Archivio testo: La parentesi idillica di Erminia

Parafrasi La parentesi idillica di Erminia

TORQUATO TASSO

LA PARENTESI IDILLICA DI ERMINIA

da GERUSALEMME LIBERATA – Canto VII, Ottave 1 – 22

PARAFRASI DEL TESTO

Ottava 1

Intanto Erminia infra l’ombrose piante
d’antica selva dal cavallo è scòrta,
né piú governa il fren la man tremante,
e mezza quasi par tra viva e morta.

[vv. 1 – 4] Intanto Erminia viene condotta (scòrta) dal cavallo fra gli alberi ombrosi di un antico bosco, e la sua mano tremante non governa più le briglie (il fren), ed ella sembra a metà tra la vita e la morte.

Per tante strade si raggira e tante
il corridor ch’in sua balia la porta,
ch’al fin da gli occhi altrui pur si dilegua,
ed è soverchio omai ch’altri la segua.

[vv. 5 – 8] Il cavallo (corridor), che la porta a proprio piacimento, girovaga (si raggira) per così tante strade che alla fine sparisce dalla vista di chiunque (altrui), ed è inutile (soverchio) ormai che qualcuno la insegua.

Ottava 2

Qual dopo lunga e faticosa caccia
tornansi mesti ed anelanti i cani
che la fèra perduta abbian di traccia,
nascosa in selva da gli aperti piani,
tal pieni d’ira e di vergogna in faccia
riedono stanchi i cavalier cristiani.

[vv. 9 – 14] Così come i cani tornano afflitti ed ansanti (anelanti) dopo una caccia lunga e faticosa, dopo che hanno smarrito le orme della preda (fèra) la quale, dai luoghi aperti e pianeggianti, si è nascosta (nascosa) in un bosco, allo stesso modo i cavalieri cristiani tornano (riedono) stanchi e pieni d’ira e di vergogna sui volti.

Ella pur fugge, e timida e smarrita
non si volge a mirar s’anco è seguita.

[vv. 15 – 16] Erminia continua a fuggire e, timorosa (timida) e smarrita, non si volta indietro a guardare se è ancora (s’anco) inseguita.

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Ottava 3

Fuggí tutta la notte, e tutto il giorno
errò senza consiglio e senza guida,
non udendo o vedendo altro d’intorno,
che le lagrime sue, che le sue strida.

[vv. 17 – 20] (Erminia) fugge per tutta la notte, e per tutto il giorno seguente vaga senza una mèta (consiglio) e senza una guida, senza vedere né udire intorno a sé nulla, fuorché le sue stesse lacrime o le sue grida (strida).

Ma ne l’ora che ‘l sol dal carro adorno
scioglie i corsieri e in grembo al mar s’annida,
giunse del bel Giordano a le chiare acque
e scese in riva al fiume, e qui si giacque.

[vv. 21 – 24] Ma, nell’ora in cui il sole scioglie i cavalli dal suo bel (adorno) carro e si immerge (s’annida) nel mare (ossia: “al tramonto”), Erminia giunge alle limpide acque del bel fiume Giordano, e smonta sulla riva del fiume, dove si corica (si giacque).

Ottava 4

Cibo non prende già, ché de’ suoi mali
solo si pasce e sol di pianto ha sete;

[vv. 25 – 26] Non prende affatto (già) cibo, in quanto si nutre (si pasce) solo delle sue sventure, e ha sete solo del suo pianto;

ma ‘l sonno, che de’ miseri mortali
è co ‘l suo dolce oblio posa e quiete,
sopí co’ sensi i suoi dolori, e l’ali
dispiegò sovra lei placide e chete;

[vv. 27 – 30] ma il sonno, che con il suo dolce abbandono è il riposo (posa) e la quiete degli infelici mortali, placa (sopì) le pene di Erminia insieme ai suoi sensi, e dispiega sopra di lei le sue ali placide e calme (chete);

né però cessa Amor con varie forme
la sua pace turbar mentre ella dorme.

[vv. 31 – 32] non per questo, però, Amore smette di turbarle il riposo con sogni confusi (varie forme), mentre ella dorme.

Ottava 5

Non si destò fin che garrir gli augelli
non sentí lieti e salutar gli albori,
e mormorar il fiume e gli arboscelli,
e con l’onda scherzar l’aura e co i fiori.

