Archivio testo: Rodomonte e Isabella

Parafrasi Rodomonte e Isabella

LUDOVICO ARIOSTO

RODOMONTE E ISABELLA

da ORLANDO FURIOSO – Canto 28, Ottave 85 – 102; Canto 29, Ottave 1 – 27

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Ottava 85

Posto ch’ebbe alle liti e alle contese
termine il re pagan, lasciò la mensa;
indi nel letto per dormir si stese
fin al partir de l’aria scura e densa:

[vv. 1 – 4] Il re pagano (ossia: “Rodomonte”), dopo aver posto fine alle liti e alle controversie, abbandona la tavola (la tavola della locanda nella quale Rodomonte si è fermato per mangiare e riposarsi); quindi si distende a letto, con l’intenzione di dormire fino al dissiparsi delle fitte tenebre della notte (ossia: “fino all’alba”):

ma de la notte, a sospirar l’offese
più della donna ch’a dormir, dispensa.
Quindi parte all’uscir del nuovo raggio,
e far disegna in nave il suo vïaggio.

[vv. 5 – 8] ma egli trascorre la maggior parte della notte (de la notte … dispensa) più che a dormire, a sospirare per il torto che ha subìto dall’amata (ossia: “da Doralice”, la promessa sposa di Rodomonte, che ha preferito Mandricardo a lui). Al sorgere del sole parte da questo luogo (quindi), e decide di compiere (far disegna) il proprio viaggio in nave.

Ottava 86

Però ch’avendo tutto quel rispetto
ch’a buon cavallo dee buon cavalliero,
a quel suo bello e buono, ch’a dispetto
tenea di Sacripante e di Ruggiero;

[vv. 9 – 12] Poiché Rodomonte nutre (però ch’avendo), nei confronti del suo docile e bel cavallo (ossia: “di Frontino”), che possiede a dispetto di Sacripante e di Ruggiero, quel rispetto che ogni buon cavaliere deve a un buon cavallo,

vedendo per duo giorni averlo stretto
più che non si dovria sì buon destriero,
lo pon, per riposarlo, e lo rassetta
in una barca, e per andar più in fretta.

[vv. 13 – 16] rendendosi conto che per due giorni egli ha sforzato (stretto) più di quanto non si debba (più che non si dovria) un così buon destriero, lo pone e lo sistema (rassetta) in una barca, sia affinché quello si riposi, sia per andare più in fretta.

Ottava 87

Senza indugio al nocchier varar la barca,
e dar fa i remi all’acqua da la sponda.
Quella, non molto grande e poco carca,
se ne va per la Sonna giù a seconda.

[vv. 17 – 20] Senza esitazione, Rodomonte ordina al traghettatore di mettere in acqua (varar) la barca, e di calare i remi in acqua dal fianco di essa (da la sponda). La barca, non molto grande e con poco carico, se ne va per la Saona (la Saône è un affluente del fiume Rodano) assecondando la corrente.

Non fugge il suo pensier né se ne scarca
Rodomonte per terra né per onda:
lo trova in su la proda e in su la poppa;
e se cavalca, il porta dietro in groppa.

[vv. 21 – 24] Né sulla terraferma, né sull’acqua, Rodomonte sfugge al pensiero della donna amata, né riesce a liberarsi di esso (se ne scarca): lo ritrova sulla prua e sulla poppa e, se viaggia a cavallo, lo porta con sé in groppa.

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Ottava 88

Anzi nel capo, o sia nel cor gli siede,
e di fuor caccia ogni conforto e serra.
Di ripararsi il misero non vede,
da poi che gli nimici ha ne la terra.

[vv. 25 – 28] Anzi, il pensiero della donna gli occupa la mente e il cuore, e allontana ed esclude (serra) ogni consolazione. L’infelice non vede come trovare riparo, dal momento che egli ha dentro di sé (ne la terra) i propri nemici.

Non sa da chi sperar possa mercede,
se gli fanno i domestici suoi guerra:
la notte e ‘l giorno e sempre è combattuto
da quel crudel che dovria dargli aiuto.

[vv. 29 – 32] Non sa da chi possa sperare aiuto (mercede), dato che sono proprio i suoi sentimenti più intimi (i domestici suoi) a muovergli guerra: notte e giorno, egli è sempre tormentato da quel crudele (ossia: “dal cuore”) che dovrebbe invece recargli aiuto.

Ottava 89

Naviga il giorno e la notte seguente
Rodomonte col cor d’affanni grave;
e non si può l’ingiuria tor di mente,
che da la donna e dal suo re avuto have;

[vv. 33 – 36] Rodomonte naviga il giorno e la notte seguenti con il cuore appesantito (grave) dagli affanni; non riesce a togliersi dalla mente l’offesa che ha ricevuto da Doralice e dal proprio re (ossia: “da Agramante”, che ha negato a Rodomonte la facoltà di battersi in duello con Mandricardo per riavere Doralice);

e la pena e il dolor medesmo sente,
che sentiva a cavallo, ancora in nave:
né spegner può, per star ne l’acqua, il fuoco,

né può stato mutar, per mutar loco.

[vv. 37 – 40] e, anche sulla nave, egli prova lo stesso tormento e lo stesso dolore che provava a cavallo; e non riesce a spegnere il fuoco per il fatto di trovarsi in acqua (per star ne l’acqua), né, pur mutando luogo (per mutar loco), riesce a mutare il suo stato d’animo.

