Archivio testo: Il palazzo incantato di Atlante

Parafrasi Il palazzo incantato di Atlante

LUDOVICO ARIOSTO

IL PALAZZO INCANTATO DI ATLANTE

da ORLANDO FURIOSO – Canto 12, Ottave 1 – 62

PARAFRASI DEL TESTO

Ottava 1

Cerere, poi che da la madre Idea

tornando in fretta alla solinga valle,

là dove calca la montagna Etnea

al fulminato Encelado le spalle,

la figlia non trovò dove l’avea

lasciata fuor d’ogni segnato calle;

fatto ch’ebbe alle guance, al petto, ai crini

e agli occhi danno, al fin svelse duo pini;

1. Quando Cerere ritornò in gran fretta dalla propria madre Cibele (detta “Idea” in quanto venerata sul monte Ida) nella solitaria valle – dove il monte Etna preme sulle spalle di Encealdo ucciso dal fulmine – e non ritrovò sua figlia (Proserpina) nel luogo lontano dai sentieri (ossia: nascosto, riparato) in cui l’aveva lasciata, dapprima si accanì sulle proprie guance, sul petto, sui capelli, e sugli occhi, poi, alla fine, sradicò due pini

Ottava 2

e nel fuoco gli accese di Vulcano,

e diè lor non potere esser mai spenti:

e portandosi questi uno per mano

sul carro che tiravan dui serpenti,

cercò le selve, i campi, il monte, il piano,

le valli, i fiumi, li stagni, i torrenti,

la terra e ’l mare; e poi che tutto il mondo

cercò di sopra, andò al tartareo fondo.

2. e li fece bruciare nel cratere dell’Etna; quindi dette loro (ai pini incendiati) la prerogativa di non poter essere più spenti, e, portandoli uno nella mano, e l’altro su un carro tirato da due draghi, frugò (nel senso di “passò al setaccio”, “perlustrò”) boschi, campi, monti, pianure, valli, fiumi, stagni, torrenti, e tutta la terra e il mare; e quando ebbe finito di cercare sulla superficie della terra, scese nel mondo degli Inferi.

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Ottava 3

S’in poter fosse stato Orlando pare

all’Eleusina dea, come in disio,

non avria, per Angelica cercare,

lasciato o selva o campo o stagno o rio

o valle o monte o piano o terra o mare,

il cielo e ’l fondo de l’eterno oblio;

ma poi che ’l carro e i draghi non avea,

la gìa cercando al meglio che potea.

3. Ora, se in fatto di potenza Orlando fosse stato pari alla dea di Eleusi (ossia a Cerere), come lo era in fatto di determinazione, nella sua ricerca di Angelica non avrebbe tralasciato un solo bosco, né un campo, né uno stagno, né un ruscello, né una valle, né un monte, né una pianura, né una regione della terra, né un mare, né il cielo e neppure il fondo dell’Inferno; ma, dal momento che egli non disponeva né di un carro, né di due draghi, andava in cerca di lei come meglio poteva.

Ottava 4

L’ha cercata per Francia: or s’apparecchia

per Italia cercarla e per Lamagna,

per la nuova Castiglia e per la vecchia,

e poi passare in Libia il mar di Spagna.

Mentre pensa così, sente all’orecchia

una voce venir, che par che piagna:

si spinge inanzi; e sopra un gran destriero

trottar si vede innanzi un cavalliero,

4. Dopo averla cercata per tutta la Francia, si accingeva a cercarla in Italia e in Germania, nella Nuova Castiglia e nella Vecchia (Castiglia), e quindi in Africa, attraverso lo stretto di Gibilterra. Ma, mentre pianificava queste cose, sentì giungere alle proprie orecchie una voce che sembrava piangesse: avanzò un poco, e vide davanti a sé un cavaliere al trotto su un grande destriero,

Ottava 5

che porta in braccio e su l’arcion davante

per forza una mestissima donzella.

Piange ella, e si dibatte, e fa sembiante

di gran dolore; ed in soccorso appella

il valoroso principe d’Anglante;

che come mira alla giovane bella,

gli par colei, per cui la notte e il giorno

cercato Francia avea dentro e d’intorno.

5. costui (il cavaliere) teneva con il braccio, sull’arcione davanti, una fanciulla estremamente afflitta, e la tratteneva contro la sua volontà. Quella piangeva, si agitava, dava l’impressione di soffrire oltremodo e chiamava in suo soccorso il valoroso signore del castello di Anglante (ovvero Orlando) e questi (Orlando), non appena rivolse lo sguardo alla bella giovane, ebbe l’impressione che si trattasse di colei in ricerca della quale aveva perlustrato Francia e dintorni per giorno e notte.

Ottava 6

Non dico ch’ella fosse, ma parea

Angelica gentil ch’egli tant’ama.

Egli, che la sua donna e la sua dea

vede portar sì addolorata e grama,

spinto da l’ira e da la furia rea,

con voce orrenda il cavallier richiama;

richiama il cavalliero e gli minaccia,

e Brigliadoro a tutta briglia caccia.

6. Con ciò non voglio dire che si trattasse davvero di Angelica, bensì che ella assomigliava a quella nobile Angelica che egli amava tanto. Orlando, vedendo trasportare così addolorata e triste la propria amata, la propria dea, indotto dalla collera e da una furia feroce, richiamò il cavaliere con voce orribile: lo richiamò e lo minacciò, lanciando Brigliadoro (Brigliadoro è il nome del cavallo di Orlando) a briglia sciolta.

