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Parafrasi La morte di Clorinda

TORQUATO TASSO

LA MORTE DI CLORINDA

da GERUSALEMME LIBERATA – Canto XII, Ottave 50 – 71

PARAFRASI DEL TESTO

Ottava 50

Ma poi che intepidí la mente irata
nel sangue del nemico e in sé rivenne,
vide chiuse le porte e intorniata
sé da’ nemici, e morta allor si tenne.

[vv. 1 – 4] Ma, dopo che Clorinda ebbe calmato (intepidì) il proprio animo adirato con l’uccisione del nemico e fu tornata in sé, vide le porte chiuse e vide sé stessa circondata (intorniata) dai nemici, e si ritenne (si tenne) destinata a morire.

Pur veggendo ch’alcuno in lei non guata,
nov’arte di salvarsi le sovenne.
Di lor gente s’infinge, e fra gli ignoti
cheta s’avolge; e non è chi la noti.

[vv. 5 – 8] Tuttavia, vedendo che nessuno guarda (alcuno … non guata) verso di lei, le viene in mente (sovenne) un singolare stratagemma (nov’arte) per salvarsi. Ella si finge una del loro popolo (ossia: “si finge una Cristiana”) e si mescola furtivamente (cheta s’avolge) tra i guerrieri sconosciuti; e nessuno la nota.

Ottava 51

Poi, come lupo tacito s’imbosca
dopo occulto misfatto, e si desvia,
da la confusion, da l’aura fosca
favorita e nascosa, ella se ‘n gìa.

[vv. 9 – 12] Poi, così come un lupo entra silenzioso nel bosco (s’imbosca) dopo aver compiuto un segreto delitto, e lascia le vie battute (si desvia), allo stesso modo ella si allontana (se ‘n gìa), agevolata e nascosta dalla confusione e dall’aria tenebrosa (l’aura fosca).

Solo Tancredi avien che lei conosca;
egli quivi è sorgiunto alquanto pria;
vi giunse allor ch’essa Arimon uccise:
vide e segnolla, e dietro a lei si mise.

[vv. 13 – 16] Accade che solo Tancredi si accorga di lei (lei conosca); egli è sopraggiunto (sorgiunto) in quel luogo poco prima – è arrivato lì nel momento in cui ella stava uccidendo Arimone (Arimone è un guerriero cristiano): l’ha vista e ha cominciato a tenerla d’occhio (segnolla), e poi ha iniziato a seguirla.

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Ottava 52

Vuol ne l’armi provarla: un uom la stima
degno a cui sua virtú si paragone.
Va girando colei l’alpestre cima
verso altra porta, ove d’entrar dispone.

[vv. 17 – 20] Tancredi vuole sfidarla a duello (provarla ne l’armi): egli crede (stima) che ella sia un uomo con cui poter misurare il proprio valore (a cui sua virtù si paragone) da pari a pari (degno). Clorinda sta aggirando un colle (alpestre cima) per raggiungere un’altra porta (ossia: “un’altra delle porte di Gerusalemme”), dalla quale si propone (dispone) di entrare.

Segue egli impetuoso, onde assai prima
che giunga, in guisa avien che d’armi suone,
ch’ella si volge e grida: “O tu, che porte,
che corri sí?” Risponde: “E guerra e morte”.

[vv. 21 – 24] Egli la insegue con impeto, per cui (onde), già molto prima di raggiungerla, succede (avien) che faccia risuonare le armi (d’armi suone) al punto (in guisa) che ella si volta e grida: “Tu, che corri tanto (), che cosa porti?” Egli risponde: “Guerra e morte”.

Ottava 53

“Guerra e morte avrai;” disse “io non rifiuto
darlati, se la cerchi”, e ferma attende.
Non vuol Tancredi, che pedon veduto
ha il suo nemico, usar cavallo, e scende.

[vv. 25 – 28] Ella dice: “Avrai guerra e morte, non rifiuto di dartela (darlati) se la cerchi”, e attende immobile. Tancredi, che ha visto che il suo nemico è a piedi (ossia: “che ha visto che il suo nemico è in condizione di svantaggio”), non vuole usare il cavallo, e smonta.

