Archivio testo: La Canzone al Metauro

Parafrasi La Canzone al Metauro

TORQUATO TASSO

LA CANZONE AL METAURO

dalle RIME

PARAFRASI DEL TESTO

Versi 1 – 6

O del grand’Apennino
figlio picciolo sì ma glorioso,
e di nome più chiaro assai che d’onde,
fugace peregrino
a queste tue cortesi amiche sponde
per sicurezza vengo e per riposo.

[vv. 1 – 6] O figlio del grande Appennino (ossia: “O fiume Metauro, che nasci dall’Appennino”), piccolo sì, ma anche glorioso, e famoso assai più per il tuo nome che per l’abbondanza delle tue acque (d’onde), io, pellegrino costretto alla fuga (fugace), vengo a queste tue generose ed ospitali sponde in cerca di protezione e di pace.

>>> Tasso definisce il Metauro “famoso per il nome più che …” perché la fama del fiume è dovuta non tanto alle dimensioni del suo bacino, che sono modeste, quanto al fatto che presso il Metauro si svolse uno scontro decisivo della seconda guerra punica tra Roma e Cartagine, il 22 giugno del 207 a.C.

Versi 7 – 10

L’alta Quercia che tu bagni e feconde
con dolcissimi umori, ond’ella spiega
i rami sì ch’i monti e i mari ingombra,
mi ricopra con l’ombra.

[vv. 7 – 10] La grandiosa Quercia che tu bagni e rendi feconda (feconde) con le tue dolcissime acque (umori), grazie alle quali (onde) quell’albero protende i suoi rami fino a coprire monti e mari, possa ora accogliermi (mi ricopra) sotto la sua protezione (ombra).

>>> “Alta Quercia” è una metonimia che Tasso impiega per riferirsi alla famiglia dei Della Rovere, sul cui stemma araldico c’è per l’appunto una quercia. I Della Rovere sono la famiglia nel cui territorio, che si estende dall’Appennino al mar Adriatico, scorre il fiume Metauro: per questa ragione il poeta immagina che il fiume bagni le radici della Quercia. Chiedendo di “essere accolto sotto l’ombra della quercia”, il poeta sta chiedendo, in forma di metafora, la protezione dei Della Rovere.

Versi 11 – 13

L’ombra sacra, ospital, ch’altrui non niega
al suo fresco gentil riposo e sede,
entro al più denso mi raccoglia e chiuda,

[vv. 11 – 13] L’ombra sacra, ospitale (ossia: “l’ombra della quercia”, metafora che indica la corte dei Rovere), che non rifiuta ad alcuno (altrui) pace ed accoglienza nella sua gentile frescura, possa accogliermi e racchiudermi dove il suo fogliame è più fitto (entro al più denso),

Versi 14 – 18

sì ch’io celato sia da quella cruda
e cieca dèa, ch’è cieca e pur mi vede,
ben ch’io da lei m’appiatti in monte o ‘n valle
e per solingo calle
notturno io mova e sconosciuto il piede;

[vv. 14 – 18] in modo tale che io sia nascosto a quella dea (ossia: “in modo che io risulti nascosto alla vista della dea Fortuna”) cieca e crudele (cruda), che è cieca eppure mi vede, benché io mi nasconda (appiatti) da lei per monti e per valli, e benché io cammini (mova … il piede) di notte, sconosciuto a tutti, lungo strade solitarie (per solingo calle);

Versi 19 – 20

e mi saetta sì che ne’ miei mali
mostra tanti occhi aver quanti ella ha strali.

[vv. 19 – 20] ed ella (la dea Fortuna) mi colpisce (saetta) in maniera tale che, nei confronti delle mie sventure (ne’ miei mali), ella mostra di avere tanti occhi quante sono le sue frecce (strali).

Versi 21 – 26

Ohimè! dal dì che pria
trassi l’aure vitali e i lumi apersi
in questa luce a me non mai serena,
fui de l’ingiusta e ria
trastullo e segno, e di sua man soffersi
piaghe che lunga età risalda a pena.

[vv. 21 – 26] Ahimè! Sin dal giorno in cui per la prima volta (pria) respirai l’aria che mantiene in vita (trassi l’aure vitali) e aprii gli occhi (lumi) a questa vita (luce), che per me non è mai stata serena, io sono stato balocco e bersaglio (trastullo e segno) della sorte ingiusta e perfida (ria), e, per mano sua, ho subìto (soffersi) ferite tali che a malapena il passare di molti anni (lunga età) riesce a rimarginarle (risalda) .

Versi 27 – 30

Sàssel la gloriosa alma sirena,
appresso il cui sepolcro ebbi la cuna:
così avuto v’avessi o tomba o fossa
a la prima percossa!

