Archivio testo: Lo stalliere del re Agilulfo

Parafrasi Lo stalliere del re Agilulfo

GIOVANNI BOCCACCIO

LO STALLIERE DEL RE AGILULFO

dal DECAMERON

PARAFRASI NOVELLA

Un pallafrenier giace con la moglie d’Agilulfo re, di che Agilulfo tacitamente s’accorge; truovalo e tondelo; il tonduto tutti gli altri tonde, e così campa della mala ventura.

Uno stalliere giace con la moglie del re Agilulfo; il re si accorge della cosa, ma fa in modo che quanto è accaduto resti segreto; quindi individua il responsabile e gli taglia i capelli; allora lo stalliere taglia i capelli a tutti gli altri e in questa maniera si salva.

Essendo la fine venuta della novella di Filostrato, della quale erano alcuna volta un poco le donne arrossate e alcun’altra se ne avevan riso, piacque alla reina che Pampinea novellando seguisse. La quale, con ridente viso incominciando, disse.

Poiché Filostrato aveva terminato di raccontare la sua novella, durante la quale le donne in alcuni momenti erano arrossite, e in altri avevano riso, la regina della giornata dette ordine a Pampinea di andare avanti con la narrazione delle novelle. E Pampinea, con volto gioioso, cominciò a raccontare.

Sono alcuni sì poco discreti nel voler pur mostrare di conoscere e di sentire quello che per lor non fa di sapere, che alcuna volta per questo riprendendo i disavveduti difetti in altrui, si credono la loro vergogna scemare, dove essi l’accrescono in infinito; e che ciò sia vero, nel suo contrario mostrandovi l’astuzia d’un forse di minor valore tenuto che Masetto, nel senno d’un valoroso re, vaghe donne, intendo che per me vi sia dimostrato.

Esistono persone così poco accorte nel voler per forza dimostrare di conoscere o di sapere ciò che in realtà farebbero meglio a fingere di non sapere, che in alcune occasioni attaccano pubblicamente chi ha fatto loro un torto, credendo in questo modo di cancellare il proprio disonore, senza accorgersi che, agendo in questa maniera, essi accrescono quella vergogna all’infinito; ed io, o dolci donne, vi voglio dimostrare quanto ciò sia vero, portandovi viceversa come prova l’astuzia di un uomo considerato di valore forse anche inferiore a quello di Masetto, e la saggezza di un grande re.

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Agilulfo re de’ longobardi, sì come i suoi predecessori avevan fatto, in Pavia città di Lombardia fermò il solio del suo regno, avendo presa per moglie Teudelinga, rimasa vedova d’Autari re stato similmente de’ longobardi, la quale fu bellissima donna, savia e onesta molto, ma male avventurata in amadore. Ed essendo alquanto per la virtù e per lo senno di questo re Agilulfo le cose de’ longobardi prospere e in quiete, avvenne che un pallafreniere della detta reina, uomo quanto a nazione di vilissima condizione, ma per altro da troppo più che da così vil mestiere, e della persona bello e grande così come il re fosse, senza misura della reina s’innamorò.

Il re dei Longobardi Agilulfo, così come avevano fatto i suoi predecessori, pose la capitale del suo Regno a Pavia, città della Lombardia, dopo aver preso in moglie Teodolinda, che era rimasta vedova del precedente re dei Longobardi, Autari. Teodolinda fu una donna bellissima, intelligente e molto onesta, e tuttavia sfortunata in amore. Ora, mentre i Longobardi vivevano una fase di prosperità e di pace grazie all’operato capace e assennato del re Agilulfo, avvenne che uno degli stallieri della menzionata regina Teodolinda, uomo di origini umilissime, ma per il resto, capace di fare ben di più del mestiere infimo che gli era toccato in sorte, e per giunta bello d’aspetto e di corporatura robusta come poteva esserlo il re, si innamorò perdutamente della regina.

E per ciò che il suo basso stato non gli avea tolto che egli non conoscesse questo suo amore esser fuor d’ogni convenienza, sì come savio, a niuna persona il palesava, né eziandio a lei con gli occhi ardiva di scoprirlo. E quantunque senza alcuna speranza vivesse di dover mai a lei piacere, pur seco si gloriava che in alta parte avesse allogati i suoi pensieri; e, come colui che tutto ardeva in amoroso fuoco, studiosamente faceva, oltre ad ogn’altro de’ suoi compagni, ogni cosa la qual credeva che alla reina dovesse piacere. Per che interveniva che la reina, dovendo cavalcare, più volentieri il palla freno da costui guardato cavalcava che alcuno altro; il che quando avveniva, costui in grandissima grazia sel reputava; e mai dalla staffa non le si partiva, beato tenendosi qualora pure i panni toccar le poteva.

