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Parafrasi Nel dolce tempo de la prima etade

FRANCESCO PETRARCA

NEL DOLCE TEMPO DE LA PRIMA ETADE

– PARAFRASI DEL TESTO –


Nel dolce tempo de la prima etade una canzone formata da 8 strofe di 20 versi, tutti endecasillabi ad eccezione di un solo settenario collocato in decima sede. Alle 8 strofe si aggiunge un congedo che ricalca lo schema degli ultimi 9 versi della sirma. Il testo è noto come “canzone delle metamorfosi”, poiché ripercorre sulla falsariga di numerosi episodi delle Metamorfosi di Ovidio, le tappe giovanili dell’amore per Laura, a cominciare dall’innamoramento. Per l’elevato numero di allusioni e citazioni, vi si è riconosciuto una sorta di manifesto della coeva poetica petrarchesca.


Nel dolce tempo de la prima etade,
che nascer vide et anchor quasi in herba
la fera voglia che per mio mal crebbe,
perché cantando il duol si disacerba,
canterò com’io vissi in libertade,
mentre Amor nel mio albergo a sdegno s’ebbe.

[vv. 1 – 6] Canterò, poiché con il canto si mitiga il dolore, come – nel dolce tempo della mia giovinezza, che vide nascere quel desiderio d’amore, ancora tenero e immaturo, che poi sarebbe cresciuto per mio male – io abbia vissuto in libertà, per tutto il tempo che sdegnai di accogliere Amore nel mio cuore.

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Poi seguirò sí come a lui ne ’ncrebbe
troppo altamente, e che di ciò m’avenne,
di ch’io son facto a molta gente exempio:
benché ’l mio duro scempio
sia scripto altrove, sí che mille penne
ne son già stanche, et quasi in ogni valle
rimbombi il suon de’ miei gravi sospiri,
ch’aquistan fede a la penosa vita.

[vv. 7 – 14] Poi seguiterò descrivendo quanto profondamente Amore fu infastidito da questo mio disprezzo, e (descrivendo) ciò che mi avvenne a causa del suo sdegno, cosa di cui io sono diventato esempio per molti (è il motivo della fabula vulgi, ossia dell’amore che ha reso il poeta oggetto di dileggio da parte di molti, già in Voi ch’ascoltate…), (e farò questo) benché il mio strazio sia già stato scritto in altri versi, tanto che innumerevoli penne ne sono ormai stanche e (benché) riecheggi quasi in ogni luogo il suono dei miei sospiri, a testimonianza di quanto sia penosa la mia vita.


E se qui la memoria non m’aita
come suol fare, iscúsilla i martiri,
et un penser che solo angoscia dàlle,
tal ch’ad ogni altro fa voltar le spalle,
e mi face oblïar me stesso a forza:
ché tèn di me quel d’entro, et io la scorza.

[vv. 15 – 20] E se in questa impresa la mente non dovesse soccorrermi com’è solita fare, la scusino i tormenti (che Amore le infligge) e quel pensiero (il pensiero di Laura) che solo le procura angoscia, a tal punto che le fa voltare le spalle ad ogni altro (pensiero) e mi porta a perdere coscienza di me stesso, perché è padrone del mio spirito, mentre io padroneggio solo il corpo.


I’ dico che dal dí che ’l primo assalto
mi diede Amor, molt’anni eran passati,
sí ch’io cangiava il giovenil aspetto;
e d’intorno al mio cor pensier’ gelati
facto avean quasi adamantino smalto
ch’allentar non lassava il duro affetto.

[vv. 21 – 26] Dico dunque che dal giorno in cui Amore mi aveva assalito per la prima volta, molti anni erano trascorsi, tanto che io mutavo nel mio aspetto giovanile; pensieri gelati (in quanto antitetici al fuoco della passione) avevano circondato il mio cuore di un’incrostazione dura come diamante, che non lasciava affievolire il mio fermo proposito di non amare.


Lagrima anchor non mi bagnava il petto
né rompea il sonno, et quel che in me non era,
mi pareva un miracolo in altrui.

[vv. 27 – 30] Lacrime d’amore non mi bagnavano ancora il petto, né m’interrompevano il sonno, e ciò che in me era assente (l’amore), negli altri mi appariva una cosa incomprensibile.

