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Parafrasi Quanto possa la fortuna nelle cose umane e in che modo occorra resisterle

NICCOLÒ MACHIAVELLI

QUANTO POSSA LA FORTUNA NELLE COSE UMANE E IN CHE MODO OCCORRA RESISTERLE

dal PRINCIPE, CAPITOLO XXV (25)

PARAFRASI DEL TESTO

Quantum fortuna in rebus humanis possit et quomodo illi sit occurrendum.

Quanto possa la fortuna nelle cose umane e in che modo occorra resisterle.

Non mi è incognito, come molti hanno avuto e hanno opinione, che le cose del mondo siano in modo governate dalla fortuna, e da Dio, che gli uomini con la prudenza loro non possino correggerle, anzi non vi abbino rimedio alcuno; e per questo potrebbono giudicare che non fusse da insudare molto nelle cose, ma lasciarsi governare dalla sorte.

Non sono all’oscuro del fatto che molti hanno avuto, ed hanno tutt’ora, la convinzione che le vicende del mondo siano regolate, dalla sorte e da Dio, in maniera tale che gli uomini, con la loro capacità di prevedere, non siano in grado di cambiarne il corso, ed anzi, non abbiano alcuna possibilità di opporvisi; questa convinzione porterebbe a pensare che non sia il caso di affaticarsi troppo nelle cose, e tanto valga lasciarsi guidare dalla sorte.

Questa opinione è suta più creduta ne’ nostri tempi per la variazione delle cose grandi che si sono viste, e veggonsi ogni dì fuori di ogni umana coniettura. A che pensando io qualche volta, sono in qualche parte inchinato nella opinione loro. Nondimanco, perchè il nostro libero arbitrio non sia spento, giudico potere esser vero, che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che ancora ella ne lasci governare l’altra metà, o poco meno, a noi.

Questa è stata l’opinione più diffusa nei tempi nostri, per via dei grandi rivolgimenti ai quali si è assistito e ai quali si assiste ogni giorno, rivolgimenti al di là di ogni previsione umana. Pensando a questi rivolgimenti, anche io, in alcune occasioni, mi sono parzialmente allineato all’opinione di costoro. Tuttavia, affinché il nostro libero arbitrio non sia negato del tutto, ritengo che la verità possa essere che la sorte sia arbitra della metà delle nostre azioni, e che lasci a noi la possibilità di determinare l’altra metà, o pressappoco.

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Ed assomiglio quella ad fiume rovinoso, che quando ei si adira, allaga i piani, rovina gli arbori e gli edifici, lieva da questa parte terreno, ponendolo a quell’altra; ciascuno gli fugge davanti, ognuno cede al suo furore, senza potervi ostare; e benchè sia così fatto, non resta però che gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi possino fare provvedimenti e con ripari, e con argini, immodochè crescendo poi, o egli andrebbe per un canale, o l’impeto suo non sarebbe sì licenzioso, nè sì dannoso.

Io paragonerei la sorte ad uno di quei fiumi che portano rovina, i quali, quando s’infuriano, inondano le valli, travolgono gli alberi e gli edifici, asportano cumuli di terra da un luogo e li riversano in un altro luogo: e tutti scappano davanti a loro, tutti cedono di fronte al loro impeto, senza riuscire in alcun modo opporsi ad esso. Tuttavia, il fatto che i fiumi si comportino in questo modo, non significa che gli uomini, nei periodi di quiete, non possano realizzare interventi, come ripari ed argini, in modo che, allorché il fiume si gonfi, esso sfoghi in un canale le acque in eccesso, o che la sua esondazione non sia completamente senza freni e distruttiva.

Similmente interviene della fortuna, la quale dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resistere, e quivi volta i suoi impeti, dove la sa che non sono fatti gli argini, nè i ripari a tenerla.