Ottava 90

Come l’infermo, che dirotto e stanco
di febbre ardente, va cangiando lato;
o sia su l’uno o sia su l’altro fianco
spera aver, se si volge, miglior stato;

[vv. 41 – 44] Così come il malato, che prostrato (dirotto) e stanco per la febbre ardente, cambia continuamente posizione, e spera, girandosi (se si volge) ora su un fianco, ora sull’altro, di migliorare la sua condizione (stato),

né sul destro riposa né sul manco,
e per tutto ugualmente è travagliato:
così il pagano al male ond’era infermo
mal trova in terra e male in acqua schermo.

[vv. 45 – 48] e tuttavia non trova riposo né sul lato destro, né sul sinistro (manco), e prova ugualmente dolore dappertutto, allo stesso modo il pagano Rodomonte non trova riparo (mal trova … schermo) dal male da cui è afflitto, né sulla terraferma, né sull’acqua.

Ottava 91

Non puote in nave aver più pazienza,
e si fa porre in terra Rodomonte.
Lion passa e Vienna, indi Valenza
e vede in Avignone il ricco ponte;

[vv. 49 – 52] Egli non riesce a resistere più a lungo sulla nave, e si fa deporre sulla terraferma. Supera Lione e Vienne, da lì si reca a Valence, e, ad Avignone, vede il ricco ponte (sul Rodano);

che queste terre ed altre ubidienza,
che son tra il fiume e ‘l celtibero monte,
rendean al re Agramante e al re di Spagna
dal dì che fur signor de la campagna.

[vv. 53 – 56] città, queste, insieme ad altre che si trovano tra il Rodano (il fiume) e i monti Pirenei (‘l celtibero monte: Ariosto chiama in questo modo i Pirenei perché essi separano la Francia dalla Spagna settentrionale, che i Romani chiamavano “Celtibera”), che obbedivano ad Agramante e al re di Spagna (ossia: “a Marsilio”), da quando questi ultimi si erano impadroniti di questo territorio (campagna).

Ottava 92

Verso Acquamorta a man dritta si tenne
con animo in Algier passare in fretta;

[vv. 57 – 58] Giunto nelle vicinanze di Acquamorta (ossia: “di Aigues-Mortes”, in Provenza) egli deviò verso destra (a man dritta) con l’intento di arrivare presto ad Algeri;

e sopra un fiume ad una villa venne
e da Bacco e da Cerere diletta,
che per le spesse ingiurie, che sostenne
dai soldati, a votarsi fu constretta.

[vv. 59 – 62] e arrivò ad un villaggio (villa) caro a Bacco, dio del vino, e a Cerere, dea delle messi (ossia: “e arrivò ad un villaggio che abbondava di viti e di raccolti, come fosse benedetto da Bacco e da Cerere”), il quale villaggio, a causa dei ripetuti saccheggi (spesse ingiurie) subìti da parte dei soldati, era stato costretto a spopolarsi (votarsi).

Quinci il gran mare, e quindi ne l’apriche
valli vede ondeggiar le bionde spiche.

[vv. 63 – 64] Da una parte (quinci) Rodomonte vedeva ondeggiare il vasto mare, e dall’altra (quindi) vedeva ondeggiare le bionde spighe di grano nelle valli soleggiate (apriche).

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Ottava 93

Quivi ritrova una piccola chiesa
di nuovo sopra un monticel murata,
che poi ch’intorno era la guerra accesa,
i sacerdoti vota avean lasciata.

[vv. 65 – 68] In questo luogo egli trovò una piccola chiesa costruita di recente (di nuovo … murata) in cima ad una collina, che i sacerdoti avevano lasciato deserta, a causa del fatto che tutt’intorno infuriava la guerra.

Per stanza fu da Rodomonte presa;
che pel sito, e perch’era sequestrata
dai campi, onde avea in odio udir novella,
gli piacque sì, che mutò Algieri in quella.

[vv. 69 – 72] Rodomonte scelse quella chiesa come sua residenza (per stanza); essa, infatti, gli piacque così tanto, sia per via della collocazione, sia perché essa si trovava lontana (sequestrata) dai campi di battaglia, dai quali (Rodomonte) non voleva ricevere alcuna notizia, che egli decise di rimanere lì, invece di recarsi ad Algeri (letteralmente: “che egli mutò la destinazione del proprio viaggio da Algeri in quella chiesa”).

Ottava 94

Mutò d’andare in Africa pensiero,
sì commodo gli parve il luogo e bello.
Famigli e carriaggi e il suo destriero
seco alloggiar fe’ nel medesmo ostello.

[vv. 73 – 76] Cambiò il suo progetto di andare in Africa, tanto il luogo gli sembrò accogliente e bello. Fece alloggiare con sé, nello stesso alloggio, i servitori, i bagagli (famigli e carriaggi) ed il proprio cavallo.

Vicino a poche leghe a Mompoliero
e ad alcun altro ricco e buon castello
siede il villaggio allato alla riviera;
sì che d’avervi ogn’agio il modo v’era.

[vv. 77 – 80] Il villaggio è situato (siede) a fianco del fiume (riviera), a poche leghe da Montpellier e da alcuni altri borghi ricchi e graziosi, cosicché egli aveva la possibilità di soddisfarvi ogni necessità.