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Ottava 7

Non resta quel fellon, né gli risponde,

all’alta preda, al gran guadagno intento,

e sì ratto ne va per quelle fronde,

che saria tardo a seguitarlo il vento.

L’un fugge, e l’altro caccia; e le profonde

selve s’odon sonar d’alto lamento.

Correndo usciro in un gran prato; e quello

avea nel mezzo un grande e ricco ostello.

7. Ma quel codardo non si fermò, né gli rispose, completamente concentrato sulla sua preziosa preda, il suo ricco bottino, e se ne andò così veloce tra i rami che il vento stesso sarebbe stato lento nell’inseguirlo. Per cui uno scappava e l’altro lo inseguiva, mentre si sentiva il profondo dei boschi risuonare del forte lamento (della fanciulla). Correndo in questo modo sbucarono in un’ampia radura, al centro della quale si trovava un palazzo grande e sontuoso.

Ottava 8

Di vari marmi con suttil lavoro

edificato era il palazzo altiero.

Corse dentro alla porta messa d’oro

con la donzella in braccio il cavalliero.

Dopo non molto giunse Brigliadoro,

che porta Orlando disdegnoso e fiero.

Orlando, come è dentro, gli occhi gira;

né più il guerrier, né la donzella mira.

8. Il superbo palazzo era costruito con marmi di vario genere e di fine fattura. Il cavaliere, con la fanciulla tra le braccia, varcò di corsa la porta lavorata in oro. Non molto dopo arrivò anche Brigliadoro, che trasportava Orlando, sprezzante e agguerrito. Appena entrato, Orlando si guardò intorno, senza vedere più né il guerriero, né la fanciulla.

Ottava 9

Subito smonta, e fulminando passa

dove più dentro il bel tetto s’alloggia:

corre di qua, corre di là, né lassa

che non vegga ogni camera, ogni loggia.

Poi che i segreti d’ogni stanza bassa

ha cerco invan, su per le scale poggia;

e non men perde anco a cercar di sopra,

che perdessi di sotto, il tempo e l’opra.

9. Immediatamente smontò da cavallo e, veloce come un fulmine, si addentrò dove si trovavano le stanze dell’abitazione: corse di qua e di là, senza tralasciare di guardare una sola camera o un solo balcone. Dopo aver ispezionato invano i luoghi più reconditi di ciascuna delle stanze al piano basso, si arrampicò su per le scale, e, nelle ricerche al piano di sopra, spese non meno tempo ed energie di quante ne avesse impiegate di sotto.

Ottava 10

D’oro e di seta i letti ornati vede:

nulla de muri appar né de pareti;

che quelle, e il suolo ove si mette il piede,

son da cortine ascose e da tapeti.

Di su di giù va il conte Orlando e riede;

né per questo può far gli occhi mai lieti

che riveggiano Angelica, o quel ladro

che n’ha portato il bel viso leggiadro.

10. Vide i letti ornati d’oro e di seta: le pareti e i muri non erano visibili in nessuna loro porzione, perché – come pure i pavimenti sui quali si poggiavano i piedi – erano completamente nascosti da tende e da tappeti. Il conte Orlando andava da sopra a sotto e poi ritornava sui suoi passi, senza poter per questo rallegrare i propri occhi con la vista di Angelica, né di quel rapitore che si era portato via quel viso soave.

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Ottava 11

E mentre or quinci or quindi invano il passo

movea, pien di travaglio e di pensieri,

Ferraù, Brandimarte e il re Gradasso,

re Sacripante ed altri cavallieri

vi ritrovò, ch’andavano alto e basso,

né men facean di lui vani sentieri;

e si ramaricavan del malvagio

invisibil signor di quel palagio.

11. E mentre muoveva il passo da una parte all’altra senza concludere nulla, pieno di angoscia e di preoccupazioni, incontrò Ferraù, Brandimarte, il re Gradasso e il re Sacripante, ed inoltre altri cavalieri, che andavano anche loro da un piano all’altro e le cui peregrinazioni erano non meno vane delle sue, e si lamentavano dell’invisibile malvagio signore di quel palazzo.

Ottava 12

Tutti cercando il van, tutti gli dànno

colpa di furto alcun che lor fatt’abbia:

del destrier che gli ha tolto, altri è in affanno;

ch’abbia perduta altri la donna, arrabbia;

altri d’altro l’accusa: e così stanno,

che non si san partir di quella gabbia;

e vi son molti, a questo inganno presi,

stati le settimane intiere e i mesi.

12. Costoro andavano tutti in cerca di costui (il signore del palazzo), e tutti gli imputavano la colpa di un qualche furto commesso ai loro danni: chi si affannava nella ricerca del destriero che quello gli aveva portato via, chi era in collera per aver perduto la propria amata, chi lo accusava di qualcos’altro, e tutti erano incapaci di liberarsi da quella prigione, e molti di loro erano intrappolati in questo inganno da intere settimane o addirittura da mesi.

Ottava 13

Orlando, poi che quattro volte e sei

tutto cercato ebbe il palazzo strano,

disse fra sé: – Qui dimorar potrei,

gittare il tempo e la fatica invano:

e potria il ladro aver tratta costei

da un’altra uscita, e molto esser lontano. –

Con tal pensiero uscì nel verde prato,

dal qual tutto il palazzo era aggirato.