E impugna l’uno e l’altro il ferro acuto,
ed aguzza l’orgoglio e l’ire accende;
e vansi a ritrovar non altrimenti
che duo tori gelosi e d’ira ardenti.

[vv. 29 – 32] Quindi entrambi impugnano la spada acuminata (ferro acuto), e aizzano l’orgoglio e accendono l’ira; e si danno l’assalto (vansi a ritrovar) non molto diversi da due tori gelosi e ardenti di collera.

Ottava 54

Degne d’un chiaro sol, degne d’un pieno
teatro, opre sarian sí memorande.
Notte, che nel profondo oscuro seno
chiudesti e ne l’oblio fatto sí grande,
piacciati ch’io ne ‘l tragga e ‘n bel sereno
a le future età lo spieghi e mande.

[vv. 33 – 38] Gesta così memorabili (memorande) sarebbero state (sarian) degne di svolgersi alla chiara luce del giorno, o dentro un teatro pieno. O notte, che hai nascosto nel tuo seno, profondo e oscuro, e nell’oblio, un evento così grandioso, consenti (piacciati) che io lo sottragga a quell’oblio (ne ‘l tragga) e che lo esponga nella chiara luce della poesia (‘n bel sereno) e lo tramandi (spieghi e mande) alle età future.

Viva la fama loro; e tra lor gloria
splenda del fosco tuo l’alta memoria.

[vv. 39 – 40] Possa la loro fama sopravvivere, e, insieme alla loro gloria, possa risplendere anche l’alto ricordo della tua oscurità (ossia: “possa la fama duratura delle gesta gloriose dei due duellanti rendere illustre anche il ricordo della notte stessa”).

Ottava 55

Non schivar, non parar, non ritirarsi
voglion costor, né qui destrezza ha parte.
Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi:
toglie l’ombra e ‘l furor l’uso de l’arte.

[vv. 41 – 44] Costoro non vogliono schivare i colpi né pararli, e neppure farsi indietro, né la prontezza dei movimenti trova posto (ha parte) in questo duello. Essi non eseguono finte, o affondi (pieni), o colpi leggeri (scarsi): il buio e l’accecameto del furore impediscono (toglie) loro di rispettare le norme della scherma (l’uso de l’arte).

Odi le spade orribilmente urtarsi
a mezzo il ferro, il piè d’orma non parte;
sempre è il piè fermo e la man sempre ‘n moto,
né scende taglio in van, né punta a vòto.

[vv. 45 – 48] Si sentono (Odi) le spade cozzare in modo terribile a metà della lama (a mezzo il ferro), e i piedi non si allontanano (il piè … non parte) dal luogo in cui sono piantati (d’orma); il piede resta sempre saldo e la mano è sempre in movimento, e i colpi di taglio o di punta (né … taglio, né punta) non si abbattono mai a vuoto, o invano.

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Ottava 56

L’onta irrita lo sdegno a la vendetta,
e la vendetta poi l’onta rinova;
onde sempre al ferir, sempre a la fretta
stimol novo s’aggiunge e cagion nova.

[vv. 49 – 52] La vergogna (di una ferita ricevuta) induce il duellante sdegnato a vendicarsi, e la sua vendetta suscita poi (rinova), a sua volta, la vergogna (l’onta) dell’altro; per cui (onde), al ferire e alla concitazione, si aggiungono sempre nuovo stimolo e nuove cause (cagion nova).

D’or in or piú si mesce e piú ristretta
si fa la pugna, e spada oprar non giova:
dansi co’ pomi, e infelloniti e crudi
cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.

[vv. 53 – 56] Lo scontro (la pugna) si fa di momento in momento più confuso (si mesce) e ravvicinato, ed è inutile adoperare (oprar non giova) la spada: i due si colpiscono (dansi) per mezzo delle else delle spade (co’ pomi), e cozzano l’uno contro l’altro con gli elmi e gli scudi, (divenuti ormai) irrispettosi delle regole cavalleresche (infelloniti) e, quindi, crudeli (crudi).

