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Parafrasi La badessa e le brache

GIOVANNI BOCCACCIO

LA BADESSA E LE BRACHE

dal DECAMERON

PARAFRASI NOVELLA

Levasi una badessa in fretta e al buio per trovare una sua monaca, a lei accusata, col suo amante nel letto; ed essendo con lei un prete, credendosi il saltero de’ veli aver posto in capo, le brache del prete vi si pose; le quali vedendo l’accusata e fattalane accorgere, fu diliberata, ed ebbe agio di starsi col suo amante.

Una badessa si alza all’improvviso e al buio, per andare a cercare una sua monaca accusata di essere a letto con un amante; ma poiché la badessa è insieme a un prete, ella si mette inavvertitamente sulla testa le brache del prete, convinta di aver preso i veli del salterio; quando la monaca accusata vede ciò, e lo fa presente alla badessa, viene liberata e ottiene il permesso di starsene con il suo amante.

Già si tacea Filomena, e il senno della donna a torsi da dosso coloro li quali amar non volea da tutti era stato commendato, e così in contrario non amor ma pazzia era stata tenuta da tutti l’ardita presunzione degli amanti, quando la reina ad Elissa vezzosamente disse:

– Elissa, segui.

La quale prestamente incominciò.

Filomena aveva finito di raccontare, e tutti avevano elogiato l’acume dimostrato dalla donna nell’allontanare quelli che non le piacevano (“la donna” è Francesca de’ Lazzari, protagonista della precedente novella, nella quale Francesca, con un abile stratagemma, si libera delle insistenti avances di due spasimanti sgraditi e fastidiosi); mentre viceversa, la sfacciata presunzione dei due spasimanti non era stata giudicata amore, ma follia; a questo punto la regina della giornata disse dolcemente ad Elissa: “Elissa continua tu”, e lei cominciò subito a raccontare.

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Carissime donne, saviamente si seppe madonna Francesca, come detto è, liberar dalla noia sua; ma una giovane monaca, aiutandola la fortuna, sé da un soprastante pericolo, leggiadramente parlando, diliberò. E, come voi sapete, assai sono li quali, essendo stoltissimi, maestri degli altri si fanno e gastigatori, li quali, sì come voi potrete com prendere per la mia novella, la fortuna alcuna volta e meritamente vitupera; e ciò addivenne alla badessa, sotto la cui obbedienza era la monaca della quale debbo dire.

Carissime donne, come è stato osservato, Madonna Francesca (de’ Lazzari) seppe liberarsi con acume da ciò che la infastidiva; anche una giovane monaca, con l’aiuto della fortuna, liberò se stessa da un pericolo incombente, parlando con eleganza. Perché, come voi sapete bene, ci sono moltissime persone che, pur essendo oltremodo sciocche, vorrebbero fare da maestri agli altri, oppure da giudici; proprio costoro, così come potrete apprendere dalla mia novella, talvolta vengono giustamente puniti dalla sorte: e ciò accadde alla badessa a capo del convento in cui si trovava la monaca della quale mi appresto a raccontare.

Sapere adunque dovete in Lombardia essere un famosissimo monistero di santità e di religione, nel quale, tra l’altre donne monache che v’erano, v’era una giovane di sangue nobile e di maravigliosa bellezza dotata, la quale, Isabetta chiamata, essendo un dì ad un suo parente alla grata venuta, d’un bel giovane che con lui era s’innamorò. Ed esso, lei veggendo bellissima, già il suo disidero avendo con gli occhi concetto, similmente di lei s’accese; e non senza gran pena di ciascuno questo amore un gran tempo senza frutto sostennero.

Sappiate dunque che in Lombardia c’era un monastero, famosissimo luogo di fede e santità, nel quale, tra altre monache che vi albergavano, c’era una giovane di famiglia nobile, dotata di una straordinaria bellezza, il cui nome era Isabetta; questa giovane, un giorno che si era recata alla grata per incontrare un proprio parente, si era innamorata del bel giovane che aveva accompagnato il suo parente alla visita; e il giovane, trovandola bellissima, e avendo immediatamente compreso il suo desiderio dai suoi sguardi, si era innamorato allo stesso modo di lei. Per lungo tempo essi avevano dovuto sopportare, con grande pena da parte di entrambi, che il loro amore fosse privo di concrete possibilità di appagamento.

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Ultimamente, essendone ciascun sollicito, venne al giovane veduta una via da potere alla sua monaca occultissimamente andare; di che ella contentandosi, non una volta ma molte, con gran piacer di ciascuno, la visitò. Ma continuandosi questo, avvenne una notte che egli da una delle donne di là entro fu veduto, senza avvedersene egli o ella, dall’Isabetta partirsi e andarsene. Il che costei con alquante altre comunicò. E prima ebber consiglio d’accusarla alla badessa, la quale madonna Usimbalda ebbe nome, buona e santa donna secondo la oppinione delle donne monache e di chiunque la conoscea; poi pensarono, acciò che la negazione non avesse luogo, di volerla far cogliere col giovane alla badessa. E così taciutesi, tra sé le vigilie e le guardie segretamente partirono per incoglier costei.