[vv. 33 – 36] (Erminia) non si risveglia finché non sente gli uccelli cinguettare (garrir) allegri e salutare le prime luci dell’alba (gli albori), e (finché non sente) il fiume e le fronde mormorare, e il vento (l’aura) che gioca con l’acqua e con i fiori.

Apre i languidi lumi e guarda quelli
alberghi solitari de’ pastori,
e parle voce udir tra l’acqua e i rami
ch’a i sospiri ed al pianto la richiami.

[vv. 37 – 40] Apre gli occhi intorpiditi (languidi lumi) e osserva quei luoghi (alberghi) solitari abitati dai pastori, e le sembra (parle) di udire, tra l’acqua del fiume e i rami, una voce che la richiama ai sospiri e al pianto (ossia: “una voce che risveglia in lei il dolore”).

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Ottava 6

Ma son, mentr’ella piange, i suoi lamenti
rotti da un chiaro suon ch’a lei ne viene,
che sembra ed è di pastorali accenti
misto e di boscareccie inculte avene.

[vv. 41 – 44] Ma, mentre ella piange, i suoi lamenti sono interrotti (rotti) da un suono distinto che giunge a lei, che sembra, e in effetti è, (un suono) misto di canti dei pastori (pastorali accenti) e di rustiche zampogne pastorali (boscarecce inculte avene).

Risorge, e là s’indrizza a passi lenti,
e vede un uom canuto a l’ombre amene
tesser fiscelle a la sua greggia a canto
ed ascoltar di tre fanciulli il canto.

[vv. 45 – 48] (Erminia) si alza, e si dirige (s’indrizza) a passi lenti in quella direzione (ossia: “nella direzione dalla quale sente provenire il suono”) e vede un uomo dai capelli bianchi (canuto) che, sotto le ombre piacevoli (amene), intreccia ceste di vimini (tesser fiscelle) accanto al suo gregge, mentre ascolta il canto di tre fanciulli.

Ottava 7

Vedendo quivi comparir repente
l’insolite arme, sbigottír costoro;
ma li saluta Erminia e dolcemente
gli affida, e gli occhi scopre e i bei crin d’oro:

[vv. 49 – 52] Costoro, vedendo comparire lì, all’improvviso (repente), quell’armatura (arme) insolita, si spaventano (sbigottìr); ma Erminia li saluta dolcemente e li rassicura (gli affida), e scopre gli occhi e i suoi bei capelli biondi:

“Seguite,” dice “aventurosa gente
al Ciel diletta, il bel vostro lavoro,
ché non portano già guerra quest’armi
a l’opre vostre, a i vostri dolci carmi.”

[vv. 53 – 56] “O fortunata (aventurosa) gente cara al Cielo” dice, “continuate il vostro bel lavoro, poiché queste armi non portano affatto (già) guerra alle vostre opere, ai vostri soavi canti (carmi)”.

Ottava 8

Soggiunse poscia: “O padre, or che d’intorno
d’alto incendio di guerra arde il paese,
come qui state in placido soggiorno
senza temer le militari offese?”

[vv. 57 – 60] Poi aggiunge: “O padre (Erminia si rivolge all’anziano pastore), ora che tutt’intorno la regione brucia per il grande incendio della guerra, com’è possibile che voi stiate qui in questo pacifico luogo, senza temere le violenze dei soldati?”

“Figlio,” ei rispose “d’ogni oltraggio e scorno
la mia famiglia e la mia greggia illese
sempre qui fur, né strepito di Marte
ancor turbò questa remota parte.

[vv. 61 – 64] Egli (il pastore) risponde: “O figliola, la mia famiglia e il mio gregge qui sono sempre stati al riparo (illese … fur) da ogni offesa e violenza (scorno), né lo strepito della guerra (di Marte) ha ancora turbato questi luoghi appartati (remota parte).

Ottava 9

O sia grazia del Ciel che l’umiltade
d’innocente pastor salvi e sublime,
o che, sí come il folgore non cade
in basso pian ma su l’eccelse cime,

[vv. 65 – 68] Forse è la grazia del Cielo che protegge e rispetta (salvi e sublime) l’umiltà degli innocenti pastori, o forse, così come il fulmine (folgore) non cade nella bassa pianura, ma sulle cime più alte,

cosí il furor di peregrine spade
sol de’ gran re l’altere teste opprime,
né gli avidi soldati a preda alletta
la nostra povertà vile e negletta.

