Archivio testo: L'esilio all'Albergaccio e la nascita del Principe

Parafrasi L’esilio all’Albergaccio e la nascita del Principe: la lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513

NICCOLÒ MACHIAVELLI

L’ESILIO ALL’ALBERGACCIO E LA NASCITA DEL PRINCIPE:

LA LETTERA A FRANCESCO VETTORI DEL 10 DICEMBRE 1513

PARAFRASI DEL TESTO

Magnifico ambasciatore. Tarde non furon mai grazie divine. Dico questo, perché mi pareva haver perduta no, ma smarrita la grazia vostra, sendo stato voi assai tempo senza scrivermi; ed ero dubbio donde potessi nascere la cagione.

Magnifico ambasciatore. “I favori degli dèi, anche quando si fanno attendere, sono sempre graditi” (citazione da Petrarca). Dico questo perché mi sembrava, non dico di aver perduto definitivamente, ma quantomeno smarrito (temporaneamente) la vostra benevolenza, dal momento che non mi avete scritto per molto tempo; e mi domandavo quale potesse essere la ragione di ciò (ossia: “da cosa potesse dipendere”).

E di tutte quelle mi venivono nella mente tenevo poco conto, salvo che di quella quando io dubitavo non vi havessi ritirato da scrivermi, perché vi fussi suto scritto che io non fussi buon massaio delle vostre lettere; e io sapevo che, da Filippo e Pagolo in fuora, altri per mio conto non le haveva viste.

E nessuna delle ragioni che mi venivano in mente mi convinceva veramente, ad eccezione di una: quando mi sorgeva il dubbio che voi aveste smesso di scrivermi perché vi era stato scritto che io non ero stato un buon custode delle vostre lettere; mentre io sapevo che, all’infuori di Filippo e Pagolo, nessun altro le aveva viste per mano mia.

Hònne rihaùto per l’ultima vostra de’ 23 del passato, dove io resto contentissimo vedere quanto ordinatamente e quietamente voi esercitate cotesto ufizio publico; e io vi conforto a seguire così, perché chi lascia i sua comodi per li comodi d’altri, e’ perde e’ sua, e di quelli non li è saputo grado.

Ho ritrovato la vostra benevolenza con l’ultima vostra lettera del 23 (novembre) scorso, e, nel leggerla, sono rimasto felicissimo di apprendere quanto pacificamente e pacatamente svolgete il vostro incarico pubblico (Vettori svolge l’incarico di ambasciatore presso papa Leone X); ed io vi esorto a continuare in questa maniera, perché chi trascura la propria comodità per la comodità degli altri, perde la sua e dagli altri non è ringraziato.

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E poiché la fortuna vuol fare ogni cosa, ella si vuole lasciarla fare, stare quieto e non le dare briga, e aspettar tempo che la lasci fare qualche cosa agl’huomini; e all’hora starà bene a voi durare più fatica, vegliar più le cose, e a me partirmi di villa e dire: eccomi. Non posso pertanto, volendo rendere pari grazie, dirvi in questa mia lettera altro che qual sia la vita mia; e se voi giudicate che sia a barattarla con la vostra, io sarò contento mutarla.

E poiché la sorte vuole decidere ogni cosa, bisogna lasciarla fare, starsene tranquilli, non darle briga (ossia “evitare di contrastarla”), e attendere il momento che essa (la sorte) permetta che anche gli uomini facciano qualcosa; in quel momento dovrà starvi bene lavorare di più e vigilare maggiormente sulle cose, e a me dovrà stare bene partire dalla campagna e dire: “Eccomi!”. Dunque, poiché voglio restituirvi un favore pari a quello che voi avete fatto a me (sottinteso: descrivendomi la vostra vita), non posso che illustrarvi, in questa mia lettera, quale sia la mia vita; e se voi giudicherete che essa possa essere barattata con la vostra, io sarò felice di scambiarla.

Io mi sto in villa; e poi che seguirono quelli miei ultimi casi, non sono stato, ad accozzarli tutti, venti dí a Firenze.

