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Parafrasi La selva incantata

TORQUATO TASSO

LA SELVA INCANTATA

da GERUSALEMME LIBERATA – Canto 13, Ottave 17 – 46

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Ottava 17

Ma in questo mezzo il pio Buglion non vòle
che la forte cittade in van si batta,
se non è prima la maggior sua mole
ed alcuna altra machina rifatta.

[vv. 1 – 4] Ma, nel frattempo, il devoto Goffredo di Buglione non vuole che la città fortificata venga inutilmente attaccata (si batta), se prima non vengono ricostruite la più imponente torre d’attacco di cui egli dispone (la sua maggior sua mole) e qualche altra macchina da guerra.

E i fabri al bosco invia che porger sòle
ad uso tal pronta materia ed atta.
Vanno costor su l’alba a la foresta,
ma timor novo al suo apparir gli arresta.

[vv. 5 – 8] Pertanto egli manda dei fabbri nel bosco che abitualmente fornisce (porger sòle) legname (materia) pronto e adatto a tale scopo. Costoro, sul fare del giorno, si recano nella foresta, ma, al vederla (al suo apparir), un singolare (novo) timore li paralizza.

Ottava 18

Qual semplice bambin mirar non osa
dove insolite larve abbia presenti,
o come pave ne la notte ombrosa,
imaginando pur mostri e portenti,

[vv. 9 – 12] Così come un bambino ingenuo non osa guardare in un luogo in cui egli creda che ci siano (abbia presenti) degli inquietanti fantasmi, o così come (sottinteso: “un bambino”) ha paura nella notte tenebrosa, poiché immagina sempre (pur) creature spaventose o fatti prodigiosi,

così temean, senza saper qual cosa
siasi quella però che gli sgomenti,
se non che ’l timor forse a i sensi finge
maggior prodigi di Chimera o Sfinge.

[vv. 13 – 16] allo stesso modo avevano paura i fabbri, ignorando però che cosa fosse a farli spaventare, se non che, forse, la loro paura faceva immaginare ai loro sensi prodigi ancor più terribili della Chimera o della Sfinge (La Chimera era un mostro della mitologia greca, che i poeti descrivevano col muso di leone, il corpo di capra, la coda di drago e vomitante fiamme. Anche la Sfinge era una figura mitologica raffigurata come un mostro, con il corpo di leone e testa umana, talvolta dotato di ali).

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Ottava 19

Torna la turba, e misera e smarrita
varia e confonde sì le cose e i detti
ch’ella nel riferir n’è poi schernita,
né son creduti i mostruosi effetti.

[vv. 17 – 20] Il gruppo dei fabbri fa dunque ritorno, e (sottinteso: “nel riferire l’accaduto”) altera (varia) i fatti e confonde le versioni (i detti) al punto da venire deriso mentre racconta, e ai portentosi avvenimenti (i mostruosi effetti) non viene dato credito.

Allor vi manda il capitano ardita
e forte squadra di guerrieri eletti,
perché sia scorta a l’altra e ’n esseguire
i magisteri suoi le porga ardire.

[vv. 21 – 24] Perciò il capitano (ossia: “Goffredo di Buglione”) invia in quel luogo un gruppo forte e coraggioso di soldati scelti, affinché faccia da scorta all’altro gruppo (ossia: “al gruppo dei fabbri”) e gli infonda coraggio (porga ardire) mentre (il gruppo dei fabbri) esegue i suoi compiti (magisteri).

Ottava 20

Questi, appressando ove lor seggio han posto
gli empi demoni in quel selvaggio orrore,
non rimiràr le nere ombre sì tosto,
che lor si scosse e tornò ghiaccio il core.

[vv. 25 – 28] Costoro (ossia: “i soldati scelti”), avvicinandosi al luogo in cui, in quella orribile foresta, si erano insediati i demoni malvagi, non fecero a tempo a vedere le nere ombre, che il loro cuore sobbalzò e si raggelò.

Pur oltra ancor se ’n gian, tenendo ascosto
sotto audaci sembianti il vil timore;
e tanto s’avanzàr che lunge poco
erano omai da l’incantato loco.

[vv. 29 – 32] E tuttavia essi avanzarono (se’n gian) più oltre, tenendo nascosto il vile timore sotto un’apparenza di coraggio; e avanzarono tanto, da trovarsi ormai a poca distanza (lunge poco) dal luogo incantato.