[vv. 69 – 72] allo stesso modo il furore delle spade straniere (peregrine) colpisce solo le teste superbe dei re, né la nostra modesta e disprezzata (negletta) povertà spinge gli avidi soldati a cercarvi un bottino (a preda alletta).

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Ottava 10

Altrui vile e negletta, a me sí cara
che non bramo tesor né regal verga,
né cura o voglia ambiziosa o avara
mai nel tranquillo del mio petto alberga.

[vv. 73 – 76] Povertà modesta e disprezzata dagli altri (altrui), e invece molto cara a me che non desidero ricchezze, né uno scettro regale (regal verga), né preoccupazioni (cura) e nella tranquillità del mio petto non trovano mai posto (alberga) desideri dettati dall’ambizione o dall’avidità.

Spengo la sete mia ne l’acqua chiara,
che non tem’io che di venen s’asperga,
e questa greggia e l’orticel dispensa
cibi non compri a la mia parca mensa.

[vv. 77 – 80] Placo la mia sete per mezzo di limpida acqua, che io non temo sia avvelenata (di venen s’asperga), e questo gregge e il piccolo orto producono (dispensa) per la mia sobria tavola viveri che non devo comperare (non compri).

Ottava 11

Ché poco è il desiderio, e poco è il nostro
bisogno onde la vita si conservi.
Son figli miei questi ch’addito e mostro,
custodi de la mandra, e non ho servi.

[vv. 81 – 84] Infatti abbiamo poche pretese, ed è scarso il nostro bisogno di ciò che ci serve per vivere (onde la vita si conservi). Questi che ti indico (t’addito) e mostro sono i miei figli, custodi del bestiame (de la mandra), e non ho servitori.

Cosí me ‘n vivo in solitario chiostro,
saltar veggendo i capri snelli e i cervi,
ed i pesci guizzar di questo fiume
e spiegar gli augelletti al ciel le piume.

[vv. 85 – 88] Vivo così in questo solitario luogo appartato (chiostro), vedendo saltare gli agili caprioli ed i cervi, e vedendo guizzare i pesci di questo fiume e gli uccellini dispiegare le loro ali (piume è una sineddoche per “ali”) verso il cielo.

Ottava 12

Tempo già fu, quando piú l’uom vaneggia
ne l’età prima, ch’ebbi altro desio
e disdegnai di pasturar la greggia;

[vv. 89 – 91] C’è stato un tempo, quello della giovinezza (ne l’età prima), quando l’uomo si perde maggiormente dietro alle illusioni (vaneggia), in cui io ebbi altri desideri, e disdegnai di pascolare il gregge (pasturar la greggia);

e fuggii dal paese a me natio,
e vissi in Menfi un tempo, e ne la reggia
fra i ministri del re fui posto anch’io,
e benché fossi guardian de gli orti
vidi e conobbi pur l’inique corti.

[vv. 92 – 96] quindi abbandonai il mio paese natale (natio), e vissi per qualche tempo a Menfi, in Egitto, e, nella reggia, divenni anch’io uno dei servitori (ministri) del re, e, nonostante io fossi un semplice guardiano dei giardini (orti), comunque vidi e feci esperienza delle ingiustizie delle corti.

Ottava 13

Pur lusingato da speranza ardita
soffrii lunga stagion ciò che piú spiace;
ma poi ch’insieme con l’età fiorita
mancò la speme e la baldanza audace,

[vv. 97 – 100] Ciononostante, allettato da un’ambiziosa speranza, per lungo tempo sopportai (soffrii lunga stagion) anche le cose più spiacevoli; ma, dopo che insieme alla giovinezza vennero meno (mancò) la speranza (la speme) e l’audace entusiasmo,

piansi i riposi di quest’umil vita
e sospirai la mia perduta pace,
e dissi; `O corte, a Dio.’ Cosí, a gli amici
boschi tornando, ho tratto i dí felici.”

[vv. 101 – 104] rimpiansi la quiete (piansi i riposi) di questa umile vita, e desiderai nuovamente la mia pace perduta, e dissi: “O corte, addio!”. Così, tornando nei boschi amici, ho trascorso (tratto) giorni felici”.

