Archivio testo: Landolfo Rufolo

Parafrasi Landolfo Rufolo

GIOVANNI BOCCACCIO

LANDOLFO RUFOLO

dal DECAMERON

PARAFRASI NOVELLA

Landolfo Rufolo, impoverito, divien corsale e da’ Genovesi preso, rompe in mare, e sopra una cassetta, di gioie carissime piena, scampa, e in Gurfo ricevuto da una femina, ricco si torna a casa sua.

Landolfo Rufolo, dopo essere rimasto povero, si dà alla pirateria e viene catturato dai Genovesi; quindi naufraga in mare, ma si salva aggrappandosi ad una cassetta piena di pietre preziose di grande valore; infine, dopo essere stato accolto da una donna di Corfù, fa ritorno a casa ricchissimo.

La Lauretta appresso Pampinea sedea, la qual veggendo lei al glorioso fine della sua novella, senza altro aspettare, a parlar cominciò in cotal guisa.

Lauretta era seduta subito dopo Pampinea, e vedendo che quest’ultima aveva terminato di raccontare l’incredibile finale della sua novella, senza perdere tempo cominciò a dire quanto segue.

Graziosissime donne, niuno atto della Fortuna, secondo il mio giudicio, si può veder maggiore, che vedere uno d’infima miseria a stato reale elevare, come la novella di Pampinea n’ha mostrato essere al suo Alessandro addivenuto. E per ciò che a qualunque della proposta materia da quinci innanzi novellerà converrà che infra questi termini dica, non mi vergognerò io di dire una novella, la quale, ancora che miserie maggiori in sé contenga, non per ciò abbia così splendida riuscita. Ben so che, pure a quella avendo riguardo, con minor diligenzia fia la mia udita; ma altro non potendo, sarò scusata.

O donne aggraziate, che qualcuno di umili origini sia trasformato in un re, così come abbiamo ascoltato accadere ad Alessandro nella novella narrata da Pampinea, è in assoluto l’atto più grande che la sorte possa compiere. Perciò, tutti coloro che dovranno narrare su questo tema, d’ora in avanti, dovranno necessariamente narrare qualcosa di inferiore a quanto narrato da Pampinea; stando così le cose, non mi vergognerò di raccontare una vicenda, che, sebbene mostri sventure più grandi, non ha un esito altrettanto grandioso. So bene che, essendo inevitabile il paragone con la novella narrata da Pampinea, la mia novella non desterà altrettanto interesse; tuttavia, non essendo possibile far di meglio, sono sicura che sarò scusata.

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Credesi che la marina da Reggio a Gaeta sia quasi la più dilettevole parte d’Italia; nella quale assai presso a Salerno e una costa sopra ’l mare riguardante, la quale gli abitanti chiamano la costa d’Amalfi, piena di picciole città, di giardini e di fontane, e d’uomini ricchi e procaccianti in atto di mercatantia sì come alcuni altri. Tra le quali città dette n’è una chiamata Ravello, nella quale, come che oggi v’abbia di ricchi uomini, ve n’ebbe già uno il quale fu ricchissimo, chiamato Landolfo Rufolo; al quale non bastando la sua ricchezza, disiderando di raddoppiarla, venne presso che fatto di perder con tutta quella sé stesso.

Si ritiene che il tratto di litorale che va da Reggio Calabria a Gaeta sia, per certi versi, la parte più bella dell’Italia: in questo tratto, molto vicino a Salerno, e affacciata sul mare, c’è una costiera che gli abitanti chiamano “costiera amalfitana”, fitta di piccole città, di parchi, di sorgenti, e di uomini ricchi e abili nel commercio come pochi altri. Tra queste piccole città ce n’è una che si chiama “Ravello”, nella quale, se oggi si possono trovare molti uomini ricchi, in passato viveva un uomo immensamente ricco, il cui nome era Landolfo Rufolo. Ma poiché a costui la sua ricchezza appariva insufficiente, egli tentò di raddoppiarla, e nel tentativo perse tutto e per poco non morì egli stesso.

Costui adunque, sì come usanza suole essere de’ mercatanti, fatti suoi avvisi, comperò un grandissimo legno, e quello tutto di suoi denari caricò di varie mercatantie e andonne con esse in Cipri. Quivi, con quelle qualità medesime di mercatantie che egli aveva portate, trovò essere più altri legni venuti; per la qual cagione, non solamente gli convenne far gran mercato di ciò che portato avea, ma quasi, se spacciar volle le cose sue, gliele convenne gittar via; laonde egli fu vicino al disertarsi.