Ottava 21

Esce allor de la selva un suon repente
che par rimbombo di terren che treme,
e ’l mormorar de gli Austri in lui si sente
e ’l pianto d’onda che fra scogli geme.

[vv. 33 – 36] A quel punto dalla foresta esce un suono improvviso (repente), che sembra il boato prodotto dalla terra quando trema (treme), ed in esso si può inoltre sentire il mormorio dei venti del sud (Austri) e il singhiozzo dell’onda che urla tra gli scogli.

Come rugge il leon, fischia il serpente,
come urla il lupo e come l’orso freme
v’odi, e v’odi le trombe, e v’odi il tuono:
tanti e sì fatti suoni esprime un suono.

[vv. 37 – 40] In quel suono puoi sentire (odi) il ruggito del leone e il sibilo del serpente, l’ululato del lupo e il ringhio dell’orso, e puoi sentire le trombe, e il tuono: tanto numerosi e diversi sono i suoni che quell’unico suono riesce ad esprimere .

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Ottava 22

In tutti allor s’impallidìr le gote
e la temenza a mille segni apparse,
né disciplina tanto o ragion pote
ch’osin di gire inanzi o di fermarse,

[vv. 41 – 44] Tutti, allora, impallidiscono in volto (letteralmente: “A tutti, allora, impallidiscono le guance”), e il terrore traspare da mille segni, e né la disciplina militare, né la ragione, riescono a fare in modo che i soldati osino proseguire (gire inanzi) o fermarsi,

ch’a l’occulta virtù che gli percote
son le difese loro anguste e scarse.
Fuggono al fine; e un d’essi, in cotal guisa
scusando il fatto, il pio Buglion n’avisa:

[vv. 45 – 48] dal momento che le loro difese sono deboli e insufficienti di fronte alla misteriosa potenza che li colpisce. Alla fine, essi si danno alla fuga; e uno di loro informa del fatto (n’avisa) il devoto Goffredo di Buglione, giustificando l’accaduto in questa maniera (in cotal guisa):

Ottava 23

“Signor, non è di noi chi più si vante
troncar la selva, ch’ella è sì guardata
ch’io credo (e ’l giurerei) che in quelle piante
abbia la reggia sua Pluton traslata.

[vv. 49 – 52] “O signore, non c’è più nessuno tra noi che abbia l’ardire di tagliare (troncar) gli alberi della foresta, poiché essa è custodita in modo tale (è sì guardata) che io credo – e sarei pronto a giurarlo – che tra quegli alberi abbia collocato la sua dimora Plutone, il dio degli inferi.

Ben ha tre volte e più d’aspro diamante
ricinto il cor chi intrepido la guata;
né senso v’ha colui ch’udir s’arrischia
come tonando insieme rugge e fischia.”

[vv. 53 – 56] Colui che riesca a guardare la foresta senza avere paura (intrepido) ha di certo il cuore corazzato (ricinto) da tre e più strati di duro diamante; né colui che abbia l’ardire di ascoltare il modo in cui la foresta risuona, ruggendo e sibilando insieme, può avere nel suo cuore alcuna sensibilità (senso).”

Ottava 24

Così costui parlava. Alcasto v’era
fra molti che l’udian presente a sorte:
l’uom di temerità stupida e fera,
sprezzator de’ mortali e de la morte;

[vv. 57 – 60] Così racconta costui. Per caso (a sorte), tra i tanti che lo stanno ad ascoltare, è presente Alcasto, uomo di sciocca e feroce (fera) temerarietà, che disprezza gli uomini e la morte,

che non avria temuto orribil fèra,
né mostro formidabile ad uom forte,
né tremoto, né folgore, né vento,
né s’altro ha il mondo più di violento.

[vv. 61 – 64] il quale non avrebbe temuto alcuna orribile belva feroce, né alcun prodigio temibile per ogni uomo coraggioso (formidabile ad uom forte), né il terremoto, né il fulmine, né il vento, né qualsiasi altro fenomeno più che violento, se il mondo ne ha.

Ottava 25

Crollava il capo e sorridea dicendo:
– Dove costui non osa, io gir confido; io sol quel bosco di troncar intendo
che di torbidi sogni è fatto nido.

