Archivio testo: Falananna

Parafrasi Novella di Falananna

ANTON FRANCESCO GRAZZINI detto il LASCA

FALANANNA

da LE CENE

PARAFRASI DEL TESTO

Così, dopo che i frati ed i preti, uscendo dalla porta, ebbero ricevuto le candele (le candele con le quali dovevano accompagnare il defunto), entrarono i becchini per prendere la salma. Che cosa direste voi? Falananna, avvertendo impellente la necessità di andare di corpo, dopo essersi imbrattato con i suoi stessi escrementi forse per due volte, ed aver trattenuto per un bel pezzo, alla fine, non potendo più fare di meglio, aveva ceduto all’impulso; e poiché le lenticchie condite (le lenticchie che Falananna ha mangiato il giorno precedente) avevano fatto effetto, aveva buttato fuori un secchio di feci, neanche avesse preso una purga, e queste feci, poiché erano state a lungo trattenute, puzzavano a tal punto ed in maniera così nauseabonda, che non si riusciva più a stare in quella stanza, tanto era il cattivo odore. Per cui, appena i becchini entrarono e lo presero, tappandosi il naso dissero a coloro che erano lì radunati: “Per il diavolo! Voi dovete esservi dimenticati di turarlo. Che diamine, non sentite quanto puzza? Vedete che perde liquami! Ohi, voi dovete essere davvero poco pratici (ossia poco esperti dell’arte di trattare i cadaveri)!”. E così, trasportandolo di malavoglia, come se venissero infettati, lo riposero all’interno della bara. A quel punto i fratelli, dal momento che preti e frati avevano già fatto la loro visita, sopportando come meglio potevano il cattivo odore, l’avevano preso in spalla, ed ora procedevano in processione dietro alla croce.

Così, camminando in processione, giunsero all’angolo del Leone, e lì, proprio in corrispondenza dell’incrocio, tutti i presenti, come è usanza, presero a domandare chi fosse il defunto, e la risposta che veniva data loro era che si trattava di Falananna. Ciascuno si  dispiaceva, e diceva: “Possa la sua anima essere stata accolta da Dio!”.  Solo un suo conoscente e amico, dopo aver sentito anch’egli quel nome (il nome di Falananna), vedendo che veniva condotto alla sepoltura, disse poco garbatamente e anzi in preda alla collera: “Ah maledetto imbroglione! Egli trapassa con tre lire che appartenevano a me! Io gliele prestai in denari contanti! Ladro malvagio, possa tu portarne il peso sull’anima!”.

(L’uomo) disse queste parole a voce così alta che Falananna lo sentì, e, un po’ per non andarsene con quel peso, un po’ perché gli sembrava di essere ingiustamente ingiuriato in maniera esagerata, dopo essersi liberato le mani, strappò e sollevò da sé quel panno grezzo che gli copriva la faccia, e drizzandosi a sedere sopra la bara, disse rivolto a quell’uomo che continuava ad oltraggiarlo: “Oh sciagurato! Sono forse parole queste da dire ad un morto? Uomo malevolo! Per quale ragione non chiedermele (ossia “non chiedermi le tre lire”) fin tanto che fui in vita? Oppure andare da mia moglie, la quale ti avrebbe risarcito?”.

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Coloro che portavano il cadavere, udite quelle parole, lasciarono cadere la bara spaventati, mentre l’uomo (il creditore di Falananna) per poco non perse i sensi.

Falananna intanto, caduto per terra con tutta la bara, gridava ai presenti, che erano in preda al panico: “Oh fratelli, non dubitate, io sono morto, celebrate pure la vostra cerimonia, conducetemi alla tomba!”. Poi, ridistesosi all’interno della bara, nella posizione in cui era inizialmente, continuava a gridare: “Portatemi alla sepoltura! Portatemici! Perché io sono morto!”.

Tutt’attorno a quella scena si levarono altissime grida (grida di terrore): qualcuno fuggiva, qualcuno si nascondeva, qualcun altro si faceva il segno della croce. La croce (alla testa della processione funebre), che ormai si trovava a pochi passi dalla porta della Chiesa, si fermò, mentre quello (Falananna) continuava a gridare: “Seppellitemi! Seppellitemi! Perché io sono morto!”.