Landolfo Rufolo, secondo l’abitudine dei mercanti, dopo aver fatto i suoi calcoli, comperò un’enorme nave, e, investendo unicamente denaro proprio, la caricò di merce e salpò alla volta di Cipro. Quando giunse a Cipro, scoprì che nell’isola erano arrivate molte altre navi che trasportavano le medesime merci che egli aveva portato; per questa ragione Landolfo non soltanto fu costretto a svendere la merce che aveva portato con sé, ma, per così dire, arrivò quasi a “gettar via” quelle cose pur di potersene liberare; in questo modo egli arrivò quasi al punto di rovinarsi.

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E portando egli di questa cosa seco grandissima noia, non sappiendo che farsi e veggendosi di ricchissimo uomo in brieve tempo quasi povero divenuto, pensò o morire o rubando ristorare i danni suoi, acciò che la onde ricco partito s’era povero non tornasse. E, trovato comperatore del suo gran legno, con quegli denari e con gli altri che della sua mercatantia avuti avea, comperò un legnetto sottile da corseggiare, e quello d’ogni cosa opportuna a tal servigio armò e guernì ottimamente, e diessi a far sua della roba d’ogni uomo, e massimamente sopra i turchi.

Disperato per quanto gli era capitato, non sapendo cosa fare, e vedendo che, da un giorno all’altro, da ricchissimo che era, era finito quasi in miseria, pensò che avrebbe voluto o togliersi la vita oppure recuperare rubando ciò che aveva perduto, in maniera da non dover affrontare la vergogna di ritornare povero nel luogo dal quale era partito ricco. Quindi, una volta che ebbe trovato un acquirente per la sua enorme nave, con i soldi che aveva avuto da lui, e con quelli ricavati dalla vendita della sua merce, comperò una piccola imbarcazione adatta alla pratica della pirateria, quindi la armò e la dotò di tutti gli accorgimenti necessari per quel fine, e si dedicò a derubare chiunque, in modo particolare i Turchi.

Al qual servigio gli fu molto più la fortuna benivola che alla mercatantia stata non era. Egli, forse infra uno anno, rubò e prese tanti legni di turchi, che egli si trovò non solamente avere racquistato il suo che in mercatantia avea perduto, ma di gran lunga quello avere raddoppiato. Per la qual cosa, gastigato dal primo dolore della perdita, conoscendo che egli aveva assai per non incappar nel secondo, a sé medesimo dimostrò quello che aveva, senza voler più, dovergli bastare; e per ciò si dispose di tornarsi con esso a casa sua. E pauroso della mercatantia, non s’mpacciò d’investire altramenti i suoi denari, ma con quello legnetto col quale guadagnati gli avea, dato de’ remi in acqua, si mise al ritornare.

In questa nuova impresa la sorte fu molto più benevola nei suoi riguardi di quanto non lo fosse stata nell’impresa commerciale. Egli, nel giro di un anno, depredò e catturò tante di quelle navi turche, che si ritrovò non solamente ad aver recuperato ciò che aveva perduto con l’acquisto della merce, ma addirittura ad aver raddoppiato le sue ricchezze. Stando così le cose, avendo fatto tesoro della sua prima esperienza di fallimento, ben sapendo di aver accumulato abbastanza denaro e non volendo sperimentare nuovamente la bancarotta, convinse se stesso che quello che aveva ottenuto avrebbe dovuto bastargli, senza pretendere altro; perciò prese la decisione di fare ritorno con quel denaro nella propria terra. E poiché ormai aveva timore di investire in qualsiasi merce, evitò di impegnare in altra forma i suoi denari; perciò, calati i remi in acqua, con quella stessa piccola imbarcazione con cui aveva guadagnato ciò che aveva, riprese la via di casa.

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E già nello Arcipelago venuto, levandosi la sera uno scilocco, il quale non solamente era contrario al suo cammino, ma ancora faceva grossissimo il mare, il quale il suo picciol legno non avrebbe bene potuto comportare, in uno seno di mare, il quale una piccola isoletta faceva, da quello vento coperto, si raccolse, quivi proponendo d’aspettarlo migliore. Nel qual seno poco stante due gran cocche di genovesi, le quali venivano di Costantinopoli, per fuggire quello che Landolfo fuggito avea, con fatica pervennero. Le genti delle quali, veduto il legnetto e chiusagli la via da potersi partire, udendo di cui egli era e già per fama conoscendol ricchissimo, sì come uomini naturalmente vaghi di pecunia e rapaci, a doverlo avere si disposero.

