Archivio testo: L'autoritratto di Margutte

Parafrasi L’autoritratto di Margutte

LUIGI PULCI

L’AUTORITRATTO DI MARGUTTE

dal MORGANTE


PARAFRASI DEL TESTO


112

Giunto Morgante un dì in su ’n un crocicchio,

uscito d’una valle in un gran bosco,

vide venir di lungi, per ispicchio,

un uom che in volto parea tutto fosco.

Dètte del capo del battaglio un picchio

in terra, e disse: «Costui non conosco»;

e posesi a sedere in su ’n un sasso,

tanto che questo capitòe al passo.


112. Un giorno Morgante, dopo essere giunto ad un crocevia, all’uscita di una valle in un grande bosco, vide arrivare da lontano, dall’altra direzione (per ispicchio: di fronte a sé), un uomo che appariva assai cupo in volto. Morgante dette un colpo sul terreno con l’estremità del batacchio (Morgante porta con sé, come arma, il batacchio di una campana) e disse: “Io non conosco costui” e si mise a sedere su di una pietra, finché l’uomo non raggiunse il crocevia.


113

Morgante guata le sue membra tutte

più e più volte dal capo alle piante,

che gli pareano strane, orride e brutte:

– Dimmi il tuo nome, – dicea – vïandante. –

Colui rispose: – Il mio nome è Margutte;

ed ebbi voglia anco io d’esser gigante,

poi mi penti’ quando al mezzo fu’ giunto:

vedi che sette braccia sono appunto. –


113. Morgante squadrò per intero, più e più volte, dalla testa ai piedi, il corpo dell’uomo che gli apparve strano, deforme e brutto, e disse: “Oh viaggiatore, dimmi il tuo nome”. Rispose l’uomo: “Il mio nome è Margutte, ed anch’io ebbi il desiderio di essere un gigante, ma poi mi pentii quando fui cresciuto la metà dell’altezza necessaria: puoi vedere infatti che sono alto quattro metri”.

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114

Disse Morgante: – Tu sia il ben venuto:

ecco ch’io arò pure un fiaschetto allato,

che da due giorni in qua non ho beuto;

e se con meco sarai accompagnato,

io ti farò a camin quel che è dovuto.

Dimmi più oltre: io non t’ho domandato

se se’ cristiano o se se’ saracino,

o se tu credi in Cristo o in Apollino. –


114. Morgante disse: “Che tu sia il benvenuto: così io porterò legato al mio fianco un mezzo fiasco (ossia “d’ora in poi avrò sempre con me un mezzo gigante”), visto che da due giorni a questa parte non ho bevuto; e, se diventerai il mio compagno di viaggio, io durante il cammino ti tratterò come si conviene. Ma continua a parlarmi di te: io non ti ho chiesto se tu sei cristiano o saraceno, e se tu credi in Gesù Cristo oppure in Apollo”.


115

Rispose allor Margutte: – A dirtel tosto,

io non credo più al nero ch’a l’azzurro,

ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto;

e credo alcuna volta anco nel burro,

nella cervogia, e quando io n’ho, nel mosto,

e molto più nell’aspro che il mangurro;

ma sopra tutto nel buon vino ho fede,

e credo che sia salvo chi gli crede;


115. Allora Margutte rispose: “A dirla così su due piedi, bianco o nero non mi interessa (lett. non credo più nel nero che nell’azzuro, espressione proverbiale per dire “non credo in niente”), io credo nel cappone, sia lesso, sia, se preferisci, arrosto; e di tanto in tanto credo anche nel burro, nella birra, e quando ne ho, nel mosto; e credo assai più nelle monete d’argento che in quelle di rame; ma soprattutto ho fede nel buon vino, e credo che chi crede in esso trovi la salvezza.


116

e credo nella torta e nel tortello:

l’uno è la madre e l’altro è il suo figliuolo;

e ’l vero paternostro è il fegatello,

e posson esser tre, due ed un solo,

e diriva dal fegato almen quello.

E perch’io vorrei ber con un ghiacciuolo,

se Macometto il mosto vieta e biasima,

credo che sia il sogno o la fantasima;


116. Poi credo nella torta e nel tortino: la prima è la madre e il secondo è il suo figliolo; e i fegatelli rappresentano il vero Padre Nostro, perché essi possono essere tre, due e uno solo: infatti derivano tutti dal fegato. E dal momento che io (il vino) lo vorrei bere con una cisterna, se Maometto vieta o proibisce il vino, io credo che egli sia una fantasia o un fantasma.


117

ed Apollin debbe essere il farnetico,

e Trivigante forse la tregenda.