A quel punto, alcuni dei partecipanti alla processione, conoscendo molto bene la sua indole (l’indole scellerata di Falananna), gli si avvicinarono e cominciarono a toccarlo con alcuni ceri, dicendogli: “Scellerato! Furfante! Che storia è questa?”. Falananna, continuando a gridare, diceva: “Seppellitemi! Perché io sono morto! Possiate voi essere impiccati! Seppellitemi per l’amore di Dio!”. Allora quelli, afferrati i ceri al rovescio, cominciarono a bastonarlo, dandogli colpi ben assestati. Falananna, a sentire quei colpi, cominciò a urlare e a guaire, e, liberatosi da capo a piedi, prima che quelli gli rompessero la schiena, balzò fuori dalla bara, e mentre scappava gridava: “Ah traditori! Traditori! Voi mi avete risuscitato!”.

Infatti, avendo ricevuto una bastonata sulla testa, gli grondava sangue sul viso e sul petto, e lui, giudicando di essere tornato vivo, diceva: “Oh traditori! E’ forse questa la maniera di far risuscitare i morti? Io ricorrerò al tribunale!”.

Perciò, ascoltando queste cose, la maggior parte della gente che era lì intorno pensò che fosse completamente uscito di senno, oppure posseduto, e i fanciulli, raccogliendo del fango e dei sassi, cominciarono a dargli addosso, gridando “Al pazzo! Al pazzo!”.

A questo punto Falananna, spaventato, prese a correre verso la Chiesa del Carmine, mentre quelli, dietro di lui, lo inseguivano e continuavano a gridargli: “Al pazzo! Al pazzo!”.

Falananna confuso e spaventato, pur non sapendo dove andare, si dava da fare per correre e continuava a gridare, e dietro di sé, ovunque egli passasse, lasciava le persone confuse e stupite di vederlo vestito a quel modo.

Così, correndo in questo modo, Falananna giunse all’angolo del ponte alla Carraia, e, procedendo lungo la strada, impaurito dallo strepitare e dal rumore prodotto dalla folla, si diresse nella direzione del ponte.

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Continuando ad avanzare, accompagnato dalle sassate e dagli insulti, imboccò la via che passava per il ponte ma, una volta che fu quasi giunto alla fine (del ponte), trovò in mezzo alla strada un carro, e poi non so che mucchi di paglia e infine asini e muli carichi di sabbia, i quali bloccavano completamente il passaggio; non era rimasto neppure un pertugio attraverso cui passare, se prima il carro e le altre bestie, transitando, non avessero sgomberato il passo. Per cui Falananna, spinto dalle sassate che riceveva alle spalle e dalla paura che suscitavano il lui le grida di insulto, per far prima, salì sul parapetto del ponte; ma lì, un po’ perché così volle la sua cattiva sorte, un po’ per la fretta e per il fatto che quelle vesti da defunto gli si avvolgevano tra i piedi, insomma per una ragione o per l’altra, inciampò e cadde in Arno.

A quell’epoca si trovava a Firenze un fiammingo, estremamente esperto nell’arte dei fuochi d’artificio, il quale, durante una visita alla Signoria e dal Gonfaloniere, si era impegnato a dare una dimostrazione della sua grande perizia nel suo mestiere.

Proprio in quel giorno, secondo le loro mansioni, due membri dell’assemblea dei Dieci di Guerra, due membri dei Collegi e altri uomini appartenenti alla nobiltà e di grande prestigio, erano usciti per le strade della città per assistere alla dimostrazione dell’uso di un certo olio trattato, che, a contatto con l’acqua, prendeva fuoco. E giunti al ponte di Santa Trinita, quel grande artificiere aveva rovesciato nelle acque dell’Arno, da una delle sue ampolle, quell’olio, ed esso, non appena era venuto a contatto con l’acqua, era divampato e aveva arso come fosse venuto a contatto con il fuoco o col salnitro o con lo zolfo; poi, bruciando, si era esteso per un largo tratto. Tutti i nostri concittadini fiorentini erano rimasti stupiti e meravigliati per questo fenomeno.

Dunque l’olio scivolava sparso sull’acqua, assecondando il corso della corrente, e ardendo in superficie. E quando una metà di questa macchia ebbe superato il ponte della Carraia, al di sotto dell’ultimo pilastro, arrivò Falananna, cadendo nell’acqua, e, malauguratamente, capitò proprio nel mezzo di quell’olio ustionante, che gli si attaccò addosso come se egli fosse stato cosparso di pece.

Falananna, che grazie all’acqua e alla sabbia (sul fondo del fiume) aveva riportato poco danno dalla caduta, sebbene avesse battuto sul fondo del fiume, era riaffiorato a galla e si era rimesso in piedi, cosicché l’acqua gli arrivava non più su dell’ombelico.