Ora, dal momento che, malgrado la sua umile condizione, lo stalliere era perfettamente capace di comprendere che il suo amore violava qualsiasi norma sociale, e poiché egli era un uomo saggio, non parlava a nessuno del suo amore, né tantomeno osava con gli sguardi rivelarlo alla regina. E sebbene egli non nutrisse reali speranze di poter essere prima o poi ricambiato dalla regina, tuttavia egli era fiero, dentro di sé, del fatto di aver indirizzato il suo amore tanto in alto. E poiché egli ardeva smisuratamente di desiderio amoroso, faceva con estrema cura, più di chiunque altro tra gli stallieri, qualsiasi cosa che credeva potesse risultare gradita alla regina. Per questa ragione accadeva che, ogni volta che la regina aveva bisogno di un cavallo, cavalcava il palafreno accudito da questo stalliere più volentieri di qualsiasi altro cavallo. E ogni volta che ciò accadeva, lo stalliere considerava il fatto un’enorme gioia; ed egli non si allontanava mai dalla staffa di lei, considerandosi un uomo felice anche solo per avere l’occasione di toccarle la veste.

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Ma, come noi veggiamo assai sovente avvenire, quanto la speranza diventa minore tanto l’amor maggior farsi, così in questo povero pallafreniere avvenia, in tanto che gravissimo gli era il poter comportare il gran disio così nascoso come facea, non essendo da alcuna speranza atato; e più volte seco, da questo amor non potendo disciogliersi, diliberò di morire. E pensando seco del modo, prese per partito di voler questa morte per cosa per la quale apparisse lui morire per lo amore che alla reina aveva portato e portava; e questa cosa propose di voler che tal fosse, che egli in essa tentasse la sua fortuna in potere o tutto o parte aver del suo disidero. Né si fece a voler dir parole alla reina o a voler per lettere far sentire il suo amore, ché sapeva che in vano o direbbe o scriverrebbe; ma a voler provare se per ingegno colla reina giacer potesse.

Ma – noi lo vediamo accadere assai spesso – in amore, quanto più la speranza di essere corrisposti diventa minore, tanto più il sentimento si fa più acceso; ed è proprio questo che accadeva nell’animo del povero stalliere, dal momento che per lui, dover tenere nascosto il suo intenso sentimento, nella maniera in cui era costretto a fare, era qualcosa di estremamente doloroso, tanto più perché non era sostenuto da nessuna speranza di vedersi presto o tardi ricambiato. E tra sé e sé, dal momento che non riusciva a liberarsi di questo amore, prese più volte la decisione di togliersi la vita. E mettendosi a pensare in quale maniera potesse morire, approdò alla decisione di procurarsi una morte che rendesse palese che egli era morto in nome dell’amore che aveva provato e che provava ancora nei confronti della regina. E stabilì che, tentando di darsi la morte, egli avrebbe anche tentato il tutto per tutto per soddisfare il suo desiderio. Tuttavia non provò a dichiararsi alla regina, né di persona, né per lettera, perché sapeva che sia parlarle, sia scriverle, sarebbe stato del tutto inutile. Egli si mise in testa di provare a vedere se con l’astuzia sarebbe riuscito a giacere con la regina.

Né altro ingegno né via c’era se non trovar modo come egli in persona del re, il quale sapea che del continuo con lei non giacea, potesse a lei pervenire e nella sua camera entrare.

E non c’era altro sistema, né altra strada, se non trovare la maniera di fingere di essere il re, poiché lo stalliere sapeva che Agilulfo non dormiva sempre con la regina; con questo sistema lo stalliere avrebbe tentato di arrivare fino alla regina ed introdursi nella camera di lei.

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Per che, acciò che vedesse in che maniera e in che abito il re, quando a lei andava, andasse, più volte di notte in una gran sala del palagio del re, la quale in mezzo era tra la camera del re e quella della reina, si nascose; e in tra l’altre una notte vide il re uscire della sua camera inviluppato in un gran mantello e aver dall’una mano un torchietto acceso e dall’altra una bacchetta, e andare alla camera della reina e senza dire alcuna cosa percuotere una volta o due l’uscio della camera con quella bacchetta, e incontanente essergli aperto e toltogli di mano il torchietto.

