Archivio testo: O aspettata in ciel beata et bella

Parafrasi O aspectata in ciel beata et bella

FRANCESCO PETRARCA

O ASPECTATA IN CIEL BEATA ET BELLA

– PARAFRASI DEL TESTO –


O aspectata in ciel beata et bella è una canzone formata da 7 stanze di 15 versi tutti endecasillabi ad eccezione di 2 settenari collocati in nona e in quattordicesima sede. Alle 7 stanze si aggiunge un congedo che ricalca lo schema della sirma. Il testo si riferisce alla progettata crociata del 1333, per cui è probabile che risalga alla fine di quello stesso anno o agli inizi del successivo. Il destinatario cui Petrarca si rivolge è con ogni probabilità il frate domenicano Giovanni Colonna.


O aspectata in ciel beata et bella
anima che di nostra humanitade
vestita vai, non come l’altre carca:

[vv. 1 – 3] Oh anima beata e bella (l’apostrofe è all’animo del destinatario) attesa in Paradiso (ossia certa della salvezza) che vai vestita, e non gravata, come i più, dal corpo,

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perché ti sian men dure omai le strade,
a Dio dilecta, obedïente ancella,
onde al suo regno di qua giú si varca,
ecco novellamente a la tua barca,
ch’al cieco mondo à già volte le spalle
per gir al miglior porto,
d’un vento occidental dolce conforto;

[vv. 4 – 10] affinché ti siano meno faticose – oh ancella gradita e devota a Dio – le strade attraverso le quali si passa da quaggiù al regno di Dio, ecco che di nuovo (Giovanni Colonna aveva già compiuto un pellegrinaggio in Terra Santa) un mite vento occidentale (la crociata era stata bandita in Francia) sospinge la barca (immagine della vita di Colonna) che già si era allontanata dal cieco mondo per dirigersi al porto della beatitudine (l’allusione è alla scelta di vita anti-secolare del frate Colonna).


lo qual per mezzo questa oscura valle,
ove piangiamo il nostro et l’altrui torto,
la condurrà de’ lacci antichi sciolta,
per dritissimo calle,
al verace orïente ov’ella è volta.

[vv. 11 – 15] Ora quel vento la condurrà (condurrà la barca), libera dai legami antichi (della carne e delle passioni), attraverso questa valle oscura in cui piangiamo i nostri e gli altrui peccati, per la via più diretta, verso il verace oriente (non più la Gerusalemme terrestre, bensì quella celeste, il Paradiso), cui ella è rivolta.


Forse i devoti et gli amorosi preghi
et le lagrime sancte de’ mortali
son giunte inanzi a la pietà superna;
et forse non fur mai tante né tali
che per merito lor punto si pieghi
fuor de suo corso la giustitia eterna;

[vv. 16 – 21] Forse le preghiere devote e piene d’amore e le lacrime sante (ossia versate per una santa causa) avranno raggiunto Dio; ma forse non furono mai tante, né tali, da piegare per loro merito anche in minima parte la giustizia divina dal suo corso;

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ma quel benigno re che ’l ciel governa
al sacro loco ove fo posto in croce
gli occhi per gratia gira,
onde nel petto al novo Karlo spira
la vendetta ch’a noi tardata nòce,
sí che molt’anni Europa ne sospira:
cosí soccorre a la sua amata sposa
tal che sol de la voce
fa tremar Babilonia, et star pensosa.

[vv. 22 – 30] bensì Cristo misericordioso per semplice grazia (non per merito delle preghiere e le lacrime dei mortali) volge lo sguardo al luogo dove fu crocifisso, cosicché ispira nel petto del successore di Carlo (ossia Filippo VI) la vendetta contro gli infedeli, il ritardo della quale è dannoso per noi cristiani, tanto che da molti anni l’Europa l’attende sospirando: così  soccorre la sua amata sposa (la Chiesa) colui che, con la sola potenza del suo nome, fa tremare Babilonia e la fa stare in angoscia (ossia Cristo).