13. Orlando, dopo aver ispezionato per intero una decina di volte il palazzo incantato, disse tra sé: “Potrei restate qui all’infinito, sprecando tempo e fatica senza concludere nulla, mentre il rapitore potrebbe aver portato via la fanciulla passando per un’altra uscita, ed essere già molto lontano”. Pensando queste cose uscì sulla verde radura che circondava tutt’intorno il palazzo.

Ottava 14

Mentre circonda la casa silvestra,

tenendo pur a terra il viso chino,

per veder s’orma appare, o da man destra

o da sinistra, di nuovo camino;

si sente richiamar da una finestra:

e leva gli occhi; e quel parlar divino

gli pare udire, e par che miri il viso,

che l’ha da quel che fu, tanto diviso.

14. Mentre girava intorno al palazzo ubicato nel bosco, con lo sguardo fisso al terreno e il capo chino, per vedere se spuntasse qualche impronta lasciata di recente, proveniente da destra oppure da sinistra, si sentì chiamare da una finestra: alzò lo sguardo e gli parve di ascoltare quella voce celestiale e di vedere quel viso che lo avevano reso tanto diverso dall’uomo che soleva essere (il riferimento è alla voce e al viso di Angelica).

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Ottava 15

Pargli Angelica udir, che supplicando

e piangendo gli dica: – Aita, aita!

la mia virginità ti raccomando

più che l’anima mia, più che la vita.

Dunque in presenza del mio caro Orlando

da questo ladro mi sarà rapita?

più tosto di tua man dammi la morte,

che venir lasci a sì infelice sorte. –

15. Gli sembrò di sentire Angelica, che supplicando e piangendo gli diceva: “Aiuto, aiuto! Io ti affido l’incarico di proteggere la mia verginità, prima ancora che la mia anima e la mia vita! E’ mai possibile che essa (la verginità) sia destinata ad essere violata da questo rapitore alla presenza del mio amato Orlando? Uccidimi piuttosto con le tue mani, ma non abbandonarmi ad un destino così misero!”

Ottava 16

Queste parole una ed un’altra volta

fanno Orlando tornar per ogni stanza,

con passione e con fatica molta,

ma temperata pur d’alta speranza.

Talor si ferma, ed una voce ascolta,

che di quella d’Angelica ha sembianza

(e s’egli è da una parte, suona altronde),

che chieggia aiuto; e non sa trovar donde.

16. Queste parole spinsero Orlando a ritornare in ogni stanza del palazzo, prima una volta e poi un’altra, con molta preoccupazione e angoscia, (emozioni) smorzate tuttavia da una forte speranza. Di tanto in tanto si fermava, sentendo una voce che sembrava quella di Angelica (la quale voce, se egli si trovava in un punto, risuonava da tutt’altro luogo) e (questa voce) chiedeva aiuto, ma egli non riusciva a capire da dove provenisse.

Ottava 17

Ma tornando a Ruggier, ch’io lasciai quando

dissi che per sentiero ombroso e fosco

il gigante e la donna seguitando,

in un gran prato uscito era del bosco;

io dico ch’arrivò qui dove Orlando

dianzi arrivò, se ’l loco riconosco.

Dentro la porta il gran gigante passa:

Ruggier gli è appresso, e di seguir non lassa.

17. Ma tornando a Ruggero, che ho lasciato dicendo che egli – intento nell’inseguimento del gigante e dell’amata (Bradamante) lungo un sentiero buio e fosco – era sbucato fuori dal bosco su una grande radura, vi dico che, se riconosco bene il luogo, egli giunse lì dove poco prima era giunto Orlando (cioè al palazzo del mago Atlante). Il grande gigante varcò la porta d’ingresso: Ruggero gli stava alle calcagna e non abbandonò l’inseguimento.

Ottava 18

Tosto che pon dentro alla soglia il piede,

per la gran corte e per le logge mira;

né più il gigante né la donna vede,

e gli occhi indarno or quinci or quindi aggira.

Di su di giù va molte volte e riede;

né gli succede mai quel che desira:

né si sa imaginar dove sì tosto

con la donna il fellon si sia nascosto.

18. Appena mise piede al di là dell’uscio, (Ruggero) percorse con lo sguardo la grande corte e le logge, ma non vide più né il gigante, né la fanciulla; cosicché rimase a girare gli occhi di qua e di là, ma invano. Si spostava da un piano all’altro per poi ritornare sui propri passi, senza che accadesse mai ciò che desiderava (ovvero senza riuscire mai a vedere il gigante e Bradamante), e senza riuscire a spiegarsi dove potesse essersi nascosto così rapidamente quel codardo con la fanciulla.

Ottava 19

Poi che revisto ha quattro volte e cinque

di su di giù camere e logge e sale,

pur di nuovo ritorna, e non relinque

che non ne cerchi fin sotto le scale.

Con speme al fin che sian ne le propinque

selve, si parte: ma una voce, quale

richiamò Orlando, lui chiamò non manco;

e nel palazzo il fe’ ritornar anco.