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Lasso, che son! che fui!
La vita el fin, e ’l dí loda la sera.
Ché sentendo il crudel di ch’io ragiono
infin allor percossa di suo strale
non essermi passato oltra la gonna,
prese in sua scorta una possente donna,
ver’ cui poco già mai mi valse o vale
ingegno, o forza, o dimandar perdono;

[vv. 31 – 37] Ah quanto sono diverso da quel che fui! La fine giudica la vita e la sera la giornata (ossia la vita si giudica dall’esito come la giornata si giudica dalla sera). Infatti Amore, accorgendosi che sino ad allora nessuna delle sue frecce era passata oltre la veste (trafiggendo il poeta), si avvalse dell’aiuto di una donna potente (Laura), verso cui mai mi giovò, né mi giova, l’ingegno, la forza, né l’invocare perdono;


e i duo mi trasformaro in quel ch’i’ sono,
facendomi d’uom vivo un lauro verde,
che per fredda stagion foglia non perde.

[vv. 38 – 40] i due (l’amore e Laura) mi trasformarono in ciò che sono ora, facendo di me, uomo vivo, un lauro verde (figura di Laura), che neppure in inverno perde le sue foglie (è questa la I metamorfosi del poeta: attraverso il rovesciamento del mito di Dafne, si attua la totale identificazione dell’amante con l’oggetto amato, con la conseguente perdita d’identità, v. 19). Contemporaneamente il carattere sempreverde del lauro simboleggia la costanza dell’amore).


Qual mi fec’io quando primer m’accorsi
de la trasfigurata mia persona,
e i capei vidi far di quella fronde
di che sperato avea già lor corona,
e i piedi in ch’io mi stetti, et mossi, et corsi,
com’ogni membro a l’anima risponde,
diventar due radici sovra l’onde
non di Peneo, ma d’un piú altero fiume,
e n’ duo rami mutarsi ambe le braccia!

[vv. 41 – 49] Quale sgomento (mi colpì) non appena mi resi conto della mia trasfigurazione, e vidi i (miei) capelli trasformarsi in quelle fronde con cui, in passato, avevo sperato di poterli un giorno incoronare (il riferimento è alle fronde della laurea poetica), e (vidi) i (miei) piedi, sui quali prima stavo ritto, e mi muovevo e correvo (climax ascendente), poiché ogni parte del corpo obbedisce all’anima, diventare due radici, e non presso le acque del fiume Peneo (in Tessaglia, sede dell’Elicona), ma del Rodano (in Francia dove si trova Laura), e (vidi) entrambe le (mie) braccia mutarsi in due rami!


Né meno anchor m’agghiaccia
l’esser coverto poi di bianche piume
allor che folminato et morto giacque
il mio sperar che tropp’alto montava:

[vv. 50 – 53] E ancora oggi mi fa agghiacciare non di meno per la paura il ripensare a come poi fui coperto di piume bianche, allorché la mia speranza, che aveva osato salire troppo in alto (la speranza di un amore corrisposto), cadde fulminata e morta:


ché perch’io non sapea dove né quando
me ’l ritrovasse, solo lagrimando
là ’ve tolto mi fu, dí e nocte andava,
ricercando dallato, et dentro a l’acque;
et già mai poi la mia lingua non tacque
mentre poteo del suo cader maligno:
ond’io presi col suon color d’un cigno.

[vv. 54 – 60] infatti, siccome non sapevo dove, né quando avrei potuto ritrovarla, notte e giorno andavo vagando da solo e piangendo, là dove (la speranza) mi era stata sottratta, cercando sulle rive e dentro il fiume; e da quel momento la mia lingua, finché poté, non cessò mai di lamentarsi dell’infelice caduta: per cui io acquistai, insieme con la voce, il colore di un cigno (In questa II metamorfosi: Petrarca fonde il mito di Fetonte fulminato da Giove, con il mito di Cygnus, zio di Fetonte, trasformato in cigno mentre cerca il corpo del nipote – come avviene al Petrarca, mentre cerca la sua speranza, precipitata dopo essersi spinta troppo in alto –. Il parallelo con Fetonte connota di follia l’aspirazione al possesso della donna, mentre l’immagine del cigno, consueta figura dei poeti, permette a Petrarca di presentare la poesia come conseguenza della frustrazione amorosa).