Ottava 57

Tre volte il cavalier la donna stringe
con le robuste braccia, ed altrettante
da que’ nodi tenaci ella si scinge,
nodi di fer nemico e non d’amante.

[vv. 57 – 60] Il cavaliere stringe per tre volte a sé la donna con le braccia robuste, ed altrettante volte ella si libera (scinge) da quelle strette vigorose, che sono proprie di un nemico feroce, e non di un amante.

Tornano al ferro, e l’uno e l’altro il tinge
con molte piaghe; e stanco ed anelante
e questi e quegli al fin pur si ritira,
e dopo lungo faticar respira.

[vv. 61 – 64] Tornano ad usare le spade (al ferro) ed entrambi le bagnano (il tinge) con il sangue di molte ferite; e, alla fine, ciascuno dei due (e questi e quegli) si ritira, stanco e affannato (anelante), e riprende fiato dopo la lunga fatica.

Ottava 58

L’un l’altro guarda, e del suo corpo essangue
su ‘l pomo de la spada appoggia il peso.
Già de l’ultima stella il raggio langue
al primo albor ch’è in oriente acceso.

[vv. 65 – 68] Si guardano l’un l’altro, e ognuno appoggia il peso del suo corpo dissanguato (essangue) sull’elsa (pomo) della spada. Ormai si affievolisce (langue) il chiarore dell’ultima stella (ossia: “di Venere”), al primo albeggiare nel cielo d’oriente.

Vede Tancredi in maggior copia il sangue
del suo nemico, e sé non tanto offeso.
Ne gode e superbisce. Oh nostra folle
mente ch’ogn’aura di fortuna estolle!

[vv. 69 – 72] Tancredi vede in maggiore quantità (copia) il sangue del suo nemico, e vede, invece, di non essere ferito (offeso) in modo altrettanto grave. Se ne rallegra e inorgoglisce (superbisce). Oh quanto è folle la nostra mente, che ogni soffio (aura) di buona sorte fa insuperbire (estolle)!

Ottava 59

Misero, di che godi? oh quanto mesti
fiano i trionfi ed infelice il vanto!
Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti)
di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.

[vv. 73 – 76] O meschino, di che cosa ti rallegri? Oh, quanto saranno (fian) tristi i tuoi trionfi, e quanto infelice il tuo vanto! I tuoi occhi pagheranno (sempre che tu sopravviva) con un mare di pianto ogni goccia (stilla) di quel sangue.

Cosí tacendo e rimirando, questi
sanguinosi guerrier cessaro alquanto.
Ruppe il silenzio al fin Tancredi e disse,
perché il suo nome a lui l’altro scoprisse:

[vv. 77 – 80] Così, tacendo e osservandosi, questi guerrieri insanguinati sospendono il combattimento (cessaro) per un breve lasso di tempo (alquanto). Alla fine Tancredi rompe il silenzio e parla, per far sì che l’altro gli riveli (scoprisse) il suo nome:

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Ottava 60

“Nostra sventura è ben che qui s’impieghi
tanto valor, dove silenzio il copra.

[vv. 81 – 84] “È proprio una sfortuna per noi aver dato prova (s’impieghi) di tanto grande valore in un luogo il cui silenzio lo terrà celato (ossia: “in un luogo in cui non ci siano testimoni”).

Ma poi che sorte rea vien che ci neghi
e lode e testimon degno de l’opra,
pregoti (se fra l’arme han loco i preghi)
che ‘l tuo nome e ‘l tuo stato a me tu scopra,
acciò ch’io sappia, o vinto o vincitore,
chi la mia morte o la vittoria onore.”

[vv. 85 – 88] Ma, poiché ci càpita una sorte malevola (rea) che ci nega sia la gloria, sia dei testimoni degni delle nostre gesta (de l’opra), io ti prego (se le preghiere possono trovare posto in una battaglia) di rivelarmi (a me tu scopra) il tuo nome e la tua condizione, affinché io sappia, da vinto o da vincitore, chi onori la mia morte o la mia vittoria”.

