Archivio testo: L'imitazione degli antichi

Parafrasi L’imitazione degli antichi

NICCOLÒ MACHIAVELLI

L’IMITAZIONE DEGLI ANTICHI

dai DISCORSI SOPRA LA PRIMA DECA DI TITO LIVIO, PROEMIO

PARAFRASI DEL TESTO

Ancora che, per la invida natura degli uomini, sia sempre suto non altrimenti periculoso trovare modi ed ordini nuovi, che si fusse cercare acque e terre incognite, per essere quelli più pronti a biasimare che a laudare le azioni d’altri;

Sebbene, a causa della natura malevola degli uomini, sia sempre stato rischioso cercare (ossia “tentare, sperimentare”) nuovi ordinamenti politici, non diversamente da quanto sia rischioso mettersi alla ricerca di mari e terre sconosciute, per via del fatto che gli uomini sono più inclini a criticare che a lodare le azioni altrui,

nondimanco, spinto da quel naturale desiderio che fu sempre in me di operare, sanza alcuno respetto, quelle cose che io creda rechino comune benefizio a ciascuno, ho deliberato entrare per una via, la quale, non essendo suta ancora da alcuno trita, se la mi arrecherà fastidio e difficultà, mi potrebbe ancora arrecare premio, mediante quelli che umanamente di queste mie fatiche il fine considerassino.

tuttavia, spinto da quel naturale desiderio, che io ho sempre sentito dentro di me, di fare, senza remore, quelle cose che mi sembrassero arrecare beneficio al complesso degli esseri umani, ho preso la decisione di mettermi su una strada che, non essendo stata ancora percorsa da nessuno, mi procurerà senz’altro noie e difficoltà, ma potrebbe anche portarmi una ricompensa, per opera di coloro che considerassero con benevolenza lo scopo delle mie fatiche.

E se lo ingegno povero, la poca esperienzia delle cose presenti e la debole notizia delle antique faranno questo mio conato difettivo e di non molta utilità; daranno almeno la via ad alcuno che, con più virtù, più discorso e iudizio, potrà a questa mia intenzione satisfare: il che, se non mi arrecherà laude, non mi doverebbe partorire biasimo.

E se il (mio) poco ingegno, la (mia) limitata esperienza degli eventi contemporanei, e la (mia) scarsa conoscenza degli eventi antichi, renderanno questo mio tentativo (conato: sforzo) imperfetto (difettivo) e di poca utilità, in ogni caso spianeranno la strada a qualcuno che, con maggiori capacità, più eloquenza e più acume, potrà portare a coronamento il mio progetto: e questo, se non mi frutterà elogi, per le meno non dovrebbe causarmi critiche.

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Considerando adunque quanto onore si attribuisca all’antiquità, e come molte volte, lasciando andare infiniti altri esempli, un frammento d’una antiqua statua sia suto comperato gran prezzo, per averlo appresso di sé, onorarne la sua casa e poterlo fare imitare a coloro che di quella arte si dilettono; e come quegli dipoi con ogni industria si sforzono in tutte le loro opere rappresentarlo;

Considerando perciò quanto valore si attribuisca all’antichità, e senza fare gli innumerevoli esempi possibili, quanto spesso sia accaduto che qualcuno abbia pagato cifre significative per un frammento di una statua antica, pur di poter tenere quel frammento vicino a sé, per abbellire con esso la propria casa e poterlo far utilizzare come modello da coloro che praticano la scultura e considerando poi come costoro (ossia “gli scultori”), si sforzino in ogni modo di ricreare la grazia di quel modello in ogni loro opera;

e veggiendo, da l’altro canto, le virtuosissime operazioni che le storie ci mostrono, che sono state operate da regni e republiche antique, dai re, capitani, cittadini, latori di leggi, ed altri che si sono per la loro patria affaticati, essere più presto ammirate che imitate; anzi, in tanto da ciascuno in ogni minima cosa fuggite, che di quella antiqua virtù non ci è rimasto alcun segno; non posso fare che insieme non me ne maravigli e dolga.

e d’altro canto, tenendo presente che le valorosissime imprese tramandate dagli storici, compiute da regni e da repubbliche dell’antichità, da re, condottieri, cittadini, legislatori che hanno speso le loro energie in favore della loro patria, sono più facilmente apprezzate (a parole), che imitate (nei fatti), ed anzi, (sottinteso: nei fatti) sono a tal punto evitate in ogni loro più minimo aspetto da ciascuno, che di quell’antico valore oggi non rimane traccia, io non posso fare a meno di provare, al tempo stesso, meraviglia e dispiacere.

E tanto più, quanto io veggo nelle diferenzie che intra cittadini civilmente nascano, o nelle malattie nelle quali li uomini incorrono, essersi sempre ricorso a quelli iudizii o a quelli remedii che dagli antichi sono stati iudicati o ordinati: perché le leggi civili non sono altro che sentenze date dagli antiqui iureconsulti, le quali, ridutte in ordine, a’ presenti nostri iureconsulti iudicare insegnano.