La fede è fatta come fa il solletico:

per discrezion mi credo che tu intenda.

Or tu potresti dir ch’io fussi eretico:

acciò che invan parola non ci spenda,

vedrai che la mia schiatta non traligna

e ch’io non son terren da porvi vigna.


117. Ed Apollo deve essere un pazzo e Trivagante un’adunata di demoni. La fede è simile al solletico, credo che grazie alla tua intelligenza tu capisca ciò che voglio dire. Ora tu potresti dire che io sono un eretico: e affinché tu non sprechi il fiato (per dirlo), ti dico che la mia stirpe non è peggiorata con me (ossia “vengo da una famiglia di miscredenti”) e che io non sono un terreno su cui piantare una vigna (ossia “da me non si cava nulla di buono”).


118

Questa fede è come l’uom se l’arreca.

Vuoi tu veder che fede sia la mia?,

che nato son d’una monaca greca

e d’un papasso in Bursia, là in Turchia.

E nel principio sonar la ribeca

mi dilettai, perch’avea fantasia

cantar di Troia e d’Ettore e d’Achille,

non una volta già, ma mille e mille.


118. La fede è tale, quale l’uomo l’ha ereditata. Tu  vorresti sapere che tipo di fede ho ereditato io? Io sono nato da una monaca greca e un sacerdote islamico, a Bursa, in Turchia. Inizialmente mi dilettai a suonare la chitarra, perché vagheggiavo l’idea di cantare di Troia, d’Ettore e d’Achille, e non soltanto una volta, ma mille volte e poi altre mille.


119

Poi che m’increbbe il sonar la chitarra,

io cominciai a portar l’arco e ’l turcasso.

Un dì ch’io fe’ nella moschea poi sciarra,

e ch’io v’uccisi il mio vecchio papasso,

mi posi allato questa scimitarra

e cominciai pel mondo andare a spasso;

e per compagni ne menai con meco

tutti i peccati o di turco o di greco;


119. Poi suonare la chitarra mi venne a noia, ed io incominciai a portare arco e faretra. Poi, un giorno in cui partecipai ad una rissa nella moschea, nella quale uccisi il mio vecchio padre sacerdote, mi posi al fianco questa spada e cominciai a vagare per il mondo; e come compagni portai con me tutti i peccati caratteristici dei Turchi e tutti quelli caratteristici dei Greci.

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120

anzi quanti ne son giù nello inferno:

io n’ho settanta e sette de’ mortali,

che non mi lascian mai lo state o ’l verno;

pensa quanti io n’ho poi de’ venïali!

Non credo, se durassi il mondo etterno,

si potessi commetter tanti mali

quanti ho commessi io solo alla mia vita;

ed ho per alfabeto ogni partita.


120. Anzi, portai con me tanti peccati quanti se ne trovano nelle profondità dell’inferno: di peccati mortali ne ho ben settantasette, che non mi abbandonano mai, né d’estate, né d’inverno, e ti lascio solo immaginare il numero dei miei peccati veniali! Non credo che, anche qualora il mondo durasse in eterno, sarebbe possibile commettere tanti misfatti quanti ne ho commessi io da solo nell’arco della mia vita; conosco questa materia dalla a alla zeta.


121

Non ti rincresca l’ascoltarmi un poco:

tu udirai per ordine la trama.

Mentre ch’io ho danar, s’io sono a giuoco,

rispondo come amico a chiunque chiama;

e giuoco d’ogni tempo e in ogni loco,

tanto che al tutto e la roba e la fama

io m’ho giucato, e’ pel già della barba:

guarda se questo pel primo ti garba.


121. Che non ti dispiaccia di ascoltarmi per un po’! Potrai udire l’elenco ordinato delle mie malefatte. Fintanto che ho denaro, mentre partecipo ad un gioco, rispondo come amico (ossia “dico di sì”) a chiunque mi invita, e gioco in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, al punto che mi sono giocato completamente sia i miei averi, sia la mia reputazione e persino i peli della mia barba: vedi se questo peccato che ti ho citato per primo ti piace.


122

Non domandar quel ch’io so far d’un dado,

o fiamma o traversin, testa o gattuccia,

e lo spuntone, e va’ per parentado,

ché tutti siàn d’un pelo e d’una buccia.

E forse al camuffar ne incaco o bado

o non so far la berta o la bertuccia,

o in furba o in calca o in bestrica mi lodo?

Io so di questo ogni malizia e frodo.