Ottava 61

Risponde la feroce: “Indarno chiedi
quel c’ho per uso di non far palese.
Ma chiunque io mi sia, tu inanzi vedi
un di quei due che la gran torre accese”.

[vv. 89 – 92] La feroce guerriera risponde: “Invano (indarno) mi chiedi ciò che ho l’abitudine di non rivelare mai (non far palese). Ma, chiunque io sia, tu vedi di fronte a te uno dei due guerrieri che hanno appiccato il fuoco alla grande torre (Clorinda ha incendiato con Argante la torre d’assalto dei Franchi)”.

Arse di sdegno a quel parlar Tancredi,
e: “In mal punto il dicesti”; indi riprese
“il tuo dir e ‘l tacer di par m’alletta,
barbaro discortese, a la vendetta”.

[vv. 93 – 96] A quelle parole Tancredi avvampa di sdegno, quindi riprende: “L’hai detto in un momento inopportuno (in mal punto); ciò che hai detto e ciò che hai taciuto (ossia: “il non aver rivelato il tuo nome”), o barbaro scortese, mi incitano (m’alletta) in egual misura (di par) alla vendetta”.

Ottava 62

Torna l’ira ne’ cori, e li trasporta,
benché debili in guerra. Oh fera pugna,
u’ l’arte in bando, u’ già la forza è morta,
ove, in vece, d’entrambi il furor pugna!

[vv. 97 – 100] La rabbia ritorna nei cuori e li trascina, benché deboli, a riprendere il combattimento. Oh feroce combattimento (fera pugna), dal quale (u’, letteralmente: “dove”) le regole della scherma (l’arte) sono messe al bando (in bando), dove la forza ormai si è spenta, dove, al posto di queste cose (in vece), combatte soltanto il furore dei due contendenti!

Oh che sanguigna e spaziosa porta
fa l’una e l’altra spada, ovunque giugna,
ne l’arme e ne le carni! e se la vita
non esce, sdegno tienla al petto unita.

[vv. 101 – 104] Oh, che squarcio (porta) largo e sanguinoso fa l’una e l’altra spada, ovunque arrivi a colpire (giugna), nell’armatura (arme) o nella carne! E se la vita non esce da quei corpi, è perché la rabbia la tiene (tienla) attaccata al petto.

Ottava 63

Qual l’alto Egeo, perché Aquilone o Noto
cessi, che tutto prima il volse e scosse,
non s’accheta ei però, ma ’l suono e ’l moto
ritien de l’onde anco agitate e grosse,

[vv. 105 – 108] Così come il profondo (alto) mare Egeo, benché cessino il vento Aquilone o il Noto, che poco prima l’hanno sconvolto e agitato (il volse e scosse) tutto, non per questo (non però) si calma (s’accheta), ma conserva (ritien) il suono e il movimento delle onde ancora agitate e grosse,

tal, se ben manca in lor co ’l sangue vòto
quel vigor che le braccia a i colpi mosse,
serbano ancor l’impeto primo, e vanno
da quel sospinti a giunger danno a danno.

[vv. 109 – 112] allo stesso modo (sottinteso: “Tancredi e Clorinda”), sebbene in loro manchi, insieme al (co ’l) sangue versato (vòto), quel vigore che ha mosso le loro braccia a colpire, conservano ancora lo slancio iniziale (primo), e, spinti da esso, continuano ad aggiungere (vanno … a giunger) danno a danno.

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Ottava 64

Ma ecco omai l’ora fatale è giunta
che ’l viver di Clorinda al suo fin deve.
Spinge egli il ferro nel bel sen di punta
che vi s’immerge e ’l sangue avido beve;

[vv.113 – 116] Ma ecco che ormai è giunta l’ora fatale, che metterà fine alla vita di ClorindaEgli spinge di punta la spada (ferro) nel bel seno, ed essa vi si conficca e ne beve avidamente il sangue;

e la veste, che d’or vago trapunta
le mammelle stringea tenera e leve,
l’empie d’un caldo fiume. Ella già sente
morirsi, e ’l piè le manca egro e languente.

