Archivio testo: L'intellettuale cortigiano rivendica la sua autonomia

Parafrasi L’intellettuale cortigiano rivendica la sua autonomia

LUDOVICO ARIOSTO

L’INTELLETTUALE CORTIGIANO RIVENDICA LA SUA AUTONOMIA

dalla SATIRA III

PARAFRASI DEL TESTO

Versi 1 – 3

Poi che, Annibale, intendere vuoi come
la fo col duca Alfonso, e s’io mi sento
più grave o men de le mutate some;

[vv. 1 – 3] Oh Annibale (rivolto ad Annibale Malaguzzi, suo cugino), dal momento che vuoi sapere come me la passo con il duca Alfonso (Alfonso I, al servizio del quale Ariosto si mette dopo essersi rifiutato di seguire Ippolito d’Este in Ungheria), e (vuoi sapere) se, ora che ho cambiato fardello, mi sento più leggero o più carico di prima,

Versi 4 – 6

perché, s’anco di questo mi lamento,
tu mi dirai c’ho il guidalesco rotto,
o ch’io son di natura un rozzon lento:

[vv. 4 – 6] poiché, se ora io mi lamento anche di costui, (so già che) mi dirai che ho il guidalesco rotto, oppure che io sono per indole un asino stanco,

Versi 7 – 9

senza molto pensar, dirò di botto
che un peso e l’altro ugualmente mi spiace,
e fòra meglio a nessuno esser sotto.

[vv. 7 – 9] senza starci troppo a pensare ti risponderò d’istinto dicendo che non mi piace né un peso, né l’altro, e meglio sarebbe stato non essere soggetto a nessuno dei due.

Versi 10 – 12

Dimmi or c’ho rotto il dosso e, se ’l ti piace,
dimmi ch’io sia una rózza, e dimmi peggio:
insomma esser non so se non verace.

[vv. 10 – 12] Ora dimmi pure che ho passato il segno, e, se ti fa piacere, dimmi che sono un animale, o dimmi anche di peggio: io non sono capace d’esser altro che sincero.

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Versi 13 – 15

Che s’al mio genitor, tosto che a Reggio
Daria mi partorì, facevo il giuoco
che fe’ Saturno al suo ne l’alto seggio,

[vv. 13 – 15] Del resto, se io, nel giorno in cui (mia madre) Daria mi partorì a Reggio (Emilia), avessi fatto a mio padre il medesimo scherzo che fece Saturno a suo padre nell’alto dei cieli (Saturno nel giorno della sua nascita castrò il padre Urano per evitare che potesse generare altri figli),

Versi 16 – 18

sì che di me sol fosse questo poco
ne lo qual dieci tra frati e serocchie
è bisognato che tutti abbian luoco,

[vv. 16 – 18] di modo che fosse toccato a me solo quel piccolo patrimonio (questo poco), dal quale invece è stato necessario che ricavassero da vivere altri dieci tra fratelli e sorelle,

Versi 19 – 21

la pazzia non avrei de le ranocchie
fatta già mai, d’ir procacciando a cui
scoprirmi il capo e piegar le ginocchie.

[vv. 19 – 21] di certo non avrei mai e poi mai commesso il medesimo folle gesto delle rane (le rane di Esopo pregano Zeus di dar loro un re risoluto, e ottengono un serpente che le divora tutte), vale a dire d’andarmi a cercare qualcuno al cospetto del quale dovermi togliere il cappello e mettermi in ginocchio.

Versi 22 – 24

Ma poi che figliolo unico non fui,
né mai fu troppo a’ miei Mercurio amico,
e viver son sforzato a spese altrui;

[vv. 22 – 24] Ma, dal momento che non sono nato figlio unico, né Mercurio si è mai mostrato particolarmente favorevole nei confronti della mia famiglia (Mercurio era considerato il protettore dei commerci e degli affari), e sono dunque costretto a vivere a spese altrui,

Versi 25 – 27

meglio è s’appresso il Duca mi nutrico,
che andare a questo e a quel de l’umil volgo
accattandomi il pan come mendico.

[vv. 25 – 27] meglio allora vivere alle spalle del Duca che andarmene tra il popolino, ora da uno, ora da un altro, mendicando il pane come un accattone.

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Versi 28 – 30

So ben che dal parer dei più mi tolgo,
che ’l stare in corte stimano grandezza,
ch’io pel contrario a servitù rivolgo.

[vv. 28 – 30] E so bene di allontanarmi dall’opinione comune quando giudico servile la scelta di vivere a corte, che per i più è ragione di prestigio (che stimano grandezza):

Versi 31 – 33

Stiaci volentier dunque chi la apprezza;
fuor n’uscirò ben io, s’un dì il figliuolo
di Maia vorrà usarmi gentilezza.

[vv. 31 – 33] ci resti pure volentieri chi lo apprezza (ossia “viva pure a corte chi lo torva di suo grado”), io un giorno ne uscirò sicuramente, se mai il figliolo di Maia (cioè Mercurio) vorrà mostrarmi un po’ di cortesia (ossia “mi renderà sufficientemente ricco da poterlo fare”).

Versi 34 – 36

Non si adatta una sella o un basto solo
ad ogni dosso; ad un non par che l’abbia,
all’altro stringe e preme e gli dà duolo.