Ottava 95

Standovi un giorno il Saracin pensoso
(come pur era il più del tempo usato),
vide venir per mezzo un prato erboso,
che d’un piccol sentiero era segnato,

[vv. 81 – 84] Un giorno il Saraceno (ossia: “Rodomonte”), mentre se ne stava in quel luogo a pensare (come del resto aveva l’abitudine di fare per la maggior parte del tempo), vide arrivare attraverso un prato, che era percorso da un piccolo sentiero,

una donzella di viso amoroso
in compagnia d’un monaco barbato;
e si traeano dietro un gran destriero
sotto una soma coperta di nero.

[vv. 85 – 88] una fanciulla dal viso amabile, in compagnia di un monaco dalla lunga barba; ed essi portavano con sé un imponente cavallo, con un carico (soma) coperto da un manto nero.

Ottava 96

Chi la donzella, chi ‘l monaco sia,
chi portin seco, vi debbe esser chiaro.
Conoscere Issabella si dovria,
che ‘l corpo avea del suo Zerbino caro.

[vv. 89 – 92] Dovrebbe essere chiaro, per voi, chi sia la fanciulla, chi il monaco, e chi essi portino con sé: si dovrebbe riconoscere Isabella, che portava con sé il corpo del suo amato Zerbino.

Lasciai che vêr Provenza ne venìa
sotto la scorta del vecchio preclaro,
che le avea persuaso tutto il resto
dicare a Dio del suo vivere onesto.

[vv. 93 – 96] Io avevo lasciato il racconto al punto in cui ella stava viaggiando alla volta della Provenza sotto la tutela del venerabile vecchio che l’aveva persuasa a dedicare a Dio tutto il tempo che le rimaneva della sua onesta vita.

Ottava 97

Come ch’in viso pallida e smarrita
sia la donzella ed abbia i crini inconti;
e facciano i sospir continua uscita
del petto acceso, e gli occhi sien duo fonti;

[vv. 97 – 100] Sebbene (Come che) la fanciulla fosse pallida e smarrita in volto ed avesse i capelli spettinati (inconti), e (sebbene) dal petto le uscissero continuamente sospiri, e i suoi occhi fossero due sorgenti (di lacrime),

ed altri testimoni d’una vita
misera e grave in lei si veggan pronti;
tanto però di bello anco le avanza,
che con le Grazie Amor vi può aver stanza.

[vv. 101 – 104] e sebbene in lei si vedessero palesi (si veggan pronti) altri segni di una vita infelice e dolorosa, tuttavia Isabella possedeva ancora (anco le avanza) così tanta bellezza, che Amore e le Grazie potevano ugualmente risiedere in lei (aver stanza; ossia: “che Isabella poteva ancora far innamorare di sé”).

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Ottava 98

Tosto che ‘l Saracin vide la bella
donna apparir, messe il pensiero al fondo,
ch’avea di biasmar sempre e d’odiar quella
schiera gentil che pur adorna il mondo.

[vv. 105 – 108] Non appena (Tosto che) il Saraceno (ossia: “Rodomonte”) vide comparire la bella donna, egli accantonò (mise … al fondo) la sua intenzione di biasimare ed odiare per sempre la categoria delle donne, che invece rende bello il mondo.

E ben gli par dignissima Issabella,
in cui locar debba il suo amor secondo,
e spenger totalmente il primo, a modo
che da l’asse si trae chiodo con chiodo.

[vv. 109 – 112] E Isabella gli parve la donna perfetta per affidarle un suo nuovo amore (secondo: “dopo la delusione ricevuta da Doralice”), e per estinguere definitivamente l’amore precedente (primo), alla stessa maniera in cui, da un’asse, un chiodo si caccia per mezzo di un altro chiodo.

Ottava 99

Incontra se le fece, e col più molle
parlar che seppe, e col miglior sembiante,
di sua condizione domandolle;
ed ella ogni pensier gli spiegò inante;

[vv. 113 – 116] Rodomonte le andò incontro, e con le parole più suadenti che poté proferire, e con il miglior aspetto che poté assumere, le chiese (domandolle) quale fosse la sua condizione; ella gli rese dunque manifesto (spiegò inante) ogni suo proposito:

come era per lasciare il mondo folle,
e farsi amica a Dio con opre sante.
Ride il pagano altier ch’in Dio non crede,
d’ogni legge nimico e d’ogni fede.

[vv. 117 – 120] (Isabella gli rese manifesto) come fosse in procinto di abbandonare il folle mondo, e di dedicarsi alla vita monastica. (A queste parole) l’arrogante (altier) pagano, che non credeva in Dio e che era nemico di ogni legge morale e di ogni fede religiosa, rise.

Ottava 100

E chiama intenzione erronea e lieve,
e dice che per certo ella troppo erra;
né men biasmar che l’avaro si deve,
che ‘l suo ricco tesor metta sotterra:

[vv. 121 – 124] E definì quella decisione sbagliata ed avventata (lieve), e disse che di certo ella stava commettendo un grosso errore; e (disse che) che ella non era da biasimare meno di quanto sia da biasimare l’avaro che nasconda
sotto terra il suo ricco tesoro:

alcuno util per sé non ne riceve,
e da l’uso degli altri uomini il serra.
Chiuder leon si denno, orsi e serpenti,
e non le cose belle ed innocenti.

[vv. 125 – 128] così facendo, (sottinteso: “l’avaro”) non ne ricava alcun vantaggio per sé stesso, e al contempo sottrae il tesoro (il serra) al possibile sfruttamento da parte degli altri uomini. Si devono recludere i leoni, gli orsi e i serpenti, e non le cose belle ed innocue.