Ottava 14

Mentre ei cosí ragiona, Erminia pende
da la soave bocca intenta e cheta;
e quel saggio parlar, ch’al cor le scende,
de’ sensi in parte le procelle acqueta.

[vv. 105 – 108] Mentre egli parla (ragiona) in questo modo, Erminia pende dalle benigne labbra di lui, attenta e quieta (intenta e cheta); e quelle sagge parole, che le scendono al cuore, placano (acqueta) in parte le tempeste (procelle) delle sue passioni.

Dopo molto pensar, consiglio prende
in quella solitudine secreta
insino a tanto almen farne soggiorno
ch’agevoli fortuna il suo ritorno.

[vv. 109 – 112] Dopo aver riflettuto a lungo, (Erminia) prende la decisione (consiglio prende) di restare in quel luogo solitario e appartato (solitudine secreta), almeno fino al momento in cui la sorte non renda più agevole il suo ritorno (a Gerusalemme).

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Ottava 15

Onde al buon vecchio dice: “O fortunato,
ch’un tempo conoscesti il male a prova,
se non t’invidii il Ciel sí dolce stato,
de le miserie mie pietà ti mova;

[vv. 113 – 116] Perciò (Erminia) dice al buon vecchio: “O fortunato, che un tempo hai sperimentato (conoscesti … a prova) il male, possa il Cielo non privarti (se non t’invidii il Ciel) di questa tua dolce condizione, e muoverti a compassione delle mie misere condizioni:

e me teco raccogli in cosí grato
albergo ch’abitar teco mi giova.
Forse fia che ‘l mio core infra quest’ombre
del suo peso mortal parte disgombre.

[vv. 117 – 120] accoglimi con te (teco) in questa sede così piacevole (sì gradito albergo), che mi è gradito (mi giova) abitare insieme a te. Forse avverrà (fia) che il mio cuore, tra queste ombre, si liberi (disgombre) in parte del suo affanno mortale.

Ottava 16

Ché se di gemme e d’or, che ‘l vulgo adora
sí come idoli suoi, tu fossi vago,
potresti ben, tante n’ho meco ancora,
renderne il tuo desio contento e pago.”

[vv. 121 – 124] Infatti, qualora tu fossi desideroso (vago) di gemme e di oro, cose che la gente adora come sue divinità, ebbene ne ho ancora così tante con me (meco) che tu potresti soddisfare ed appagare pienamente il tuo desiderio (renderne il tuo desio contento e pago)”.

Quinci, versando da’ begli occhi fora
umor di doglia cristallino e vago,
parte narrò di sue fortune, e intanto
il pietoso pastor pianse al suo pianto.

[vv. 125 – 128] Quindi, versando dai begli occhi lacrime di dolore (umor di doglia) limpide e belle (cristallino e vago), racconta parte delle sue vicende (fortune), e intanto il compassionevole pastore piange insieme a lei.

Ottava 17

Poi dolce la consola e sí l’accoglie
come tutt’arda di paterno zelo,
e la conduce ov’è l’antica moglie
che di conforme cor gli ha data il Cielo.

[vv. 129 – 132] Poi (il pastore), benigno (dolce), la consola, e la accoglie come se arda tutto (tutt’arda) di amore (zelo) paterno, e la conduce nel posto in cui si trova la sua anziana (antica) moglie, che il Cielo gli ha concesso di sentimenti (cor) conformi ai suoi (ossia: “che il Cielo gli ha data pietosa e generosa come lui”).

La fanciulla regal di rozze spoglie
s’ammanta, e cinge al crin ruvido velo;
ma nel moto de gli occhi e de le membra
non già di boschi abitatrice sembra.

[vv. 133 – 136] La fanciulla di famiglia reale (ossia: “Erminia”) indossa semplici abiti (di rozze spoglie s’ammanta), e raccoglie i capelli (crin) per mezzo di un rustico velo; tuttavia, quanto al suo sguardo e al suo portamento (moto de gli occhi e de le memebra), non sembra certo (già) un’abitante dei boschi.

Ottava 18

Non copre abito vil la nobil luce
e quanto è in lei d’altero e di gentile,
e fuor la maestà regia traluce
per gli atti ancor de l’essercizio umile.