19. Dopo aver guardato e riguardato per una decina di volte le camere, le logge e le sale, sia al piano basso, sia a quello superiore, egli (il sogg. è ancora Ruggero) continuò a ritornarvi, senza tralasciare di ricercare neppure nel sottoscala. Alla fine se ne andò, con la speranza che i due si trovassero nei boschi circostanti; tuttavia, una voce, come quella che aveva richiamato Orlando, richiamò allo stesso modo anche lui, e lo fece ritornare nuovamente all’interno del palazzo.

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Ottava 20

Una voce medesma, una persona

che paruta era Angelica ad Orlando,

parve a Ruggier la donna di Dordona,

che lo tenea di sé medesmo in bando.

Se con Gradasso o con alcun ragiona

di quei ch’andavan nel palazzo errando,

a tutti par che quella cosa sia,

che più ciascun per sé brama e desia.

20. La medesima voce, la medesima persona che ad Orlando era sembrata Angelica, a Ruggero sembrò essere quella fanciulla di Dordona (Bradamante) che lo faceva sentire fuori di sé (della quale era innamorato). E se avesse parlato con Gradasso o con chiunque altro di coloro che andavano vagando per il palazzo, (avrebbe scoperto che quella medesima voce) a ciascuno sembrava appartenere a ciò che ciascuno voleva e desiderava di più.



Nelle ottave dalla 21 alla 25 il narratore spiega che il palazzo incantato è opera del mago Atlante che con questa magia sta cercando di proteggere Ruggero dalla morte precoce cui è destinato. Nelle medesime ottave viene narrato anche l’arrivo di Angelica nel palazzo. La fanciulla, tuttavia, a differenza dei cavalieri, giunge nel castello protetta da un anello magico che la rende invisibile persino al mago.



Ottava 26

Quivi entra, che veder non la può il mago,

e cerca il tutto, ascosa dal suo annello;

e trova Orlando e Sacripante vago

di lei cercare invan per quello ostello.

Vede come, fingendo la sua immago,

Atlante usa gran fraude a questo e a quello.

Chi tor debba di lor, molto rivolve

nel suo pensier, né ben se ne risolve.

26. Così, senza poter essere vista dal mago, (Angelica) entrò nel castello, e lo ispezionò da capo a piedi, protetta dal suo anello, e vi trovò sia Orlando, sia Sacripante – innamorato di lei – che cercavano invano all’interno di quel palazzo. Vide come, servendosi di una falsa immagine di sé, Atlante avesse messo in piedi un grande inganno ai danni dell’uno e dell’altro (di Orlando e di Sacripante). Rifletté a lungo nella propria mente su quale dei due dovesse prendere con sé come guida (per ritornare in Oriente), senza però riuscire a prendere una decisione.

Ottava 27

Non sa stimar chi sia per lei migliore,

il conte Orlando o il re dei fier Circassi.

Orlando la potrà con più valore

meglio salvar nei perigliosi passi:

ma se sua guida il fa, sel fa signore;

ch’ella non vede come poi l’abbassi,

qualunque volta, di lui sazia, farlo

voglia minore, o in Francia rimandarlo.

27. Non riusciva a stabilire chi fosse migliore per il proprio scopo: se il conte Orlando o il re dei feroci Circassi. Orlando, più valoroso, avrebbe più facilmente potuto salvarla nei frangenti pericolosi, ma, qualora ella avesse preso lui come guida, avrebbe fatto di lui anche un padrone: (Angelica) non vedeva infatti come poi avrebbe potuto ridimensionare il potere di lui, una volta che, avendo ormai approfittato dei suoi servizi, avesse voluto ridurne l’autorità o rispedirlo in Francia.

Ottava 28

Ma il Circasso depor, quando le piaccia,

potrà, se ben l’avesse posto in cielo.

Questa sola cagion vuol ch’ella il faccia

sua scorta, e mostri avergli fede e zelo.

L’annel trasse di bocca, e di sua faccia

levò dagli occhi a Sacripante il velo.

Credette a lui sol dimostrarsi, e avenne

ch’Orlando e Ferraù le sopravenne.

28. Viceversa, avrebbe potuto liquidare il Circasso (Sacripante) in qualsiasi momento, anche qualora lo avesse innalzato fino al cielo. Quest’unica considerazione determinò che ella scegliesse lui (Sacripante) come propria scorta, e che andasse a lui a mostrare affetto ed entusiasmo. Si tolse l’anello di bocca, e, apparendo di persona a Sacripante, eliminò dagli occhi di lui la fittizia immagine di sé stessa (l’immagine creata da Atlante). Ella (Angelica) credeva di mostrarsi solo a Sacripante, e invece avvenne che si ritrovò davanti anche Orlando e Ferraù.

Ottava 29

Le sopravenne Ferraù ed Orlando;

che l’uno e l’altro parimente giva

di su di giù, dentro e di fuor cercando

del gran palazzo lei, ch’era lor diva.

Corser di par tutti alla donna, quando

nessuno incantamento gli impediva:

perché l’annel ch’ella si pose in mano,

fece d’Atlante ogni disegno vano.

29. Si ritrovò davanti sia Orlando che Ferraù, i quali, allo stesso modo, andavano su e giù per il palazzo, e dentro e fuori di esso, alla ricerca di lei, che era la loro dea. Ambedue (Orlando e Ferraù) corsero allo stesso modo verso l’amata, ora che nessun incantesimo impediva loro di farlo, perché l’anello che ella si era messa alla mano rendeva inefficace qualsiasi incantesimo di Atlante.