Io me ne sto in campagna, e dato che si sono verificate le mie ultime disavventure (quando scrive questa lettera Machiavelli è stato da poco accusato di aver partecipato ad una congiura contro i Medici, ed è stato imprigionato, torturato e alla fine rilasciato), a Firenze non sono stato venti giorni a sommarli tutti.

Ho insino a qui uccellato a’ tordi di mia mano. Levavomi innanzi dí, impaniavo, andavone oltre con un fascio di gabbie addosso, che parevo el Geta quando e’ tornava dal porto con i libri di Amphitrione; pigliavo el meno dua, el più sei tordi. E cosí stetti tutto settembre. Di poi questo badalucco, ancoraché dispettoso e strano, è mancato con mio dispiacere: e quale la vita mia vi dirò.

Fino a questo momento mi sono dedicato alla caccia ai tordi. Mi alzavo prima dell’alba, preparavo le panie (le “panie” sono trappole a base di colla), mi incamminavo con un fascio di gabbie sulle spalle, che somigliavo al Geta quando tornava dal porto con i libri di Anfitrione (in una novella molto nota ai tempi di Machiavelli, Geta è un servo che ad un certo punto della storia trasporta sulle spalle una enorme quantità di libri appartenenti al suo padrone, Anfitrione), prendevo minimo due, massimo sei tordi. E così ho trascorso tutto il mese di settembre. Poi questo trastullo, sebbene fatto quasi per dispetto, ed estraneo alle mie vocazioni, è venuto a mancare con mio dispiacere, ed ora vi dirò come si svolge (adesso) la mia vita.

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Io mi lievo la mattina con el sole, e vòmmene in un mio bosco che io fo tagliare, dove sto dua ore a rivedere l’opere del giorno passato, e a passar tempo con quegli tagliatori, che hanno sempre qualche sciagura alle mani o fra loro o co’ vicini. E circa questo bosco io vi harei a dire mille belle cose che mi sono intervenute, e con Frosino da Panzano e con altri che voleano di queste legne.

Al mattino mi alzo quando spunta il sole, e mi reco in un bosco di mia proprietà che sto facendo tagliare; qui trascorro due ore a guardare il lavoro svolto il giorno prima e perdo tempo con i taglialegna, che hanno sempre qualche lite in corso, fra di loro o con i vicini. E su questo bosco avrei da raccontare mille belle cose che mi sono accadute, sia con Frosino da Panzano, sia con altri che volevano (comprare) questo legname.

E Frosino in spezie mandò per certe cataste senza dirmi nulla; e al pagamento, mi voleva rattenere dieci lire, che dice aveva havere da me quattro anni sono, che mi vinse a cricca in casa Antonio Guicciardini.

Frosino in particolare, ha mandato a prendere alcune cataste (di legname) senza avvertirmi di nulla; e al momento di pagare, voleva trattenere dieci lire, dicendo che egli le avrebbe dovute ricevere da me già da quattro anni, avendomele vinte giocando a cricca (la cricca è un gioco di carte) in casa di Antonio Guicciardini.

Io cominciai a fare el diavolo, volevo accusare el vetturale, che vi era ito per esse, per ladro. Tandem Giovanni Machiavelli vi entrò di mezzo, e ci pose d’accordo. Batista Guicciardini, Filippo Ginori, Tommaso del Bene e certi altri cittadini, quando quella tramontana soffiava, ognuno me ne prese una catasta.

Io ho cominciato a sbraitare, e volevo denunciare per furto il carrettiere che si era occupato di prelevare le cataste. Tandem (cioè “alla fine”) si è messo in mezzo Giovanni Machiavelli e ci ha fatto mettere d’accordo. Battista Guicciardini, Filippo Ginori, Tommaso del Bene e alcuni altri cittadini, mi hanno ordinato una catasta di legna a testa, mentre soffiava quella forte tramontana (la tramontana è un vento freddo il cui arrivo comporta un abbassamento delle temperature).