Ottava 101

Il monaco, ch’a questo avea l’orecchia,
e per soccorrer la giovane incauta,
che ritratta non sia per la via vecchia,
sedea al governo qual pratico nauta,
quivi di spiritual cibo apparecchia
tosto una mensa sontuosa e lauta.

[vv. 129 – 134] Il monaco, che aveva prestato orecchio a queste parole e che, così come un esperto marinaio (nauta), stava al timone (sedea al governo) per aiutare l’incauta fanciulla a non essere ricondotta sulla vecchia strada (ossia: “Il monaco, che vegliava affinché Isabella non tornasse ad interessarsi a questioni amorose”), allestì immediatamente per Rodomonte un abbondante banchetto ricco di cibo per lo spirito (ossia: “rivolse a Rodomonte una predica religiosa ricca di buoni esempi”).

Ma il Saracin, che con mal gusto nacque,
non pur la saporò, che gli dispiacque:

[vv. 135 – 136] Ma il Saraceno, dal momento che era nato con un cattivo gusto (ossia: “dal momento che non era adatto alle prediche religiose”), neppure (non pur) iniziò ad assaporarla, che non gradì affatto quell’offerta:

Ottava 102

e poi ch’invano il monaco interroppe,
e non poté mai far sì che tacesse,
e che di pazienza il freno roppe,
le mani adosso con furor gli messe.

[vv. 137 – 140] e, dopo aver inutilmente provato ad interrompere il monaco senza riuscire a farlo tacere, quando non ne poté più di sopportare (la predica), gli mise le mani addosso, furente.

Ma le parole mie parervi troppe
potriano omai, se più se ne dicesse:
sì che finirò il canto; e mi fia specchio
quel che per troppo dire accade al vecchio.

[vv. 141 – 144] Ma le mie parole, a questo punto (omai), potrebbero sembrarvi troppe, se continuassi a parlare: pertanto sospenderò la narrazione; e mi servirà da monito (mi fia specchio) ciò che, a causa dell’aver parlato troppo, accadde al monaco.

Ottava 1

O degli uomini inferma e instabil mente!
come siàn presti a variar disegno!
Tutti i pensier mutamo facilmente,
più quei che nascon d’amoroso sdegno.

[vv. 145 – 148] O mente degli uomini, incostante e volubile! Come siamo rapidi nel cambiare decisione! Mutiamo facilmente tutti i pensieri, e ancor di più (mutano facilmente) quelli nati da una delusione amorosa.

Io vidi dianzi il Saracin sì ardente
contra le donne, e passar tanto il segno,
che non che spegner l’odio, ma pensai
che non dovesse intiepidirlo mai.

[vv. 149 – 152] Poco fa io ho descritto il Saraceno (ossia: “Rodomonte”) così sdegnato contro le donne, e (l’ho descritto) oltrepassare la misura a tal punto, che pensavo che egli non solo non avrebbe mai estinto il proprio odio, ma che non lo avrebbe mai neppure mitigato.

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Ottava 2

Donne gentil, per quel ch’a biasmo vostro
parlò contra il dover, sì offeso sono,
che sin che col suo mal non gli dimostro
quanto abbia fatto error, non gli perdono.

[vv. 153 – 156] O nobili donne, sono così offeso per via di quell’uomo (ossia: “Rodomonte”) che ha detto cose ingiuste (parlò contra il dover) allo scopo di criticarvi (a biasmo vostro), che non lo perdonerò finché non gli avrò dimostrato, con suo danno, quanto abbia sbagliato.

Io farò sì con penna e con inchiostro,
ch’ognun vedrà che gli era utile e buono
aver taciuto, e mordersi anco poi
prima la lingua, che dir mal di voi.

[vv. 157 – 160] Io farò sì, per mezzo della penna e dell’inchiostro, che tutti comprendano che sarebbe stato meglio e più utile, per lui, tacere, ed anche mordersi la lingua, prima di parlare male di voi.

Ottava 3

Ma che parlò come ignorante e sciocco,
ve lo dimostra chiara esperienza.
Incontra tutte trasse fuor lo stocco
de l’ira, senza farvi differenza:

[vv. 161 – 164] Ma l’esperienza già vi dimostra chiaramente che Rodomonte ha parlato da ignorante e da sciocco. Egli ha sguainato la spada (stocco) dell’ira contro tutte voi, senza fare alcuna distinzione:

poi d’Issabella un sguardo sì l’ha tocco,
che subito gli fa mutar sentenza.
Già in cambio di quell’altra la disia,
l’ha vista a pena, e non sa ancor chi sia.

[vv. 165 – 168] dopodiché, un solo sguardo di Isabella lo ha tanto colpito (sì l’ha tocco), che gli ha fatto cambiare idea in un attimo. Egli già la desidera al posto di quell’altra donna (ossia: “al posto di Doralice”), (eppure) l’ha vista a malapena, e nemmeno sa chi ella sia.

Ottava 4

E come il nuovo amor lo punge e scalda,
muove alcune ragion di poco frutto,
per romper quella mente intera e salda
ch’ella avea fissa al Creator del tutto.

[vv. 169 – 172] E, poiché il nuovo amore lo eccita e lo riscalda, egli avanza alcune argomentazioni non molto persuasive (di poco frutto) allo scopo di dissuadere quella mente integra e salda che ella ha rivolto interamente al Creatore di tutte le cose (ossia: “allo scopo di far desistere Isabella dal proposito fermo e deciso di consacrarsi interamente a Dio”).