Ottava 30

L’usbergo indosso aveano e l’elmo in testa

dui di questi guerrier, dei quali io canto;

né notte o dì, dopo ch’entraro in questa

stanza, l’aveano mai messi da canto;

che facile a portar, come la vesta,

era lor, perché in uso l’avean tanto.

Ferraù il terzo era anco armato, eccetto

che non avea né volea avere elmetto,

30. Due dei guerrieri dei quali vi racconto avevano la corazza indosso e l’elmo in testa (si tratta di Orlando e Sacripante), poiché, da quando avevano fatto il loro ingresso nel palazzo, non se l’erano mai tolti, né di giorno, né di notte: infatti per loro, che c’erano tanto abituati, (corazza ed elmo) erano agevoli da indossare quanto una veste. Quanto a Ferraù – il terzo (guerriero) – era anch’egli armato, se non per il fatto che non indossava l’elmo, né ne voleva indossare uno,

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Ottava 31

fin che quel non avea, che ’l paladino

tolse Orlando al fratel del re Troiano;

ch’allora lo giurò, che l’elmo fino

cercò de l’Argalia nel fiume invano:

e se ben quivi Orlando ebbe vicino,

né però Ferraù pose in lui mano;

avenne, che conoscersi tra loro

non si poter, mentre là dentro foro.

31. fino a che non fosse riuscito ad avere quello che il paladino Orlando aveva tolto al fratello del re Troiano (Ferraù ha preso questa decisione al Canto I, dopo aver subito un umiliante rimprovero da parte del fantasma di Argalia, fratello di Angelica), perché così aveva giurato dopo aver cercato invano nel fiume il prezioso elmo di Argalia. E, sebbene ora avesse Orlando a portata di mano, Ferraù non alzò un dito contro di lui: infatti accadeva che essi, mentre si trovavano nel castello, non potessero riconoscersi tra loro.

Ottava 32

Era così incantato quello albergo,

ch’insieme riconoscer non poteansi.

Né notte mai né dì, spada né usbergo

né scudo pur dal braccio rimoveansi.

I lor cavalli con la sella al tergo,

pendendo i morsi da l’arcion, pasceansi

in una stanza, che presso all’uscita,

d’orzo e di paglia sempre era fornita.

32. Era a tal punto incantato quel palazzo che non potevano riconoscersi tra loro. E né di notte, né tantomeno di giorno, si toglievano la spada, la corazza e nemmeno lo scudo dal braccio. I loro cavalli, con la sella sul dorso, con il morso a penzoloni dall’arcione, si nutrivano in una stanza situata presso l’uscita, che era sempre piena di paglia e d’orzo.

Ottava 33

tlante riparar non sa né puote,

ch’in sella non rimontino i guerrieri

per correr dietro alle vermiglie gote,

all’auree chiome ed a’ begli occhi neri

de la donzella, ch’in fuga percuote

la sua iumenta, perché volentieri

non vede li tre amanti in compagnia,

che forse tolti un dopo l’altro avria.

33. Atlante non poté e non riuscì ad evitare che i guerrieri rimontassero in sella per correr dietro alle guance color rosso vermiglio, ai capelli biondi come l’oro e ai begli occhi scuri della fanciulla; ed ella spronava la sua giumenta alla fuga, perché non poteva sopportare che i tre spasimanti – che forse avrebbe tollerato presi uno per volta – fossero ora tutti insieme.

Ottava 34

E poi che dilungati dal palagio

gli ebbe sì, che temer più non dovea

che contra lor l’incantator malvagio

potesse oprar la sua fallacia rea;

l’annel che le schivò più d’un disagio,

tra le rosate labra si chiudea:

donde lor sparve subito dagli occhi,

e gli lasciò come insensati e sciocchi.

34. E dopo che li ebbe allontanati dal palazzo a sufficienza, da poter smettere di temere che l’incantatore malvagio (Atlante) potesse ancora utilizzare le proprie ingannevoli arti magiche contro di loro, si rimise tra le rosee labbra quell’anello che le aveva già evitato più d’un problema: e così scomparve immediatamente dalla loro vista, lasciandoli lì come degli sciocchi o dei folli.

Ottava 35

Come che fosse il suo primier disegno

di voler seco Orlando o Sacripante,

ch’a ritornar l’avessero nel regno

di Galafron ne l’ultimo Levante;

le vennero amendua subito a sdegno,

e si mutò di voglia in uno istante:

e senza più obligarsi o a questo o a quello,

pensò bastar per amendua il suo annello.

35. E sebbene la sua prima intenzione fosse stata quella di volere con sé Orlando o Sacripante, affinché la riconducessero nel regno di Galafrone (Galafrone è il padre di Angelica, sovrano del Catai) nell’estremo Oriente, cionondimeno i due le caddero immediatamente in odio, e improvvisamente cambiò del tutto idea: senza necessità di legarsi all’uno od all’altro, ella decise che il suo anello sarebbe stato sufficiente per fare a meno di entrambi.

Ottava 36

Volgon pel bosco or quinci or quindi in fretta

quelli scherniti la stupida faccia;

come il cane talor, se gli è intercetta

o lepre o volpe, a cui dava la caccia,

che d’improviso in qualche tana stretta

o in folta macchia o in un fosso si caccia.

Di lor si ride Angelica proterva,

che non è vista, e i lor progressi osserva.

