Archivio testo: Perché i principi italiani hanno perso i loro Stati

Parafrasi Perché i principi italiani hanno perso i loro Stati

NICCOLÒ MACHIAVELLI

PERCHÉ I PRINCIPI ITALIANI HANNO PERSO I LORO STATI

dal PRINCIPE, CAPITOLO XXIV (24)

PARAFRASI DEL TESTO

Cur Italiae principes regnum amiserunt.

Perché i principi italiani hanno perso i loro Stati.

Le cose sopradette osservate prudentemente fanno parere un Principe nuovo antico; e lo rendono subito più sicuro e più fermo nello Stato, che se vi fosse anticato dentro.

Le regole illustrate fino a questo momento, se seguite con accortezza, fanno apparire ereditario un Principe “nuovo” (ossia: “conferiscono anche al Principe che ha assunto da poco il potere, la stabilità del Principe ereditario”), e lo rendono, sin da subito, ancor più saldo e più stabile all’interno del suo Stato, di quanto non sarebbe se detenesse il potere da lungo tempo.

Perchè un Principe nuovo è molto più osservato nelle sue azioni, che uno ereditario; e quando le son cognosciute virtuose, si guadagnano molto più gli uomini, e molto più gli obbligano, che il sangue antico;

Infatti un Principe “nuovo”, mentre agisce, è oggetto di un’attenzione molto maggiore di uno ereditario, e quando le sue azioni sono giudicate valorose, esercitano una presa maggiore sugli uomini e risultano molto più vincolanti di quanto non lo sia l’appartenenza ad una antica dinastia di regnanti.

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perchè gli uomini sono molto più presi dalle cose presenti, che dalle passate, e quando nelle presenti ei trovano il bene, vi si godono, e non cercano altro; anzi pigliano ogni difesa di lui, quando il Principe non manchi nelle altre cose a sè medesimo.

Ciò avviene perché gli uomini sono molto più condizionati dalle cose presenti che da quelle del passato, e quando nel presente vedono realizzato ciò che interessa loro, se ne compiacciono, e non cercano altro; essi, anzi, saranno pronti a difendere il Principe in ogni modo, purché egli non venga meno alle sue promesse.

E così arà duplicata gloria di aver dato principio a un Principato nuovo, ed ornatolo, e corroboratolo di buone leggi, di buone armi, di buoni amici, e di buoni esempi; come quello arà duplicata vergogna, che è nato Principe, e per sua poca prudenza l’ha perduto.

In questa maniera egli (il Principe) godrà di doppia gloria: per aver dato inizio a un principato nuovo, e per averlo reso importante e per averlo corroborato (ossia: “rafforzato, rinsaldato, reso stabile”) per mezzo di buone leggi, di un buon esercito, di buone decisioni, nella stessa maniera in cui soffre una doppia vergogna chi, nato Principe, ha perduto lo Stato per la sua poca accortezza.

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E se si considera quelli Signori che in Italia hanno perduto lo Stato ne’ nostri tempi, come il Re di Napoli, Duca di Milano, e altri, si troverà in loro prima un comune difetto quanto all’armi, per le cagioni che di sopra a lungo si sono discorse;

E se si esaminano i casi di quei signori che hanno perduto lo Stato nei nostri tempi, in Italia (ossia: i casi dei sovrani rovesciati nell’ambito delle Guerre d’Italia, che hanno inizio con la calata di Carlo VIII del 1494), come il re di Napoli (Federico d’Aragona, detronizzato nel 1501 dall’alleanza franco-spagnola), o il duca di Milano (Ludovico il Moro, al quale i francesi, appoggiati dai veneziani, strappano il Ducato nel 1499), o altri, si noterà, come prima cosa, un comune difetto, relativo all’esercito e collegato alle questioni di cui abbiamo parlato a lungo precedentemente (Machiavelli si riferisce alle riflessioni che egli ha raccolto nei capitoli XII – XIV del Principe, nei quali ha espresso un giudizio nettamente negativo sui principi sprovvisti di un esercito proprio, e costretti a servirsi di eserciti di mercenari);

dipoi si vedrà alcun di loro o che arà avuto nimici i popoli, o se arà avuto amico il popolo, non si sarà saputo assicurare de’ grandi; perchè senza questi difetti non si perdono gli Stati, che abbino tanto nervi, che possino tenere un esercito alla campagna.

in secondo luogo verrà fuori che qualcuno di loro avrà avuto il proprio popolo come nemico, oppure, nel caso in cui abbia avuto amico il popolo, (verrà fuori) che egli non si è saputo garantire contro l’ostilità dell’aristocrazia (i grandi sono “i nobili”): perché senza questi difetti non si perdono degli Stati che hanno tanta forza e che possono mettere in campo un esercito.