122. Non chiedermi cosa io sappia fare con un dado, se fiamma o traversina o testa o gattuccia, o spuntone e via dicendo (vai per parentado: e così via), perché io e i dadi siamo della stessa razza e della stessa famiglia. E forse io disdegno la truffa o mi comporto da fesso (bado)? Oppure non so fare l’imbroglione e il baro (la berta e la bertuccia)? O non vanto raggiri, truffe e frodi? Riguardo a questi temi io conosco ogni malizia e ogni inganno.


123

La gola ne vien poi drieto a questa arte.

Qui si conviene aver gran discrezione,

saper tutti i segreti, a quante carte,

del fagian, della stama e del cappone,

di tutte le vivande a parte a parte

dove si truovi morvido il boccone;

e non ti fallirei di ciò parola,

come tener si debba unta la gola.


123. Appresso a quest’arte (ossia il gioco e la truffa) viene il peccato di gola. In questo ambito è necessario avere grande conoscenza, sapere tanti segreti quante sono le ricette: del fagiano, della starna, del cappone, e di tutte le vivande, dalla prima all’ultima, che possano offrire un tenero boccone. Ed io non commetterei di certo errore alcuno nel dirti di come si mantiene ben unta la gola.


124

S’io ti dicessi in che modo io pillotto,

o tu vedessi com’io fo col braccio,

tu mi diresti certo ch’io sia ghiotto;

o quante parte aver vuole un migliaccio,

che non vuole essere arso, ma ben cotto,

non molto caldo e non anco di ghiaccio,

anzi in quel mezzo, ed unto ma non grasso

(pàrti ch’i’ ’l sappi?), e non troppo alto o basso.


124. Se io ti descrivessi il modo in cui  io verso il condimento, o tu vedessi in che modo muovo il braccio, tu concluderesti senza dubbio che io sono molto goloso; oppure credi forse che io non lo sappia (v.131: parti ch’ii’l sappi?) di quante cure ha bisogno un sanguinaccio che non deve essere bruciato, ma ben cotto, né troppo caldo, ma nemmeno gelido, dunque alla giusta via di mezzo, ed unto sì, ma non grasso, e né troppo alto, né troppo basso?


128

Or lasciàn questo, e d’udir non t’incresca

un’altra mia virtù cardinalesca.


128. Ma ora lasciamo stare questo argomento e che non ti dispiaccia di ascoltare un’altra mia virtù cardinale.


129

Ciò ch’io ti dico non va insino all’effe:

pensa quand’io sarò condotto al rue!

Sappi ch’io aro, e non dico da beffe,

col cammello e coll’asino e col bue;

e mille capannucci e mille gueffe

ho meritato già per questo o piùe;

dove il capo non va, metto la coda,

e quel che più mi piace è ch’ognun l’oda.


129. Quello che ti ho detto non arriva nemmeno alla lettera effe (ossia è solo una piccola parte, in un ipotetico elenco alfabetico delle qualità di Margutte), pensa quando sarò arrivato alla fine dell’alfabeto (la rue è un’abbreviazione posta alla fine dell’alfabeto antico). Sappi che io faccio l’amore, e non sto scherzando, sia con il cammello, sia con l’asino, sia con il bue. E per questa ragione sono già stato condannato più di mille volte al rogo della mia capanna e al carcere. Se non va in un modo, provo in un altro, e quello che più mi piace è che tutti lo sappiano.


130

Mettimi in ballo, mettimi in convito,

ch’io fo il dover co’ piedi e colle mani;

io son prosuntüoso, impronto, ardito,

non guardo più i parenti che gli strani:

della vergogna, io n’ho preso partito,

e torno, chi mi caccia, come i cani;

e dico ciò ch’io fo per ognun sette,

e poi v’aggiungo mille novellette.


130. Mettimi in un ballo o ad un banchetto, ed io faccio il mio dovere con i piedi e con le mani; io sono presuntuoso, impudente e sfacciato, e non ho maggior riguardo per i parenti di quanto io ne abbia per gli estranei. Della vergogna me ne sono fatto una ragione, e, quando qualcuno mi allontana, io torno da lui come fanno i cani. E quando racconto le mie imprese moltiplico sempre per sette e poi vi aggiungo mille storielle inventate.


131

S’io ho tenute dell’oche in pastura

non domandar, ch’io non te lo direi:

s’io ti dicessi mille alla ventura,

di poche credo ch’io ti fallirei;

s’io uso a munister per isciagura,

s’elle son cinque, io ne traggo fuor sei:

ch’io le fo in modo diventar galante

che non vi campa servigial né fante.


