Archivio testo: Non d'atra et tempestosa onda marina

Parafrasi Non d’atra et tempestosa onda marina

FRANCESCO PETRARCA

NON D’ATRA ET TEMPESTOSA ONDA MARINA

– PARAFRASI DEL TESTO –


Non d’atra et tempestosa onda marina
fuggío in porto già mai stanco nocchiero,
com’io dal fosco et torbido pensero
fuggo ove ’l gran desio mi sprona e ’nchina.

[vv. 1 – 4] Giammai uno stanco timoniere è fuggito da flutti marini bui e tempestosi, come io fuggo (ora) dalla fosca e torbida disperazione (prodotta dalla lontananza di Laura, l’oggetto del desiderio) verso il luogo dove il gran desiderio mi sprona e mi indirizza (e quindi verso di lei).


Né mortal vista mai luce divina
vinse, come la mia quel raggio altero
del bel dolce soave bianco et nero,

[vv. 5 –  8] E nessuna luce divina ha mai abbagliato occhio umano, come il mio è stato abbagliato dal fiero raggio irradiato dai bei, dolci, soavi occhi (bianco e nero: gli occhi di Laura), nei quali Amore rende dorati e aguzzi i suoi strali.

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Cieco non già, ma pharetrato il veggo;
nudo, se non quanto vergogna il vela;
garzon con ali: non pinto, ma vivo.

[vv. 9 – 11] Non mi appare cieco (Petrarca si riferisce qui ad Amore, che egli vede negli occhi di Laura), ma munito di faretra (pharetrato); nudo, se non in quelle parti che il pudore vuole che si celino; un fanciullo alato: non dipinto, ma vivo.


Indi mi mostra quel ch’a molti cela,
ch’a parte a parte entro a’ begli occhi leggo
quant’io parlo d’Amore, et quant’io scrivo.

[vv. 12 – 14] Da lì (dagli occhi di Laura, nei quali Amore è collocato) mostra a me quello che a molti tiene nascosto, e io leggo passo passo (ossia puntualmente) nei begli occhi di Laura ciò che io dico e scrivo d’Amore.