Ma l’eremita che l’è scudo e falda,
perché il casto pensier non sia distrutto,
con argumenti più validi e fermi,
quanto più può, le fa ripari e schermi.

[vv. 173 – 176] Ma il monaco (l’eremita), che le fa da scudo e da armatura (falda), la protegge e la tutela quanto più può per mezzo di validi e saldi argomenti, affinché il casto proposito di lei non vada a monte.

Ottava 5

Poi che l’empio pagan molto ha sofferto
con lunga noia quel monaco audace,
e che gli ha detto invan ch’al suo deserto
senza lei può tornar quando gli piace;

[vv. 177 – 180] Dopo che il malvagio pagano ha sopportato a lungo e con molto fastidio quell’audace monaco, e dopo che gli ha detto invano che può tornarsene nella sua solitudine da eremita (al suo deserto) quando vuole senza di lei,

e che nuocer si vede a viso aperto,
e che seco non vuol triegua né pace:
la mano al mento con furor gli stese,
e tanto ne pelò, quanto ne prese.

[vv. 181 – 184] vedendosi contrastato apertamente, e vedendo che (il monaco) con lui non cerca alcuna tregua né pacificazione, (alla fine) Rodomonte stende infuriato la mano verso il mento del monaco, e ne strappa via tanta barba (tanto ne pelò), quanta ne afferra.

Ottava 6

E sì crebbe la furia, che nel collo
con man lo stringe a guisa di tanaglia;
e poi ch’una e due volte raggirollo,
da sé per l’aria e verso il mar lo scaglia.

[vv. 185 – 188] E la sua furia monta a tal punto, che gli stringe il collo con la mano come con una tenaglia; e, dopo averlo fatto roteare su sé stesso (raggirollo) una e due volte, lo scaglia in aria lontano da sé, verso il mare.

Che n’avenisse, né dico né sollo:
varia fama è di lui, né si raguaglia.
Dice alcun che sì rotto a un sasso resta,
che ‘l piè non si discerne da la testa;

[vv. 189 – 192] Che cosa sia accaduto al monaco, non lo so e non posso dirlo: ci sono diversi racconti (fama) sul suo conto, ma non coincidono tra loro (né si raguaglia). Qualcuno dice che sia andato a sfracellarsi tanto rovinosamente (sì rotto … resta) contro una roccia, che i (suoi) piedi non si distinguevano più dalla testa;

Ottava 7

ed altri, ch’a cadere andò nel mare,
ch’era più di tre miglia indi lontano,
e che morì per non saper notare,
fatti assai prieghi e orazioni invano;

[vv. 193 – 196] altri (dicono) che andò a finire nel mare, che era lontano da lì (indi) più di tre miglia, e che morì perché non sapeva nuotare, dopo aver pronunciato inutilmente molte preghiere e invocazioni;

altri, ch’un santo lo venne aiutare,
lo trasse al lito con visibil mano.
Di queste, qual si vuol, la vera sia:
di lui non parla più l’istoria mia.

[vv. 197 – 200] altri ancora (dicono) che un santo venne in suo aiuto e lo condusse in salvo a riva con mano visibile. Una qualsiasi di queste versioni può essere quella vera: ma il mio racconto non parlerà più di lui.

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Ottava 8

Rodomonte crudel, poi che levato
s’ebbe da canto il garrulo eremita,
si ritornò con viso men turbato
verso la donna mesta e sbigottita;

[vv. 201 – 204] Il crudele Rodomonte, dopo essersi tolto di torno il monaco petulante (garrulo eremita), tornò con viso meno irritato alla donna, triste e sbalordita;

e col parlar ch’è fra gli amanti usato,
dicea ch’era il suo core e la sua vita
e ‘l suo conforto e la sua cara speme,
ed altri nomi tai che vanno insieme.

[vv. 205 – 208] e, con le parole solitamente impiegate dagli innamorati, le diceva che lei era il suo cuore e la sua vita, e la sua consolazione e la sua cara speranza (speme), ed altri simili appellativi (nomi tai) del medesimo genere.

Ottava 9

E si mostrò sì costumato allora,
che non le fece alcun segno di forza.
Il sembiante gentil che l’innamora,
l’usato orgoglio in lui spegne ed ammorza:

[vv. 209 – 212] E in quella circostanza egli si mostrò tanto cortese (sì costumato), che non le mosse alcun atto di violenza. Il nobile aspetto di Isabella, che lo stava facendo innamorare, stemperava (spegne ed ammorza) in lui l’abituale prepotenza:

e ben che ‘l frutto trar ne possa fuora,
passar non però vuole oltre a la scorza;
che non gli par che potesse esser buono,
quando da lei non lo accettasse in dono.

[vv. 213 – 216] e, sebbene potesse ottenere con la forza il frutto dei propri desideri, per il momento non volle andare oltre la buccia (ossia: “pur essendo conscio di poter soddisfare i propri desideri anche con la forza, per il momento decise di fermarsi alla sola ammirazione del nobile aspetto esteriore di Isabella”); infatti Rodomonte riteneva che tale frutto non avrebbe potuto essere gustoso, a meno che non lo avesse ricevuto da lei spontaneamente.

Ottava 10

E così di disporre a poco a poco
a’ suoi piaceri Issabella credea.

[vv. 217 – 218] Inoltre, in tal modo, credeva di poter indurre poco a poco Isabella ad accondiscendere ai suoi desideri.

