Archivio testo: Madonna Filippa

Parafrasi Madonna Filippa

GIOVANNI BOCCACCIO

MADONNA FILIPPA

dal DECAMERON

PARAFRASI NOVELLA

Madonna Filippa dal marito con un suo amante trovata, chiamata in giudicio, con una pronta e piacevol risposta sé libera e fa lo statuto modificare.

Il marito di Madonna Filippa sorprende sua moglie in compagnia di un amante; la donna, portata in giudizio, con una risposta acuta e brillante scampa alla condanna e ottiene che la legge venga modificata.

Già si tacea la Fiammetta, e ciascun rideva ancora del nuovo argomento dallo Scalza usato a nobilitare sopra ogn’altro i Baronci, quando la reina ingiunse a Filostrato che novellasse; ed egli a dir cominciò:

Fiammetta aveva terminato di raccontare, e tutti stavano ancora ridendo per la straordinaria trovata con cui Michele Scalza aveva dimostrato che i Baronci erano la stirpe più antica al mondo; a quel punto la regina della giornata comandò a Filostrato di riprendere la narrazione delle novelle; ed egli cominciò a raccontare.

Valorose donne, bella cosa è in ogni parte saper ben parlare, ma io la reputo bellissima quivi saperlo fare dove la necessità il richiede. Il che sì ben seppe fare una gentil donna, della quale intendo di ragionarvi, che non solamente festa e riso porse agli uditori, ma sé de’ lacci di vituperosa morte disviluppò, come voi udirete.

O nobili donne, il saper parlar bene è una buona cosa in qualsiasi circostanza, tuttavia io ritengo che sia una cosa ottima il saperlo fare quando la circostanza è tale da richiederlo con assoluta necessità. E una certa nobildonna, della quale ho intenzione di raccontarvi, lo seppe fare talmente bene, che non solamente procurò divertimento e riso a coloro che la stavano ascoltando, ma per giunta liberò sé stessa dalla minaccia di una morte disonorevole, come avrete modo di ascoltare.

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Nella terra di Prato fu già uno statuto, nel vero non men biasimevole che aspro, il quale, senza niuna distinzion fare, comandava che così fosse arsa quella donna che dal marito fosse con alcuno suo amante trovata in adulterio, come quella che per denari con qualunque altro uomo stata trovata fosse. E durante questo statuto avvenne che una gentil donna e bella e oltre ad ogn’altra innamorata, il cui nome fu madonna Filippa, fu trovata nella sua propria camera una notte da Rinaldo de’ Pugliesi suo marito nelle braccia di Lazzarino de’ Guazzagliotri, nobile giovane e bello di quella terra, il quale ella quanto sé medesima amava, ed era da lui amata. La qual cosa Rinaldo vedendo, turbato forte, appena del correr loro addosso e di uccidergli si ritenne; e se non fosse che di sé medesimo dubitava, seguitando l’impeto della sua ira, l’avrebbe fatto.

Nel territorio di Prato, vigeva una legge, tanto severa, quanto vergognosa; questa legge, senza ammettere eccezioni, imponeva che una donna che fosse stata sorpresa dal proprio marito, nell’atto di commettere adulterio con un qualche suo amante, fosse bruciata, nella stessa maniera in cui si faceva con le donne che venivano sorprese a concedersi in cambio di denaro. E mentre questa legge era in vigore, avvenne che una nobile donna, bella e innamorata più di qualsiasi altra, il cui nome era Madonna Filippa, fu sorpresa una notte, nella sua camera, dal marito Rinaldo de’ Pugliesi, mentre si trovava tra le braccia di Lazzarino de’ Guazzagliotri, un giovane di quelle parti, nobile e bello, che Filippa amava tanto quanto amava sé stessa, e il quale, a sua volta, amava lei. Quando Rinaldo vide ciò, furente, si trattenne a stento dal lanciarsi contro di loro ed ucciderli entrambi; e se non avesse temuto le conseguenze per sé, e si fosse limitato a fare ciò che la collera gli suggeriva, li avrebbe di certo uccisi.