[vv. 66 – 68] Egli (ossia: “Alcasto”) scrolla il capo e sogghigna, dicendo: “Io ho il coraggio di recarmi (gir confido) là, dove costui non osa andare; io ho intenzione di abbattere da solo gli alberi di quel bosco, che è diventato una dimora di cupi spettri (torbidi sogni).

Già no ’l mi vieterà fantasma orrendo
né di selva o d’augei fremito o grido,
o pur tra quei sì spaventosi chiostri
d’ir ne l’inferno il varco a me si mostri. –

[vv. 69 – 72] Certo non me lo impedirà alcuna terribile apparizione, né (me lo impedirà) alcun movimento o strepito della foresta o degli uccelli (augei), nemmeno se tra quei spaventosi recessi (chiostri) mi si dovesse mostrare l’ingresso dell’inferno”.

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Ottava 26

Cotal si vanta al capitano, e tolta
da lui licenza il cavalier s’invia;
e rimira la selva, e poscia ascolta
quel che da lei novo rimbombo uscia,

[vv. 73 – 76] In questa maniera (cotal) Alcasto si vanta davanti al capitano (ossia: “Goffredo di Buglione”), e, una volta ottenuto (tolta) da lui il permesso, il cavaliere si avvia (sottinteso: “in direzione della selva”); quindi osserva la foresta, e poi ascolta quello strano (novo) frastuono che esce da essa,

né però il piede audace indietro volta
ma securo e sprezzante è come pria;
e già calcato avrebbe il suol difeso,
ma gli s’oppone (o pargli) un foco acceso.

[vv. 77 – 80] ma non per questo (né però) ritrae il piede temerario, bensì resta sicuro e sprezzante come prima; e quand’è sul punto di calpestare il suolo sorvegliato (dai demoni), gli si para davanti (o così gli sembra) un fuoco acceso.

Ottava 27

Cresce il gran foco, e ’n forma d’alte mura stende le fiamme torbide e fumanti; e ne cinge quel bosco, e l’assecura
ch’altri gli arbori suoi non tronchi e schianti.

[vv. 81 – 84] Il grande fuoco cresce, e innalza le sue fiamme impetuose (torbide) e fumanti a mo’ di mura imponenti; e circonda il bosco con le fiamme, e lo preserva (l’assecura) dalla possibilità che qualcuno (altri) tagli ed abbatta (schianti) i suoi alberi.

Le maggiori sue fiamme hanno figura
di castelli superbi e torreggianti,
e di tormenti bellici ha munite
le rocche sue questa novella Dite.

[vv. 85 – 88] Le sue fiamme più grandi hanno l’aspetto di castelli superbi e imponenti, e questa nuova città infernale (Dite) ha i propri bastioni difesi da macchine da guerra (tormenti bellici).

Ottava 28

Oh quanti appaion mostri armati in guarda
de gli alti merli e in che terribil faccia!
De’ quai con occhi biechi altri il riguarda,
e dibattendo l’arme altri il minaccia.

[vv. 89 – 92] Oh, quanti esseri prodigiosi (mostri) in armi compaiono a guardia delle alte mura, e che aspetto spaventoso hanno! E qualcuno di essi (altri de’ quai) lo guarda (ossia: “guarda Alcasto”) con occhi torvi, qualcun altro lo minaccia agitando le armi.

Fugge egli al fine, e ben la fuga è tarda,
qual di leon che si ritiri in caccia,
ma pure è fuga; e pur gli scote il petto
timor, sin a quel punto ignoto affetto.

[vv. 93 – 96] Alla fine Alcasto fugge via, e, per quanto la sua fuga sia lenta (tarda) come quella di un leone che indietreggi quando è cacciato (in caccia), è pur sempre una fuga; e inoltre il timore, sentimento (affetto) a lui sconosciuto prima d’allora, gli agita il petto.

Ottava 29

Non s’avide esso allor d’aver temuto,
ma fatto poi lontan ben se n’accorse;
e stupor n’ebbe e sdegno, e dente acuto
d’amaro pentimento il cor gli morse.

[vv. 97 – 100] Egli, lì per lì, non si rese conto (s’avide) di aver avuto paura, ma, dopo essersi allontanato, se ne accorse chiaramente; e ne provò meraviglia e indignazione, e il dente aguzzo del pentimento gli morse il cuore.

E, di trista vergogna acceso e muto,
attonito in disparte i passi torse,
ché quella faccia alzar, già sì orgogliosa,
ne la luce de gli uomini non osa.

