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Parafrasi Il significato del Convivio

DANTE ALIGHIERI

IL SIGNIFICATO DEL CONVIVIO

dal CONVIVIO

PARAFRASI DEL TESTO

Par. 1

Sì come dice lo Filosofo nel principio de la Prima Filosofia, tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere. La ragione di che puote essere ed è che ciascuna cosa, da providenza di propria natura impinta è inclinabile a la sua propria perfezione; onde, acciò che la scienza è ultima perfezione de la nostra anima, ne la quale sta la nostra ultima felicitade, tutti naturalmente al suo desiderio semo subietti.

Così come afferma il Filosofo (il filosofo a cui Dante si riferisce è Aristotele), all’inizio della dottrina sui principi primi dell’essere (ossia nella “Metafisica”), tutti gli uomini hanno una naturale inclinazione alla conoscenza. La ragione di questo fenomeno può essere, ed è, che ciascuna creatura, sotto la spinta della natura che la Provvidenza le ha infuso, tende alla propria perfezione; e, poiché la più alta forma di perfezione della nostra anima di esseri umani è la conoscenza, e in essa (ossia “nella conoscenza”) risiede la nostra più grande felicità, noi tutti, per nostra natura, siamo soggetti al desiderio di conoscere.

Par. 2

Veramente da questa nobilissima perfezione molti sono privati per diverse cagioni, che dentro a l’uomo e di fuori da esso lui rimovono da l’abito di scienza.

Tuttavia, molti uomini sono privati di questa forma altissima di perfezione a causa di diversi impedimenti, i quali, operando all’interno dell’essere umano, o al di fuori di esso, lo allontanano dall’esercizio della conoscenza.

Par. 3

Dentro da l’uomo possono essere due difetti e impedimenti: l’uno da la parte del corpo, l’altro da la parte de l’anima. Da la parte del corpo è quando le parti sono indebitamente disposte, sì che nulla ricevere può, sì come sono sordi e muti e loro simili. Da la parte de l’anima è quando la malizia vince in essa, sì che si fa seguitatrice di viziose delettazioni, ne le quali riceve tanto inganno che per quelle ogni cosa tiene a vile.

I difetti o ostacoli, operanti all’interno dell’uomo, possono essere due: il primo derivante dal corpo, il secondo dall’animo. Si tratta di difetto del corpo quando le parti (dell’organismo) sono conformate in modo non regolare, cosicché l’uomo non riesce ad apprendere nulla, come avviene ai sordi, ai muti e agli altri che sono affetti da menomazioni simili. Si tratta di difetto dell’animo quando nell’animo domina la dissolutezza, cosicché esso (l’animo) si mette alla ricerca di divertimenti viziosi, e perdendosi tra questi divertimenti, resta vittima di un inganno tale, che qualsiasi cosa gli appare meno desiderabile dei vizi.

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Par. 4

Di fuori da l’uomo possono essere similemente due cagioni intese, l’una de le quali è induttrice di necessitade, l’altra di pigrizia. La prima è la cura familiare e civile, la quale convenevolmente a sè tiene de li uomini lo maggior numero, sì che in ozio di speculazione esser non possono. L’altra è lo difetto del luogo dove la persona è nata e nutrita, che tal ora sarà da ogni Studio non solamente privato, ma da gente studiosa lontano.

Alla stessa maniera ci possono essere due impedimenti esterni all’uomo: di questi impedimenti, il primo spinge l’uomo a preoccuparsi delle esigenze materiali, il secondo lo spinge alla pigrizia. Il primo impedimento è l’essere impegnati negli affari di famiglia o negli affari pubblici, che inevitabilmente occupano la maggior parte degli uomini, cosicché essi non hanno la possibilità di dedicarsi alla speculazione filosofica. Il secondo impedimento è costituito dalle carenze del luogo in cui la persona è nata o è stata allevata, il quale luogo, in molti casi, sarà non soltanto privo di luoghi dove studiare, ma anche distante dalle persone di cultura.

