Archivio testo: Morte villana di pietà nemica

Parafrasi Morte villana di pietà nemica

DANTE ALIGHIERI

MORTE VILLANA DI PIETÀ NEMICA

– PARAFRASI DEL TESTO –


Nella finzione narrativa della Vita Nuova, Dante scrive questo sonetto rinterzato per la morte di una donna fiorentina che egli ha visto in compagnia di Beatrice. La dipartita della compagna svolge chiaramente la funzione di “preparare” il trapasso di Beatrice, che, nel racconto, avrà luogo alcuni capitoli più avanti. Il sonetto, aperto dall’improperium alla morte (Morte villana!), richiama nell’incipit la celebre canzone di Giacomino Pugliese “Morte perché m’hai fatta sì gran guerra”. L’andamento, magniloquente e retorico, rivela come, all’epoca di composizione del testo, Dante si muova ancora nell’ambito di una poesia cortese fortemente debitrice della lezione di Guittone d’Arezzo.


Morte villana, di pietà nemica,
di dolor madre antica,
giudicio incontastabile gravoso,
poi che hai data matera al cor doglioso
ond’io vado pensoso,
di te blasmar la lingua s’affatica.

[vv. 1 – 6] Oh rude Morte (villana: incapace della delicatezze cortese), nemica della Pietà, da sempre (antica) generatrice di dolore, verdetto inappellabile e doloroso (iuditio incontastabile gravoso), poiché hai procurato al mio cuore addolorato la ragione che mi rende afflitto, la (mia) lingua (ora) si sforza (s’affatica) di vituperarti.

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E s’io di grazia ti voi far mendica,
convenesi ch’eo dica
lo tuo fallar d’onni torto tortoso,
non però ch’a la gente sia nascoso,
ma per farne cruccioso
chi d’amor per innanzi si notrica.

[vv. 7 – 12] E (ancora rivolto alla morte) se voglio attirare odio su di te (ti vo’ far di gratia mendica: voglio renderti sgradita, voglio renderti priva di grazia), è necessario che io riveli il tuo inganno, colpevole di ogni colpa (d’ogni torto tortoso: figura etimologica), non perché esso sia sconosciuto tra la gente, ma allo scopo di suscitare lo sdegno di chi (per farne cruccioso chi), d’ora in poi, si ciberà d’amore.


Dal secolo hai partita cortesia
e ciò ch’è in donna da pregiar vertute:
in gaia gioventute
distrutta hai l’amorosa leggiadria.

[vv. 13 – 16] Hai determinato la dipartita dal mondo (dal secol ài partita) della cortesia e di tutto ciò che in una donna può essere apprezzato in quanto virtù; hai distrutto in una giovane allegra (in gaia gioventute: metonimia, l’astratto per il concreto) quella leggiadria che fa nascere l’amore (l’amorosa leggiadria).

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Più non voi discovrir qual donna sia
che per le propietà sue canosciute.
Chi non merta salute
non speri mai d’aver sua compagnia.

[vv. 17 – 20] Non intendo rivelare (discoprir) in altro modo di quale donna si tratti, se non (più… che) attraverso queste sue note qualità. Chi non merita la salvezza eterna (salute), non speri di poter stare ancora insieme a lei (il senso della perifrasi è che l’anima della fanciulla si trova tra i beati del Paradiso).