Ella, che in sì solingo e strano loco,
qual topo in piede al gatto si vedea,
vorria trovarsi inanzi in mezzo il fuoco;

[vv. 219 – 221] Ella, che in un luogo così solitario e sconosciuto (solingo e strano) si vedeva come il topo tra le zampe (in piede) del gatto, avrebbe preferito (vorria … inanzi) trovarsi nel mezzo di un incendio;

e seco tuttavolta rivolgea
s’alcun partito, alcuna via fosse atta
a trarla quindi immaculata e intatta.

[vv. 222 – 224] e pensava di continuo tra sé, (seco … rivolgea) se mai fosse esistito un qualche mezzo, una qualche soluzione che avrebbe potuto farla uscire immacolata e integra da quella situazione (quindi).

Ottava 11

Fa ne l’animo suo proponimento
di darsi con sua man prima la morte,
che ‘l barbaro crudel n’abbia il suo intento,

[vv. 225 – 227] Isabella si ripropone, in animo suo, di uccidersi di propria mano, prima che il crudele barbaro possa ottenere da lei ciò che desidera,

e che le sia cagion d’errar sì forte
contra quel cavallier ch’in braccio spento
l’avea crudele e dispietata sorte;
a cui fatto have col pensier devoto
de la sua castità perpetuo voto.

[vv. 228 – 222] e prima che egli le faccia commettere un così grave torto nei riguardi di Zerbino (quel cavallier), che una sorte crudele e spietata aveva fatto morire (l’avea … spento) tra le braccia di lei, e in memoria del quale ella aveva fatto eterno voto di castità (il principe di Scozia Zerbino, il cristiano amato da Isabella, è stato ucciso nel corso del canto 24 da Mandricardo, ed è morto tra le braccia di Isabella).

Ottava 12

Crescer più sempre l’appetito cieco
vede del re pagan, né sa che farsi.
Ben sa che vuol venire all’atto bieco,
ove i contrasti suoi tutti fien scarsi.

[vv. 233 – 236] Ella vede che il desiderio irrazionale del re pagano cresce sempre di più, e non sa che cosa fare. Sa bene che lui ha intenzione di farle violenza (atto bieco), contro la quale ogni sua resistenza (ove i contrasti suoi) sarebbe vana (fien scarsi).

Pur discorrendo molte cose seco,
il modo trovò al fin di ripararsi,
e di salvar la castità sua, come
io vi dirò, con lungo e chiaro nome.

[vv. 237 – 240] Meditando vari pensieri tra sé (discorrendo seco), alla fine Isabella escogitò il modo di difendersi e di salvare la propria castità, nella maniera che io vi racconterò, procurandosi una fama (nome) illustre e duratura.

Ottava 13

Al brutto Saracin, che le venìa
già contra con parole e con effetti
privi di tutta quella cortesia
che mostrata le avea ne’ primi detti:

[vv. 241 – 244] Al brutto Saraceno, che ormai le si rivolgeva con parole e con gesti (effetti) privi di tutta quella cortesia che le aveva manifestato nei primi discorsi, ella disse così:

“Se fate che con voi sicura io sia
del mio onor – disse – e ch’io non ne sospetti,
cosa all’incontro vi darò, che molto
più vi varrà, ch’avermi l’onor tolto.

[vv. 245 – 248] “Se voi farete in modo che con voi io possa sentirmi sicura e non debba temere per il mio onore, in cambio (all’incontro) vi darò una cosa che vi sarà assai più utile che l’avermi privata del mio onore.

Ottava 14

Per un piacer di sì poco momento,
di che n’ha sì abondanza tutto ‘l mondo,
non disprezzate un perpetuo contento,
un vero gaudio a nullo altro secondo.

[vv. 249 – 252] Non disprezzate una ricompensa dal valore eterno (perpetuo contento), una vera gioia superiore ad ogni altra, per un piacere di così poca importanza (ossia: “per il mero piacere sessuale”), di cui c’è abbondanza in tutto il mondo.

Potrete tuttavia ritrovar cento
e mille donne di viso giocondo;
ma chi vi possa dar questo mio dono,
nessuno al mondo, o pochi altri ci sono.

[vv. 253 – 256] Potrete sempre trovare altre cento, altre mille donne dal viso grazioso; ma al mondo non c’è nessuno o quasi, che vi possa dare il dono che io vi posso dare.

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Ottava 15

Ho notizia d’un’erba, e l’ho veduta
venendo, e so dove trovarne appresso,
che bollita con elera e con ruta
ad un fuoco di legna di cipresso,
e fra mano innocenti indi premuta,

[vv. 257 – 261] Io ho sentito parlare di un’erba – e l’ho vista venendo qui, e saprei dove trovarne qui vicino (appresso) – che, se viene bollita con l’edera e la ruta su un fuoco prodotto da legna di cipresso e poi viene spremuta da mani innocenti,

manda un liquor, che, chi si bagna d’esso
tre volte il corpo, in tal modo l’indura,
che dal ferro e dal fuoco l’assicura.

[vv. 262 – 264] stilla (manda) un liquido che rende a tal punto resistente (indura) il corpo di chi se ne bagna per tre volte, da renderlo invulnerabile (che … l’assicura) alla spada e al fuoco.

Ottava 16

Io dico, se tre volte se n’immolla,
un mese invulnerabile si trova.
Oprar conviensi ogni mese l’ampolla;
che sua virtù più termine non giova.