Chïunque alberga tra Garona e ’l monte
e ’ntra ’l Rodano e ’l Reno et l’onde salse
le ’nsegne cristianissime accompagna;
et a cui mai di vero pregio calse,
dal Pireneo a l’ultimo orizonte
con Aragon lassarà vòta Hispagna;

[vv. 31 – 36] Chiunque dimori fra la Garonna e i monti (ossia tra le Alpi e i Pirenei) e tra il Rodano, il Reno e i mari (ossia i mari Mediterraneo e Atlantico: la lunga perifrasi designa la Francia), accompagna le insegne cristiane; e chiunque abbia sempre avuto a cuore di ottenere la vera gloria, dai Pirenei sino alle coste occidentali della penisola Iberica, sotto le insegne del re d’Aragona, lascerà vuota la Spagna (partendo per la crociata);


Inghilterra con l’isole che bagna
l’Occeano intra ’l Carro et le Colonne,
infin là dove sona
doctrina del sanctissimo Elicona,
varie di lingue et d’arme, et de le gonne,
a l’alta impresa caritate sprona.
Deh qual amor sí licito o sí degno,
qua’ figli mai, qua’ donne
furon materia a sí giusto disdegno?

[vv. 37 – 45] Misericordia sprona alla crociata l’Inghilterra, insieme con le isole bagnate dall’Oceano, fra il Polo e le Colonne d’Ercole, fin là dove si estende la dottrina di un più santo Elicona (il “più santo Elicona” è il cristianesimo, qui oggetto di travestimento classico), quelle isole diverse fra loro nella lingua, nel modo di combattere e nella foggia delle vesti.  Quando mai amore di patria tanto legittimo e degno, amore di donne o di figli, suscitarono un così giusto sdegno guerriero?


Una parte del mondo è che si giace
mai sempre in ghiaccio et in gelate nevi
tutta lontana dal camin del sole:
là sotto i giorni nubilosi et brevi,
nemica natural-mente di pace,
nasce una gente a cui il morir non dole.

[vv. 46 – 51] V’è una parte del mondo (l’Europa settentrionale) che sempre giace nel ghiaccio e nelle nevi gelate, assai lontana dal corso del sole: là, sotto giorni cupi e brevi, nasce, naturalmente ostile alla pace, un popolo cui morire non spiace (che sprezza la morte, in quanto amante della guerra).


Questa se, piú devota che non sòle,
col tedesco furor la spada cigne,
turchi, arabi et caldei,
con tutti quei che speran nelli dèi
di qua dal mar che fa l’onde sanguigne,
quanto sian da prezzar, conoscer dêi:
popolo ignudo paventoso et lento,
che ferro mai non strigne,
ma tutt’i colpi suoi commette al vento.

[vv. 52 – 60] Se questo popolo, mostrandosi più devoto alla religione di quanto non sia solito, si arma per la crociata con tedesco furore, potrai conoscere in quale conto siano da tenere i turchi, gli arabi e i caldei, insieme con tutti coloro che di qua dal Mar Rosso idolatrano gli dei (i pagani): una moltitudine (quella dei popoli orientali) senza armatura, paurosa e lenta, che non combatte mai con la spada, ma affida i suoi colpi al vento (ossia combatte con le frecce: le strofe III e IV alludono allo stato di mobilitazione generale dell’Occidente che seguì alla riunione dei sovrani europei, convocata dal re di Francia nell’ottobre 1333).


Dunque ora è ’l tempo da ritrare il collo
dal giogo antico, et da squarciare il velo
ch’è stato avolto intorno agli occhi nostri,
et che ’l nobile ingegno che dal cielo
per gratia tien’ de l’immortale Apollo,
et l’eloquentia sua vertú qui mostri
or con la lingua, or co’laudati incostri:

[vv. 61 – 67] É dunque giunto il momento di sottrarre il collo all’antico giogo (quello della servitù agli infedeli), e di squarciare il velo avvolto attorno ai nostri occhi (il pregiudizio della superiorità del nemico), e (è giunto il tempo) che il nobile ingegno che hai ricevuto in dono da Dio (l’immortale Apollo) e l’eloquenza mostrino in questo frangente il loro valore, per mezzo della parola o dei già lodati scritti:


perché d’Orpheo leggendo et d’Amphïone
se non ti meravigli,
assai men fia ch’Italia co’ suoi figli
si desti al suon del tuo chiaro sermone,
tanto che per Iesú la lancia pigli;
che s’al ver mira questa anticha madre,
in nulla sua tentione
fur mai cagion’ sí belle o sí leggiadre.

[vv. 68 – 75] poiché, se non ti meravigli leggendo di Orfeo (che attirava le fiere col suo canto) e di Anfione (he cantando smuoveva le pietre), assai meno ti meraviglierà che gli Italiani si destino al suono delle tue parole, tanto da armarsi in nome di Cristo; poiché se realmente l’Italia tende al vero bene, (vedrà) che nessuna delle sue contese ha mai avuto all’origini motivi tanto nobili.


