Archivio testo: Ne la stagion che ’l ciel rapido inchina

Parafrasi Ne la stagion che ’l ciel rapido inchina

FRANCESCO PETRARCA

NE LA STAGION CHE ’L CIEL RAPIDO INCHINA

– PARAFRASI DEL TESTO –


Composta probabilmente all’inizio del 1337 – stando a quanto si deduce dall’accenno all’anniversario dell’innamoramento al v. 55 – la canzone si  compone di 5 quadri tutti ambientati al tramonto e costruiti sull’antitesi fra la condizione degli altri viventi, che si approssimano alla pace notturna, e quella del poeta, cui invece l’amore non dà tregua. Il motivo del contrasto tra pace notturna universale e travaglio individuale del poeta, presente anche nella sestina A qualunque animale…, è di ascendenza virgiliana e all’epoca di composizione della canzone è già stato recuperato, con modalità analoghe a queste petrarchesche, da Dante per la petrosa Io son venuto al punto de la rota.


Ne la stagion che ’l ciel rapido inchina
verso occidente, et che ’l dí nostro vola
a gente che di là forse l’aspetta,
veggendosi in lontan paese sola,
la stancha vecchiarella pellegrina
raddoppia i passi, et piú et piú s’affretta;

Nell’ora in cui il sole declina rapidamente verso occidente (perifrasi temporale che designa l’ora del tramonto) e la luce diurna che illumina il nostro emisfero raggiunge uomini, nell’emisfero opposto, che forse l’aspettano, la stanca vecchiarella pellegrina, trovandosi sola in un paese lontano, raddoppia i passi e s’affretta sempre più; 

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et poi cosí soletta
al fin di sua giornata
talora è consolata
d’alcun breve riposo, ov’ella oblia
la noia e ’l mal de la passata via.
Ma, lasso, ogni dolor che ’l dí m’adduce
cresce qualor s’invia
per partirsi da noi l’eterna luce.

e poi, così soletta, al termine della sua tappa giornaliera, talvolta è confortata da un qualche breve riposo, nel quale ella dimentica la pena e il male della strada percorsa. Invece (la congiunzione avversativa, che stabilisce l’opposizione e introduce al discorso soggettivo – che si amplia di stanza in stanza – è elemento fisso di ogni stanza, come la stessa perifrasi temporale in apertura) a me, sventurato, ogni dolore arrecatomi dal giorno, cresce ogni volta che il sole s’avvia a tramontare.


et poi la mensa ingombra
di povere vivande,
simili a quelle ghiande,
le qua’ fuggendo tutto ’l mondo honora.
Ma chi vuol si rallegri ad ora ad ora,
ch’i’ pur non ebbi anchor, non dirò lieta,
ma riposata un’hora,
né per volger di ciel né di pianeta.

e poi occupa la mensa di povere vivande. Simili a quelle ghiande che tutti lodano (in quanto cibo dell’uomo nell’età dell’oro), ma da cui in effetti tutti fuggono. Chi vuole, si rallegri pure di quando in quando; quanto a me, non ho avuto neppure un’ora, non dico lieta, ma almeno di riposo, né per il mutare dei giorni, né per quello delle stagioni. 


Quando vede ’l pastor calare i raggi
del gran pianeta al nido ov’egli alberga,
e ’nbrunir le contrade d’orïente,
drizzasi in piedi, et co l’usata verga,
lassando l’erba et le fontane e i faggi,
move la schiera sua soavemente;

Quando il pastore vede calare i raggi del sole in quel nido in cui il sole dimora (il mare, secondo la credenza degli antichi), e (vede) imbrunire le terre orientali, si alza in piedi e con il consueto bastone (usata: con cui suole governare le greggi), abbandonando i prati, le fonti e i faggi, incalza dolcemente il gregge;

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poi lontan da la gente
o casetta o spelunca
di verdi frondi ingiuncha:
ivi senza pensier’ s’adagia et dorme.
Ahi crudo Amor, ma tu allor piú mi ’nforme
a seguir d’una fera che mi strugge,
la voce e i passi et l’orme,
et lei non stringi che s’appiatta et fugge.

poi, lontano dalla gente, sparge di verdi rami una casetta o una grotta (preparandosi un giaciglio): qui, senza pensieri, si adagia e dorme. Ma, ahi crudele Amore, è proprio in quell’ora che tu mi solleciti a inseguire la voce, i passi e le orme di una fiera che mi distrugge (Laura), mentre invece coi tuoi lacci non avvinci lei, che s’acquatta e fugge (la donna è infatti immune ad Amore).