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Io promessi a tutti; e manda’ne una a Tommaso, la quale tornò a Firenze per metà, perché a rizzarla vi era lui, la moglie, la fante, i figlioli, che pareva el Gaburra quando el giovedí con quelli suoi garzoni bastona un bue. Dimodoché, veduto in chi era guadagno, ho detto agli altri che io non ho più legne; e tutti ne hanno fatto capo grosso, e in specie Batista, che connumera questa tra le altre sciagure di Prato.

Io (dapprima) ho garantito (legna) a tutti; poi a Tommaso ho mandato una catasta che, una volta arrivata a Firenze, mi è stata pagata la metà, perché ad accatastarla c’erano lui, la moglie, la fantesca e i figliuoli, che sembrava il Gabburra quando di giovedì con quei suoi garzoni bastona un bue (Gabburra è un macellaio fiorentino dell’epoca di Machiavelli). Così, dopo aver visto quanto era il guadagno, ho detto agli altri di non avere più legna; e tutti se la sono presa a male, soprattutto Battista, che annovera questo fatto tra le altre sciagure di Prato (Battista Guicciardini era il podestà di Prato e Prato, nel 1512, era stata oggetto di saccheggio da parte degli Spagnoli).

Partitomi del bosco, io me ne vo ad una fonte, e di quivi in un mio uccellare. Ho un libro sotto, o Dante o Petrarca, o uno di questi poeti minori, come Tibullo, Ovidio e simili: leggo quelle loro amorose passioni, e quelli loro amori ricordomi de’ mia: gòdomi un pezzo in questo pensiero.

Quando vado via dal bosco, mi reco presso una sorgente, e di qui in un mio terreno approntato con le trappole per la caccia agli uccelli. Porto con me un libro, o Dante o Petrarca, oppure uno di questi poeti minori (“minori” sta per “ poeti lirici”, ossia “poeti d’amore”) come Tibullo, Ovidio e simili: leggo dei loro slanci amorosi e dei loro amori, e così mi ricordo dei miei (amori), e per un po’ godo di questi pensieri.

Transferiscomi poi in sulla strada, nell’hosteria; parlo con quelli che passono, dimando delle nuove de’ paesi loro; intendo varie cose, e noto varii gusti e diverse fantasie d’huomini.

Poi mi sposto sulla strada maestra e nell’osteria: parlo con quelli che passano, chiedo notizie dei paesi dai quali arrivano, ascolto storie varie, e osservo i gusti diversi e le singolari fantasie degli uomini.

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Viene in questo mentre l’hora del desinare, dove con la mia brigata mi mangio di quelli cibi che questa povera villa e paululo patrimonio comporta.

Nel frattempo arriva l’ora di pranzo, e con la mia famiglia mangio quei cibi che questo povero podere, e l’esiguo patrimonio, permettono.

Mangiato che ho, ritorno nell’hosteria: quivi è l’hoste, per l’ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi io m’ingaglioffo per tutto dí giuocando a cricca, a trich-trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Cosí, rinvolto in tra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi.

Una volta finito di mangiare ritorno all’osteria: qui di solito c’è l’oste, il macellaio, il mugnaio e due fornai. Insieme a loro mi abbrutisco per tutto il giorno, giocando a cricca e a trich-trach (gioco di dadi), e da qui nascono mille battibecchi e litigi infiniti, infarciti di parole ingiuriose; e il più delle volte si litiga per un centesimo e ci sentono urlare fino a San Casciano. Così, destreggiandomi tra queste volgarità (nel senso di “occupazioni volgari”), tengo il cervello fuori dalla muffa e sfogo la malignità di questa mia sorte, essendo contento che essa mi calpesti in questo modo, per vedere se non arrivi a vergognarsi di perseguitarmi.

Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni;

Quando arriva la sera, me ne torno a casa, ed entro nel mio studio; sull’uscio, mi spoglio di quella veste quotidiana, ricoperta di fango e di loto (loto vuol dire pure “fango”, quindi di fango e di loto è una dittologia sinonimica), e indosso panni degni di un re e di una curia; e dopo essermi rivestito in maniera confacente, entro nelle antiche corti degli uomini antichi (ossia: “leggo le storie dei grandi uomini politici del passato), e lì, amorevolmente ricevuto da loro (ossia dai grandi antichi), mi nutro di quel cibo che è il solo che mi si addice e per il quale io sono nato (ossia “mi dedico alla mia vocazione naturale: la riflessione storico politica”);

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e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.

e in quelle corti, non mi vergogno di parlare con essi (ossia con i grandi dell’antichità) e di interrogarli circa le ragioni delle loro azioni; e quelli, in virtù della loro cortesia, mi rispondono; e per un tempo di quattro ore non provo alcuna noia; dimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi spaventa la morte: sono completamente rapito da quelle letture.

E perché Dante dice che non fa scienza sanza lo ritenere lo havere inteso – io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto uno opuscolo De principatibus; dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subietto, disputando che cosa è principato, di quale spezie sono, come e’ si acquistono, come e’ si mantengono, perché e’ si perdono.

E dal momento che Dante afferma che aver compreso qualcosa senza averlo fissato nella propria mente non costituisce “conoscenza”, io ho preso nota delle cose di cui ho fatto capitale conversando con loro, e ho composto un opuscolo “sui principati” (cioé il libro che oggi chiamiamo Il Principe), all’interno del quale io sviluppo riflessioni il più che posso approfondite su questo argomento, prendendo in esame che cos’è un principato, quali tipi di principati esistono, come essi si conquistano e come si mantengono, per quali ragioni essi si perdono.

E se vi piacque mai alcuno mio ghiribizzo, questo non vi doverrebbe dispiacere; e a un principe, e massime a un principe nuovo, doverrebbe essere accetto: però io lo indirizzo alla Magnificentia di Giuliano. Filippo Casavecchia l’ha visto; vi potrà ragguagliare in parte e della cosa in sé e de’ ragionamenti ho hauto seco, ancora che tutta volta io l’ingrasso e ripulisco.

E se in passato vi è piaciuta (“vi” è riferito a Vettori) qualche mio bizzarro libro, questo non dovrebbe dispiacervi; ed esso dovrebbe essere gradito in particolar modo ad un principe, e soprattutto ad un principe “nuovo” (ossia “giunto al potere da poco”), perciò io lo dedico a Sua Magnificentia Giuliano de’ Medici. Filippo Casavecchia lo ha già letto e vi potrà ragguagliare sia riguardo al libro in sé, sia riguardo alle cose che io e lui ci siamo detti del libro, anche se io lo arricchisco e lo correggo continuamente.

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Voi vorresti, magnifico ambasciatore, che io lasciassi questa vita, e venissi a godere con voi la vostra. Io lo farò in ogni modo; ma quello che mi tenta hora è certe mie faccende, che fra sei settimane l’harò fatte. Quello che mi fa star dubbio è, che sono costí quelli Soderini, e quali sarei forzato, venendo costí, visitarli e parlar loro.

O magnifico ambasciatore, voi vorreste che io abbandonassi questa vita e venissi a godere con voi della vostra. Prima o poi lo farò; ciò che mi trattiene in questo momento sono certe mie faccende, che fra sei settimane avrò risolto. Una cosa che mi fa esitare è però che lì ci sono i Soderini (i Soderini sono la famiglia a cui appartiene Piero Soderini, l’uomo che ha guidato la Repubblica Fiorentina negli anni in cui i Medici sono stati banditi dalla città. Machiavelli ha ricoperto incarichi importanti sotto Soderini e perciò, al rientro dei Medici, è stato guardato con sospetto e messo da parte), e venendo lì sarei costretto a far loro visita e a parlare con loro.

Dubiterei che alla tornata mia io non credessi scavalcare a casa, e scavalcassi nel Bargiello; perché, ancora che questo stato habbia grandissimi fondamenti e gran securità, tamen egli è nuovo, e per questo sospettoso; né manca di saccenti, che per parere, come Pagolo Bertini, metterebbono altri a scotto, e lascierebbono el pensiero a me. Pregovi mi solviate questa paura, e poi verrò in fra el tempo detto a trovarvi a ogni modo.