Par. 5

Le due di queste cagioni, cioè la prima da la parte di dentro e la prima da la parte di fuori, non sono da vituperare, ma da escusare e di perdono degne; le due altre, avvegna che l’una più, sono degne di biasimo e d’abominazione.

Due di questi impedimenti, vale a dire il primo tra quelli interni (la menomazione), e il primo tra quelli esterni (l’impegno negli affari privati e pubblici), non sono da biasimare, sono bensì da scusare, e sono degni di perdono. Gli altri due (la pigrizia e la dissolutezza), e uno di essi in particolare (e cioè la tendenza alla dissolutezza), sono invece meritevoli di biasimo e di condanna.

Par. 6

Manifestamente adunque può vedere chi bene considera, che pochi rimangono quelli che a l’abito da tutti desiderato possano pervenire, e innumerabili quasi sono li ’mpediti che di questo cibo sempre vivono affamati.

Stando così le cose, colui che ragiona correttamente può vedere con chiarezza come rimangano in pochi a poter arrivare a quell’esercizio della conoscenza da tutti desiderato, mentre innumerevoli sono coloro che, impossibilitati a praticare la conoscenza, vivono continuamente affamati di questo cibo.

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Par. 7

Oh beati quelli pochi che seggiono a quella mensa dove lo pane de li angeli si manuca! e miseri quelli che con le pecore hanno comune cibo!

Oh beati quei pochi che siedono alla tavola alla quale si mangia il pane degli angeli (ossia “coloro che hanno la possibilità di coltivare la conoscenza”)! E sventurati coloro si nutrono dello stesso cibo delle pecore (vale a dire “coloro che, come animali, trascorrono il tempo tra preoccupazioni materiali”)!

Par. 8

Ma però che ciascuno uomo a ciascuno uomo naturalmente è amico, e ciascuno amico si duole del difetto di colui ch’elli ama, coloro che a così alta mensa sono cibati non sanza misericordia sono inver di quelli che in bestiale pastura veggiono erba e ghiande sen gire mangiando.

Tuttavia, dal momento che, per sua stessa natura, ciascun essere umano è portato ad essere amico verso un altro essere umano, e ciascun amico si rammarica per ciò che manca al proprio amico, coloro che si nutrono a quella tavola così nobile (ossia “gli uomini di cultura”), non sono privi di misericordia nei confronti di coloro che essi vedono andare in giro nutrendosi come bestie di erbe selvatiche e ghiande (ossia: “nei confronti di coloro che non hanno avuto la possibilità di formarsi”).

Par. 9

E acciò che misericordia è madre di beneficio, sempre liberalmente coloro che sanno porgono de la loro buona ricchezza a li veri poveri, e sono quasi fonte vivo, de la cui acqua si refrigera la naturale sete che di sopra è nominata.

E, dal momento che dalla misericordia scaturisce sempre un qualche atto di generosità, coloro che praticano la conoscenza offrono sempre generosamente una parte della loro ricchezza ai veri poveri (i “veri poveri” sono coloro che non hanno potuto soddisfare la loro sete di conoscenza), comportandosi come una sorgente che dispensa quell’acqua che soddisfa la sete naturale di cui si è parlato in precedenza (la sete di sapere).

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Par. 10

E io adunque, che non seggio a la beata mensa, ma, fuggito de la pastura del vulgo, a’ piedi di coloro che seggiono ricolgo di quello che da loro cade, e conosco la misera vita di quelli che dietro m’ho lasciati, per la dolcezza ch’io sento in quello che a poco a poco ricolgo, misericordievolmente mosso, non me dimenticando, per li miseri alcuna cosa ho riservata, la quale a li occhi loro, già è più tempo, ho dimostrata; e in ciò li ho fatti maggiormente vogliosi.