Qualcosa di simile accade con la sorte, la quale dimostra al massimo grado la sua potenza, là dove non trova una virtù (ossia: “una personalità capace”) pronta a resisterle, e rivolge il suo impeto là dove sa che non sono stati eretti argini e ripari per contrastarla.

E se voi considererete l’Italia, che è la sede di queste variazioni, e quella che ha dato loro il moto, vedrete essere una campagna senza argini, e senza alcun riparo. Che se la fusse riparata da conveniente virtù, come è la Magna, la Spagna, e la Francia, questa inondazione non avrebbe fatto le variazioni grandi che l’ha, o la non ci sarebbe venuta. E questo voglio basti aver detto quanto all’opporsi alla fortuna in universale.

E se ora voi ripenserete all’Italia, che è la sede di questi rivolgimenti, e la regione dalla quale essi hanno avuto inizio, vedrete che essa è (come) una campagna priva di argini e senza alcun riparo: perché se essa fosse protetta da una virtù all’altezza delle circostanze (ossia: “se l’Italia fosse governata da principi con capacità adeguate”), come lo sono la Germania, la Spagna e la Francia, o l’esondazione non avrebbe determinato gli enormi rivolgimenti che ha determinato, o non si sarebbe verificata. Ritengo che, in merito alla possibilità di opporsi alla sorte, ad un livello generale, sia sufficiente ciò che ho detto.

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Ma restringendomi più al particulare, dico, come si vede oggi questo Principe felicitare, e domani rovinare, senza vederli aver mutato natura o qualità alcuna. Il che credo nasca prima dalle cagioni che si sono lungamente per lo addietro trascorse; cioè, che quel Principe che si appoggia tutto in sulla fortuna, rovina come quella varia. Credo ancora, che sia felice quello, il modo del cui procedere suo si riscontra con la qualità de’ tempi, e similmente sia infelice quello, dal cui procedere si discordano i tempi.

Tuttavia, scendendo nei dettagli, spiegherò come possa accadere di veder crollare domani, un Principe che oggi prospera, senza che lo abbiamo visto cambiare atteggiamento o condotta: io credo che ciò sia innanzitutto la conseguenza dei discorsi che abbiamo fatto fino a questo momento, e cioè (sia conseguenza) del fatto che un Principe che ha fondato il suo potere interamente sulla sorte, va incontro alla rovina non appena la sorte cambia. Inoltre, credo anche che abbia successo il Principe che sa adattare il proprio modo di agire alle caratteristiche della situazione politica del tempo, e, viceversa, credo che vada incontro all’insuccesso il Principe che non sa adattare ai tempi il suo modo di governare.

Perchè si vede gli uomini nelle cose che gl’inducono al fine, quale ciascuno ha innanzi, cioè gloria e ricchezze, procedervi variamente, l’uno con rispetti, l’altro con impeto; l’uno per violenza, l’altro per arte; l’uno con pazienza, l’altro col suo contrario; e ciascuno con questi diversi modi vi può pervenire.

Infatti è evidente che gli esseri umani, nel perseguire ciascuno il fine che si è prefissato, sia esso la gloria o la ricchezza, si comportano nei modi più diversi: uno lo fa con cautela, un altro lo fa con impeto, uno si serve della violenza, un altro si serve dell’astuzia, uno dimostra pazienza, un altro dimostra il contrario: e ciascuno di loro, attraverso sistemi diversi, può raggiungere il suo scopo.

E vedesi ancora duoi respettivi, l’uno pervenire al suo disegno, l’altro no; e similmente duoi equalmente felicitare con due diversi studi, essendo l’uno respettivo, l’altro impetuoso; il che non nasce da altro, se non da qualità di tempi che si conformino o no col procedere loro. Di qui nasce quello ho detto che duoi, diversamente operando, sortiscano il medesimo effetto; e duoi equalmente operando, l’uno si conduce al suo fine, l’altro no.

