Archivio testo: L'aura che'l verde lauro et l'aureo crine

Parafrasi L’aura che’l verde lauro et l’aureo crine

FRANCESCO PETRARCA

L’AURA CHE’L VERDE LAURO ET L’AUREO CRINE

– PARAFRASI DEL TESTO –


L’aura che ’l verde lauro et l’aureo crine è il primo di una serie di sonetti (dal 246 al 254) nei quali Petrarca esprime il suo presentimento della morte imminente di Laura (infatti la serie viene detta “serie del presagio”). Scritti certamente dopo il 1348, i sonetti risalgono molto probabilmente alla fine degli anni ’60 o all’inizio degli anni ’70.


L’aura che ’l verde lauro et l’aureo crine

soavemente sospirando move,

fa con sue viste leggiadrette et nove

l’anime da’ lor corpi pellegrine.

[vv. 1 – 4] La brezza che soffiando delicatamente (sospirando) scuote con dolcezza (soavemente) il verde lauro e le chiome dorate (di Laura), con gli spettacoli aggraziati e sorprendenti che offre, rapisce le anime lontano dai loro corpi (ossia “rapisce l’anima di coloro che guardano”).

NOTA BENE: i versi della prima quartina sono suscettibili con evidenza anche di una seconda interpretazione in chiave figurata: “Laura – leggendo l’aura come senhalche sospirando soavemente muove il giovane corpo – il verde lauro per metafora – e i biondi capelli, con gli spettacoli aggraziati e sorprendenti che offre, rapisce le anime lontano dai loro corpi.

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Candida rosa nata in dure spine,

quando fia chi sua pari al mondo trove,

gloria di nostra etate? O vivo Giove,

manda, prego, il mio in prima che ’l suo fine:

[vv. 5 – 8] O candida rosa (la rosa è il simbolo tradizionale della purezza, e qui indica Laura) nata fra dure spine (ossia tra le durezze del mondo terreno), quando mai accadrà che qualcuno possa trovare nel mondo una (donna) pari a lei, vanto della nostra epoca? O Dio vivente, fa’ che la mia morte avvenga prima della sua:


sí ch’io non veggia il gran publico danno,

e ’l mondo remaner senza ’l suo sole,

né li occhi miei, che luce altra non ànno;

[vv. 9 – 11] in modo che io non assista alla grave perdita comune (publico danno: il lutto di tutti i mortali) e non veda rimanere senza il proprio sole il mondo, né i miei stessi occhi, che non hanno altra luce;

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né l’alma, che pensar d’altro non vòle,

né l’orecchie, ch’udir altro non sanno,

senza l’oneste sue dolci parole.

[vv. 12 – 14] (veda rimanere senza il proprio sole) la mia anima, che si rifiuta di pensare ad altro, né le mie orecchie, incapaci di udire, se private delle sue oneste, dolci parole.