Ma alla fine, quando ambedue erano allo stremo, il giovane individuò una via attraverso cui avrebbe potuto raggiungere la sua monaca nella più totale segretezza; e poiché ella fu molto contenta della cosa, egli le fece visita non una, ma ripetute volte, con grande piacere di entrambi. Tuttavia, dato che questa storia andava avanti, accadde una notte che una delle altre monache del monastero vide il giovane mentre si congedava da Isabetta ed andava via, senza che né lui, né lei si accorgessero di essere stati scoperti. La monaca rivelò quanto aveva visto a numerose altre monache; in un primo momento esse presero la decisione di denunciare subito Isabetta alla badessa, il cui nome era Madonna Usimbalda, una donna buona e santa secondo l’opinione comune delle monache e di tutti coloro che la conoscevano; poi però pensarono che, affinché Isabetta non potesse negare, la cosa migliore fosse fare in modo che la badessa la cogliesse in flagrante, insieme al suo amante; così le monache, mantenendo il riserbo sulla cosa, suddivisero segretamente tra di loro turni di veglia e di guardia allo scopo di cogliere Isabetta sul fatto.

Or, non guardandosi l’Isabetta da questo, né alcuna cosa sappiendone, avvenne che ella una notte vel fece venire; il che tantosto sepper quelle che a ciò badavano. Le quali, quando a loro parve tempo, essendo già buona pezza di notte, in due si divisero, e una parte se ne mise a guardia del l’uscio della cella dell’Isabetta, e un’altra n’andò correndo alla camera della badessa; e picchiando l’uscio, a lei che già rispondeva, dissero:

– Su, madonna, levatevi tosto, ché noi abbiam trovato che l’Isabetta ha un giovane nella cella.

Ora, dal momento che Isabetta non credeva di dover temere e non sapeva nulla di tutto ciò, avvenne che una notte ella fece venire il suo amante all’interno del monastero, e le monache, che sorvegliavano proprio questo, lo vennero a sapere all’istante. Le monache, quando a loro parve essere giunto il momento opportuno, dato che era già trascorso un bel pezzo della notte, si divisero in due gruppi, dei quali uno rimase a guardia della porta della cella di Isabetta e l’altro corse alla stanza della badessa; qui, dopo aver picchiato alla porta, quando la badessa rispose, esse dissero: “Madonna, orsù, alzatevi, presto, perché abbiamo scoperto che nella cella di Isabetta c’è un giovane!”.

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Era quella notte la badessa accompagnata d’un prete, il quale ella spesse volte in una cassa si faceva venire. La quale, udendo questo, temendo non forse le monache per troppa fretta o troppo volonterose, tanto l’uscio sospignessero che egli s’aprisse, spacciatamente si levò suso, e come il meglio seppe si vestì al buio, e credendosi tor certi veli piegati, li quali in capo portano e chiamanli il saltero, le venner tolte le brache del prete; e tanta fu la fretta, che, senza avvedersene, in luogo del saltero le si gittò in capo e uscì fuori, e prestamente l’uscio si riserrò dietro, dicendo:

– Dove è questa maladetta da Dio? – e con l’altre, che sì focose e sì attente erano a dover far trovare in fallo l’Isabetta, che di cosa che la badessa in capo avesse non s’avvedieno, giunse all’uscio della cella, e quello, dall’altre aiutata, pinse in terra; ed entrate dentro, nel letto trovarono i due amanti abbracciati, li quali, da cosi subito soprapprendimento storditi, non sappiendo che farsi, stettero fermi.

Quella notte la badessa si trovava in compagnia di un prete, che ella faceva spesso entrare nella sua cella all’interno di un baule. Quando udì le parole delle monache, temendo forse che le monache per la troppa fretta o per l’eccessiva foga spingessero la porta abbastanza da farla aprire, si alzò in tutta fretta e si vestì come meglio riuscì, al buio; e credendo di prendere certi veli piegati che le monache portano sulla testa e chiamano salterio, avvenne che afferrò le brache del prete; e la fretta fu tale, che, senza rendersene conto, si gettò quelle brache sulla testa al posto del salterio, e uscì fuori richiudendo immediatamente la porta dietro di sé, dicendo: “Dove si trova questa maledetta da Dio?”. Quindi la badessa, insieme a quelle monache, che erano così prese e così determinate a far trovare Isabetta in flagranza di reato, da non accorgersi di cosa la badessa avesse sulla testa, arrivò alla porta della cella di Isabetta, e, aiutata dalle altre monache la sfondò: e quando entrarono, trovarono, abbracciati nel letto, i due amanti, i quali, frastornati dall’essere stati colti così alla sprovvista, non sapendo che altro fare, rimasero immobili.

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La giovane fu incontanente dall’altre monache presa, e per comandamento della badessa menata in capitolo. Il giovane s’era rimaso; e vestitosi, aspettava di veder che fine la cosa avesse, con intenzione di fare un mal giuoco a quante giugner ne potesse, se alla sua giovane novità niuna fosse fatta, e di lei menarne con seco.