[vv. 117 – 120] e le imbeve (l’empie) di un caldo fiume (di sangue) la veste,
che, ricamata di bell’oro, le avvolge morbida e leggera (tenera e leve) le mammelle. Ella si sente già morire, e il piede le vacilla, debole e sfinito (egro e languente).

Ottava 65

Segue egli la vittoria, e la trafitta
vergine minacciando incalza e preme.
Ella, mentre cadea, la voce afflitta
movendo, disse le parole estreme;

[vv. 121 – 124] Tancredi rincorre la vittoria, e incalza e costringe sulle ginocchia (preme), minacciandola, la fanciulla trafitta. Ella, mentre cade, muovendo la bocca sofferente per parlare (la voce afflitta movendo è uno zeugma, perché “muovere” è riferito alla “voce” e non alla bocca), proferisce le sue ultime parole;

parole ch’a lei novo un spirto ditta,
spirto di fé, di carità, di speme:
virtú ch’or Dio le infonde, e se rubella
in vita fu, la vuole in morte ancella.

[vv. 125 – 128] parole che le vengono dettate da un nuovo spirito, uno spirito di fede, di carità, di speranza: una virtù che adesso Dio le infonde e, se ella in vita è stata un’infedele (rubella), (Dio) la vuole sua fedele servitrice (ancella) in morte.

Ottava 66

“Amico, hai vinto: io ti perdon… perdona
tu ancora, al corpo no, che nulla pave,
a l’alma sí; deh! per lei prega, e dona
battesmo a me ch’ogni mia colpa lave.”

[vv. 129 – 132] “Amico mio, hai vinto: io ti perdono … perdona anche tu (tu ancora): non il mio corpo, che non ha più nulla da temere (nulla pave), ma l’anima. Orsù (deh)! Prega per lei, e dammi il battesimo che purifichi (lave) ogni mia colpa”.

In queste voci languide risuona
un non so che di flebile e soave
ch’al cor gli scende ed ogni sdegno ammorza,
e gli occhi a lagrimar gli invoglia e sforza.

[vv. 133 – 136] In queste parole deboli (voci languide) risuona un qualcosa di delicato (flebile) e soave, che scende fino al cuore di Tancredi, e spegne (ammorza) ogni rancore, e invoglia e conduce (sforza) i suoi occhi a piangere.

Ottava 67

Poco quindi lontan nel sen del monte
scaturia mormorando un picciol rio.
Egli v’accorse e l’elmo empié nel fonte,
e tornò mesto al grande ufficio e pio.

[vv. 137 – 140] Poco lontano da lì (quindi), sul fianco (sen) della collina, zampillava un piccolo ruscello (rio) mormorante. Tancredi vi corse e riempì l’elmo alla sorgente, e tornò serio al compito (ufficio) grande e pio (ossia: “tornò per celebrare il battesimo”).

Tremar sentí la man, mentre la fronte
non conosciuta ancor sciolse e scoprio.
La vide, la conobbe, e restò senza
e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!

[vv. 141 – 144] Sentì che la sua mano tremava, quando liberò dall’elmo (sciolse) e scoprì la fronte ancora sconosciuta. La vide, la riconobbe, e restò paralizzato e senza parole. Ah, che vista! Ah, che scoperta!

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Ottava 68

Non morí già, ché sue virtuti accolse
tutte in quel punto e in guardia al cor le mise,
e premendo il suo affanno a dar si volse
vita con l’acqua a chi co ‘l ferro uccise.

[vv. 145 – 148] (Tancredi) non morì soltanto perché in quell’istante (punto) chiamò a raccolta (accolse) tutte le sue forze (virtuti), e le mise a protezione del cuore, e reprimendo (premendo) la sua angoscia si rivolse a dare la vita (spirituale) con l’acqua a colei che aveva ucciso con la spada.