Rattemperatosi adunque da questo, non si poté temperar da voler quello dello statuto pratese, che a lui non era licito di fare, cioè la morte della sua donna. E per ciò avendo al fallo della donna provare assai convenevole testimonianza, come il dì fu venuto, senza altro consiglio prendere, accusata la donna, la fece richiedere. La donna, che di gran cuore era, sì come generalmente esser soglion quelle che innamorate son da dovero, ancora che sconsigliata da molti suoi amici e parenti ne fosse, del tutto dispose di comparire e di voler più tosto, la verità confessando, con forte animo morire, che, vilmente fuggendo, per contumacia in essilio vivere e negarsi degna di così fatto amante come colui era nelle cui braccia era stata la notte passata. E assai bene accompagnata di donne e d’uomini, da tutti confortata al negare, davanti al podestà venuta, domandò con fermo viso e con salda voce quello che egli a lei domandasse.

Tuttavia, dopo essersi trattenuto dal fare ciò, non riuscì a trattenersi dall’esigere che la legge di Prato facesse ciò che egli non aveva avuto licenza di fare con le proprie mani, ossia mettere fine all’esistenza di sua moglie. E dal momento che egli era perfettamente in grado di provare il tradimento di lei, appena fece giorno, senza ripensamenti, denunciò Filippa e la fece convocare dal podestà. Madonna Filippa, che era di animo fiero, così come sono solite esserlo quelle donne che sono sinceramente innamorate, nonostante molti suoi amici e parenti cercassero in ogni modo di dissuaderla, decise che sarebbe comparsa davanti al podestà a qualsiasi costo, dal momento che preferiva di gran lunga confessare la verità e poi affrontare con animo coraggioso la morte, piuttosto che fuggire vigliaccamente e poi ritrovarsi, condannata in contumacia, a dover vivere in esilio, dopo essersi dimostrata indegna di una amante come quello tra le cui braccia aveva trascorso la notte. Così, accompagnata da molti uomini e donne, che unanimemente la incoraggiavano a negare tutto, si presentò di fronte al podestà e chiese, con espressione impassibile e con voce salda, che cosa egli volesse sapere da lei.

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Il podestà, riguardando costei e veggendola bellissima e di maniere laudevoli molto, e, secondo che le sue parole testimoniavano, di grande animo, cominciò di lei ad aver compassione, dubitando non ella confessasse cosa per la quale a lui convenisse, volendo il suo onor servare, farla morire. Ma pur, non potendo cessare di domandarla di quello che apposto l’era, le disse: – Madonna, come voi vedete, qui è Rinaldo vostro marito, e duolsi di voi, la quale egli dice che ha con altro uomo trovata in adulterio; e per ciò domanda che io, secondo che uno statuto che ci è vuole, faccendovi morire di ciò vi punisca; ma ciò far non posso, se voi nol confessate, e per ciò guardate bene quello che voi rispondete, e ditemi se vero è quello di che vostro marito v’accusa.

Il podestà, osservando Madonna Filippa e trovandola bellissima, dai modi assolutamente degni di lode, e per giunta, almeno da ciò che suggerivano le sue parole, di una grande fierezza d’animo, cominciò a provare simpatia per lei, e a temere che ella avrebbe confessato qualcosa per la quale egli si sarebbe ritrovato costretto a condannarla a morte, a meno che non avesse voluto perdere il rispetto di tutti. Tuttavia, non potendo fare a meno di chiederle spiegazioni riguardo a ciò di cui era accusata, le disse: “Madonna, come voi potete vedere, è qui presente vostro marito Rinaldo, il quale si lamenta di voi, sostenendo di avervi sorpresa in compagnia di un altro uomo nell’atto di commettere un adulterio; e per questa ragione egli chiede che io, sulla base di quanto impone una legge in vigore, vi punisca condannandovi alla pena capitale. Tuttavia io non posso farlo, a meno che voi non confessiate, per cui fate bene attenzione a ciò che state per dire, e ditemi se ciò di cui vostro marito vi accusa è la verità”.

La donna, senza sbigottire punto, con voce assai piacevole rispose: – Messere, egli è vero che Rinaldo è mio marito, e che egli questa notte passata mi trovò nelle braccia di Lazzarino, nelle quali io sono, per buono e per perfetto amore che io gli porto, molte volte stata; né questo negherei mai; ma come io son certa che voi sapete, le leggi deono esser comuni e fatte con consentimento di coloro a cui toccano. Le quali cose di questa non avvengono, ché essa solamente le donne tapinelle costrigne, le quali molto meglio che gli uomini potrebbero a molti sodisfare; e oltre a questo, non che alcuna donna, quando fatta fu, ci prestasse consentimento, ma niuna ce ne fu mai chiamata; per le quali cose meritamente malvagia si può chiamare. E se voi volete, in pregiudicio del mio corpo e della vostra anima, esser di quella esecutore, a voi sta; ma, avanti che ad alcuna cosa giudicar procediate, vi prego che una piccola grazia mi facciate, cioè che voi il mio marito domandiate se io ogni volta e quante volte a lui piaceva, senza dir mai di no, io di me stessa gli concedeva intera copia o no. –