131. E non mi chiedere se io abbia tenuto delle oche all’ingrasso (ovvero se io abbia sfruttato delle donne), perché non te lo direi: se io ti dicessi mille, così a casaccio, credo che sbaglierei di poco; se per sciagura mi ritrovo in un monastero, e ci sono cinque suore, io riesco a portarne via sei; perché io le faccio innamorare al punto che non resistono neppure le fantesche e le converse.


132

Or queste son tre virtù cardinale,

la gola e ’l culo e ’l dado, ch’io t’ho detto;

odi la quarta, ch’è la principale,

acciò che ben si sgoccioli il barletto:

non vi bisogna uncin né porre scale

dove con mano aggiungo, ti prometto;

e mitere da papi ho già portate,

col segno in testa, e drieto le granate.


132. Per cui queste sono le mie tre virtù cardinali: la gola, il culo e il dado di cui ti ho parlato; ascolta la quarta, che è quella principale, in modo che si svuoti fino in fondo il bariletto (espressione proverbiale del tipo di “svuotare il sacco”): non occorrono né uncini, né scale dove io arrivo con la mano, te lo garantisco, e mi è già capitato di portare in testa le mitre dei papi e le scope sulla schiena (vale a dire “sono già stato condannato alla gogna per furto”).


133

E trapani e paletti e lime sorde

e succhi d’ogni fatta e grimaldelli

e scale o vuoi di legno o vuoi di corde,

e levane e calcetti di feltrelli

che fanno, quand’io vo, ch’ognuno assorde,

lavoro di mia man puliti e belli;

e fuoco che per sé lume non rende,

ma con lo sputo a mia posta s’accende.


133. E con le mie stesse mani realizzo, belli e pronti, trapani e piedi di porco, e lime silenziose, e succhielli di ogni genere e grimaldelli e scale, sia di legno che di corde, e leve e calzature di feltro, che fanno in modo che quando arrivo nessuno mi senta, e (ho anche fatto) una lanterna che da sola non produce luce, ma si accende secondo il mio piacere con la mia saliva.


134

S’ tu mi vedessi in una chiesa solo,

io son più vago di spogliar gli altari

che ’l messo di contado del paiuolo;

poi corro alla cassetta de’ danari;

ma sempre in sagrestia fo il primo volo,

e se v’è croce o calici, io gli ho cari,

e’ crucifissi scuopro tutti quanti,

poi vo spogliando le Nunziate e’ santi.


134. Se tu mi vedessi mentre sono solo all’interno di una chiesa, sono più desideroso io di spogliare gli altari, che l’ufficiale giudiziario di sequestrare un paiolo. Poi mi affretto verso la cassetta delle offerte, ma è nella sacrestia che faccio sempre il primo passaggio, e se vi si trovano una croce o dei calici, me ne innamoro, e porto via gli ornamenti a tutti i crocifissi, quindi continuo spogliando le Madonne e i Santi.


135

Io ho scopato già forse un pollaio;

s’ tu mi vedessi stendere un bucato,

diresti che non è donna o massaio

che l’abbi così presto rassettato:

s’io dovessi spiccar, Morgante, il maio,

io rubo sempre dove io sono usato;

ch’io non istò a guardar più tuo che mio,

perch’ogni cosa al principio è di Dio.


135. Credo di aver già depredato un pollaio, e se tu mi vedessi di riporre un bucato, diresti che non esista donna o maggiordomo capace di toglierlo da mezzo con la stessa velocità. Oh Morgante, se anche io dovessi rubare solo un ramoscello, lo ruberei nei posti che frequento, perché io non sto a guardare se una cosa è mia o è tua, dal momento che in principio ogni cosa apparteneva solo a Dio.


136

Ma innanzi ch’io rubassi di nascoso,

io fui prima alle strade malandrino:

arei spogliato un santo il più famoso,

se santi son nel Ciel, per un quattrino;

ma per istarmi in pace e in più riposo,

non volli poi più essere assassino;

non che la voglia non vi fussi pronta,

ma perché il furto spesso vi si sconta.


136. Ma, prima di cominciare a rubare di nascosto, io fui un brigante di strada, e, se davvero in cielo esistono i santi, sappi che io avrei derubato il più illustre tra loro, per il solo gusto di portargli via un quattrino; tuttavia, per amor di quiete e di riposo, non volli più fare l’assassino: non che me ne mancasse la volontà, ma troppo spesso la si paga a caro prezzo.


137

Le virtù teologiche ci resta.

S’io so falsare un libro, Iddio tel dica:

d’uno iccase farotti un fio, ch’a sesta

non si farebbe più bello a fatica;

e traggone ogni carta, e poi con questa

raccordo l’alfabeto e la rubrica,

e scambiere’ti, e non vedresti come,

il titol, la coverta e ’l segno e ’l nome.