Per queste ragioni, anche io, che pur non sedendo alla tavola felice, sono tuttavia sfuggito al pasto del volgo (vale a dire “anche io che non sono del tutto ignorante”), e sto ai piedi di coloro che vi siedono, raccogliendo le briciole che essi lasciano cadere (questa affermazione va letta come una topica dichiarazione di modestia), e allo stesso tempo conosco bene la misera vita di coloro che mi sono lasciato alle spalle (ossia: “conosco la condizione di coloro ai quali non è concesso di dedicarsi agli studi”), spinto alla misericordia dalla dolcezza che mi procura quello che io a poco a poco raccolgo, senza mai dimenticarmi ho messo da parte qualcosa per i meno fortunati, e l’ho mostrato ai loro occhi già da tempo (Dante si riferisce alle poesie che egli ha già pubblicato: le traduzioni metriche del Fiore e del Detto d’Amore, le poesie sparse e quelle raccolte ne La Vita Nuova); e facendo ciò li ho resi ancor più desiderosi (di sapere).

Par. 11

Per che ora volendo loro apparecchiare, intendo fare un generale convivio di ciò ch’i’ ho loro mostrato, e di quello pane ch’è mestiere a così fatta vivanda, sanza lo quale da loro non potrebbe esser mangiata.

Per cui ora, dal momento che voglio offrire loro qualcosa, mi accingo ad allestire un banchetto aperto a tutti (generale), nel quale servirò come vivande ciò che ho già mostrato loro (e cioè le poesie già pubblicate in forma sparsa o nelle opere precedenti), insieme a quel pane che si addice ad un cibo così nobile, e senza il quale, quel cibo non potrebbe essere mangiato da loro (ossia: “insieme ad un commento in prosa esplicativo delle poesie, senza il quale i testi poetici non sarebbero pienamente compresi dai lettori meno eruditi”).

Par. 12

E questo è quello convivio, di quello pane degno, con tale vivanda qual io intendo indarno non essere ministrata. E però ad esso non s’assetti alcuno male de’ suoi organi disposto, però che nè denti nè lingua ha nè palato; nè alcuno settatore di vizii, perchè lo stomaco suo è pieno d’omori venenosi contrarii, sì che mai vivanda non terrebbe.

E quel banchetto è per l’appunto questo libro (ossia il Convivio), all’interno del quale io accompagno col pane un cibo che non ho intenzione di servire a vuoto (ossia: “nel quale io accompagno con un idoneo commento dei testi che altrimenti presenterei a vuoto, in quanto non sarebbero compresi”). Per questa ragione, non deve sedersi a questo banchetto alcun uomo mal fornito degli organi necessari a mangiare: che non abbia denti, né lingua, né palato. Né vi si sieda alcun uomo intento ai vizi, perché il suo stomaco è pieno di umori velenosi e sterili, per cui egli non riuscirebbe mai ad assimilare il cibo.

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Par. 13

Ma vegna qua qualunque è per cura familiare o civile ne la umana fame rimaso, e ad una mensa con li altri simili impediti s’assetti; e a li loro piedi si pongano tutti quelli che per pigrizia si sono stati, che non sono degni di più alto sedere: e quelli e questi prendano la mia vivanda col pane, che la farà loro e gustare e patire.

Venga bensì a questo banchetto chiunque sia rimasto con la fame di conoscenza per il fatto di essere impegnato nelle faccende familiari o civili, e si sieda ad un’unica tavola insieme a tutti gli altri similmente impediti. E ai loro piedi si mettano a sedere tutti coloro che sono stati trattenuti dalla pigrizia, i quali non sono degni di un posto a tavola più alto. E gli uni e gli altri prendano il mio cibo (la poesia) insieme a quel pane (il commento esplicativo) che permetterà loro di apprezzare e di digerire il cibo.