Cosí lungo l’amate rive andai,
che volendo parlar, cantava sempre
mercé chiamando con estrania voce;
né mai in sí dolci o in sí soavi tempre
risonar seppi gli amorosi guai,
che ’l cor s’umilïasse aspro et feroce.

[vv. 61 – 66] Così vagai lungo le amate rive e pur volendo parlare, sempre cantavo invocando pietà con voce non umana; e mai in così dolci e soavi accordi, seppi intonare gli amorosi lamenti, in modo che il cuore aspro e feroce (di Laura) si addolcisse.


Qual fu a sentir? ché ’l ricordar mi coce:
ma molto piú di quel, che per inanzi
de la dolce et acerba mia nemica
è bisogno ch’io dica,
benché sia tal ch’ogni parlare avanzi.

[vv. 67 – 71] Provate a pensare quanto questa pena fu atroce da provare, se anche il solo ricordarla mi provoca dolore! Ma molto più di quello, mi affligge il ricordare ciò che più oltre devo dire della mia dolce e crudele nemica, sebbene sia cosa tale che vinca ogni parlare (topos dell’ineffabilità del dolore).


Questa che col mirar gli animi fura,
m’aperse il petto, e ’l cor prese con mano,
dicendo a me: Di ciò non far parola.
Poi la rividi in altro habito sola,
tal ch’i’ non la conobbi, oh senso humano,
anzi le dissi ’l ver pien di paura;
ed ella ne l’usata sua figura
tosto tornando, fecemi, oimè lasso,
d’un quasi vivo et sbigottito sasso.

[vv. 72 – 80] Costei, che con lo sguardo rapisce gli animi, mi lacerò il petto e s’impossessò del mio cuore (mi fece innamorare) e al contempo mi vietò di farne parola. Poi la rividi, in atteggiamento più benevolo del consueto, tale che io non la riconobbi. Oh fallace senso umano! E anzi io le confessai, pieno di paura, tutto il mio desiderio; ed ella, riacquistando immediatamente il consueto rigore, mi trasformò, povero me, in un sasso mezzo morto e sbigottito (per la delusione provocata dallo sdegno mostrato da Laura alla richiesta del poeta: la III metamorfosi è ispirata a quella di Batto che, non avendolo riconosciuto, rivela a Mercurio il segreto che proprio a lui aveva promesso di mantenere).


Ella parlava sí turbata in vista,
che tremar mi fea dentro a quella petra,
udendo: I’ non son forse chi tu credi.
E dicea meco: Se costei mi spetra,
nulla vita mi fia noiosa o trista;
a farmi lagrimar, signor mio, riedi.

[vv. 81 – 86] Ella parlava, così adirata nell’aspetto, che mi faceva tremare dentro a quella pietra (la pietra in cui il poeta è stato trasformato), mentre la sentivo dire: “Io non sono donna da simili richieste”. Ed io dicevo fra me: “Se costei mi libera da questa pietra, nessuna vita (a paragone dello stato presente) mi parrà noiosa o triste; torna oh mio Signore (Amore) a farmi piangere.


Come non so: pur io mossi indi i piedi,
non altrui incolpando che me stesso,
mezzo tutto quel dí tra vivo et morto.
Ma perché ’l tempo è corto,
la penna al buon voler non pò gir presso:
onde piú cose ne la mente scritte
vo trapassando, et sol d’alcune parlo
che meraviglia fanno a chi l’ascolta.

[vv. 87 – 94] Non so come, mossi quindi i piedi, non incolpando nessuno fuorché me stesso (per la mia avventatezza) e per tutto quel giorno fui mezzo vivo e mezzo morto. Ma poiché il tempo incalza, la penna non può scrivere tutto quel che vorrei: per cui molte cose impresse nella mia mente vado tralasciando, e parlo solo di alcune, che stupiscono chi le ascolta.


Morte mi s’era intorno al cor avolta,
né tacendo potea di sua man trarlo,
o dar soccorso a le vertuti afflitte;
le vive voci m’erano interditte;
ond’io gridai con carta et con incostro:
Non son mio, no. S’io moro, il danno è vostro.