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Filippo Macedone, non il padre di Alessandro Magno, ma quello che fu da Tito Quinzio vinto, aveva non molto Stato rispetto alla grandezza de’ Romani, e di Grecia, che l’assaltò; nientedimeno, per essere uomo militare, e che sapeva intrattenere i popoli, ed assicurarsi de’ grandi, sostenne più anni la guerra contro di quelli; e se alla fine perdè il dominio di qualche città, gli rimase nondimanco il Regno.

Filippo di Macedonia, non il padre di Alessandro Magno, ma quello che fu sconfitto da Tito Quinzio Flaminino (Machiavelli si riferisce al Filippo che i Romani sconfissero nel 197 a.C. nella battaglia di Cinocefale), possedeva uno Stato “piccolo”, se paragonato alla potenza dei Romani e dei Greci che lo attaccarono: ciononostante, poiché era un uomo d’armi ed era capace di attirarsi il favore del popolo e di proteggersi dalle insidie dei nobili, riuscì a portare avanti per molti anni la guerra contro i nemici (ossia: “contro i Romani e i Greci”): e, se alla fine perse il controllo di qualche città, riuscì in ogni caso a conservare il proprio regno.

Pertanto questi nostri Principi, i quali molti anni erano stati nel loro Principato, per averlo dipoi perso, non accusino la fortuna, ma l’ignavia loro; perchè non avendo mai pensato ne’ tempi quieti che possino mutarsi; (il che è comune difetto degli uomini non far conto nella bonaccia della tempesta) quando poi vennero i tempi avversi, pensarono a fuggirsi, non a difendersi, e sperarono che i populi, infastiditi per la insolenza de’ vincitori, gli richiamassero.

Pertanto, questi nostri principi (ossia Federico d’Aragona, Ludovico il Moro, ecc.), che per molti anni hanno esercitato il potere nel loro principato, non accusino la sorte per il fatto di aver perso i loro Stati, ma (accusino) la propria incapacità: perché, nei tempi di pace, essi non hanno mai pensato che le condizioni potessero cambiare – il che è un difetto ricorrente tra gli uomini, non prevedere la tempesta durante la bonaccia – e quando poi sono giunti i tempi difficili, hanno pensato a scappare anziché a difendersi, sperando che i loro popoli, seccati dall’insolenza dei vincitori (ossia: “dalla prepotenza dei nuovi dominatori”), li richiamassero.

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Il quale partito, quando mancano li altri, è buono; ma è ben male avere lasciato gli altri rimedi per quello; perchè non si vorrebbe mai cadere per credere poi di trovare chi ti ricolga.

Ora, questa strategia è buona quando non ce ne sono altre; ma è senz’altro una cosa sbagliata l’aver tralasciato ogni altra possibile contromossa per compiere quella: perché sarebbe bene non dover mai cadere sperando di trovare qualcuno che ti raccolga (ossia: “nessuno dovrebbe mai lasciarsi cadere credendo che ci sarà qualcuno pronto a soccorrerlo”).

Il che, o non avviene, o se egli avviene, non è con tua sicurtà, per essere quella difesa vile, e non dipendere da te; e quelle difese solamente sono buone, certe, e durabili, che dipendono da te proprio, e dalla virtù tua.

Perché questo (ossia: il fatto che qualcuno ti raccolga), o non avviene, o, se avviene, non ti dà stabilità, perché la tua difesa ti avrà fatto apparire vile e (rialzarti) non sarà stato merito tuo; viceversa le uniche difese valide, sicure e durature, sono quelle difese che dipendono solo da te e dal tuo valore.