[vv. 27 – 30] Ben lo sa (sàssel, letteralmente: “Sa ciò”) la gloriosa e materna (alma) sirena presso il cui sepolcro io nacqui (ebbi la cuna): oh, se soltanto (così) io vi avessi avuto sepoltura sin dal primo colpo della sorte avversa!

>>> La “gloriosa sirena” a cui il poeta fa riferimento in questi versi è Partenope: secondo il mito, infatti, la città di Napoli ebbe origine presso il sepolcro della sirena Partenope, e Sorrento, la città natale di Tasso, si trova non distante da Napoli.

Versi 31 – 35

Me dal sen de la madre empia fortuna
pargoletto divelse. Ah! di quei baci,
ch’ella bagnò di lagrime dolenti,
con sospir mi rimembra e degli ardenti
preghi che se’n portâr l’aure fugaci:

[vv. 31 – 35] La sorte spietata (empia) mi strappò (me … divelse) ancora bambino dal seno di mia madre. Ah! Mi ricordo (mi rimembra) con sofferenza di quei baci (ossia: “mi ricordo con sofferenza dei baci di mia madre”), che ella bagnò con lacrime di dolore, e delle appassionate preghiere di lei, che il vento fugace portò via con sé (se’n portâr):

Versi 36 – 40

ch’io non dovea giunger più volto a volto
fra quelle braccia accolto
con nodi così stretti e sì tenaci.
Lasso! e seguii con mal sicure piante,
qual Ascanio o Camilla, il padre errante.

[vv. 36 – 40] perché io ero destinato a non congiungere più il mio volto al suo (ossia: “al volto di mia madre”) mentre venivo accolto fra le sue braccia come fra lacci assai stretti e tenaci. O me infelice (lasso)! E poi seguii con passo esitante (mal sicure piante) mio padre che vagava (ossia: “che si spostava di corte in corte”), come fecero Ascanio o Camilla.

>>> La ragione per cui Tasso paragona sé stesso bambino al figlioletto di Enea, Ascanio, e a Camilla, è che Ascanio e Camilla sono, nella tradizione classica, due casi emblematici di bambini costretti a dure peregrinazioni al seguito dei loro padri: infatti Ascanio seguì il padre nelle sue lunghe peregrinazioni da Troia al Lazio, e Camilla seguì il padre Metabo in esilio.

Versi 41 – 43

In aspro essiglio e ‘n dura
povertà crebbi in quei sì mesti errori;
intempestivo senso ebbi a gli affanni:

[vv. 41 – 43] Crebbi nel doloroso esilio e nella rigida povertà di quelle  peregrinazioni così tristi (sì mesti errori); feci una precoce conoscenza (intempestivo senso) della sofferenza:

Versi 44 – 46

ch’anzi stagion, matura
l’acerbità de’ casi e de’ dolori
in me rendé l’acerbità de gli anni.

[vv. 44 – 46] infatti la durezza della sorte (de’ casi) e dei dolori rese matura (matura … rendé) prima del tempo (anzi stagion) l’immaturità dei miei anni (ossia: “la mia giovinezza”).

Versi 47 – 50

L’egra spogliata sua vecchiezza e i danni
narrerò tutti. Or che non sono io tanto
ricco de’ propri guai che basti solo
per materia di duolo?

[vv. 47 – 50] Racconterò tutti i torti subìti (danni), e la malata e misera (egra spogliata) vecchiaia di mio padre. Forse che io non sono già abbastanza ricco dei miei propri guai, da non bastare da solo come argomento di lamenti (di duolo)?

Versi 51 – 54

Dunque altri ch’io da me dev’esser pianto?
Già scarsi al mio voler sono i sospiri,
e queste due d’umor sì larghe vene
non agguaglian le lagrime a le pene.

[vv. 51 – 54] Dunque qualcun altro che non sia io (altri ch’io) deve essere oggetto del mio pianto? Già i miei sospiri sono insufficienti (scarsi) rispetto a quanto vorrei (al mio voler), e queste due fonti (ossia: “e i miei occhi”), pur così generose di pianto (d’umor), non versano lacrime sufficienti ad eguagliare (non agguaglian) le mie pene.

Versi 55 – 60

Padre, o buon padre, che dal ciel rimiri,
egro e morto ti piansi, e ben tu il sai,
e gemendo scaldai
la tomba e il letto: or che ne gli alti giri
tu godi, a te si deve onor, non lutto:
a me versato il mio dolor sia tutto.

[vv. 55 – 60] Padre, o mio buon padre, che ora guardi (rimiri) dal cielo, io ti piansi quando eri malato (egro) ed anche in seguito, dopo la morte, e tu lo (il) sai bene, e piangendo io scaldai prima il letto (il letto di malattia) e poi la tomba: ora che tu godi della pace in cielo (ne gli alti giri), a te si deve onore, non cordoglio: il mio dolore, dunque, sia tutto riversato su di me.