La giovane venne immediatamente afferrata dalle altre monache, e su ordine della badessa, condotta nella sala capitolare (la sala delle assemblee). Il giovane rimase lì dov’era e, dopo essersi rivestito, restò in attesa di vedere come sarebbe andata a finire quella faccenda, con l’intenzione di farla pagare a tutte quelle che gli fossero capitate a tiro, nel caso alla sua amata fosse stato fatto qualcosa di brutto, per poi portarsela via con sé.

La badessa, postasi a sedere in capitolo, in presenzia di tutte le monache, le quali solamente alla colpevole riguardavano, incominciò a dirle la maggior villania che mai a femina fosse detta, sì come a colei la quale la santità, l’onestà e la buona fama del monistero con le sue sconce e vituperevoli opere, se di fuor si sapesse, contaminate avea; e dietro alla villania aggiugneva gravissime minacce.

La badessa si mise a sedere nella sala capitolare, alla presenza di tutte le monache, e tutti gli occhi erano addosso alla colpevole; quindi cominciò ad offendere Isabetta come nessun’altra donna era mai stata offesa, sostenendo che, se i suoi atti sconci e degni di biasimo si fossero venuti a risapere fuori dal monastero, ella avrebbe rovinato la santità, l’onestà, e la buona fama di quel luogo: e alle offese aggiungeva orribili minacce.

La giovane, vergognosa e timida, sì come colpevole, non sapeva che si rispondere, ma tacendo, di sé metteva compassion nell’altre; e, multiplicando pur la badessa in novelle, venne alla giovane alzato il viso e veduto ciò che la badessa aveva in capo, e gli usolieri che di qua e di là pendevano.

La giovane, vergognosa e intimidita, in quanto colpevole, non sapeva cosa rispondere, e tacendo suscitava nelle altre compassione per sé; ma, mentre la badessa si diffondeva in chiacchiere, alla giovane capitò di sollevare il viso e vide che cosa c’era sulla sua testa della superiora e notò i legacci da brache che le pendevano ai lati del viso.

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Di che ella, avvisando ciò che era, tutta rassicurata disse:

– Madonna, se Iddio v’aiuti, annodatevi la cuffia, e poscia mi dite ciò che voi volete.

La badessa, che non la intendeva, disse:

– Che cuffia, rea femina? Ora hai tu viso di motteggiare? Parti egli aver fatta cosa che i motti ci abbian luogo?

Allora la giovane un’altra volta disse:

– Madonna, io vi priego che voi v’annodiate la cuffia, poi dite a me ciò che vi piace. Laonde molte delle monache levarono il viso al capo della badessa, ed ella similmente ponendovisi le mani, s’accorsero perché l’Isabetta così diceva. Di che la badessa, avvedutasi del suo medesimo fallo e vedendo che da tutte veduto era né aveva ricoperta, mutò sermone, e in tutta altra guisa che fatto non avea cominciò a parlare, e conchiudendo venne impossibile essere il potersi dagli stimoli della carne difendere; e per ciò chetamente, come infino a quel dì fatto s’era, disse che ciascuna si desse buon tempo quando potesse.

Appena comprese di cosa si trattava, Isabetta recuperò la sua baldanza e disse: “Madonna, possa Dio aiutarvi, legatevi bene la cuffia prima di dirmi qualsiasi cosa mi vogliate dire”. La badessa, che non capì immediatamente, le rispose: “Di quale cuffia parli, femmina colpevole? Adesso hai anche la faccia tosta di fare battute? Ti sembra forse di aver commesso un’azione che ammetta anche le spiritosaggini?”. Allora la giovane disse di nuovo: “Madonna, io vi prego di legarvi bene la cuffia prima di dirmi qualsiasi cosa mi vogliate dire”. A quel punto molte delle monache sollevarono lo sguardo sulla testa della badessa, e lei stessa vi portò le mani, e tutte si accorsero del perché Isabetta aveva detto quelle cose. A questo punto, la badessa, resasi conto di essere stata colta in fallo, e accorgendosi che il segno della sua colpa era stato visto da tutte le monache e non c’era più alcun modo per nasconderlo, cambiò la sua predica e cominciò a parlare in una maniera completamente diversa da quanto stava facendo, e in conclusione arrivò a dichiarare che non era possibile difendersi dagli stimoli della carne; dunque, raccomandando la discrezione che si era usata da sempre, invitò ciascuna monaca a svagarsi ogni volta che poteva.

E liberata la giovane, col suo prete si tornò a dormire, e l’Isabetta col suo amante. Il qual poi molte volte, in dispetto di quelle che di lei avevano invidia, vi fe’venire. L’altre che senza amante erano, come seppero il meglio, segretamente procacciaron lor ventura.

Lasciata libera la giovane, la badessa se ne tornò a dormire con il suo prete, mentre Isabetta tornò dal proprio amante. E successivamente, per far dispetto a quelle monache che nutrivano invidia verso di lei, Isabetta fece venire ripetutamente il suo giovane nel monastero; mentre le altre, che non avevano un amante, si arrangiarono come meglio poterono.