Così, allo scopo di vedere in che maniera e con quali vestiti il re si presentasse alla regina in quelle sere nelle quali si recava da lei, lo stalliere si nascose per più notti in uno dei saloni del palazzo reale, situato lungo il percorso che dalla camera del re conduceva alla camera della regina; e durante una di queste notti, lo stalliere vide il re Agilulfo uscire dalla sua camera avvolto in un grande mantello, tenendo in una mano una piccola torcia accesa e nell’altra una bacchetta; quindi lo vide raggiungere la porta della camera della regina, e qui, senza dire neppure una parola, picchiettare una volta o due con la bacchetta sulla porta della camera. A questo punto vide che, dopo il re Agilulfo aveva fatto questo, la porta gli veniva immediatamente aperta e la piccola torcia gli veniva tolta dalle mani.

La qual cosa veduta, e similmente vedutolo ritornare, pensò di così dover fare egli altressì; e trovato modo d’avere un mantello simile a quello che al re veduto avea e un torchietto e una mazzuola, e prima in una stufa lavatosi bene, acciò che non forse l’odore del letame la reina noiasse o la facesse accorgere dello inganno, con queste cose, come usato era, nella gran sala si nascose.

Una volta che ebbe visto tutto ciò, e alla stessa maniera ebbe studiato il sistema per andar via, lo stalliere ritenne che avrebbe dovuto fare la stessa cosa (ossia: la stessa cosa che aveva visto fare al re Agilulfo); così, dopo aver trovato il modo di reperire un mantello simile a quello che aveva visto indosso al re, una piccola torcia e una bacchetta, e dopo essersi lavato accuratamente in una tinozza con l’acqua calda, per evitare che l’odore di stalla potesse dare fastidio alla regina, o potesse farle capire del tranello, lo stalliere andò a nascondersi nel solito salone portando con sé mantello, torcia e bacchetta.

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E sentendo che già per tutto si dormia, e tempo parendogli o di dovere al suo disiderio dare effetto o di far via con alta cagione alla bramata morte, fatto colla pietra e collo acciaio che seco portato avea un poco di fuoco, il suo torchietto accese, e chiuso e avviluppato nel mantello se n’andò all’uscio della camera e due volte il percosse colla bacchetta. La camera da una cameriera tutta sonnochiosa fu aperta, e il lume preso e occultato; laonde egli, senza alcuna cosa dire, dentro alla cortina trapassato e posato il mantello, se n’entrò nel letto nel quale la reina dormiva. Egli disiderosamente in braccio recatalasi, mostrandosi turbato (per ciò che costume del re esser sapea che quando turbato era niuna cosa voleva udire), senza dire alcuna cosa o senza essere a lui detta, più volte carnalmente la reina cognobbe. E come che grave gli paresse il partire, pur temendo non la troppa stanza gli fosse cagione di volgere l’avuto diletto in tristizia, si levò, e ripreso il suo mantello e il lume, senza alcuna cosa dire se n’andò , e come più tosto potè si tornò al letto suo.

E quando si accorse che ormai tutti dormivano, poiché gli sembrava che fosse giunto il momento di dare soddisfazione al suo desiderio o di spalancare, in nome di un alto ideale, le porte all’arrivo della morte desiderata, lo stalliere accese la sua piccola torcia sfregando la pietra e l’acciarino che aveva portato con sé, e dopo essersi completamente avvolto nel mantello, raggiunse la porta della camera della regina e la colpì due volte con la bacchetta. La porta venne aperta da una cameriera molto insonnolita, che prese dalle sue mani la torcia e la nascose; da lì, lo stalliere, senza dire una sola parola, oltrepassò la tenda, e, dopo aver posato il mantello, si infilò nel letto nel quale stava dormendo la regina. Quindi la strinse tra le proprie braccia pieno di desiderio, fingendosi irritato (poiché sapeva essere abitudine del re che, quando era irritato, non voleva sentire neppure una parola), e senza dire nulla, e senza che nulla gli venisse detto, giacque ripetutamente con lei. A questo punto, malgrado separarsi dalla regina gli risultasse doloroso, poiché temeva che trattenersi troppo potesse trasformare il piacere che aveva provato in lacrime, lo stalliere si alzò, si riprese il mantello e la torcia, e andò via senza parlare, facendo ritorno al proprio letto il più velocemente possibile.