137. Restano da trattare le virtù teologali (fede, speranza e carità). Mi sia testimone Dio se non sono capace di falsificare un documento: saprei far diventare una x una y in maniera che difficilmente si farebbe di meglio con un compasso. Inoltre, tolta una qualsiasi pagina (in un libro), sono capace di riordinare l’indice e i titoli (così da non far trapelare la mancanza), e saprei falsificare, senza fartene minimamente render conto, titolo, copertina, segnalibro e autore.


138

I sacramenti falsi e gli spergiuri

mi sdrucciolan giù proprio per la bocca

come i fichi sampier, que’ ben maturi,

o le lasagne, o qualche cosa sciocca;

né vo’ che tu credessi ch’io mi curi

contro a questo o colui: zara a chi tocca!

ed ho commesso già scompiglio e scandolo,

che mai non s’è poi ravvïato il bandolo.


138. Bestemmie e spergiuri mi scivolano per la bocca con la stessa facilità dei fichi di San Pietro, quelli belli maturi, o delle lasagne, o di qualcosa di semplice; e non vorrei che tu pensassi che io mi metta a riflettere su con chi prendermela: chi ci capita, ci capita! Ed ho anche provocato scompigli e disordini, dopo i quali le cose non sono mai tornate a posto.


139

Sempre le brighe compero a contanti.

Bestemmiator, non vi fo ignun divario

di bestemmiar più uomini che santi,

e tutti appunto gli ho in sul calendario.

Delle bugie nessun non se ne vanti,

ché ciò ch’io dico fia sempre il contrario.

Vorrei veder più fuoco ch’acqua o terra,

e ’l mondo e ’l cielo in peste e ’n fame e ’n guerra.


139. Mi caccio sempre nei guai. Come bestemmiatore non ho mai fatto differenze tra uomini e santi, e ce li ho tutti sul calendario (pronti per essere bestemmiati). E che nessuno provi a vantarsi con me delle proprie bugie, perché è sempre tutto il contrario di ciò che io affermo. Vorrei vedere più fuoco che acqua sulla terra, e il mondo e il cielo sconvolti dalla malattia, dalla fame e dalla guerra.


140

E carità, limosina o digiuno,

orazïon non creder ch’io ne faccia.

Per non parer provàno, chieggo a ognuno,

e sempre dico cosa che dispiaccia;

superbo, invidïoso ed importuno:

questo si scrisse nella prima faccia;

ché i peccati mortal meco eran tutti

e gli altri vizi scelerati e brutti.


140. E non credere che io mi dedichi mai alla carità, all’elemosina, al digiuno o alla preghiera. Per non apparire cocciuto, chiedo a tutti e rispondo sempre qualcosa di offensivo. Arrogante, malevolo e sgradevole: questa fu la mia etichetta fin dal principio, perché dentro di me c’erano tutti i peccati mortali e tutti gli altri vizi scellerati e brutti.


141

Tanto è ch’io posso andar per tutto ’l mondo

col cappello in su gli occhi, com’io voglio;

com’una schianceria son netto e mondo;

dovunque i’ vo, lasciarvi il segno soglio

come fa la lumaca, e nol nascondo;

e muto fede e legge, amici e scoglio

di terra in terra, com’io veggo o truovo,

però ch’io fu’ cattivo insin nell’uovo.


141. Tant’è che io posso a mio piacere (vale a dire ironicamente “devo”) andare ovunque con il cappello sugli occhi. Sono pulito e puro come un asse da cucina e dovunque io vada sono solito lasciare il segno, come fa la lumaca, non lo nascondo. E, passando da un luogo all’altro, cambio religione e legge, amici e la pelle, in base a ciò che mi trovo davanti, perché io, prima ancora di venire al mondo, ero già cattivo.


142

Io t’ho lasciato indrieto un gran capitolo

di mille altri peccati in guazzabuglio;

ché s’i’ volessi leggerti ogni titolo,

e’ ti parrebbe troppo gran mescuglio;

e cominciando a sciòrre ora il gomitolo,

ci sarebbe faccenda insino a luglio;

salvo che questo alla fine udirai:

che tradimento ignun non feci mai. –


142. E non ti ho raccontato un lungo capitolo (della mia vita) fatto di mille altri peccati alla rinfusa, perché, se io ti volessi raccontare ogni singolo episodio, ti sembrerebbe una confusione troppo grande; e se cominciassimo a svolgere il gomitolo adesso, a luglio avremmo ancora da fare. Solo questo ti dirò ancora: io non ho mai tradito un amico.