E ciò mi accade a maggior ragione perché io vedo che nelle controversie civili che insorgono tra cittadini, e nelle malattie nelle quali gli uomini incappano, si fa da sempre ricorso ai criteri di giudizio e alle cure definiti dagli antichi: infatti le leggi del diritto civile non sono altro che le sentenze pronunciate dai giudici dei tribunali dell’antichità, le quali, raccolte e riordinate, indicano come pronunciarsi ai nostri giudici (ossia ai giudici contemporanei). E la medicina altro non è se non il frutto delle esperienze fatte dai medici dell’antichità, sulle quali si basano i medici contemporanei e le loro diagnosi.

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Né ancora la medicina è altro che esperienze fatte dagli antiqui medici, sopra le quali fondano e’ medici presenti e’ loro iudizii. Nondimanco, nello ordinare le republiche, nel mantenere li stati, nel governare e’ regni, nello ordinare la milizia ed amministrare la guerra, nel iudicare e’ sudditi, nello accrescere l’imperio, non si truova principe né republica che agli esempli delli antiqui ricorra.

Nonostante ciò (ossia: “a differenza di quanto accade nel diritto civile e nella medicina”), nel dare un ordinamento politico alle repubbliche, nel conservare gli Stati, nel governare i regni, nell’organizzare gli eserciti e amministrare la guerra, nel giudicare i sudditi, nell’accrescere i propri domini e il proprio potere, (vale a dire: “in tutte quelle questioni che riguardano la politica”) non si trova un solo monarca, né una sola repubblica, che si rifaccia agli esempi offerti dagli antichi.

Il che credo che nasca non tanto da la debolezza nella quale la presente religione ha condotto el mondo, o da quel male che ha fatto a molte provincie e città cristiane uno ambizioso ozio, quanto dal non avere vera cognizione delle storie, per non trarne, leggendole, quel senso né gustare di loro quel sapore che le hanno in sé.

Ed io credo che ciò dipenda non tanto dallo stato debolezza nel quale il mondo è stato condotto dall’attuale religione, né dipenda dal male che una prolungata e presuntuosa inerzia ha fatto a molte regioni e a molte città del mondo cristiano, quanto piuttosto dal fatto di non avere una reale conoscenza della storia, perché leggendola, non si è capaci di trarne il senso che essa contiene.

Donde nasce che infiniti che le leggono, pigliono piacere di udire quella varietà degli accidenti che in esse si contengono, sanza pensare altrimenti di imitarle, iudicando la imitazione non solo difficile ma impossibile; come se il cielo, il sole, li elementi, li uomini, fussino variati di moto, di ordine e di potenza, da quello che gli erono antiquamente.

Da ciò deriva che sono innumerevoli gli uomini che leggono le storiografie antiche e provano piacere nell’apprendere la varietà dei fatti che in esse sono narrati, senza che tuttavia essi pensino ad imitarli, ritenendo l’imitazione non soltanto difficile, ma addirittura impossibile da realizzare; come se il cielo, il sole, gli elementi, gli uomini (sottinteso: nel passaggio dall’antichità alla contemporaneità) fossero cambiati nel loro movimento, nella loro struttura e nella loro forza rispetto a quello che erano nei tempi antichi (ossia: “come se il mondo e gli uomini di oggi rispondessero a leggi diverse”).

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Volendo, pertanto, trarre li uomini di questo errore, ho giudicato necessario scrivere, sopra tutti quelli libri di Tito Livio che dalla malignità de’ tempi non ci sono stati intercetti, quello che io, secondo le cognizione delle antique e moderne cose, iudicherò essere necessario per maggiore intelligenzia di essi, a ciò che coloro che leggeranno queste mia declarazioni, possino più facilmente trarne quella utilità per la quale si debbe cercare la cognizione delle istorie.

Con l’intenzione di aiutare gli uomini ad uscire da questo errore, ho ritenuto necessario scrivere a margine di tutti quei libri di Tito Livio che non ci sono stati sottratti dalla malignità del tempo (ossia: “quei libri che le vicende della trasmissione manoscritta delle opere hanno permesso che giungessero fino a noi”), quelle cose che io, sulla base della mia conoscenza degli avvenimenti antichi e moderni, riterrò che sia necessario (conoscere) per una comprensione più completa della storiografia di Livio, in modo che coloro che leggeranno i miei commenti, possano ricavare (sottinteso: dalla storiografia di Livio), con maggiore facilità, quell’utilità per conseguire la quale si deve leggere la Storia.

E benché questa impresa sia difficile, nondimanco, aiutato da coloro che mi hanno, ad entrare sotto questo peso, confortato, credo portarlo in modo, che ad un altro resterà breve cammino a condurlo a loco destinato.

E, sebbene questa impresa sia difficile, tuttavia, con l’aiuto di coloro che mi hanno incoraggiato a farmi carico di questo peso (ossia gli amici degli “Orti Oricellari”), credo di poterlo trasportare fino ad un punto, ripartendo dal quale dal quale, a chi verrà dopo di me, resterà un cammino breve per giungere a destinazione.