Inoltre può capitare di vedere che tra due uomini, entrambi cauti, uno raggiunge il suo scopo e l’altro no, oppure può capitare di vedere un uomo cauto ed uno impetuoso raggiungere lo stesso identico successo attraverso modi di agire opposti: e ciò non deriva da altro, se non dalle caratteristiche dei tempi, che si rivelano più o meno in armonia con il modo di agire degli uomini. Da ciò dipende quello che ho detto, ossia che due uomini, agendo in maniera opposta, conseguano il medesimo risultato, e che due uomini, pur agendo in maniera identica, riescano l’uno a raggiungere il suo scopo e l’altro no.

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Da questo ancora dipende la variazione del bene; perchè se a uno, che si governa con rispetto e pazienza, i tempi e le cose girano in modo che il governo suo sia buono, esso viene felicitando; ma se li tempi e le cose si mutano, egli rovina, perchè non muta modo di procedere.

Da ciò deriva anche l’improvviso tracollo di un Principe (ossia il fatto che un Principe in auge vada tutt’a un tratto in rovina), perché, se un Principe agisce con cautela e pazienza, e i tempi si svolgono in maniera che la sua condotta risulta in armonia con essi, egli prospera, ma se i tempi e le condizioni cambiano, egli va incontro alla rovina, perché non cambia a sua volta il proprio modo di agire.

Nè si trova uomo sì prudente, che si sappi accordare a questo, sì perchè non si può deviare da quello, a che la natura l’inclina; sì ancora perchè avendo sempre uno prosperato camminando per una via, non si può persuadere, che sia bene partirsi da quella; e però l’uomo rispettivo, quando gli è tempo di venire all’impeto non lo sa fare; donde egli rovina; che se si mutasse natura con li tempi e con le cose, non si muterebbe fortuna.

E non esiste un uomo così accorto che sappia adeguarsi a questo stato delle cose; da un lato, perché nessuno è in grado di deviare dalla via sulla quale la natura lo ha posto, da un altro lato, perché se uno ha sempre prosperato seguendo una determinata condotta, non riesce a persuadersi a cambiare condotta. E per queste ragioni, l’uomo cauto, quando è il momento di osare, non lo sa fare, per cui va incontro alla rovina: infatti, se si potesse mutare indole a seconda dei tempi e delle condizioni, la sorte di un uomo resterebbe sempre invariata.

Papa Iulio II procedette in ogni sua cosa impetuosamente, e trovò tanto i tempi e le cose conformi a quel suo modo di procedere, che sempre sortì felice fine. Considerate la prima impresa che fece di Bologna, vivendo ancora Messer Giovanni Bentivogli.

Papa Giulio II si comportò impetuosamente qualsiasi cosa fece; e trovò i tempi e le condizioni a tal punto in armonia con il suo modo di agire, che raggiunse ogni volta il successo. Riflettete sulla sua prima impresa, quella di Bologna, quando messer Giovanni Bentivoglio era ancora vivo (nel 1506, con una brillante campagna, Giulio riuscì a invadere Perugia e Bologna, abbattendo la signoria dei Bentivoglio).

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I Viniziani non se ne contentavano, il Re di Spagna similmente con Francia aveva ragionamento di tale impresa; e lui nondimanco con la sua ferocità ed impeto si mosse personalmente a quella espedizione, la qual mossa fece star sospesi e fermi e Spagna, e i Viniziani; quelli per paura, quell’altro per il desiderio di ricuperare tutto il Regno di Napoli; e dall’altra parte si tirò dietro il Re di Francia, perchè vedutolo quel Re mosso, e desiderando farselo amico per abbassare i Viniziani, giudicò non poterli negare le sue genti senza ingiuriarlo manifestamente.