36. I poveretti, presi in giro (da Angelica), giravano velocemente di qua e di là per il bosco con volto stupefatto, come fa talvolta il cane, allorché la lepre o la volpe cui sta dando la caccia, gli scompare dalla vista perché all’improvviso si infila in una tana stretta, o in una folta macchia di vegetazione o in qualche fossato. Angelica, arrogante, rideva di loro mentre non era visibile, e osservava cosa facessero.

Ottava 37

Per mezzo il bosco appar sol una strada:

credono i cavallier che la donzella

inanzi a lor per quella se ne vada;

che non se ne può andar, se non per quella.

Orlando corre, e Ferraù non bada,

né Sacripante men sprona e puntella.

Angelica la briglia più ritiene,

e dietro lor con minor fretta viene.

37. Solo una strada si vedeva attraversare il bosco: per cui i cavalieri, ritenendo che Angelica non potesse fuggire che attraverso quella strada, credettero che fosse attraverso di essa che la fanciulla fosse fuggita. Orlando si lanciò all’inseguimento, Ferraù non perse tempo, e Sacripante non di meno spronò e punse (con gli speroni il proprio destriero). Angelica lasciò andare la briglia e cominciò a muoversi lentamente dietro di loro.

Ottava 38

Giunti che fur, correndo, ove i sentieri

a perder si venian ne la foresta,

e cominciar per l’erba i cavallieri

a riguardar se vi trovavan pesta;

Ferraù, che potea fra quanti altieri

mai fosser, gir con la corona in testa,

si volse con mal viso agli altri dui,

e gridò lor: – Dove venite vui?

38. Appena furono giunti, galoppando di gran corsa, dove i diversi sentieri si andavano a perdere all’interno della foresta, i cavalieri cominciarono ad ispezionare l’erba, per vedere se la trovavano calpestata in qualche punto. Ferraù, che tra tutte le persone altezzose esistenti, deteneva la corona, si volse verso gli altri due con viso adirato, e gridò loro: “Perché mai mi venite dietro voi due?”.

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Ottava 39

Tornate a dietro, o pigliate altra via,

se non volete rimaner qui morti:

né in amar né in seguir la donna mia

si creda alcun, che compagnia comporti. –

Disse Orlando al Circasso: – Che potria

più dir costui, s’ambi ci avesse scorti

per le più vili e timide puttane

che da conocchie mai traesser lane?

39. “Tornate indietro, o prendete un’altra strada, se non volete che vi lasci qui morti! Che nessuno creda che io abbia intenzione di sopportare la compagnia d’altri mentre amo o mentre inseguo la mia amata!”. Allora Orlando disse al Circasso (a Sacripante, re di Circassia): “Che cosa avrebbe mai potuto dire di più ingiurioso costui se ci avesse scambiati per le più paurose e vili delle prostitute che fecero mai qualche lavoretto umile?”.

Ottava 40

Poi volto a Ferraù, disse: – Uom bestiale,

s’io non guardassi che senza elmo sei,

di quel c’hai detto, s’hai ben detto o male,

senz’altra indugia accorger ti farei. –

Disse il Spagnuol: – Di quel ch’a me non cale,

perché pigliarne tu cura ti dei?

Io sol contra ambidui per far son buono

quel che detto ho, senza elmo come sono. –

40. Poi, rivolgendosi a Ferraù, disse: “Animale, se non mi trattenesse il fatto che sei privo di elmo, senza esitare oltre ti farei rendere ben conto se, dicendo ciò che hai appena detto, hai parlato bene o male”. Rispose lo Spagnolo (Ferraù): “E perché mai dovresti crearti dei problemi per una cosa per la quale io stesso non me ne creo? Io, da solo, e senza elmo come mi trovo, riuscirei tranquillamente a fare, contro voi due, quello che ho detto”.

Ottava 41

– Deh (disse Orlando al re di Circassia),

in mio servigio a costui l’elmo presta,

tanto ch’io gli abbia tratta la pazzia;

ch’altra non vidi mai simile a questa. –

Rispose il re: – Chi più pazzo saria?

Ma se ti par pur la domanda onesta,

prestagli il tuo; ch’io non sarò men atto,

che tu sia forse, a castigare un matto. –

41. “Beh, – disse Orlando al re di Circassia (Sacripante) – presta per favore l’elmo a costui, giusto per il tempo che mi è necessario a farlo rinsavire, perché io non ho mai visto niente di simile!”. Rispose il re: “Chi sarebbe in quel caso il pazzo peggiore? Se la domanda che mi hai appena fatto ti sembra ragionevole, perché allora non gli presti il tuo, di elmo? Stai sicuro che non sarei meno bravo, di quanto possa esserlo tu, a punire un folle.”

Ottava 42

Soggiunse Ferraù: – Sciocchi voi, quasi

che, se mi fosse il portar elmo a grado,

voi senza non ne fosse già rimasi;

che tolti i vostri avrei, vostro mal grado.

Ma per narrarvi in parte li miei casi,

per voto così senza me ne vado,

ed anderò, fin ch’io non ho quel fino

che porta in capo Orlando paladino. –

42. Allora Ferraù aggiunse: “Poveri sciocchi! Voi credete che, se io avessi avuto voglia di portare un elmo, voi non sareste già rimasti senza? Vi avrei già tolto i vostri, contro la vostra volontà. Ma, giusto per raccontarvi un po’ i fatti miei, (vi dico) che è in virtù di un giuramento che vado in giro senza elmo, e così continuerò a fare, fino a che non riuscirò ad ottenere quell’elmo di pregevole fattura che indossa il paladino Orlando.