[vv. 137 – 140] L’abito modesto non nasconde la luminosa eleganza del suo aspetto (nobil luce), né tutto ciò che di fiero e di nobile c’è in lei, e la sua maestà regale traspare (fuor … traluce) anche (ancor) quando ella svolge le umili mansioni pastorali (per gli atti … de l’esercizio umile).

Guida la greggia a i paschi e la riduce
con la povera verga al chiuso ovile,
e da l’irsute mamme il latte preme
e ‘n giro accolto poi lo stringe insieme.

[vv. 141 – 144] Conduce il gregge ai pascoli (a i paschi) e con il povero bastone lo riporta (riduce) all’ovile recintato, inoltre munge (preme) il latte dalle mammelle pelose (irsute mamme) delle capre, e poi lo comprime (stringe insieme) in rotonde forme (‘n giro accolto) di formaggio.

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Ottava 19

Sovente, allor che su gli estivi ardori
giacean le pecorelle a l’ombra assise,
ne la scorza de’ faggi e de gli allori
segnò l’amato nome in mille guise,

[vv. 145 – 148] In più occasioni, mentre le pecorelle giacevano adagiate (assise) all’ombra nel caldo dell’estate (su gli estivi ardori), Erminia scrisse il nome amato (ossia: “il nome del suo amato Tancredi”) in mille forme (guise) sulla corteccia (scorza) dei faggi e degli allori,

e de’ suoi strani ed infelici amori
gli aspri successi in mille piante incise,
e in rileggendo poi le proprie note
rigò di belle lagrime le gote.

[vv. 149 – 152] ed incise su moltissimi alberi i tristi accidenti (aspri successi) delle sue singolari ed infelici vicende amorose e poi, nel rileggere le sue stesse iscrizioni tempo dopo, rigò di belle lacrime le sue guance.

Ottava 20

Indi dicea piangendo: “In voi serbate
questa dolente istoria, amiche piante;

[vv. 153 – 154] Allora, piangendo, ella diceva : “Custodite (serbate) tra di voi questa dolorosa storia, o amici alberi;

perché se fia ch’a le vostr’ombre grate
giamai soggiorni alcun fedele amante,
senta svegliarsi al cor dolce pietate
de le sventure mie sí varie e tante,
e dica: `Ah troppo ingiusta empia mercede
diè Fortuna ed Amore a sí gran fede!’

[vv. 155 – 160] perché, se mai accadrà (se fia … giamai) che sosti sotto la vostra gradevole ombra un qualche amante fedele, egli senta sorgere nel suo cuore una benevola pietà per le mie sventure, così mutevoli (varie) e numerose, e dica: “Ah, la Fortuna e l’Amore diedero una ricompensa (mercede) troppo ingiusta e crudele (empia) a una così grande fedeltà!”

Ottava 21

Forse averrà, se ‘l Ciel benigno ascolta
affettuoso alcun prego mortale,
che venga in queste selve anco tal volta
quegli a cui di me forse or nulla cale;

[vv. 161 – 164] Forse accadrà, se il Cielo ascolta benevolmente qualche fervida preghiera (affettuoso alcun prego) umana, che un giorno (tal volta) capiti in questi boschi anche colui (Tancredi) al quale ora, forse, non importa (cale) nulla di me;

e rivolgendo gli occhi ove sepolta
giacerà questa spoglia inferma e frale,
tardo premio conceda a i miei martíri
di poche lagrimette e di sospiri;

[vv. 165 – 168] e allora, rivolgendo i suoi occhi al luogo in cui giacerà sepolto questo mio corpo debole e fragile (spoglia inferma e frale), possa egli concedere alle mie pene (martìri) una tarda ricompensa di poche lacrimette e di sospiri;

Ottava 22

onde se in vita il cor misero fue,
sia lo spirito in morte almen felice,
e ‘l cener freddo de le fiamme sue
goda quel ch’or godere a me non lice.”

[vv. 169 – 172] per cui (onde), se in vita il cuore fu (fue) infelice, che possa almeno essere felice nella morte lo spirito, e possa la mia fredda cenere godere di quella fiamma dell’amore di lui, dalla quale ora non mi è concesso (a me non lice) trarre alcuna gioia”.

Cosí ragiona a i sordi tronchi, e due
fonti di pianto da’ begli occhi elice.

[vv. 173 – 174] Così parla (ragiona) Erminia ai tronchi che non possono udirla, e fa sgorgare (elice) dai begli occhi due fonti di pianto.