Archivio testo: Or che ’l ciel et la terra e ’l vento tace

Parafrasi Or che ’l ciel et la terra e ’l vento tace

FRANCESCO PETRARCA

OR CHE ’L CIEL ET LA TERRA E ’L VENTO TACE

– PARAFRASI DEL TESTO –


Or che ’l ciel et la terra e ’l vento tace
et le fere e gli augelli il sonno affrena,
Notte il carro stellato in giro mena
et nel suo letto il mar senz’onda giace,

[vv. 1 – 4] Ora che il cielo e la terra e il vento tacciono, ed il sonno tiene a freno le fiere e gli uccelli, e la notte conduce in giro il suo carro stellato, e il mare, piatto e immobile (senz’onda), giace nel proprio letto,


vegghio, penso, ardo, piango; et chi mi sface
sempre m’è inanzi per mia dolce pena:
guerra è ’l mio stato, d’ira et di duol piena,
et sol di lei pensando ò qualche pace.

[vv. 5 – 8] io veglio, penso, ardo (d’amore), e piango (è il motivo ricorrente, di matrice virgiliana, della contrapposizione fra la pace notturna della natura e degli animali, e l’inquietudine dell’amante); e colei che mi distrugge (Laura), per mia dolce pena, è sempre al centro dei miei pensieri: la mia condizione consiste in una guerra, piena di violenza e di dolore, e trovo una qualche pace soltanto pensando a lei.

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Cosí sol d’una chiara fonte viva
move ’l dolce et l’amaro ond’io mi pasco;
una man sola mi risana et punge;

[vv. 9 – 11] Così, da un’unica sorgente, limpida e viva, derivano il dolce (la pace al v. 8) e l’amaro (la guerra al v. 7) di cui mi nutro; una sola mano mi risana e mi ferisce (hysteron proteron e riferimento al mito ovidiano della lancia di Peleo):


e perché ’l mio martir non giunga a riva,
mille volte il dí moro et mille nasco,
tanto da la salute mia son lunge.

[vv. 12 – 14] ed affinché il mio martirio non abbia termine, innumerevoli volte al giorno muoio e altrettante rinasco, a tal punto sono lontano dalla mia salvezza.