[vv. 101 – 104] E, infiammato e reso muto da triste vergogna, egli rivolse sgomento i suoi passi verso un luogo appartato, dal momento che non osò sollevare quel viso, prima tanto pieno d’orgoglio, al cospetto (ne la luce) degli altri uomini.

Ottava 30

Chiamato da Goffredo, indugia e scuse trova a l’indugio, e di restarsi agogna.
Pur va, ma lento; e tien le labra chiuse
o gli ragiona in guisa d’uom che sogna.

[vv. 105 – 108] Convocato da Goffredo, Alcasto esita e adduce delle scuse alla propria esitazione, e desidera restarsene in disparte (restarsi agogna). Ciononostante si fa avanti (pur va), ma lentamente: e tiene la bocca chiusa, oppure parla a Goffredo (gli ragiona) con l’aria trasognata (in guisa d’uom che sogna).

Diffetto e fuga il capitan concluse in lui
da quella insolita vergogna, poi disse:
“Or ciò che fia? forse prestigi son questi
o di natura alti prodigi?

[vv. 109 – 112] Il capitano deduce, da quella sua insolita vergogna, la paura (diffetto) e la fuga di Alcasto; quindi dice: “Che cosa sarà (fia) mai tutto ciò? Siano forse questi degli incantesimi (prestigi), o degli straordinari fenomeni naturali?

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Ottava 31

Ma s’alcun v’è cui nobil voglia accenda
di cercar que’ salvatichi soggiorni,
vadane pure, e la ventura imprenda
e nunzio almen più certo a noi ritorni”.

[vv. 113 – 116] Ma se (tra di voi) c’è qualcuno che un nobile desiderio inciti ad esplorare quelle zone selvagge (selvatichi soggiorni), che vada pure, e che tenti la sorte (ventura imprenda), o che ci riporti, per lo meno, informazioni (nunzio) più certe!”.

Così disse egli, e la gran selva orrenda
tentata fu ne’ tre seguenti giorni
da i più famosi; e pur alcun non fue
che non fuggisse a le minaccie sue.

[vv. 117 – 120] Goffredo disse queste parole, e nei tre giorni successivi la vasta e orribile foresta venne affrontata (tentata) dai paladini più illustri; e tuttavia non ve ne fu alcuno che non fuggì via dalle intimidazioni di essa.

Ottava 32

Era il prence Tancredi intanto sorto
a sepellir la sua diletta amica,
e benché in volto sia languido e smorto
e mal atto a portar elmo o lorica,

[vv. 121 – 124] Nel frattempo, il principe Tancredi si è rialzato (dal letto in cui ha giaciuto ferito, dopo il duello nel quale egli ha ucciso Clorinda) per seppellire la sua cara amata (ossia: “Clorinda”), e, sebbene egli sia ancora debilitato e pallido in volto, e non sia ancora in grado di portare l’elmo o la corazza (lorica),

nulla di men, poi che ’l bisogno ha scorto,
ei non ricusa il rischio o la fatica,
ché ’l cor vivace il suo vigor trasfonde
al corpo sì che par ch’esso n’abbonde.

[vv. 125 – 128] ciononostante (nulla di men), poiché si è reso conto della necessità, egli non rifiuta il pericolo o la fatica, e il suo animo coraggioso trasfonde il proprio vigore al suo corpo, di modo che sembra che esso ne abbondi (ossia: “cosicché sembra che il corpo sia pieno di vigore”).

Ottava 33

Vassene il valoroso in sé ristretto,
e tacito e guardingo, al rischio ignoto,
e sostien de la selva il fero aspetto
e ’l gran romor del tuono e del tremoto;

[vv. 129 – 132] Il valoroso (ossia: “Tancredi”) si incammina (vassene), raccolto in sé stesso, verso il pericolo sconosciuto, taciturno e guardingo, e resiste alla terribile vista della foresta, oltre che al forte boato del tuono e del terremoto;

e nulla sbigottisce, e sol nel petto
sente, ma tosto il seda, un picciol moto.
Trapassa, ed ecco in quel silvestre loco
sorge improvisa la città del foco.

[vv. 133 – 136] e non si spaventa affatto: sente soltanto un piccolo sussulto nel petto, ma lo reprime prontamente (tosto il seda). Prosegue (trapassa), ed ecco che, all’improvviso, la città infernale si staglia davanti a lui, in quel luogo boscoso.