Quando ormai era giunto nel Dodecaneso, verso sera si levò un vento di scirocco che non soltanto soffiava nella direzione contraria alla sua rotta, ma ingrossava il mare in modo tremendo, e la sua piccola imbarcazione non era in grado di sopportare ciò; perciò Landolfo Rufolo cercò riparo da quel vento in una piccola insenatura marittima, formata da un’isoletta, con l’intenzione di attendere in quel luogo un momento migliore per navigare. Non passò molto tempo e nella medesima insenatura arrivarono con qualche fatica due grosse navi genovesi provenienti da Costantinopoli, alla ricerca, come Landolfo, di un posto in cui ripararsi da quel vento. I marinai di quelle navi, dopo che ebbero visto la piccola imbarcazione, sbarrarono la via d’uscita dall’insenatura, e appena scoprirono chi ne fosse il padrone, conoscendo per fama Landolfo come un uomo ricchissimo, poiché erano uomini per natura assetati di denaro e rapaci, presero la decisione di derubarlo.

E messa in terra parte della lor gente con balestra e bene armata, in parte la fecero andare che del legnetto niuna persona, sé saettato esser non voleva, poteva discendere; ed essi, fattisi tirare a’ paliscalmi e aiutati dal mare, s’accostarono al picciol legno di Landolfo, e quello con picciola fatica in picciolo spazio, con tutta la ciurma, senza perderne uomo, ebbero a man salva; e fatto venire sopra l’una delle lor cocche Landolfo e ogni cosa del legnetto tolta, quello sfondolarono, lui in un povero farsettino ritenendo.

Così i genovesi fecero sbarcare sulla terraferma una parte dei loro, ben armati di balestre, e li fecero disporre in maniera che, dalla piccola imbarcazione di Landolfo, nessuno potesse scendere senza essere immediatamente trafitto. Poi i marinai, facendosi trainare dalle scialuppe e aiutati dal mare, si accostarono alla piccola imbarcazione di Landolfo e se ne impossessarono a colpo sicuro, senza fare fatica e in breve tempo, con l’intero equipaggio, senza lasciarsi scappare neppure un uomo; quindi, fatto salire Landolfo su una delle loro navi, spogliarono la sua piccola imbarcazione di ogni cosa, la affondarono, e trattennero lui come prigioniero, lasciandogli indosso solo la sua canotta.

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Il dì seguente, mutatosi il vento, le cocche ver ponente venendo fer vela: e tutto quel dì prosperamente vennero al loro viaggio; ma nel far della sera si mise un vento tempestoso, il qual faccendo i mari altissimi, divise le due cocche l’una dall’altra. E per forza di questo vento addivenne che quella sopra la quale era il misero e povero Landolfo, con grandissimo impeto di sopra all’isola di Cifalonia percosse in una secca e, non altramenti che un vetro percosso ad un muro tutta s’aperse e si stritolò; di che i miseri dolenti che sopra quella erano, essendo già il mare tutto pieno di mercatantie che notavano e di casse e di tavole, come in così fatti casi suole avvenire, quantunque oscurissima notte fosse e il mare grossissimo e gonfiato, notando quelli che notar sapevano, s’incominciarono ad appiccare a quelle cose che per ventura loro si paravan davanti.

Il giorno seguente, dopo che il vento ebbe cambiato direzione, le navi genovesi spiegarono le loro vele e si mossero in direzione di ponente: e per tutto il giorno avanzarono con profitto lungo la loro rotta. Tuttavia, sul calare della sera, si alzò un vento di tempesta, il quale, provocando onde altissime, costrinse le due navi a dividersi l’una dall’altra. E, a causa di questo vento avvenne che, la nave sulla quale si trovava il povero e sventurato Landolfo, quando fu giunta dalle parti dell’isola di Cefalonia, andò a cozzare con violenza su una secca, e non diversamente da un vetro che sbatte contro un muro, prima si aprì in due, e poi andò completamente in pezzi. In seguito a ciò, i poveri sventurati che erano su quella nave, mentre il mare si era già ricoperto di merci che galleggiavano, e poi di casse e di tavole, come succede sempre in questi casi, sebbene la notte fosse estremamente buia e il mare alto e agitatissimo, a nuoto, se sapevano nuotare, avevano cominciato ad aggrapparsi a qualunque cosa capitasse loro a tiro.