Nel quale appena ancora esser poteva, quando il re, levatosi, alla camera andò della reina, di che ella si maravigliò forte; ed essendo egli nel letto entrato e lietamente salutatala, ella, dalla sua letizia preso ardire, disse:

– O signor mio, questa che novità è stanotte? Voi vi partite pur testé da me; e oltre l’usato modo di me avete preso piacere, e così tosto da capo ritornate? Guardate ciò che voi fate.

Ora, lo stalliere poteva appena essere arrivato nel suo letto, quando il re Agilulfo, dopo essersi alzato, raggiunse la regina nella sua camera, lasciandola decisamente sbalordita; e dopo che egli fu entrato nel letto di lei, e l’ebbe salutata, la regina, resa audace dalla gioia, gli disse: “O mio re, che novità è mai questa di stanotte? Siete andato via da qui un attimo fa; e dopo essere stato anche più passionale del solito, ritornate subito per rifare tutto daccapo? State attento a ciò che fate!”.

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Il re, udendo queste parole, subitamente presunse la reina da similitudine di costumi e di persona essere stata ingannata; ma, come savio, subitamente pensò, poi vide la reina accorta non se n’era né alcuno altro, di non volernela fare accorgere. Il che molti sciocchi non avrebbon fatto, ma avrebbon detto: – Io non ci fu’io, chi fu colui che ci fu? come andò? chi ci venne? – Di che molte cose nate sarebbono, per le quali egli avrebbe a torto contristata la donna e datole materia di disiderare altra volta quello che già sentito avea; e quello che tacendo niuna vergogna gli poteva tornare, parlando s’arebbe vitupero recato.

Il re Agilulfo, sentendola dire queste parole, immediatamente intuì che la regina si era lasciata ingannare da qualcuno che aveva assunto modi ed abiti simili ai suoi; ma, dal momento che egli era un uomo avveduto, fu subito dell’idea che, se né la regina, né nessun altro, si era accorto dell’accaduto, non voleva essere lui a farglielo sapere. Molti sciocchi non avrebbero agito così, ma avrebbero subito detto: “Non sono stato io! Chi può esser stato allora? Cosa è successo? Chi è stato qui?”. E ciò avrebbe avuto numerose conseguenze, perché la regina sarebbe rimasta mortificata, e avrebbe avuto lo stimolo per desiderare di assaporare una seconda volta quel piacere che aveva provato con lo stalliere; ciò che, se fosse rimasto zitto, non poteva recargli vergogna, gli avrebbe procurato disonore se avesse parlato.

Risposele adunque il re, più nella mente che nel viso o che nelle parole turbato:

– Donna, non vi sembro io uomo da poterci altra volta essere stato e ancora appresso questa tornarci?

A cui la donna rispose:

– Signor mio, sì; ma tuttavia io vi priego che voi guardiate alla vostra salute.

Allora il re disse:

– Ed egli mi piace di seguire il vostro consiglio; e questa volta senza darvi più impaccio me ne vo’tornare.

Allora il re Agilulfo, sforzandosi di non far trasparire la sua collera dall’espressione sul suo volto, né dal suono della sua voce, le rispose: “Mia amata, non vi sembro forse capace di essere già stato qui e di potervi ritornare ancora un’altra volta?”. E la regina gli rispose: “Ma certo mio re, tuttavia io vi prego a prendervi cura della vostra salute (ossia: “vi prego di fare attenzione agli sforzi che fate”)”. Allora il re disse: “Ed io seguirò volentieri questo vostro consiglio; e quindi per questa volta me ne andrò via senza darvi altra noia”.

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E avendo l’animo già pieno d’ira e di mal talento, per quello che vedeva gli era stato fatto, ripreso il suo mantello, s’uscì della camera e pensò di voler chetamente trovare chi questo avesse fatto, imaginando lui della casa dovere essere, e qualunque si fosse, non esser potuto di quella uscire.

E con l’animo colmo di collera e di astio per l’inganno che aveva scoperto di aver subito, il re Agilulfo riprese il suo mantello ed uscì dalla camera, e maturò l’intenzione di mettersi silenziosamente alla ricerca del responsabile di quel gesto, immaginando che dovesse trattarsi di qualcuno che risiedeva in quel palazzo e che, chiunque fosse, non era potuto uscire da lì.