Ottava 34

Allor s’arretra, e dubbio alquanto resta
fra sé dicendo: «Or qui che vaglion l’armi?
Ne le fauci de’ mostri, e ’n gola a questa
devoratrice fiamma andrò a gettarmi?

[vv. 137 – 140] A quel punto Tancredi indietreggia, e per un po’ resta dubbioso (dubbio), dicendo tra sé: “A che cosa servono (che vaglion) mai le armi, qui? Andrò a gettarmi nelle fauci di quegli esseri demoniaci, e nella bocca di questa fiamma che divora tutto?

Non mai la vita, ove cagione onesta
del comun pro la chieda, altri risparmi,
ma né prodigo sia d’anima grande
uom degno; e tale è ben chi qui la spande.

[vv. 141 – 144] Che nessuno (non… altri) risparmi mai e poi mai la propria vita, qualora una causa giusta (cagione onesta) ne richieda il sacrificio per il bene comune (comun pro), e tuttavia, che neppure un uomo valoroso sia troppo prodigo della sua anima generosa! (ossia: “che neppure un uomo valoroso metta a rischio la propria vita in maniera troppo avventata!”); e sarebbe certamente tale (ossia: “E sarebbe certamente troppo prodigo, avventato”) colui che gettasse via la propria vita in questo luogo.

Ottava 35

Pur l’oste che dirà, s’indarno i’ riedo?
qual altra selva ha di troncar speranza?
Né intentato lasciar vorrà Goffredo
mai questo varco.

[vv. 145 – 148] Tuttavia che cosa mai dirà l’esercito dei crociati (l’oste), se io tornerò senza aver concluso nulla (indarno riedo)? Quale speranza mai ha (sottinteso: “l’esercito dei crociati”) di tagliare alberi in un’altra selva? Né Goffredo vorrà mai lasciare intentato l’accesso a questa selva.

Or s’oltre alcun s’avanza,
forse l’incendio che qui sorto i’ vedo
fia d’effetto minor che di sembianza;
ma seguane che pote”. E in questo dire,
dentro saltovvi. Oh memorando ardire!

[vv. 148 – 152] Forse, proseguendo poco oltre, l’incendio che io vedo ardere qui intorno si rivelerà (fia), nei suoi effetti, minore di quanto sembri in apparenza (minor che di sembianza); ebbene, accada pure (seguane) ciò che deve accadere (pote)”. E, nel pronunciare queste parole, Tancredi balzò dentro al fuoco. Oh, che memorabile audacia!

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Ottava 36

Né sotto l’arme già sentir gli parve
caldo o fervor come di foco intenso;
ma pur, se fosser vere fiamme o larve,
mal poté giudicar sì tosto il senso,

[vv. 153 – 156] E non gli parve di percepire, sotto l’armatura, un calore o un bruciore come quelli causati dal fuoco violento; del resto i suoi sensi, in così poco tempo (sì tosto), non riuscirono a giudicare se quelle fossero fiamme vere o vane apparenze (larve),

perché repente a pena tocco sparve
quel simulacro, e giunse un nuvol denso
che portò notte e verno; e ’l verno ancora
e l’ombra dileguossi in picciol ora.

[vv. 157 – 160] perché l’ingannevole immagine delle fiamme (simulacro), appena venne toccata, scomparve all’improvviso, e sopraggiunse una densa nube che portò con sé oscurità e freddo intenso (verno); e l’oscurità e il freddo intenso, a loro volta, si dileguarono in un istante (in picciol ora).

Ottava 37

Stupido sì, ma intrepido rimane Tancredi;
e poi che vede il tutto cheto,
mette securo il piè ne le profane
soglie e spia de la selva ogni secreto.

[vv. 161 – 164] Tancredi rimane certamente sbalordito (stupido), ma comunque ardimentoso; e, vedendo intorno ogni cosa tranquilla (cheto), varca sicuro di sé la soglia della foresta diabolica (profane soglie), ed esplora ogni angolo nascosto (secreto) di essa.

Né più apparenze inusitate e strane,
né trova alcun fra via scontro o divieto,
se non quanto per sé ritarda il bosco
la vista e i passi inviluppato e fosco.