[vv. 265 – 268] Io affermo che, se ci si bagna per tre volte con tale liquido, si diventa invulnerabili per un mese. È necessario adoperare (oprar conviensi) ogni mese l’ampolla (ossia: “l’ampolla riempita del liquido magico”); infatti il suo potere non dura oltre questo limite di tempo (più termine non giova).

Io so far l’acqua, ed oggi ancor farolla,
ed oggi ancor voi ne vedrete prova:
e vi può, s’io non fallo, esser più grata,
che d’aver tutta Europa oggi acquistata.

[vv. 269 – 272] Io sono capace di distillare il liquido, e lo farò (farolla) oggi stesso, e oggi stesso voi potrete sperimentarlo: e, se non sbaglio (s’io non fallo), (tale liquido) potrà essere per voi cosa più gradita che l’aver conquistato in un giorno tutta l’Europa.

Ottava 17

Da voi domando in guiderdon di questo,
che su la fede vostra mi giuriate
che né in detto né in opera molesto
mai più sarete alla mia castitate”.

[vv. 273 – 276] Da voi chiedo, come ricompensa (guiderdon) per questo, che mi giuriate sulla vostra fede che non attenterete più alla mia castità, né con le parole, né coi fatti”.

Così dicendo, Rodomonte onesto
fe’ ritornar; ch’in tanta voluntate
venne ch’inviolabil si facesse,
che più ch’ella non disse, le promesse:

[vv. 277 – 280] Così dicendo, Isabella rese Rodomonte nuovamente rispettoso; infatti egli diventò tanto desideroso di diventare invulnerabile, che promise ad Isabella anche più di quanto ella stessa gli aveva chiesto:

Ottava 18

e servaralle fin che vegga fatto
de la mirabil acqua esperienza;
e sforzerasse intanto a non fare atto,
a non far segno alcun di violenza.

[vv. 281 – 284] inoltre (le promise che) avrebbe mantenuto le promesse (servaralle) finché non avesse sperimentato il portentoso liquido, e che intanto si sarebbe sforzato (sforzerasse) di non compiere alcun atto, o cenno, di violenza.

Ma pensa poi di non tenere il patto,
perché non ha timor né riverenza
di Dio o di santi; e nel mancar di fede
tutta a lui la bugiarda Africa cede.

[vv. 285 – 288] Poi però Rodomonte decise, tra sé, di non mantenere la parola data, perché non aveva timore né rispetto verso Dio e i santi; e l’intera Africa bugiarda, quanto a capacità di venir meno alla parola data, era inferiore a lui (a lui cede).

Ottava 19

Ad Issabella il re d’Algier scongiuri
di non la molestar fe’ più di mille,
pur ch’essa lavorar l’acqua procuri,
che far lo può qual fu già Cigno e Achille.

[vv. 289 – 292] Il re d’Algeri (ossia: “Rodomonte”) giurò (scongiuri fe’) più di mille volte ad Isabella che non l’avrebbe molestata, purché lei si fosse adoperata (procuri) per produrre il liquido che era in grado di renderlo uguale a Cicno e ad Achille (Cicno era stato reso invulnerabile alle armi da suo padre Poseidone; fu poi strangolato da Achille, che a sua volta era stato reso immune dai colpi delle armi dalla madre Teti, in tutto il corpo tranne che nel tallone).

Ella per balze e per valloni oscuri
da le città lontana e da le ville
ricoglie di molte erbe; e il Saracino
non l’abandona, e l’è sempre vicino.

[vv. 293 – 296] Ella (Isabella) raccoglie molte erbe lungo rupi scoscese (balze) e per valli oscure, lontano dalle città e dalle fattorie (ville); e il Saraceno non la lascia mai sola, le resta sempre accanto.

Ottava 20

Poi ch’in più parti quant’era a bastanza
colson de l’erbe e con radici e senza,
tardi si ritornaro alla lor stanza;

[vv. 296 – 299] Dopo che ebbero raccolto (colson) in diversi luoghi erbe a sufficienza, sia con le radici che senza, a tarda ora fecero ritorno alla loro dimora;

dove quel paragon di continenza
tutta la notte spende, che l’avanza,
a bollir erbe con molta avertenza:
e a tutta l’opra e a tutti quei misteri
si trova ognor presente il re d’Algieri.

[vv. 300 – 304] qui, quel modello di temperanza (ossia: “Isabella”) impiegò quanto rimaneva (ch’avanza) della notte a bollire erbe con grande accortezza: e il re d’Algeri (ossia: “Rodomonte”) assistette a tutta quell’operazione misteriosa per l’intera sua durata (ognor).

Ottava 21

Che producendo quella notte in giuoco
con quelli pochi servi ch’eran seco,
sentia, per lo calor del vicin fuoco
ch’era rinchiuso in quello angusto speco,

[vv. 305 – 308] E mentre egli trascorreva (producendo) la notte nel gioco in compagnia di quei pochi servitori che aveva presso di sé, patì, a causa del calore del fuoco vicino, chiuso dentro quella piccola dimora (speco: “la piccola chiesa”),

tal sete, che bevendo or molto or poco,
duo baril votar pieni di greco,
ch’aveano tolto uno o duo giorni inanti
i suoi scudieri a certi viandanti.

[vv. 309 – 312] (patì …) una sete tale che essi (ossia: “Rodomonte e i servitori”), bevendo ora molto ora poco, vuotarono due barili colmi di vino greco, che gli scudieri di Rodomonte avevano rubato uno o due giorni prima (inanti) a certi viandanti.