Preso adunque un picciolissimo lume in una lanternetta, se n’andò in una lunghissima casa che nel suo palagio era sopra le stalle de’ cavalli, nella quale quasi tutta la sua famiglia in diversi letti dormiva; ed estimando che, qualunque fosse colui che ciò fatto avesse che la donna diceva, non gli fosse ancora il polso e ’l battimento del cuore per lo durato affanno potuto riposare, tacitamente, cominciato dall’uno de’ capi della casa, a tutti cominciò ad andare toccando il petto per sapere se gli battesse.

Quindi il re prese un minuscolo lume, e si recò in una enorme camerata che si trovava all’interno del suo palazzo, al di sopra delle stalle nelle quali erano ricoverati i cavalli; all’interno di questa camerata c’erano i letti nei quali dormiva quasi tutta la sua servitù; ed il re Agilulfo, ritenendo che il polso e il battito cardiaco di colui che aveva fatto ciò che la regina gli aveva raccontato, non avevano ancora potuto normalizzarsi dopo la fatica affrontata, in silenzio, cominciando da una delle due estremità della camerata, cominciò a verificare il battito di tutti coloro che si trovavano nella stanza.

Come che ciascuno altro dormisse forte, colui che colla reina stato era non dormiva ancora; per la qual cosa, vedendo venire il re e avvisandosi ciò che esso cercando andava, forte cominciò a temere tanto che sopra il battimento della fatica avuta la paura n’aggiunse un maggiore; e avvisossi fermamente che, se il re di ciò s’avvedesse, senza indugio il facesse morire. E come che varie cose gli andasser per lo pensiero di doversi fare, pur vedendo il re senza alcuna arme, diliberò di far vista di dormire e d’attender quello che il re far dovesse.

Ora, sebbene tutti coloro che erano in quella camerata dormissero profondamente, lo stalliere che era stato insieme alla regina, non dormiva ancora; per cui, quando costui vide avvicinarsi il re Agilulfo, immaginando cosa il re stesse cercando, cominciò a temere fortemente, e il suo battito, già accelerato per via della fatica affrontata, accelerò ulteriormente a causa della paura. A quel punto lo stalliere fu assolutamente certo che, appena il re si fosse accorto di ciò, lo avrebbe ucciso. Nella sua mente lo stalliere valutò tutte le varie mosse che egli avrebbe potuto fare per salvarsi, ma quando si accorse che Agilulfo non era armato, prese la decisione di fingere di essere addormentato e stare a vedere che cosa avrebbe fatto il re.

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Avendone adunque il re molti cerchi né alcuno trovandone il quale giudicasse essere stato desso, pervenne a costui, e trovandogli batter forte il cuore, seco disse: – Questi è desso. – Ma, sì come colui che di ciò che fare intendeva niuna cosa voleva che si sentisse, niuna altra cosa gli fece se non che con un paio di forficette, le quali portate avea, gli tondè alquanto dal l’una delle parti i capelli, li quali essi a quel tempo portavano lunghissimi, acciò che a quel segnale la mattina seguente il riconoscesse; e questo fatto, si dipartì, e tornossi alla camera sua.

Dopo che il re ebbe controllato molti uomini, senza trovare nessuno che potesse essere ritenuto il responsabile, giunse allo stalliere, e quando si accorse che il cuore di lui batteva molto forte, disse tra sé e sé: “È lui”. Ma, dal momento che il re voleva che nessuno venisse a sapere quali fossero le sue intenzioni, si limitò a fare una cosa: con un paio di forbicette che aveva portato con sé, tagliò leggermente, da uno dei due lati, i capelli dello stalliere; infatti i Longobardi all’epoca, usavano portare capelli lunghissimi, e grazie a quel “contrassegno” il re avrebbe facilmente potuto riconoscere il responsabile la mattina del giorno successivo; dopo aver fatto ciò, il re Agilulfo andò via e se ne tornò nella propria camera.

Costui, che tutto ciò sentito avea, sì come colui che malizioso era, chiaramente s’avvisò per che così segnato era stato; là onde egli senza alcuno aspettar si levò, e trovato un paio di forficette, delle quali per avventura v’erano alcun paio per la stalla per lo servigio de’ cavalli, pianamente andando a quanti in quella casa ne giacevano, a tutti in simil maniera sopra l’orecchie tagliò i capelli; e ciò fatto, senza essere stato sentito, se ne tornò a dormire.