[vv. 165 – 168] Egli sul suo cammino (fra via) non s’imbatte più in anomale e inquietanti apparizioni, né in alcun ostacolo o impedimento (scontro o divieto), se non per il fatto che il bosco stesso, intricato e tenebroso, ostacola di per sé la vista e il cammino.

Ottava 38

Al fine un largo spazio in forma scorge
d’anfiteatro, e non è pianta in esso,
salvo che nel suo mezzo altero sorge,
quasi eccelsa piramide, un cipresso.

[vv. 169 – 172] Alla fine egli scorge un ampio spiazzo della forma di un anfiteatro, senza alberi al suo interno, salvo un cipresso che si erge alto al centro di esso, come se fosse un’altissima piramide.

Colà si drizza, e nel mirar s’accorge
ch’era di vari segni il tronco impresso,
simili a quei che in vece usò di scritto
l’antico già misterioso Egitto.

[vv. 173 – 176] Tancredi si dirige (si drizza) verso il cipresso (colà), e guardandolo si accorge che il tronco di esso è inciso con molti simboli, simili a quelli che l’antico e misterioso Egitto utilizzò un tempo (già) come scrittura (in vece di scritto).

Ottava 39

Fra i segni ignoti alcune note ha scorte
del sermon di Soria ch’ei ben possede:
“O tu che dentro a i chiostri de la morte
osasti por, guerriero audace, il piede,

[vv. 177 – 180] Fra i simboli sconosciuti, egli nota alcune scritte (note) nella lingua della Siria (sermon di Soria), che egli conosce bene: “O tu, temerario guerriero che hai osato porre il piede nelle regioni (chiostri) della morte,

deh! se non sei crudel quanto sei forte,
deh! non turbar questa secreta sede.
Perdona a l’alme omai di luce prive:
non dée guerra co’ morti aver chi vive”.

[vv. 181 – 184] orsù! Se non sei tanto crudele quanto sei valoroso, orsù! Non disturbare questa appartata dimora (secreta sede). Risparmia le anime dei morti, ormai prive della luce (ossia: “della luce che risplende nel mondo dei vivi”): colui che vive non deve far guerra ai morti!”.

Ottava 40

Cosí dicea quel motto. Egli era intento
de le brevi parole a i sensi occulti:
fremere intanto udia continuo il vento
tra le frondi del bosco e tra i virgulti,

[vv. 185 – 188] Così recitava quell’iscrizione. Tancredi era assorto sui misteriosi significati di quelle brevi parole; nel mentre, egli sentiva il vento soffiare senza sosta tra le fronde e tra gli arbusti del bosco,

e trarne un suon che flebile concento
par d’umani sospiri e di singulti,
e un non so che confuso instilla al core
di pietà, di spavento e di dolore.

[vv. 189 – 192] traendo da essi un suono che sembrava una sommessa armonia (concento) di sospiri e singhiozzi umani, e che suscitava nel cuore un confuso moto di compassione, di spavento e di dolore.

Ottava 41

Pur tragge al fin la spada, e con gran forza
percote l’alta pianta. Oh meraviglia!
manda fuor sangue la recisa scorza,
e fa la terra intorno a sé vermiglia.

[vv. 193 – 196] A ogni modo alla fine egli sfodera (tragge) la spada, e colpisce l’alto albero con grande violenza. Oh, meraviglia! La corteccia tranciata stilla sangue, e rende di colore rosso vermiglio la terra tutt’intorno.

Tutto si raccapriccia, e pur rinforza
il colpo e ’l fin vederne ei si consiglia.
Allor, quasi di tomba, uscir ne sente
un indistinto gemito dolente,

[vv. 197 – 200] Tancredi è pervaso dal raccapriccio, e tuttavia riassesta con maggior forza un altro colpo, e si propone (si consiglia) di vedere quale sarà il risultato (fin). A quel punto sente uscire (dal tronco) un confuso gemito sofferente,

Ottava 42

che poi distinto in voci: “Ahi! troppo” disse
“m’hai tu, Tancredi, offeso; or tanto basti.
Tu dal corpo che meco e per me visse,
felice albergo già, mi discacciasti:

[vv. 201 – 204] che poi prende forma di parole distinte (distinto in voci) e dice: “Ahimè! Tu, o Tancredi, mi hai ferito: ora basta così. Tu mi hai scacciato dal corpo che visse insieme a me e grazie a me, un tempo (già) felice dimora dell’anima (albergo):

perché il misero tronco, a cui m’affisse
il mio duro destino, anco mi guasti?
Dopo la morte gli aversari tuoi,
crudel, ne’ lor sepolcri offender vuoi?