I Veneziani si opponevano all’impresa; stesso discorso per il re di Spagna; con la Francia era in trattative; e ciononostante, con la sua audacia e la sua impetuosità, egli (Giulio II) si mise personalmente alla testa di quella spedizione. E questa mossa, da un lato lasciò sbalorditi e paralizzati la Spagna e i Veneziani – i secondi per la paura (la paura di perdere i 6 porti pugliesi ottenuti al momento del ritiro di Carlo VIII), il primo (ossia “il re di Spagna”) per il desiderio che aveva di recuperare tutto il regno di Napoli (poiché al momento del ritiro di Carlo VIII alla Spagna era rimasta solo la regione della Calabria) – dall’altro lato fece sì che il re di Francia (Luigi XII) gli andasse dietro, perché quel re, vedendo che il papa ormai si era mosso e desiderando averlo come alleato per arginare il potere dei Veneziani, giudicò che non avrebbe potuto negargli il suo esercito senza fargli una palese offesa.

Condusse adunque Iulio con la sua mossa impetuosa quello che mai altro Pontefice con tutta l’umana prudenza non avria condutto; perchè se egli aspettava di partirsi da Roma con le conclusione ferme, e tutte le cose ordinate, come qualunque altro Pontefice arebbe fatto, mai non gli riusciva. Perchè il Re di Francia avria trovate mille scuse, e gli altri gli arebbero messo mille paure.

Così, Giulio II, con la sua mossa impetuosa, ottenne quello che nessun altro pontefice, con tutta l’umana accortezza, sarebbe riuscito ad ottenere; perché, se egli avesse atteso, per muoversi da Roma, di aver concluso tutte le trattative e di aver sistemato ogni cosa, come avrebbe fatto qualunque altro pontefice, egli non avrebbe mai ottenuto il successo, perché il re di Francia avrebbe accampato mille scuse, e gli altri manifestato mille timori.

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Io voglio lasciare stare le altre sue azioni, che tutte sono state simili, e tutte gli sono successe bene, e la brevità della vita non gli ha lasciato sentire il contrario; perchè se fussero sopravvenuti tempi che fosse bisognato procedere con rispetti, ne seguiva la sua rovina; perchè mai non arebbe deviato da quelli modi, a’ quali la natura lo inchinava.

Io voglio tralasciare le altre sue imprese, perché sono state tutte simili (a quella di Bologna) e tutte si sono concluse con successo; ma (sottinteso: voglio far presente che) solo la brevità della sua vita ha impedito a Giulio II di sperimentare l’insuccesso, perché se fossero arrivati i tempi in cui egli avrebbe dovuto agire con cautela, ne sarebbe seguita la sua rovina; infatti egli non avrebbe mai deviato da quei metodi che la sua indole gli suggeriva.

Conchiudo adunque, che, variando la fortuna, e gli uomini stando nei loro modi ostinati, sono felici mentre concordano insieme, e come discordano sono infelici.

Concludo, dunque, (dicendo) che, poiché la sorte è mutevole, e gli esseri umani sono ostinati nel ricorrere ai loro metodi (ossia: “poiché gli esseri umani tendono ad agire sempre nella stessa maniera, e cioè nella maniera che la loro indole suggerisce loro”), gli uomini hanno successo finché metodi e tempi risultano in armonia, e vanno incontro alla rovina non appena metodi e tempi cessano di essere in armonia.

Io giudico ben questo, che sia meglio essere impetuoso, che rispettivo, perchè la Fortuna è donna; ed è necessario, volendola tener sotto, batterla, ed urtarla; e si vede che la si lascia più vincere da questi che da quelli che freddamente procedono. E però sempre, come donna, è amica de’ giovani, perchè sono meno rispettivi, più feroci, e con più audacia la comandano.

Ciò detto, io ritengo che sia preferibile essere impetuosi piuttosto che cauti, perché la sorte è donna, e se la si vuole dominare, è necessario aggredirla e picchiarla. Ed è un dato che essa si lascia sottomettere più dagli impetuosi, che da coloro che agiscono con freddezza. E per le stesse ragioni essa, come una donna, favorisce i giovani, perché sono meno cauti, più aggressivi, e le impongono la loro volontà con più audacia.