

Rinaldo volge lo sguardo al lucido scudo, in modo tale da vedere rispecchiato in esso come è diventato (qual siasi), e con quanta delicata ricercatezza è agghindato (adorno); i suoi capelli e la veste (il crine e ‘l manto) emanano profumi voluttuosi, e osserva che persino la spada, per non dire del resto, gli pende al fianco (a canto) resa effeminata dal troppo lusso:

guernito è sí ch’inutile ornamento
sembra, non militar fero instrumento.

essa è tanto decorata da sembrare un inutile ornamento, non un feroce strumento da guerra.

Ottava 31

Qual uom da cupo e grave sonno oppresso
dopo vaneggiar lungo in sé riviene,
tal ei tornò nel rimirar se stesso,
ma se stesso mirar già non sostiene;

Come un uomo oppresso da un sonno profondo e pesante ritorna in sé dopo un lungo vaneggiamento, così egli ritornò nel veder specchiato sé stesso, ma non sopporta a lungo di guardare sé stesso;

giú cade il guardo, e timido e dimesso,
guardando a terra, la vergogna il tiene.
Si chiuderebbe e sotto il mare e dentro
il foco per celarsi, e giú nel centro.

lo sguardo cade giù, e, mentre guarda a terra timido e umiliato, la vergogna lo invade (il tiene). Si rinchiuderebbe in fondo al mare e dentro il fuoco, o al centro della terra (giù nel centro), per nascondersi.

Ottava 32

Ubaldo incominciò parlando allora:
“Va l’Asia tutta e va l’Europa in guerra:
chiunque e pregio brama e Cristo adora
travaglia in arme or ne la siria terra.

Ubaldo allora cominciò a dire: “L’Asia e l’Europa intere si recano in guerra: chiunque desideri la gloria e chiunque adori Cristo ora combatte (travaglia in arme) nella terra di Siria.

Te solo, o figlio di Bertoldo, fuora
del mondo, in ozio, un breve angolo serra;
te sol de l’universo il moto nulla
move, egregio campion d’una fanciulla.

Un piccolo angolo di terra trattiene (serra) lontano dal mondo esterno, in ozio, te solo, o figlio di Bertoldo; te solo questa guerra, che sconvolge in mondo intero (de l’universo il moto), non smuove per nulla, o insigne campione di una fanciulla.

Ottava 33

Qual sonno o qual letargo ha sí sopita
la tua virtute? o qual viltà l’alletta?
Su su; te il campo e te Goffredo invita,
te la fortuna e la vittoria aspetta.

Quale sonno o quale letargo hanno assopito così il tuo valore? O ancora, quale viltà lo attrae? Su, su; il campo di battaglia e Goffredo ti chiamano a sé, la fortuna e la vittoria ti aspettano.

Vieni, o fatal guerriero, e sia fornita
la ben comincia impresa; e l’empia setta,
che già crollasti, a terra estinta cada
sotto l’inevitabile tua spada”.

Vieni, o guerriero del destino, e sia condotta a termine (fornita) l’impresa bene iniziata; e che la malvagia setta (ossia: “gli infedeli, i Musulmani”), che già hai fatto vacillare (crollasti), stramazzi a terra, abbattuta (estinta) sotto i colpi della tua spada inesorabile”.

Ottava 34

Tacque, e ‘l nobil garzon restò per poco
spazio confuso e senza moto e voce.

Ubaldo tacque, e il nobile giovane restò per un breve lasso di tempo confuso, immobile e silenzioso.

Ma poi che diè vergogna a sdegno loco,
sdegno guerrier de la ragion feroce,
e ch’al rossor del volto un novo foco
successe, che piú avampa e che piú coce,
squarciossi i vani fregi e quelle indegne
pompe, di servitú misera insegne;

Ma dopo che la vergogna ebbe lasciato il posto (diè loco) allo sdegno, lo sdegno fiero guerriero della ragione, e dopo che al rossore (di vergogna) del volto si fu sostituito un fuoco diverso (novo), che avvampa e brucia di più (ossia: “il fuoco della rabbia”), Rinaldo si strappò di dosso (squarciossi) i frivoli ornamenti e quelle eleganze indegne, simboli di una meschina schiavitù;

Ottava 35

ed affrettò il partire, e de la torta
confusione uscí del labirinto. […]

e si affrettò ad andarsene, e uscì dall’intricato groviglio del labirinto. […]