[vv. 205 – 208] perché strazi anche il misero tronco a cui il mio crudele destino mi ha legato (m’affisse)? O crudele, vuoi ferire i tuoi nemici anche dopo la loro morte, nei loro sepolcri?

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Ottava 43

Clorinda fui, né sol qui spirto umano
albergo in questa pianta rozza e dura,
ma ciascun altro ancor, franco o pagano,
che lassi i membri a pié de l’alte mura,

[vv. 209 – 212] Io fui Clorinda, e non sono qui la sola anima umana che risieda in questo albero ruvido e duro, ma anche chiunque altro, cristiano o pagano, che lasci il proprio corpo ai piedi delle alte mura (ossia: “delle alte mura di Gerusalemme”),

astretto è qui da novo incanto e strano,
non so s’io dica in corpo o in sepoltura.
Son di sensi animati i rami e i tronchi,
e micidial sei tu, se legno tronchi”.

[vv. 213 – 216] viene imprigionato, da un incantesimo inconsueto (novo) e strano, all’interno di questo albero, che non so se definire un corpo oppure una sepoltura. I rami e i tronchi sono forniti di sensibilità, e tu sei un omicida (micidial), se tagli il legno”.

Ottava 44

Qual l’infermo talor ch’in sogno scorge
drago o cinta di fiamme alta Chimera,
se ben sospetta o in parte anco s’accorge
che ‘l simulacro sia non forma vera,

[vv. 217 – 220] Così come talvolta il malato, che vede in sogno un drago o un’imponente Chimera cinta di fiamme, benché sospetti o, in parte, si accorga perfino, che la visione (simulacro) non è un’immagine reale,

pur desia di fuggir, tanto gli porge
spavento la sembianza orrida e fera,
tal il timido amante a pien non crede
a i falsi inganni, e pur ne teme e cede.

[vv. 221 – 224] eppure desidera ugualmente di fuggire, a tal punto la figura orrida e spaventosa gli incute timore, allo stesso modo il timoroso amante (ossia: “Tancredi”) non crede pienamente ai falsi inganni, eppure ne è spaventato e retrocede (cede).

Ottava 45

E, dentro, il cor gli è in modo tal conquiso
da vari affetti che s’agghiaccia e trema,
e nel moto potente ed improviso
gli cade il ferro, e ‘l manco è in lui la tema.

[vv. 225 – 228] E nel suo animo il cuore è a tal punto dominato (conquiso) da vari sentimenti che esso raggela e trema, e in quella commozione potente e improvvisa la spada gli cade di mano, e il timore è il meno intenso (‘l manco) dei sentimenti che Tancredi prova.

Va fuor di sé: presente aver gli è aviso
l’offesa donna sua che plori e gema,
né può soffrir di rimirar quel sangue,
né quei gemiti udir d’egro che langue.

[vv. 229 – 232] Tancredi è fuori di sé: gli pare (gli è aviso) di avere davanti proprio la sua donna ferita che piange (plori) e si lamenta, e non può sopportare di vedere quel sangue, né di sentire quei gemiti (che sembrano) di un malato (egro) sofferente.

Ottava 46

Così quel contra morte audace core
nulla forma turbò d’alto spavento,
ma lui che solo è fievole in amore
falsa imago deluse e van lamento.

[vv. 233 – 236] Nessuna vana apparenza (forma) era riuscita a turbare con il terrore profondo quel cuore temerario nei riguardi della morte (ossia: “Nessun altra illusione era riuscita ad atterrire il cuore impavido di Tancredi, incurante persino della morte”), ma una falsa immagine e dei falsi lamenti ingannarono lui, che era vulnerabile (fievole) solo in amore.

Il suo caduto ferro intanto fore
portò del bosco impetuoso vento,
sì che vinto partissi; e in su la strada
ritrovò poscia e ripigliò la spada.

[vv. 237 – 240] Intanto, il vento impetuoso trascinò fuori dal bosco la spada che gli era caduta a terra, cosicché Tancredi si allontanò (partissi) sconfitto; e poi, lungo la strada, ritrovò e riprese la sua spada.