Intra li quali il misero Landolfo, ancora che molte volte il dì davanti la morte chiamata avesse, seco eleggendo di volerla più tosto che di tornare a casa sua povero come si vedea, vedendola presta n’ebbe paura; e, come gli altri, venutagli alle mani una tavola, a quella s’appicco’, se forse Iddio, indugiando egli l’affogare, gli mandasse qualche aiuto allo scampo suo; e a cavallo a quella, come meglio poteva, veggendosi sospinto dal mare e dal vento ora in qua e ora in là, si sostenne infino al chiaro giorno. Il quale venuto, guardandosi egli d’attorno, niuna cosa altro che nuvoli e mare vedea, e una cassa la quale sopra l’onde del mare notando talvolta con grandissima paura di lui gli s’appressava, temendo non quella cassa forse il percotesse per modo che gli noiasse; e sempre che presso gli venia, quanto potea con mano, come che poca forza n’avesse, la lontanava.

Tra costoro c’era anche il povero Landolfo Rufolo, il quale, sebbene il giorno prima avesse invocato la morte più di mille volte, pensando che avrebbe preferito morire piuttosto che ritornare a casa povero come lo avevano lasciato, nondimeno, quando si vide la morte vicina, ne ebbe paura; perciò, come avevano fatto tutti gli altri, anch’egli si aggrappò alla prima tavola che gli capitò a tiro, nella speranza che, se egli fosse riuscito a ritardare il suo affogamento, Dio gli avrebbe frattanto inviato qualcuno che lo soccorresse. A cavalcioni sulla tavola, come meglio poteva, mentre il mare e il vento lo spingevano ora da una parte, ora dall’altra, Landolfo Rufolo si tenne a galla fino alla mattina successiva. E quando il giorno arrivò, egli, guardandosi intorno, non vide altro che nuvole, mare e una cassa, la quale, galleggiando sopra le onde del mare, di tanto in tanto gli si avvicinava procurandogli un enorme spavento, poiché egli temeva che quella potesse colpirlo in maniera da farlo rovesciare. Per cui ogni volta che la cassa gli si avvicinava, Landolfo la spingeva lontano con la mano, sebbene gli fossero rimaste poche forze.

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Ma, come che il fatto s’andasse, avvenne che, solutosi subitamente nell’aere un groppo di vento e percosso nel mare, sì grande in questa cassa diede e la cassa nella tavola sopra la quale Landolfo era, che, riversata, per forza Landolfo lasciatola andò sotto l’onde e ritornò suso notando, più da paura che da forza aiutato, e vide da se molto dilungata la tavola; per che, temendo non potere ad essa pervenire, s’appressò alla cassa la quale gli era assai vicina, e sopra il coperchio di quella posto il petto, come meglio poteva, colle braccia la reggeva diritta. E in questa maniera, gittato dal mare ora in qua e ora in là, senza mangiare, sì come colui che non aveva che, e bevendo più che non avrebbe voluto, senza sapere ove si fosse o vedere altro che mare, dimorò tutto quel giorno e la notte vegnente.

Tuttavia, indipendentemente dai suoi sforzi, accadde che, nell’aria si liberò improvvisamente un soffio di vento, e dopo che questo ebbe percosso il mare, le onde urtarono così violentemente la cassa, e la cassa urtò così violentemente la tavola sulla quale si reggeva in equilibrio Landolfo, che quella tavola si rovesciò ed egli fu costretto a lasciarla; così Landolfo andò a fondo e, quando fu ritornato in superficie nuotando, aiutato più dalla paura che dalla forza delle braccia, vide che la tavola era ormai molto distante da dove lui si trovava; per cui, temendo di non essere in grado di raggiungerla, si accostò alla cassa, che invece gli era molto vicina, e, appoggiando il petto sul coperchio di quella, si sforzò di tenerla dritta utilizzando le braccia. In questa maniera, spinto ora in una direzione, ora nell’altra dalla forza delle onde, senza poter mangiare, poiché non aveva cibo, e bevendo più di quanto avrebbe voluto, senza sapere dove si trovasse e senza riuscire a vedere altro che mare, trascorse tutto quel giorno e la notte che seguì.