Ottava 51

Intanto il re di Circassia, stimando

che poco inanzi Angelica corresse,

poi ch’attaccati Ferraù ed Orlando

vide restar, per quella via si messe,

che si credea che la donzella, quando

da lor disparve, seguitata avesse:

sì che a quella battaglia la figliuola

di Galafron fu testimonia sola.

51. Nel frattempo il re di Circassia (Sacripante), ritenendo che Angelica si trovasse poco più avanti, dopo aver assistito per un po’ allo scontro tra Ferraù ed Orlando, si mise su quella strada che credeva fosse stata imboccata dalla fanciulla dopo che ella era scomparsa dalle loro viste: cosicché la figlia di Galafrone rimase l’unica testimone di quel duello (infatti Angelica, figlia di Galafrone, sovrano del Catai, resa invisibile dall’anello, sta assistendo segretamente allo scontro tra Orlando e Ferraù).

Ottava 52

Poi che, orribil come era e spaventosa,

l’ebbe da parte ella mirata alquanto,

e che le parve assai pericolosa

così da l’un come da l’altro canto;

di veder novità voluntarosa,

disegnò l’elmo tor, per mirar quanto

fariano i duo guerrier, vistosel tolto;

ben con pensier di non tenerlo molto.

52. Ella (Angelica), dopo che, standosene in disparte, ebbe osservato per un po’ il duello orribile e spaventoso (il duello tra Orlando e Ferraù), e l’ebbe trovato molto pericoloso per entrambe le parti coinvolte, poiché era desiderosa di assistere a qualcosa di diverso, pianificò di portarsi via l’elmo, allo scopo di vedere cosa avrebbero fatto i due guerrieri nel vederselo sottratto; ovviamente tutto ciò con l’intenzione di non tenerselo troppo a lungo.

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Ottava 53

Ha ben di darlo al conte intenzione;

na se ne vuole in prima pigliar gioco.

L’elmo dispicca, e in grembio se lo pone,

e sta a mirare i cavallieri un poco.

Di poi si parte, e non fa lor sermone;

e lontana era un pezzo da quel loco,

prima ch’alcun di lor v’avesse mente:

sì l’uno e l’altro era ne l’ira ardente.

53. (Angelica) aveva senz’altro intenzione di riconsegnarlo al conte (Orlando); ma prima voleva prendersi gioco di lui. Tolse l’elmo dal ramo e se lo mise in grembo, restando a guardare i cavalieri per un po’. Poi se ne andò, senza dir loro una sola parola, e arrivò un bel po’ lontano da quel luogo, prima che qualcuno dei due si accorgesse dell’accaduto, a tal punto essi erano presi dall’ira ardente.

Ottava 54

Ma Ferraù, che prima v’ebbe gli occhi,

si dispiccò da Orlando, e disse a lui:

– Deh come n’ha da male accorti e sciocchi

trattati il cavallier ch’era con nui!

Che premio fia ch’al vincitor più tocchi,

se ’l bel elmo involato n’ha costui? –

Ritrassi Orlando, e gli occhi al ramo gira:

non vede l’elmo, e tutto avampa d’ira.

54. Ferraù, che se ne accorse per primo (si accorse del fatto che l’elmo non era più sul ramo), si staccò da Orlando e gli disse: “ Ahime! Come ci ha trattati da sprovveduti e da sciocchi quel cavaliere che era con noi! Quale sarà il premio per il vincitore, se quello ci ha rubato il bel elmo?”. Orlando si fece più indietro e volse gli occhi al ramo, non vide l’elmo e si infiammò d’ira.

Ottava 55

E nel parer di Ferraù concorse,

che ’l cavallier che dianzi era con loro

se lo portasse; onde la briglia torse,

e fe’ sentir gli sproni a Brigliadoro.

Ferraù che del campo il vide torse,

gli venne dietro; e poi che giunti foro

dove ne l’erba appar l’orma novella

ch’avea fatto il Circasso e la donzella,

55. (Orlando) Fu subito d’accordo con Ferraù che a portarsi via l’elmo fosse stato il cavaliere che fino a poco prima era insieme a loro (cioè Sacripante), per cui tirò la briglia e dette un colpo di speroni a Brigliadoro (Brigliadoro è il nome del destriero di Orlando). Ferraù, che lo vide abbandonare il terreno del loro scontro, gli andò dietro, e, quando furono giunti nel punto in cui nell’erba si potevano vedere le orme recenti lasciate sia dal Circasso (Sacripante) sia dalla fanciulla (Angelica)

Ottava 56

prese la strada alla sinistra il conte

verso una valle, ove il Circasso era ito:

si tenne Ferraù più presso al monte,

dove il sentiero Angelica avea trito.

Angelica in quel mezzo ad una fonte

giunta era, ombrosa e di giocondo sito,

ch’ognun che passa, alle fresche ombre invita,

né, senza ber, mai lascia far partita.

56. il conte (Orlando) prese la strada di sinistra, che portava ad una valle, quella verso la quale si era indirizzato il Circasso (Sacripante), mentre Ferraù si mantenne più vicino al colle, sul sentiero che era stato calpestato da Angelica. Angelica nel frattempo aveva raggiunto una sorgente, ben ombreggiata e immersa in uno splendido scenario, questa invitava ogni passante a godere delle fresche ombre, e non lasciava mai andar via nessuno che non avesse prima bevuto.