Ottava 22

Non era Rodomonte usato al vino,
perché la legge sua lo vieta e danna:
e poi che lo gustò, liquor divino
gli par, miglior che ‘l nettare o la manna;

[vv. 313 – 316] Rodomonte non era abituato al vino, perché la sua religione (ossia: “la religione islamica”) lo vieta e lo condanna: per cui, dopo averlo assaggiato, gli sembrò un liquore divino, migliore del nettare o della manna (secondo la mitologia classica, il nettare è la bevanda degli dèi; la manna, invece, è il cibo che Dio fece piovere sul popolo ebraico durante l’esodo dall’Egitto);

e riprendendo il rito saracino,
gran tazze e pieni fiaschi ne tracanna.
Fece il buon vino, ch’andò spesso intorno,
girare il capo a tutti come un torno.

[vv. 317 – 320] e, biasimando (riprendendo) la fede islamica, ne tracannava grandi coppe e fiaschi interi. Il buon vino, che fece più volte il giro (tra i presenti), fece girare la testa a tutti come un tornio.

Ottava 23

La donna in questo mezzo la caldaia
dal fuoco tolse, ove quell’erbe cosse;
e disse a Rodomonte: “Acciò che paia
che mie parole al vento non ho mosse,

[vv. 321 – 324] La donna, nel frattempo (in questo mezzo), tolse dal fuoco la pentola in cui aveva cotto (cosse) quelle erbe; poi disse a Rodomonte: “Affinché non sembri che io abbia sparso parole al vento (ossia: “affinché non sembri che io abbia mentito”),

quella che ‘l ver da la bugia dispaia,
e che può dotte far le genti grosse,
te ne farò l’esperïenza ancora,
non ne l’altrui, ma nel mio corpo or ora.

[vv. 325 – 328] io ti fornirò, non sul corpo di un altro, ma sul mio, proprio ora, quella dimostrazione (te ne farò l’esperïenza) che distingue (dispaia) la verità dalla menzogna, e che può rendere dotte anche le persone ignoranti (grosse), (ossia: “ora io, provando gli effetti del liquido sul mio stesso corpo, di darò la dimostrazione della sua indubitabile efficacia”).

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Ottava 24

Io voglio a far il saggio esser la prima
del felice liquor di virtù pieno,
acciò tu forse non facessi stima
che ci fosse mortifero veneno.

[vv. 329 – 332] Io voglio essere la prima a provare il liquido pieno di potere che dà la felicità (felice), affinché tu non pensi (facessi stima) che esso contenga un veleno mortale.

Di questo bagnerommi da la cima
del capo giù pel collo e per lo seno:
tu poi tua forza in me prova e tua spada,
se questo abbia vigor, se quella rada”.

[vv. 333 – 336] Mi bagnerò con esso dalla punta della testa, giù per il collo e il seno: poi, tu metti alla prova su di me la tua forza e la tua spada, per verificare se il liquido è efficace (se questo abbia vigor) e se la spada è tagliente (se quella rada)!”

Ottava 25

Bagnossi, come disse, e lieta porse
all’incauto pagano il collo ignudo,
incauto, e vinto anco dal vino forse,
incontra a cui non vale elmo né scudo.

[vv. 337 – 340] Isabella si bagnò come aveva detto, e porse lieta il collo nudo allo sconsiderato pagano, sconsiderato e forse anche ubriaco a causa del vino, contro il quale né elmo né scudo hanno alcun potere (ossia: “vino contro cui le armi tradizionali non servono a difendersi”).

Quel uom bestial le prestò fede, e scorse
sì con la mano e sì col ferro crudo,
che del bel capo, già d’Amore albergo,
fe’ tronco rimanere il petto e il tergo.

[vv. 341 – 344] Quell’uomo bestiale le credette, e abbatté (scorse) su di lei la mano e la spada crudele con una tale violenza, che fece rimanere il petto e il dorso di lei privo della bella testa, nella quale un tempo risiedeva Amore.

Ottava 26

Quel fe’ tre balzi; e funne udita chiara
voce, ch’uscendo nominò Zerbino,
per cui seguire ella trovò sì rara
via di fuggir di man del Saracino.

[vv. 345 – 348] La testa di lei fece tre balzi a terra, e da essa si udì chiaramente uscire una voce che pronunciò il nome di Zerbino, per seguire il quale Isabella aveva escogitato un modo così singolare (sì rara via) di sottrarsi a Rodomonte.

Alma, ch’avesti più la fede cara,
e ‘l nome quasi ignoto e peregrino
al tempo nostro, de la castitade,
che la tua vita e la tua verde etade,

[vv. 349 – 352] O anima, che hai ritenuto più preziosa della tua vita e della tua gioventù (verde etade) la fedeltà e la fama di castità, quasi ignota ed estranea (peregrino) al nostro tempo,

Ottava 27

vattene in pace, alma beata e bella!
Così i miei versi avesson forza, come
ben m’affaticherei con tutta quella
arte che tanto il parlar orna e come,
perché mille e mill’anni e più, novella
sentisse il mondo del tuo chiaro nome.

[vv. 353 – 358] va’ in pace, anima beata e bella! Se solo i miei versi avessero tale potere, come mi adopererei, con tutta l’arte che adorna e abbellisce (còme) le parole, affinché il mondo potesse avere notizia della tua fama illustre per più di mille anni!

Vattene in pace alla superna sede,
e lascia all’altre esempio di tua fede.

[vv. 359 – 360] Va’ in pace in Cielo (superna sede), e lascia alle altre donne l’esempio della tua fedeltà!