Il dì seguente appresso, o piacer di Dio o forza di vento che ’l facesse, costui divenuto quasi una spugna, tenendo forte con amendue le mani gli orli della cassa a quella guisa che far veggiamo a coloro che per affogar sono, quando prendono alcuna cosa, pervenne al lito dell’isola di Gurfo, dove una povera feminetta per ventura suoi stovigli con la rena e con l’acqua salsa lavava e facea belli. La quale, come vide costui avvicinarsi, non conoscendo in lui alcuna forma, dubitando e gridando si trasse indietro.

Il giorno successivo, forse per opera di Dio, forse per opera del vento, Landolfo, che ormai era ridotto a poco più di una spugna, e continuava a tenersi forte con entrambe le mani ai bordi della cassa, come vediamo fare a coloro che si trovano sul punto di annegare quando riescono ad afferrare qualcosa che galleggi, giunse in prossimità della spiaggia dell’isola di Corfù, dove per caso, una povera donna stava lavando e tirando a lucido le sue stoviglie con la sabbia e l’acqua salata. La donna, non appena vide Landolfo avvicinarsi a lei, non capendo di cosa si trattasse, intimorita si fece indietro gridando.

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Questi non potea favellare e poco vedea, e perciò niente le disse; ma pure, mandandolo verso la terra il mare, costei conobbe la forma della cassa, e più sottilmente guardando e vedendo, conobbe primieramente le braccia stese sopra la cassa, quindi appresso ravvisò la faccia e quello essere che era s’imaginò. Per che, da compassion mossa, fattasi alquanto per lo mare, che già era tranquillo, e per li capelli presolo, con tutta la cassa il tiro in terra, e quivi con fatica le mani dalla cassa sviluppatogli, e quella posta in capo ad una sua figlioletta che con lei era, lui come un picciol fanciullo ne portò nella terra, e in una stufa messolo, tanto lo stropicciò e con acqua calda lavò che in lui ritornò lo smarrito calore e alquante delle perdute forze; e quando tempo le parve trattonelo, con alquanto di buon vino e di confetto il riconforto, e alcun giorno, come potè il meglio, il tenne, tanto che esso, le forze recuperate, conobbe la dove era. Per che alla buona femina parve di dovergli la sua cassa rendere, la quale salvata gli avea, e di dirgli che omai procacciasse sua ventura, e così fece.

Landolfo non riusciva parlare e vedeva in maniera indistinta, perciò non le disse una parola; tuttavia, mano a mano che il mare lo spinse verso la riva, la donna riuscì a riconoscere la forma della cassa e quindi, aguzzando la vista e guardando attentamente, riconobbe dapprima due braccia stese sopra la cassa, e subito dopo distinse un volto, e a quel punto immaginò di cosa potesse trattarsi. Così, spinta dalla compassione, fece qualche passo tra le onde, che erano calme, e, afferrato Landolfo per i capelli, lo trascinò verso riva con tutta la cassa; qui, dopo avergli staccato a forza le mani dalla cassa, mise quest’ultima in testa a una sua figlioletta che si trovava lì insieme a lei, prese Landolfo in braccio come fosse un fanciullo e lo portò via di lì. Una volta a casa, lo mise in una tinozza riscaldata, e lo strofinò e lavò con acqua calda fino a che in lui non tornarono il colorito che aveva perduto e un po’ di forze; e quando le parve giunto il momento, lo tirò fuori, e lo riconfortò con un po’ di buon vino e di cibo; quindi lo curò nella maniera migliore che potesse fare per qualche giorno, fino a che egli, recuperate le energie, capì dove si trovava. A questo punto, alla santa donna parve che fosse giunto il momento di restituirgli la sua cassa, che ella aveva messo in salvo, e di dirgli di andare per la sua strada; e così fece.

Costui, che di cassa non si ricordava, pur la prese, presentandogliele la buona femina, avvisando quella non potere sì poco valere che alcun dì non gli facesse le spese; e trovandola molto leggiera, assai manco della sua speranza. Nondimeno, non essendo la buona femina in casa, la sconficcò per vedere che dentro vi fosse, e trovò in quella molte preziose pietre, e legate e sciolte, delle quali egli alquanto s’intendea; le quali veggendo e di gran valore conoscendole, lodando Iddio che ancora abbandonare non l’avea voluto, tutto si riconfortò. Ma, si come colui che in picciol tempo fieramente era stato balestrato dalla fortuna due volte, dubitando della terza, pensò convenirgli molta cautela avere a voler quelle cose poter conducere a casa sua; per che in alcuni stracci, come meglio potè, ravvoltole, disse alla buona femina che più di cassa non avea bisogno, ma che, se le piacesse, un sacco gli donasse e avessesi quella.