Lo stalliere, che si era accorto di tutto, da uomo astuto qual era, immediatamente immaginò per quale ragione egli fosse stato “segnato” in quella maniera. Così, senza perdere un attimo, si alzò dal letto e, trovate delle forbicette, che per puro caso erano nella stalla, dove venivano utilizzate per curare i cavalli, procedendo silenziosamente, tagliò i capelli di tutti quelli che dormivano in quella camerata, nella stessa maniera in cui il re li aveva tagliati a lui, sopra all’orecchio. E dopo che ebbe fatto ciò, senza farsi sentire da nessuno, se ne tornò a dormire.

Il re levato la mattina, comandò che avanti che le porti del palagio s’aprissono tutta la sua famiglia gli venisse davanti; e così fu fatto. Li quali tutti, senza alcuna cosa in capo davanti standogli, esso cominciò a guardare per riconoscere il tonduto da lui; e veggendo la maggior parte di loro co’ capelli ad un medesimo modo tagliati, si maravigliò, e disse seco stesso: – Costui, il quale io vo cercando, quantunque di bassa condizion sia, assai ben mostra d’essere d’alto senno. – Poi, veggendo che senza romore non poteva avere quel ch’egli cercava, disposto a non volere per piccola vendetta acquistar gran vergogna, con una sola parola d’ammonirlo e dimostrargli che avveduto se ne fosse gli piacque; e a tutti rivolto disse:

– Chi ’l fece nol faccia mai più, e andatevi con Dio.

Quando il re si alzò la mattina successiva, dette l’ordine che, prima che le porte del palazzo venissero aperte, tutta la sua servitù si presentasse davanti a lui. Appena ciò avvenne, e i suoi servitori gli furono tutti davanti, e tutti con la testa scoperta, il re cominciò a guardarli con attenzione alla ricerca di quello al quale aveva tagliato i capelli la notte precedente. Ma quando si accorse che la maggior parte tra loro aveva i capelli tagliati nella stessa identica maniera, Agilulfo rimase fortemente meravigliato, e disse tra sé e sé: “L’uomo che io sto cercando, sebbene sia di bassa condizione sociale, dà chiaramente prova di essere molto intelligente”. Quindi, rendendosi conto che non sarebbe riuscito ad ottenere ciò che avrebbe voluto, se non al prezzo di uno scandalo, e determinato a non commettere l’errore di ricoprirsi di una grande vergogna, per avere in cambio una piccola vendetta, il re Agilulfo si accontentò di mandare un avvertimento al responsabile, e fargli capire che egli sapeva ogni cosa; quindi rivolto a tutti, disse: “Che ciò che è successo non si ripeta mai più. Ed ora potete andare”.

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Un altro gli averebbe voluti far collare, martoriare, esaminare, e domandare; e ciò facendo, avrebbe scoperto quello che ciascun dee andar cercando di ricoprire; ed essendosi scoperto, ancora che intera vendetta n’avesse presa, non scemata ma molto cresciuta n’avrebbe la sua vergogna, e contaminata l’onestà della donna sua.

Chiunque altro non avrebbe resistito alla tentazione di vederli crollare, torturare, esaminare ed interrogare; ed agendo in questa maniera, avrebbe fatto sapere a tutti ciò che invece, è interesse di ciascuno mantenere segreto; e, dopo aver messo le proprie faccende in piazza, se anche avesse ottenuto la più completa delle vendette, non avrebbe cancellato la propria vergogna, ma al contrario l’avrebbe accresciuta enormemente, e in più avrebbe macchiato la reputazione della propria sposa.

Coloro che quella parola udirono si maravigliarono e lungamente fra sé esaminarono che avesse il re voluto per quella dire; ma niuno ve ne fu che la ’ntendesse se non colui solo a cui toccava. Il quale, sì come savio, mai, vivente il re, non la scoperse, né più la sua vita in sì fatto atto commise alla fortuna.

Tutti coloro che ascoltarono le parole del re restarono profondamente stupiti, e a lungo si chiesero che cosa egli avesse voluto dire con quella frase; ma nessuno di loro ne capì il senso, se non colui al quale quelle parole erano indirizzate: lo stalliere. E costui, essendo un uomo accorto, finché fu vivo il re Agilulfo, non spiegò mai a nessuno il senso di quella frase, e non affidò mai più la propria vita alla sorte, commettendo un altro atto di quel genere.