[vv. 95 – 100] La morte mi si era avvolta attorno al cuore, e tacendo (secondo il divieto di parlare impartito da Laura) non potevo strapparglielo dalle mani (dalle mani della morte), né prestare soccorso alle forze vitali che venivano meno; parlare mi era vietato; per cui gridai con carta e inchiostro: Donna, ormai appartengo a voi. Se muoio, il danno è vostro (il riferimento, al mito di Biblide, preannuncia la successiva metamorfosi: come Biblide rivela a Cauno il suo amore incestuoso per mezzo di una lettera, così Petrarca tenta di aggirare il divieto di Laura ricorrendo ai versi).


Ben mi credea dinanzi agli occhi suoi
d’indegno far cosí di mercé degno,
et questa spene m’avea fatto ardito:
ma talora humiltà spegne disdegno,
talor l’enfiamma; et ciò sepp’io da poi,
lunga stagion di tenebre vestito:
ch’a quei preghi il mio lume era sparito.

[vv. 101 – 107] In questo modo, credevo di rendermi degno di pietà ai suoi occhi da indegno che ne ero, e questa speranza mi aveva reso ardito: ma se talvolta l’umiltà placa lo sdegno, altre volte lo infiamma; e di ciò io mi resi conto in seguito, rivestito di tenebre per lungo tempo: poiché il mio lume (Laura) di fronte a quelle preghiere, si era dileguato.


Ed io non ritrovando intorno intorno
ombra di lei, né pur de’ suoi piedi orma,
come huom che tra via dorma,
gittaimi stancho sovra l’erba un giorno.

[vv. 108 – 111] Ed io, non ritrovando in alcun luogo traccia di lei, né orma dei suoi piedi, come un viandante che si getti a dormire per via, mi gettai un giorno stanco sull’erba.


Ivi accusando il fugitivo raggio,
a le lagrime triste allargai ’l freno,
et lasciaile cader come a lor parve;
né già mai neve sotto al sol disparve
com’io sentí’ me tutto venir meno,
et farmi una fontana a pie’ d’un faggio.

[vv. 112 – 117] Qui, incolpando il lume fuggitivo, triste, diedi sfogo alle lacrime, e le lasciai cadere come a loro piacque; mai la neve si disciolse al sole, come io mi sentii tutto mancare, e divenire una fontana ai piedi di un faggio (l’immagine del faggio indica l’isolamento del luogo in cui il poeta si ritira a piangere).


Gran tempo humido tenni quel vïaggio.
Chi udí mai d’uom vero nascer fonte?
E parlo cose manifeste et conte.

[vv. 118 – 120] Per lungo tempo portai avanti quell’umido viaggio. Chi ha mai sentito che da un uomo vero nascesse una fonte? Eppure parlo di cose manifeste e note(la IV metamorfosi, richiama il mito di Biblide, trasformata in una fonte).


L’alma ch’è sol da Dio facta gentile,
ché già d’altrui non pò venir tal gratia,
simile al suo factor stato ritene:
però di perdonar mai non è sacia
a chi col core et col sembiante humile
dopo quantunque offese a mercé vène.

[vv. 121 – 126] L’anima umana, che solo da Dio riceve la grazia della gentilezza, poiché una tale grazia non può derivare da altri, imita nel comportamento il suo Creatore: perciò è sempre ben disposta a perdonare chi, umilmente, dopo quante offese si voglia, implora pietà.


Et se contra suo stile ella sostene
d’esser molto pregata, in Lui si specchia,
et fal perché ’l peccar piú si pavente:
ché non ben si ripente
de l’un mal chi de l’altro s’apparecchia.

[vv. 127 – 131] E anche quando (un’anima) si lascia pregare a lungo, contro la sua natura, anche allora essa si attiene al modello divino, perché rimanda il perdono per inculcare maggiormente il timore del peccato: poiché si pente malamente di un peccato, chi è pronto a commetterne un altro (ovvero chi non è stato veramente dissuaso dal peccare).


Poi che madonna da pietà commossa
degnò mirarme, et ricognovve et vide
gir di pari la pena col peccato,
benigna mi redusse al primo stato.

[vv. 132 – 135] Dopo che la mia amata, mossa a compassione, si degnò di guardarmi e riconobbe e vide la pena essere adeguata al peccato, mi restituì con benevolenza alla condizione umana.


Ma nulla à ’l mondo in ch’uom saggio si fide:
ch’ancor poi ripregando, i nervi et l’ossa
mi volse in dura selce; et così scossa
voce rimasi de l’antiche some,
chiamando Morte, et lei sola per nome.