Landolfo, pur non ricordandosi della cassa, quando la donna gliela mise davanti, la prese in ogni caso, ritendendo che essa non potesse valere tanto poco da non coprire le sue spese almeno per qualche giorno; ma quando si accorse che essa era molto leggera, perse buona parte della sua speranza. Tuttavia, mentre la santa donna non era in casa, rimosse i chiodi per vedere cosa ci fosse dentro, e trovò all’interno molte pietre preziose, sia montate che sciolte, delle quali egli era abbastanza esperto. Quando le vide e capì quanto valessero, ringraziò Dio per non averlo ancora abbandonato, e si riprese d’animo. Ma dato che, nell’arco di breve tempo, era stato duramente colpito dalla sorte in due diverse occasioni, temendo che la stessa cosa potesse avvenire una terza volta, pensò che era meglio usare tutta la cautela possibile se voleva portarsi a casa quelle pietre: così le avvolse, nella maniera migliore in cui poté, all’interno di alcuni stracci, e disse alla santa donna che della cassa non aveva più bisogno, per cui, nel caso lei la volesse, egli gliela avrebbe donata in cambio di un sacchetto.

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La buona femina il fece volentieri; e costui, rendutele quelle grazie le quali poteva maggiori del beneficio da lei ricevuto, recatosi suo sacco in collo, da lei si partì, e montato sopra una barca, passò a Brandizio, e di quindi, marina marina, si condusse infino a Trani, dove trovati de’ suoi cittadini li quali eran drappieri, quasi per l’amor di Dio fu da loro rivestito, avendo esso già loro tutti li suoi accidenti narrati, fuori che della cassa; e oltre a questo, prestatogli cavallo e datogli compagnia, infino a Ravello, dove del tutto diceva di voler tornare, il rimandarono.

La buona donna accettò volentieri lo scambio e Landolfo, dopo averla ringraziata quanto possibile per il bene che ella gli aveva fatto, si mise il sacco sulle spalle e si congedò da lei; poi, salito su una barca, sbarcò a Brindisi da dove, seguendo la costa, arrivò sino a Trani; qui trovò alcuni suoi concittadini commercianti di stoffe, i quali, dopo che Landolfo ebbe raccontato loro tutte le cose che gli erano capitate, tacendo però della cassa, per spirito di cristiana misericordia, gli dettero dei nuovi abiti. Ed oltre a ciò, dopo avergli dato in prestito un cavallo e messo a disposizione una scorta, lo rimandarono a Ravello, dove egli insisteva di voler tornare.

Quivi parendogli essere sicuro, ringraziando Iddio che condotto ve l’avea, sciolse il suo sacchetto, e con più diligenzia cercata ogni cosa che prima fatto non avea, trovò sé avere tante e sì fatte pietre che, a convenevole pregio vendendole e ancor meno, egli era il doppio più ricco che quando partito s’era. E trovato modo di spacciare le sue pietre, infino a Gurfo mandò una buona quantità di denari, per merito del servigio ricevuto, alla buona femina che di mare l’avea tratto, e il simigliante fece a Trani a coloro che rivestito l’aveano; e il rimanente, senza più volere mercatare, si ritenne e onorevolmente visse infino alla fine.

Giunto a Ravello, sentendo di essere finalmente al sicuro, Landolfo Rufolo ringraziò Dio che lo aveva fatto ritornare, aprì il suo sacchetto, e si mise ad esaminare ogni pietra con più attenzione di quanto avesse fatto la prima volta: e così si rese conto di avere tante di quelle pietre, e di tale pregio, che, se le avesse vendute al giusto prezzo, o anche per meno, lo avrebbero in ogni caso reso ricco il doppio di quanto lo fosse al momento della partenza. E dopo che ebbe trovato la maniera di vendere tutte le sue pietre, fece recapitare a Corfù una buona quantità di denaro, come ricompensa per il bene ricevuto, alla santa donna che lo aveva salvato dalle acque del mare, e la stessa cosa fece con quelli che a Trani gli avevano dato nuovi abiti; con il resto, poiché era determinato a smettere l’attività di mercante, si ritirò a vita privata e visse più che dignitosamente fino al termine dei suoi giorni.