Avrei il timore che, al mio ritorno, invece di smontare da cavallo davanti a casa mia, scenderei nel Palazzo del Bargello (ossia: “al mio ritorno i Medici mi manderebbero dritto prigione”); infatti, sebbene questo Stato (la Signoria Medicea restaurata a Firenze nel 1512) abbia un grandissimo fondamento e una grande stabilità, tamen (cioé “tuttavia”) esso è giovane, e per questa ragione è sospettoso; e al suo interno non mancano dei pedanti come Paolo Bertini, i quali, per mettersi in mostra, metterebbero gli altri nei guai, e lascerebbero a me il pensiero (ossia: “e poi io mi ritroverei con il problema di come tirarmi fuori dai guai”). Vi prego di sciogliermi questo timore, e allora verrò nel tempo che ho già detto.

Io ho ragionato con Filippo il porchetto di questo mio opuscolo, se gli era ben darlo o non lo dare; e, sendo ben darlo, se gli era bene che io lo portassi, o che io ve lo mandassi. Il non lo dare mi faceva dubitare che da Giuliano e’ non fussi, non che altro, letto; e che questo Ardinghelli si facessi onore di questa ultima mia fatica.

Ho discusso con Filippo (Filippo Casavecchia) di questo mio opuscolo: se fosse meglio farlo avere o non farlo avere (a Giuliano de’ Medici), e se fosse meglio portarglielo di persona, o inviarglielo. Mi faceva propendere per il non farglielo avere, il sospetto che Giuliano non lo avrebbe neppure letto, e che quel tale Ardinghelli si sarebbe preso l’onore di questa mia ultima fatica.

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El darlo mi faceva la necessità che mi caccia, perché io mi logoro, e lungo tempo non posso stare cosí che io non diventi per povertà contennendo.

A farglielo avere mi spingeva la necessità che mi pressa (mi caccia), il fatto che io mi logoro (ossia: “il fatto che, ogni istante che passa, consumo un po’ del mio patrimonio”), e non posso stare così ancora per lungo tempo, senza che presto io diventi spregevole per la povertà.

Appresso al desiderio harei che questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perché, se poi io non me gli guadagnassi, io mi dorrei di me; e per questa cosa, quando la fussi letta, si vedrebbe che quindici anni, che io sono stato a studio all’arte dello stato, non gli ho né dormiti né giuocati; e doverrebbe ciascheduno haver caro servirsi di uno che alle spese di altri fussi pieno di esperienza.

Per non parlare del desiderio che avrei, che questi signori Medici cominciassero ad impiegarmi, anche se dovessero cominciare col farmi rotolare un sasso; perché, se poi io non riuscissi a guadagnarmi il loro apprezzamento, me la dovrei prendere solo con me stesso; e attraverso questa opera, se essa venisse letta, si vedrebbe che, i quindici anni che ho passato ad imparare l’arte di governare lo Stato, non li ho trascorsi né dormendo, né giocando; e ciascuno dovrebbe considerare preziosa la possibilità di servirsi di qualcuno che, a spese di altri, è diventato esperto nell’arte del governare.

E della fede mia non si doverrebbe dubitare, perché, havendo sempre observato la fede, io non debbo imparare hora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatré anni, che io ho, non debbe poter mutare natura; e della fede e bontà mia ne è testimonio la povertà mia. Desidererei adunque che voi ancora mi scrivessi quello che sopra questa materia vi paia. E a voi mi raccomando. Sis felix.

E della mia lealtà non si dovrebbe dubitare, perché essendo sempre stato fedele, non imparerò ora a non esserlo; e chi è stato fedele e onesto per quarantatrè anni, quanti ne ho io, non può mutare natura; e della mia fedeltà e della mia onestà è testimone la mia povertà. Desidererei perciò, che voi mi scriveste il vostro punto di vista su questa questione. Mi raccomando a voi. Sis felix (ossia: “Sta’ bene”, “sii prospero”).