Tu ch’ài, per arricchir d’un bel thesauro,
volte l’antiche et le moderne carte,
volando al ciel colla terrena soma,
sai da l’imperio del figliuol de Marte
al grande Augusto che di verde lauro
tre volte trïumphando ornò la chioma,
ne l’altrui ingiurie del suo sangue Roma
spesse fïate quanto fu cortese:

[vv. 76 – 83] Tu che hai letto, per arricchire il tuo tesoro di sapienza (thesaurus è un’opera a carattere erudito, cui è ascrivibile la stessa enciclopedia storica De viris illustribus alla quale Giovanni Colonna stava lavorando fra il 1333-34 e che raccoglieva le biografie di scrittori pagani e cristiani), sia opere antiche che moderne, elevandoti al cielo (con l’intelletto), nonostante il peso del corpo, sai bene (alla luce di quelle letture) quante volte Roma, dal regno di Romolo figlio di Marte, sino ad Augusto, il quale tre volte ornò la sua testa colla corona del trionfatore, fu generosa del suo sangue nel vendicare le offese altrui:


et or perché non fia
cortese no, ma conoscente et pia
a vendicar le dispietate offese,
col figliuol glorïoso di Maria?
Che dunque la nemica parte spera
ne l’umane difese,
se Cristo sta da la contraria schiera?

[vv. 84 – 90] ed ora (in epoca cristiana) perché non dovrebbe essere, non dico generosa, ma riconoscente e devota a Cristo, vendicandone le spietate offese (le ricevute da Cristo da parte pagana)? Come può dunque sperare la parte avversa nell’umana difesa, se Cristo milita nella schiera opposta?


Pon’ mente al temerario ardir di Xerse,
che fece per calcare i nostri liti
di novi ponti oltraggio a la marina;
et vedrai ne la morte de’ mariti
tutte vestite a brun le donne perse,
et tinto in rosso il mar di Salamina.

[vv. 91 – 96] Pensa alla tracotanza di Serse che, per calpestare le coste europee, fece oltraggio al mare con un ponte mai veduto prima (il ponte di barche); e vedrai tutte le donne persiane vestite a lutto per la morte dei mariti e il mare di Salamina (la città al largo della quale la flotta di Serse fu distrutta da Temistocle) macchiato di sangue.


Et non pur questa misera rüina
del popol infelice d’orïente
victoria t’empromette,
ma Marathona, et le mortali strette
che difese il leon con poca gente,
et altre mille ch’ài ascoltate et lette:
perché inchinare a Dio molto convene
le ginocchia et la mente,
che gli anni tuoi riserva a tanto bene.

[vv. 97 – 105] Ma non soltanto questa misera sconfitta dello sciagurato popolo d’oriente ti promette la vittoria, ma la stessa Maratona (la città presso la quale Milziade sconfisse Dario) e le Termopili, che Leonida difese con pochi uomini e innumerevoli altre sconfitte di cui hai certamente sentito o letto: perciò bisogna ringraziare Dio nell’animo e nei gesti, inginocchiandosi, quel Dio che ti concede di assistere alla liberazione della Terra Santa.


Tu vedrai Italia et l’onorata riva,
canzon, ch’agli occhi miei cela et contende
non mar, non poggio o fiume,
ma solo Amor che del suo altero lume
piú m’invaghisce dove piú m’incende:
né Natura può star contra’l costume.
Or movi, non smarrir l’altre compagne,
ché non pur sotto bende
alberga Amor, per cui si ride et piagne.

[vv. 106 – 114] Tu canzone, vedrai l’Italia e l’onorata riva del Tevere che non un mare, un monte o un fiume nascondono ai miei occhi, ma solo Amore che mi fa più desideroso del suo altero lume quanto più mi distrugge nel fuoco della passione: le buone inclinazioni infatti non possono contrastare le cattive abitudini (con questa dichiarazione di modestia: Petrarca istituisce un paragone fra se stesso, ingombrato dai lacci delle cattive abitudini e il destinatario la cui “barca” invece si è già da tempo allontanata dalle cose terrene). Ora vai, non smarrire le altre compagne, poiché Amore, per cui si gioisce e si soffre, dimora non soltanto sotto ornamenti femminili (è un modo per dire che anche questa canzone, come le altre scritte da Petrarca, è dettata da Amore, che però in questo caso non è l’amore per una donna, ma l’amore devoto, la caritas).