La donna, senza spaventarsi minimamente, con voce suadente disse: “Messere, è la verità che Rinaldo è mio marito, ed è altrettanto vero che egli, la notte passata, mi ha trovata tra le braccia di Lazzarino, tra le quali braccia io sono stata molte altre volte, spinta dall’amore onesto e sincero che io provo per lui: e non potrei mai negare ciò; ma, io sono certa che voi sappiate benissimo che le leggi devono essere uguali per tutti e devono essere stabilite con l’approvazione di coloro che le dovranno rispettare. E questi due principi non sono stati osservati nel caso di questa legge, dal momento che essa va a colpire unicamente le donne poverette, le quali, per giunta, sono molto più adatte di quanto non lo siano gli uomini a dare piacere a più di un amante; inoltre, quando questa legge è stata fatta, non soltanto nessuna donna ha mai dato il suo consenso, ma nessuna donna è mai stata interpellata perché si pronunciasse. Sulla base di queste considerazioni, questa può essere considerata una legge sbagliata. Per cui, se voi volete essere responsabile dello strazio del mio corpo e della mia anima, per dare esecuzione ad una legge siffatta, è una vostra scelta. Ma prima che possiate esprimere il vostro giudizio, io vi prego di concedermi una piccola cortesia, ossia vi prego che domandiate a mio marito se tutte le volte che egli ne ha avuto voglia io mi sono concessa interamente a lui oppure no”.

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A che Rinaldo, senza aspettare che il podestà il domandasse, prestamente rispose che senza alcun dubbio la donna ad ogni sua richiesta gli aveva di sé ogni suo piacer conceduto.
– Adunque,- seguì prestamente la donna – domando io voi, messer podestà, se egli ha sempre di me preso quello che gli è bisognato e piaciuto, io che doveva fare o debbo di quel che gli avanza? Debbolo io gittare ai cani? Non è egli molto meglio servirne un gentile uomo che più che sé m’ama, che lasciarlo perdere o guastare? –

A queste parole Rinaldo, senza neppure attendere che il podestà gli ponesse la domanda, rispose subito che, senza alcun dubbio, Filippa si era concessa a lui ogni volta che egli ne avesse manifestato il desiderio. “Allora – proseguì Filippa – io chiedo a voi, messer podestà, se egli da me ha sempre avuto ciò di cui aveva bisogno o che gli faceva piacere avere, io che cosa avrei dovuto farne di ciò che a lui avanzava? Lo avrei dovuto mandare in malora? Non è stato molto più giusto che io l’abbia utilizzato per soddisfare un gentiluomo che mi ama più di quanto ami se stesso? O avrei fatto meglio a lasciare che quell’avanzo si rovinasse e andasse perduto?”.

Eran quivi a così fatta essaminazione, e di tanta e sì famosa donna, quasi tutti i pratesi concorsi, li quali, udendo così piacevol risposta, subitamente, dopo molte risa, quasi ad una voce tutti gridarono la donna aver ragione e dir bene; e prima che di quivi si partissono, a ciò confortandogli il podestà, modificarono il crudele statuto e lasciarono che egli s’intendesse solamente per quelle donne le quali per denari a’ lor mariti facesser fallo.

Al processo di questa donna, così illustre e conosciuta, erano accorsi quasi tutti gli abitanti di Prato, i quali, ascoltando la brillante risposta data da Madonna Filippa, dopo molte risate, tutti insieme, quasi in coro, cominciarono a gridare che Filippa aveva ragione e diceva cose giuste; e prima di andare via dal luogo del processo, su esortazione del podestà, modificarono quella legge crudele, e lasciarono che essa restasse in vigore solo per quelle donne che tradivano i mariti in cambio di denaro.

Per la qual cosa Rinaldo, rimaso di così matta impresa confuso, si partì dal giudicio; e la donna lieta e libera, quasi dal fuoco risuscitata, alla sua casa se ne tornò gloriosa.

Così Rinaldo, rimasto abbastanza confuso dallo svolgimento un po’ folle di quella vicenda, abbandonò il processo; e Madonna Filippa, felice e libera, come se fosse risuscitata dal fuoco, ritornò vincitrice alla propria casa.

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