[vv. 34 – 36] Non a tutte le schiene si adatta la medesima sella o il medesimo basto (il basto è una sella di legno): uno ci sta comodo al punto che gli sembra di non portarla, a un altro invece (sogg.: la sella) preme, stringe e provoca dolore.

Versi 37 – 39

Mal può durar il rosignuolo in gabbia,
più vi sta il gardelino, e più il fanello;
la rondine in un dì vi mor di rabbia.

[vv. 37 – 39] Difficilmente un usignolo in gabbia ha vita lunga, il cardellino resiste più a lungo, e più ancora resiste il fanello; la rondine, all’opposto, vi muore di dolore nel giro di un giorno.

Versi 40 – 42

Chi brama onor di sprone o di capello,
serva re, duca, cardinale o papa;
io no, che poco curo questo e quello.

[vv. 40 – 42] Chi ambisce ad onori cavallereschi o ecclesiastici faccia pure il servo di re, duchi, cardinali e papi; ma non io, che ho assai poco desiderio dei primi come dei secondi (che poco curo questo e quello: che sono poco interessato sia agli onori cavallereschi, sia agli onori ecclesiastici).

Versi 43 – 45

In casa mia mi sa meglio una rapa
ch’io cuoca, e cotta s’un stecco me inforco
e mondo, e spargo poi di acetto e sapa

[vv. 43 – 45] E mi sembra più saporita una rapa cucinata da me in casa mia – ed io la infilzo con uno stecco, la sbuccio, e ci metto sopra aceto e mostarda –

Versi 46 – 48

che all’altrui mensa tordo, starna o porco
selvaggio; e così sotto una vil coltre,
come di seta o d’oro, ben mi corco.

[vv. 46 – 48] che un tordo, una starna, o un maiale selvatico alla tavola altrui. E dormo ugualmente bene sia sotto una coperta grezza, sia sotto una di seta o d’oro.

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Versi 49 – 51

E più mi piace di posar le poltre
membra, che di vantarle che alli Sciti
sien state, agli Indi, alli Etiopi, et oltre.

[vv. 49 – 51] E preferisco farlo riposare il mio corpo pigro, che vantarmi d’averlo portato tra gli Sciti, gli Indi, gli Etiopi o ancor più lontano.

Versi 53 – 54

Degli uomini son varii li appetiti:
a chi piace la chierca, a chi la spada,
a chi la patria, a chi li strani liti.

[vv. 53 – 54] Vari sono i desideri degli esseri umani, c’è chi ama la chierica (la chierica, per metonimia, indica la vita ecclesiastica) e chi ama la spada (la spada, per metonimia, indica la vita militare), chi ama la patria e chi i lidi stranieri.

Versi 55 – 57

Chi vuole andare a torno, a torno vada:
vegga Inghelterra, Ongheria, Francia e Spagna;
a me piace abitar la mia contrada.

[vv. 55 – 57] Chi vuole andare in giro, che ci vada pure: visiti egli l’Inghilterra, l’Ungheria, la Francia e la Spagna, a me invece piace vivere il mio quartiere.

Versi 58 – 60

Visto ho Toscana, Lombardia, Romagna,
quel monte che divide e quel che serra
Italia, e un mare e l’altro che la bagna.

[vv. 58 – 60] Ho visto la Toscana, la Lombardia, la Romagna, (ho visto) la catena montuosa che spacca l’Italia (l’Appennino) e la catena montuosa che la chiude (le Alpi), (infine ho visto) entrambi i mari che la bagnano (Tirreno e Adriatico).

Versi 61 – 63

Questo mi basta; il resto de la terra,
senza mai pagar l’oste, andrò cercando
con Ptolomeo, sia il mondo in pace o in guerra;

[vv. 61 – 63] E tanto mi basta: visiterò il resto del mondo con l’ausilio degli atlanti geografici (Tolomeo era geografo, cartografo, astronomo antico), senza necessità di pagare albergatori, e sia che ci sia la pace, sia che ci sia  la guerra.

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Versi 64 – 66

e tutto il mar, senza far voti quando
lampeggi il ciel, sicuro in su le carte
verrò, più che sui legni, volteggiando.

[vv. 64 – 66] E il mare intero, senza necessità di pronunciare voti mentre il cielo è attraversato dai fulmini, mi apparirà sempre più sicuro sulle carte, che non sballottando sulle navi (legni è metonimia),

Versi 67 – 69]

Il servigio del Duca, da ogni parte
che ci sia buona, più mi piace in questa:
che dal nido natio raro si parte.

[vv. 67 – 69] Il servizio che presto presso il Duca, tra le molte cose buone, ne ha una che me lo fa piacere particolarmente (ossia “tra i tanti vantaggi che offre, ne ha uno per me speciale”): raramente ci si allontana dalla terra natale (il nido natio è una metafora cui Ariosto ricorre per riferirsi alla città di Ferrara).

Versi 70 – 72

Per questo i studi miei poco molesta,
né mi toglie onde mai tutto partire
non posso, perché il cor sempre ci resta.

[vv. 70 – 72] Per questo disturba poco i miei studi, e non mi allontana da quel luogo (Ferrara) dal quale non posso mai allontanarmi del tutto perché è lì che lascio sempre il mio cuore.