Ma vedendo, e ancor più sentendo quella fiamma che lo bruciava, cominciò a gridare e strillare quanto più la gola gli permetteva, mentre con le mani si aiutava come poteva, gettandosi acqua addosso. E lo stesso facevano i presenti, che attraverso la gradinata di accesso alla rive dell’Arno, erano accorsi in ampio numero per fornirgli aiuto: ma quanto più tutti cercavano di smorzare ed estinguere quelle fiamme (gettandovi sopra dell’acqua) tanto più le alimentavano (essendo l’olio infiammabile al contatto con l’acqua).

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Così il pover’uomo se ne stava a guaire ed urlare con voce così alta che, risuonando attraverso il corso dell’Arno, si sarebbe tranquillamente potuto sentire fino a Peretola (località limitrofa a Firenze). E dimenandosi e contorcendosi tra quelle fiamme, sembrava una di quelle anime descritte da Date nell’Inferno. Così il fuoco, bruciandolo  consumandolo a poco a poco, alla fine gli tolse la vita.

Le persone che erano andate in suo soccorso, nel frattempo, con l’ausilio di funi e di pali, lo avevano trascinato a riva: ciononostante, anche così, egli non cessava di bruciare, perché, quanto più essi si avvalevano dell’acqua, per gettagliela addosso e per estinguere le fiamme, tanto più alimentavano e ravvivavano il fuoco; tanto che (Falananna) risultava ormai quasi del tutto carbonizzato.

E si sarebbe ridotto completamente in cenere, se non fosse avvenuto che il fiammingo, accorso per via dello strepito, si facesse dare dell’olio ordinario, e spargendoglielo ovunque, facesse immediatamente cessare la combustione e spegnere del tutto la fiamma, tra lo stupore generale degli astanti.

Non di meno Falananna rimase conciato che sembrava un tronco di pero verde, arso e abbrustolito.

La Mante, il Berna e madonna Antonia, avendo ricevuto la notizia di come Falananna fosse risuscitato e corso via, l’aspettavano a casa, sempre più preoccupati ogni ora che passava. E il Berna, in abito da frate, era ormai sul punto di andarsene, quando fu portata loro la notizia di come Falananna fosse caduto in Arno e bruciato. In un primo momento, un po’ per quanto desideravano che ciò avvenisse, un po’ per la stranezza del fatto, non credettero al racconto.

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Ma poiché continuavano a ricevere conferme della cosa, il Berna, così vestito da frate come si trovava, per accertarsene definitivamente, uscì di casa e, arrivato al ponte della Carraia, scese giù sull’argine e vide il povero Falananna così arso e abbrustolito da poter sembrare qualsiasi cosa eccetto un essere umano; quindi, piangendo dagli occhi, ma ridendo in cuor suo, ritornò a rincuorare anche la Mante e madonna Antonia, che nel frattempo avevano ricevuto la visita dei loro parenti, venuti a consolarle per quella vicenda così orrenda e spaventosa.

Infatti, ad ognuno che ascoltava quella storia, sembrava – ed in effetti lo era – stupefacente e sconcertante, risultando inconcepibile che un uomo cadesse in Arno e morisse carbonizzato. E tuttavia, con il tempo, venendo a conoscenza delle dinamiche, se ne fecero una ragione, dispiacendosi della straordinaria e inaudita sciagura di Falananna. Molti pensarono che l’episodio fosse accaduto per l’operato delle streghe, o in virtù della forza di qualche incantesimo o malaugurio, altri pensarono che fosse accaduto per l’intervento di negromanti, e altri ancora per allucinazione diabolica: e tuttavia, la maggior parte dei concittadini era d’accordo che il tutto fosse dipeso unicamente dalla scelleratezza e dall’ineguagliabile follia di Flananna. La Mante, dopo pochi giorni, essendo diventata, per effetto del testamento, padrona di tutti i beni di Falananna, con l’approvazione della madre e dei parenti, prese in sposo il Berna celebrando nozze pubbliche, e con lui visse allegramente per lungo tempo, continuando ad accumulare patrimonio e figli, in barba a Falananna, il quale, come avete potuto ascoltare, cadde nell’Arno e morì carbonizzato: una vicenda che, divenuta proverbiale si è tramandata fino ai giorni nostri, per cui di qualcuno ancora si dice: “Cadde nell’Arno e morì carbonizzato”.

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