Mentre egli il suon de’ sacri detti sciolse,
colei di gioia trasmutossi, e rise;
e in atto di morir lieto e vivace,
dir parea: “S’apre il cielo; io vado in pace”.

[vv. 149 – 152] Mentre egli pronunciò (il suon … sciolse) la formula rituale del battesimo, Clorinda cambiò volto (trasmutossi) per la gioia, e sorrise; e, nell’atteggiamento di una morte lieta e vivificatrice (vivace), sembrava che dicesse: “Il paradiso si sta schiudendo, io vado in pace”.

Ottava 69

D’un bel pallore ha il bianco volto asperso,
come a’ gigli sarian miste viole,
e gli occhi al cielo affisa, e in lei converso
sembra per la pietate il cielo e ‘l sole;

[vv. 153 – 156] (Clorinda) ha il volto bianco cosparso (asperso) di un bel pallore, come sarebbero (sarian) le viole frammiste ai gigli (ossia:”il rosa delle guance si mescola al pallore della morte”), e rivolge fissamente (affisa) gli occhi al cielo, e il cielo e il sole sembrano rivolti (converso) verso di lei, per la pietà;

e la man nuda e fredda alzando verso
il cavaliero in vece di parole
gli dà pegno di pace. In questa forma
passa la bella donna, e par che dorma.

[vv. 157 – 160] e, alzando la mano nuda (ossia: “senza guanto”) e fredda verso il cavaliere, al posto delle parole gli rivolge un segno di pace (ossia: “gli porge la mano”). In questo modo (forma) trapassa (passa) la bella donna, e sembra che si sia addormentata.

Ottava 70

Come l’alma gentile uscita ei vede,
rallenta quel vigor ch’avea raccolto;
e l’imperio di sé libero cede
al duol già fatto impetuoso e stolto,
ch’al cor si stringe e, chiusa in breve sede
la vita, empie di morte i sensi e ‘l volto.

[vv. 161 – 166] Non appena egli vede che l’anima nobile (gentile) ha abbandonato il corpo, lascia affievolire (rallenta) quelle forze (vigorche aveva raccolto; Tancredi abbandona (cede) il completo dominio (libero imperio) di sé al dolore (duol), divenuto (fatto) frattanto violentissimo e selvaggio (stolto), che gli si stringe al cuore e che, confinata la vita in un piccolo spazio (in breve sede), riempie il volto e i sensi di morte.

Già simile a l’estinto il vivo langue
al colore, al silenzio, a gli atti, al sangue.

[vv. 167 – 168] Il vivo (Tancredi) giace ormai privo di sensi (langue) simile alla morta (Clorinda) quanto al colorito, al silenzio, all’atteggiamento, al sangue.

Ottava 71

E ben la vita sua sdegnosa e schiva,
spezzando a forza il suo ritegno frale,
la bella anima sciolta al fin seguiva,
che poco inanzi a lei spiegava l’ale;

[vv. 169 – 172] E la sua anima, avendo ormai a sdegno la vita e volendo fuggirla, avrebbe alla fine (al fin seguiva) certamente seguito – spezzando con la violenza il debole vincolo (ritegno frale) che la legava al corpo – la bella anima (di Clorinda), già sciolta dal corpo, che aveva preso il volo (spiegava l’ale) poco prima;

ma quivi stuol de’ Franchi a caso arriva,
cui trae bisogno d’acqua o d’altro tale,
e con la donna il cavalier ne porta,
in sé mal vivo e morto in lei ch’è morta.

[vv. 173 – 176] ma a questo punto (quivi) arrivò per caso una schiera di crociati Franchi, spinti in quel luogo (cui trae) dal bisogno di acqua o di qualcos’altro di simile; la schiera, insieme alla donna, portò via di lì (ne porta) il cavaliere, di fatto moribondo (in sé mal vivo), ma in realtà già morto (nell’anima) per la morte di Clorinda.