[vv. 136 – 140] Tuttavia non c’è nessuna cosa al mondo sulla quale l’uomo saggio possa fare affidamento: infatti, appena la pregai di nuovo, ella tramutò i miei nervi e le mie ossa in una dura pietra; e così rimasi una voce spogliata del corpo, invocando Morte e lei sola per nome (la V metamorfosi, richiama il mito di Eco, l’infelice amante di Narciso, ridotta da Giunone a pura voce, mentre le sue membra furono trasformate in sasso).


Spirto doglioso errante (mi rimembra)
per spelunche deserte et pellegrine,
piansi molt’anni il mio sfrenato ardire:
et anchor poi trovai di quel mal fine,
et ritornai ne le terrene membra,
credo per piú dolore ivi sentire.

[vv. 141 – 146](Ridotto alla condizione di) spirito dolente ed errabondo per grotte deserte e remote, per molti anni piansi il mio sfrenato ardire: trovai poi la fine di quel male, riacquistando la condizione umana, per provarvi, credo, un dolore maggiore.


I’ seguí’ tanto avanti il mio desire
ch’un dí cacciando sí com’io solea
mi mossi; e quella fera bella et cruda
in una fonte ignuda
si stava, quando ’l sol piú forte ardea.
Io, perché d’altra vista non m’appago,
stetti a mirarla: ond’ella ebbe vergogna;
et per farne vendetta, o per celarse,
l’acqua nel viso co le man’ mi sparse.

[vv. 147 – 155] Io assecondai a tal punto il mio desiderio che un giorno mi recai a caccia così com’ero solito fare; e quella fiera, bella e crudele, sostava nuda in una fonte, nell’ora in cui il sole batte più forte (sul mezzogiorno, l’ora della più calda sensualità). Io, poiché sono soddisfatto soltanto dalla vista di lei, stetti a rimirarla: per cui ella provò vergogna; e per vendicarsi, o per nascondersi, con le mani mi gettò l’acqua sul viso.


Vero dirò (forse e’ parrà menzogna)
ch’i’ sentí’ trarmi de la propria imago,
et in un cervo solitario et vago
di selva in selva ratto mi trasformo:
et anchor de’ miei can’ fuggo lo stormo.

[vv. 156 – 160] Dirò il vero – e forse esso sembrerà menzogna – dicendo che mi sentii spogliare della mia forma umana e che subito mi trasformai in un cervo solitario ed errante di selva in selva: e ancora oggi fuggo il branco dei miei cani (la fuga dai cani è metafora dei rimorsi che ancora tormentano il poeta: la VI metamorfosi, richiama il mito di Atteone, punito allo stesso modo da Diana che egli aveva sorpreso durante il bagno).


Canzon, i’ non fu’ mai quel nuvol d’oro
che poi discese in pretïosa pioggia,
sí che ’l foco di Giove in parte spense;
ma fui ben fiamma ch’un bel guardo accense,
et fui l’uccel che piú per l’aere poggia,
alzando lei che ne’ miei detti honoro:

[vv. 161 – 166] Canzone, io non fui mai quella nuvola d’oro che discese poi sotto forma di preziosa pioggia, così da spegnere in parte l’ardente desiderio di Giove (Petrarca allude alla metamorfosi di Giove, fattosi pioggia d’oro per possedere Danae, intendendo che al contrario di Giove egli non è mai riuscito a soddisfare il suo desiderio), ma fui senz’altro una fiamma che due begli occhi accesero (allude a Giove trasformatosi in fiamma per amore di Egina; Petrarca vuol dire che egli provò solo l’ardore del desiderio), e fui l’uccello che più di tutti vola in alto, esaltando colei che celebro nei miei versi (allusione al rapimento di Ganimede; ma Petrarca pur innalzandosi come aquila, al pari di Giove, non può rapire l’amata, ma solo celebrarla nei suoi versi).


né per nova figura il primo alloro
seppi lassar, ché pur la sua dolce ombra
ogni men bel piacer del cor mi sgombra.

[vv. 167 – 169] Né trasformandomi in vario modo, fui capace di abbandonare quel lauro in cui fui trasformato inizialmente (simbolo dell’amore per Laura), poiché anche solo la sua dolce ombra, mi scaccia dal cuore ogni altro piacere meno bello. 

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