Ottava 57

Angelica si ferma alle chiare onde,

non pensando ch’alcun le sopravegna;

e per lo sacro annel che la nasconde,

non può temer che caso rio le avegna.

A prima giunta in su l’erbose sponde

del rivo l’elmo a un ramuscel consegna;

poi cerca, ove nel bosco è miglior frasca,

la iumenta legar, perché si pasca.

57. Angelica si fermò presso quelle limpide acque, incurante del fatto che qualcuno avrebbe potuto raggiungerla e senza temere che potesse accaderle nulla di spiacevole, in virtù del magico anello che la proteggeva. Appena giunse sulle erbose sponde del torrente appese l’elmo ad un ramoscello, quindi cercò di legare la propria cavalla, laddove, all’interno del bosco, la vegetazione era migliore, cosicché quella potesse pascolare e rifocillarsi.

Ottava 58

Il cavallier di Spagna, che venuto

era per l’orme, alla fontana giunge.

Non l’ha sì tosto Angelica veduto,

che gli dispare, e la cavalla punge.

L’elmo, che sopra l’erba era caduto,

ritor non può, che troppo resta lunge.

Come il pagan d’Angelica s’accorse,

tosto vêr lei pien di letizia corse.

58. Il cavaliere Spagnolo (Ferraù), che aveva seguito le orme, giunse alla sorgente. Angelica, non appena lo ebbe avvistato, gli si rese invisibile e spronò la propria cavalla, senza però riuscire a riprendere l’elmo, che le era caduto sull’erba e le era troppo distante. Appena il pagano (Ferraù) si accorse di Angelica cominciò a correre verso di lei pieno di gioia.

Ottava 59

Gli sparve, come io dico, ella davante,

come fantasma al dipartir del sonno.

Cercando egli la va per quelle piante

né i miseri occhi più veder la ponno.

Bestemiando Macone e Trivigante,

e di sua legge ogni maestro e donno,

ritornò Ferraù verso la fonte,

u’ ne l’erba giacea l’elmo del conte.

59. Ella, come ho già detto, gli scomparve da davanti, allo stesso modo di una visione allo svanire del sonno. Egli continuò a cercarla tra quegli alberi, ma i suoi poveri occhi non riuscivano più a vederla. Alla fine Ferraù, bestemmiando Maometto, Trivigante e ogni altra figura emblematica della sua religione, ritornò verso la sorgente, dove, tra l’erba, giaceva l’elmo del conte (di Orlando).

Ottava 60

Lo riconobbe, tosto che mirollo,

per lettere ch’avea scritte ne l’orlo;

che dicean dove Orlando guadagnollo,

e come e quando, ed a chi fe’ deporlo.

Armossene il pagano il capo e il collo,

che non lasciò, pel duol ch’avea, di torlo;

pel duol ch’avea di quella che gli sparve,

come sparir soglion notturne larve.

60. (Ferraù) lo riconobbe (riconobbe l’elmo di Orlando) non appena lo vide, per via dell’iscrizione sul bordo, che raccontava dove Orlando l’aveva conquistato, e poi come, quando, e a chi lo aveva tolto. Il pagano (Ferraù) indossò l’elmo a protezione della propria testa e del proprio collo, e non rinunciò a prenderlo per il dolore che provava, il dolore che egli provava a causa di colei che gli era scomparsa da davanti agli occhi nella maniera in cui svaniscono le visioni notturne.

Ottava 61

Poi ch’allacciato s’ha il buon elmo in testa,

aviso gli è, che a contentarsi a pieno,

sol ritrovare Angelica gli resta,

che gli appar e dispar come baleno.

Per lei tutta cercò l’alta foresta:

e poi ch’ogni speranza venne meno

di più poterne ritrovar vestigi,

tornò al campo spagnuol verso Parigi;

61. (Ferraù) Dopo essersi allacciato sulla testa quell’elmo dalla pregevole fattura, pensò che, per essere pienamente soddisfatto, gli restava unicamente di ritrovare Angelica, che appariva e scompariva davanti ai suoi occhi come un fulmine. In cerca di lei ispezionò tutta quella foresta dagli alti alberi, e, dopo che ebbe perso ogni speranza di poter trovare altre tracce di lei, si incamminò alla volta dell’accampamento dei Mori, verso Parigi,

Ottava 62

temperando il dolor che gli ardea il petto,

di non aver sì gran disir sfogato,

col refrigerio di portar l’elmetto

che fu d’Orlando, come avea giurato.

Dal conte, poi che ’l certo gli fu detto,

fu lungamente Ferraù cercato;

né fin quel dì dal capo gli lo sciolse,

che fra duo ponti la vita gli tolse.

62. sforzandosi di mitigare il dolore che gli mandava in fiamme l’animo – provocato dal non aver potuto soddisfare il suo smisurato desiderio di lei – con il pensiero rasserenante di indossare l’elmo che era stato di Orlando, esattamente come aveva giurato. Ferraù fu a lungo cercato dal conte (Orlando), dopo che a costui fu raccontato con certezza come fossero andate le cose, ma egli non riuscì a togliergli l’elmo dalla testa fino al giorno in cui lo uccise tra due ponti.