E i naviganti in qualche chiusa valle
gettan le menbra, poi che ’l sol s’asconde,
sul duro legno, et sotto a l’aspre gonne.

Anche i navigatori gettano a riposare le membra, dopo che il sole si nasconde, sul duro legno della nave e sotto le ruvide vesti.


Ma io, perché s’attuffi in mezzo l’onde,
et lasci Hispagna dietro a le sue spalle,
et Granata et Marroccho et le Colonne,
et gli uomini et le donne
e ’l mondo et gli animali
aquetino i lor mali,
fine non pongo al mio obstinato affanno;

Ma io, benché il sole si tuffi in mezzo al mare, e si lasci alle spalle la Spagna, Granada, il Marocco e le colonne d’Ercole, e benché gli uomini e le donne, il mondo e gli animali, acquietino i loro affanni, non pongo fine al mio irriducibile affanno;


et duolmi ch’ogni giorno arroge al danno,
ch’i’ son già pur crescendo in questa voglia
ben presso al decim’anno,
né poss’indovinar chi me ne scioglia.

e mi duole il fatto che ogni giorno accresca la mia angoscia, poiché, sempre crescendo in questo desiderio, sono ormai vicino a compiere il decimo anno (dal giorno dell’innamoramento: 6 aprile 1327) e non riesco a figurarmi chi possa liberarmene.


Et perché un poco nel parlar mi sfogo,
veggio la sera i buoi tornare sciolti
da le campagne et da’ solcati colli:
i miei sospiri a me perché non tolti
quando che sia? perché no ’l grave giogo?
perché dí et notte gli occhi miei son molli?

E continuando a parlare, poiché parlando sfogo un poco il mio affanno, vedo alla sera tornare i buoi, sciolti dal giogo, dalle campagne e dai colli arati: e allora perché invece a me non è mai tolto, insieme con i miei affanni,  il grave giogo di Amore quando giunge la sera? Perché i miei occhi sono giorno e notte bagnati dal pianto?


Misero me, che volli
quando primier sí fiso
gli tenni nel bel viso
per iscolpirlo imaginando in parte
onde mai né per forza né per arte
mosso sarà, fin ch’i’ sia dato in preda
a chi tutto diparte!
Né so ben ancho che di lei mi creda.

Povero me, che cosa mai volli quando  per la prima volta li tenni così fissi nel bel viso (di Laura) per scolpirlo con l’immaginazione in quel luogo (il cuore) da cui mai, né con la forza, né con l’artificio, sarà cancellato (è il motivo topico dell’amata dipinta nel cuore), almeno sino a quando sarò preda della morte, che separa da ogni cosa! E non so neppure cosa io debba credere della morte (Petrarca vuole qui dire che dubita che la morte possa effettivamente liberarlo dall’amore per Laura; il verso chiarisce il senso del v. 56, anch’esso in fine di stanza).


Canzon, se l’esser meco
dal matino a la sera
t’à fatto di mia schiera,
tu non vorrai mostrarti in ciascun loco;
et d’altrui loda curerai sí poco,
ch’assai ti fia pensar di poggio in poggio
come m’à concio ’l foco
di questa viva petra, ov’io m’appoggio.

O Canzone, se lo stare in mia compagnia da mattino a sera ti ha reso simile a me, tu non vorrai mostrarti in nessun luogo; e delle lodi altrui ti curerai così poco, che ti sarà sufficiente pensare, vagabondando di monte in monte, in quale stato mi ha ridotto il fuoco di questa pietra viva sulla quale io mi sostengo (da notare il doppio ossimoro: “calore di oggetto freddo” e “vivo oggetto inanimato”; l’immagine della pietra sottolinea il tema dell’insensibilità di Laura, irremovibile nel non corrispondere l’amore del poeta).