Par. 14

La vivanda di questo convivio sarà di quattordici maniere ordinata, cioè quattordici canzoni sì d’amor come di vertù materiate, le quali sanza lo presente pane aveano d’alcuna oscuritade ombra, sì che a molti loro bellezza più che loro bontade era in grado.

Il cibo di questo banchetto sarà organizzato in quattordici portate, corrispondenti a quattordici canzoni incentrate su temi amorosi e morali, le quali, senza questo pane, avevano qualche tratto di difficile comprensione, per cui erano apprezzate da molti più per la loro bellezza formale che per il valore morale dei loro contenuti (bontade).

Par. 15

Ma questo pane, cioè la presente disposizione, sarà la luce la quale ogni colore di loro sentenza farà parvente.

Ma questo pane, vale a dire il modo in cui sono ora presentate (ossia: “il fatto che ora siano accompagnate da un commento in prosa”), costituirà la luce che renderà evidente ogni sfumatura del loro significato.

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Par. 16

E se ne la presente opera, la quale è Convivio nominata e vo’ che sia, più virilmente si trattasse che ne la Vita Nuova, non intendo però a quella in parte alcuna derogare, ma maggiormente giovare per questa quella; veggendo sì come ragionevolmente quella fervida e passionata, questa temperata e virile esser conviene.

E sebbene nella presente opera, che si chiama “Convivio” e così voglio che si chiami, si affrontino le tematiche in maniera più matura rispetto a quanto non si facesse ne “La Vita Nuova”, non intendo in alcun modo rinnegare quell’opera, ma anzi, migliorare quella per mezzo di questa, capendo bene come sia giusto che quella sia fervida e appassionata e questa compunta e matura.

Par. 17

Chè altro si conviene e dire e operare ad una etade che ad altra; perchè certi costumi sono idonei e laudabili ad una etade che sono sconci e biasimevoli ad altra, sì come di sotto, nel quarto trattato di questo libro, sarà propria ragione mostrata. E io in quella dinanzi, a l’entrata de la mia gioventute parlai, e in questa dipoi, quella già trapassata.

Perché a ciascuna età è giusto che corrispondano una produzione letteraria e un’attività diverse, e in una determinata età possono essere convenienti e lodevoli abitudini che sono sconce e biasimevoli in un’altra, così come sarà dimostrato su basi razionali più avanti, nel quarto libro di questa opera. Ed io, quando scrissi quella (cioè La Vita Nuova), ero all’inizio della mia giovinezza, mentre ho scritto questa (il Convivio) quando la giovinezza era già passata.

Par. 18>

E con ciò sia cosa che la vera intenzione mia fosse altra che quella che di fuori mostrano le canzoni predette, per allegorica esposizione quelle intendo mostrare, appresso la litterale istoria ragionata; sì che l’una ragione e l’altra darà sapore a coloro che a questa cena sono convitati.

E, a maggior ragione per il fatto che la mia vera intenzione era diversa da quella che lasciano intendere in superficie le canzoni alle quali ho fatto riferimento (ossia: “dal momento che le canzoni contenute ne La Vita Nuova avevano significati morali che andavano oltre il loro significato letterale”), ora io intendo dare di esse una spiegazione allegorica, dopo aver chiarito il loro significato letterale. Così le due spiegazioni, messe insieme, daranno godimento a coloro che parteciperanno a questo banchetto (ossia “ai lettori del Convivio”).

Par. 19

Li quali priego tutti che se lo convivio non fosse tanto splendido quanto conviene a la sua grida, che non al mio volere ma a la mia facultade imputino ogni difetto; però che la mia voglia di compita e cara liberalitate è qui seguace.

Ed io prego tutti costoro (i partecipanti al banchetto) di una cosa: qualora il banchetto non si rivelasse tanto splendido quanto si addice all’annuncio che ne ho fatto, incolpino di questa mancanza non la mia volontà, ma la mia capacità, dal momento che la mia volontà è in questo caso quella di una gentile e completa generosità.